29 ottobre 2010

Prima di Twilight: amore horror

Siamo finiti sull'argomento Twilight già qualche volta, ogni tanto lo cito perchè più che un libro si tratta di un fenomeno socio-culturale, anche se di culturale ha ben poco.
Ma in barba alla sua bassezza narrativa, è un prodotto talmente apprezzabile che se non lo si detesta finisce inevitabilmente per piacere.
Twilight comunque non è nato dal nulla, non s'è fatto da solo, ma è il frutto di un continuo rimaneggiamento della figura del vampiro che è iniziata dal Vampyre di Polidori, è proseguita con il Dracula di Bram Stroker ed è arrivata attraverso Intervista col vampiro, per merito dell'osannata Anne Rice e di Leonardo di Caprio.

Twilight, ad essere onesti, è il prodotto più apprezzabile tra le storie di adolescenti, il romanzo gotico e High School Musical, col risultato che, almeno qui, non ballano in continuazione con coreografie perfette: penso che nella realtà, e come esempio ho preso la mia ex scuola superiore, non si riuscirebbe neanche a far alzare la mano tutti insieme agli studenti di una classe, lì invece meglio che Broadway...
Almeno in Twilight, dopo tre capitoli di HSM da diabete, i protagonisti non coltivano velleità dance, apprezzo questa carenza, specialmente perchè, come non mi stancherò mai di ripetere, il mio miglior rapporto con il ballo è sicuramente quello da spettatore e le mie incapacità motorie rasentano quelle di Bella Swan. Insomma: sono una nerd a tutti gli effetti.

Nonostante tutto mi sono piaciuti sia Twilight che High School Musical, e perfino il terzo capitolo di Step Up che sono andata a vedere qualche settimana fa insieme alle amiche e che mi ha molto esaltata.
Ma riflettendo su Twilight e tutte le infinite serie di vampiri uscite o in uscita (e vi assicuro che ce ne sono per i beati) mi chiedo come abbia fatto a scaternarsi questo fenomeno, non che mi dispiaccia, non troppo, tuttavia la curiosità c'è stata, specialmente quando entrata in libreria mi sono accorta che al genere vampirozzi era dedicato un intero scaffale, come non si fa con altri generi meno di tendenza.
E cercando sulla rete mi sono imbattuta in un interessante approfondimento che evidenziava come questo non sia stato il primo confronto della narrativa con l'horror romantico (romantico in senso sia letterario che affettivo), così con qualche ricerca aggiuntiva ho ricostruito il boom di vendite vittoriane di libri con protagoniste queste creature non morte, siano essi zombie, vampiri, licantropi, emissari del Demonio e chi più ne ha più ne metta.


In principio fu il romanzo gotico...
Se avete mai letto qualcosa che possa essere assimilato al romanzo gotico, qualcosa come Il monaco oppure Udolpho allora saprete sicuramente già che gli ingredienti di quella che al giorno d'oggi è stata ribattezzata gothic novel, cioè esattamente lo stesso nome dell'epoca, c'erano già tutti alla fine del Settecento, dopotutto ricordiamo che nel famosissimo romanzo L'abbazia di Northanger, naturalmente della "zia" Jane Austen, la protagonista Catherine Morland è una vera divoratrice di romanzi di questo genere e ne legge in continuazione, anche se spesso di nascosto.
Perchè di nascosto? Direte voi...
Ebbene, per i contenuti, il romanzo gotico contiene infatti gli ingredienti più affascinanti della letteratura di passaggio adolescenziale:
- Mistero
- Magia
- Tormento
- Sesso
- Amore
Beh, adesso che siamo nel Duemila i nomi sono un po' cambiati, abbiamo il thriller al posto del più banale mistero, la magia di una volta è stata chiamata fantasy e per quanto riguarda il tormento, abbiamo passato il nome e siamo andati direttamente dall'analista, o meglio, ci abbiamo mandato i protagonisti dei romanzi di oggi che si fanno di quelle paturnie mentali che alla fine perfino il lettore ha bisogno di una buona seduta dallo psicologo per rimettere ordine nella sua confusa mente, dove ideali di altri mondi si confondo con quelli del nostro.
Poi c'è la miscela esplosiva sesso&amore che fa scalpore oggi (qualcuno si preoccupi di citare la scena dell'amplesso in Vi presento Joe Black) e figuriamoci come doveva essere all'epoca: proibito e affascinante.
E infatti Catherine ne è affascinata e li legge di nascosto prima di andare a dormire, sogna storie del terrore, personaggi inquietanti e fantastica di avventure grottesche e amori proibiti.
Vi assicuro che anche i romanzi dell'epoca erano espliciti da morire e crudi altrettanto, la violenza faceva tendenza e se un'eroina non era stata struprata almeno un paio di volte allora il libro non vendeva, altro che scenette caste al limite del Monastero di Vallechiara, non erano libri per le educande, quelli.


Topoi della letteratura gotica
La maggior parte dei romanzi gotici è finita nel dimenticatoio per lo scarso spessore narrativo di cui erano caratterizzati, esattamente come finirà con le gothic novel moderne una volta conclusa la manovra commerciale per spingere i vampirozzi, così i nostri nipoti, riaprendo la vecchia soffitta della nonna, si ritroveranno per le mani una marea di libercoli di dubbio gusto (certe copertine, mamma mia...) e saranno costretti a rivenderli esattamente come si fa ancor oggi coi romanzi gotici ritrovati nei bauli, illeggibili e troppo diversi dalla cultura odierna per essere apprezzabili. Vediamo qualche luogo comune di questo genere narrativo e per maggiori approfondimenti rimando alla completissima sezione di Wikipedia sugli archetipi della letteratura horror che trovate a questo link
Wikipedia - Letteratura horror

L'ambientazione
Nel 90% dei casi, avrete a che fare con un rudere dove si svolgeranno le vicende, se proprio non è un rudere, è comunque un castello/chiesa/villa mezza abbandonata e sinistra da morire con guglie e torrioni, zeppa di spettri e di ombre inquietanti, pavimenti che scricchiolano e porte che cigolano. E zero ironia come ne Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde.
Le descrizioni di questi luoghi e di panorami in genere sono forse un po' lunghe e presenti, il diletto che gli stessi paesaggi procurano ai personaggi sono al limite dell'esagerazione per essere non solo comprensibili ma anche apprezzabili dal punto di vista narrativo, così come sono esagerate le reazioni dei personaggi, rendendo i volumi dei mattonazzi disumani (citando Pietro Taricone in riferimento a Un uomo, una donna), ottimi come materiale da costruzione o per tenere in piedi mobili pericolanti.

L'eroina
Sull'eroina di solito casca l'asino, nel romanzo gotico è proprio così, l'eroina è sempre bellissima, sensuale da morire e pronta a scoprire la sessualità che sta fiorendo in lei, insomma una MarySue al 100%, ma, ahimè, verrà privata del suo fiore da amori brutali, rapporti rudi e uomini sbagliati, spesso deviati e più vicini al BDSM che alla realtà dei suoi amori di fanciulla che sogna ardite carezze e labbra impertinenti, insomma le fantasie di una odierna tredicenne.
L'eroina è naturalmente ficcanaso, come tutte le eroine, la sua qualità migliore è il radar-trova-guai e innata è la sua abilità di cacciarvisi contro ogni buonsenso.

L'eroina è vergine e questo tenetevelo a mente, perchè è il punto focale della vicenda, il mezzo di ricordare al lettore scene prurigginose al limite del porno-soft per incatenarlo ad una storia di distorsioni mentali che altrimenti non sta in piedi, ma d'altra parte anche Dracula è basato sugli stessi ingredienti (scene varie di Lucy che cammina mezza nuda o in camicia nel cimitero e gli approcci del signor Dracula al morso che ricordano molto i preliminari di un atto sessuale, oppure la parte in cui Jonathan viene quasi violentato dalle "figlie" di Dracula, quelle specie di Gargoyle donne, naturalmente svestite che neanche Milo Manara avrebbe saputo fare di meglio).

L'eroina, inevitabilmente, perderà la sua qualità di purezza virginale durante il libro, ma se l'avrete odiata la metà di quanto ho fatto io, di solito le avrete anche augurato torture peggiori [una puntata di Porta a Porta o di Uomini e donne, magari?].
L'eroina ha sempre nomi pomposi e altisonanti, scordatevi le Mary e le Rose dei romanzi più classici, qui troviamo Antonia, Alberta, Augusta, Barbara e compagne [le Valchirie insomma, manca giusto la ninfa Lorelei e poi siamo a posto].

Il protagonista
È la parte migliore del romanzo, questo perchè di solito non è eroico bensì solo il protagonista.
Vittima di malefici o a sua volta contrattore di patti con satanassi assortiti, il protagonista ha una mente traviata, pensieri impuri sulla protagonista e libero accesso al suo corpo. Non sempre il protagonista è l'amore della fanciulla.
Questo protagonista mentalmente instabile è molto diverso dai nostri eroi moderni, infatti la nostra società ci sta portando un mito molto moderno di un uomo che non è un superuomo, è un uomo macchiato e a volte impaurito, ma non per questo pavido e desideroso più che mai di avere valori solidi a cui aggrapparsi e persone piene di affetto su cui fare affidamento, forse per esorcizzare la solitudine che pervade molte donne in carriera, incapaci di allacciare relazioni serie e durature con uomini che sappiano tenere testa ad una donna che in realtà è un piranha del commercio, il capo del marketing o la direttrice generale del settore Ingegneria; nell'Ottocento le donne erano diverse e sognavano la trasgressione, ecco quindi che i protagonisti del libro erano solo una scusa per mostrare scene sconce alle quali, altrimenti, le ragazzine che leggevano non avrebbero avuto accesso.
Questi protagonisti erano tormentati, ma superuomini in grado di dominare le loro donne, anche con la violenza, erano un'ottimo espediente per mostrare tuniche da cerimonia che lasciassero intendere più di quel che si diceva sul serio.

Ma c'è una differenza ancora più abissale tra l'eroe del romanzo gotico e quello delle moderne gothic novels: entrambi sono tormentati dalla loro natura di mostro, ma mentre l'eroe moderno si rode l'animo nel tentativo di essere buono e gentile, far le cose contro natura (vampiri vegetariani?), scegliendo di essere il paladino della bontà di cuore e di fare del male solo se questo minaccia il suo happy ending con la sua dolce metà, il protagonista del passato era un autentico BASTARDO (leggetevi Il monaco e poi parliamo).
L'eroe del passato si interrogava spesso sulla sua condizione, ma in ben più di un caso sono arrivata alla fine dove l'eroe in questione non si redime. E per far finire la storia l'autore/autrice è costretto/a ad ammazzarlo. Il che non è un espediente che mi dispiaccia troppo.
A seconda dell'autore si potevano scegliere diversi finali dopo un libro di zozzerie lo si fa morire per opera delle forze del male con le quali egli aveva un legame, molto quotato il suicidio per non far del male a leima questo è già una corrente tarda del gotico, che si getti da qualche merlatura in preda alla sua furia bestiale o che venga accoppato dai buoni.
Già perchè in alcune storie il protagonista è kattivo e l'amore della fanciulla, l'eroe, è un altro, magari un ragazzotto scialbo e slavato che condivide interesse per la botanica e non sa neanche tenere in mano una penna, mettere in fila una conversazione che non faccia morire di noia oppure... (meglio non approfondire gli aspetti più moderni e il perchè la ragazza rimanga eternamente insoddisfatta).
A volte prima di morire il protagonista riesce anche ad uccidere la ragazza (e già solo per questo gli dareste la Zanna d'oro), naturalmente in qualche modo truculento pieno di sangue che cola, nella più classica tradizione splatter.
Negli altri casi appiate che vi trovate di fronte ad un romanzo commerciale, uscito dalla penna di qualche ghost writer esclusivamente per cavalcare l'onda.
Comunque sia il romanzo, bigotto oppure no, il tormentato amore tra la creatura infermale e orrorifica e la nostra avvenente quanto antipatica eroina-perfettina avrà al 78% delle volte finale tragico, morte di uno, morte dell'altro, morte di entrambi, suicidio collettivo ecc.



Significati profondi
Non ce ne sono.
Inutile cercarli, questi libri non sono stati scritti per averne, ma solo per mostrare culetti al vento e scene di sesso alle ragazze e ai ragazzi dell'epoca che vivevano come suore di clausura. Il che è anche abbastanza evidente, ogni scusa è buona per slacciare una vestaglia, far intravvedere le calze, citare un ombelico di troppo, mostrare corpi nudi e avvinghiati in una specie di orgia infernale e citare passioni irrefrenabili e non trattenute o introdurre il tormentato eroe dalla finestra con ben poco cavallereschi propositi nei confronti della nostra piaga, pardon, protagonista, animato da lussuria animale.

Badate però a non commettere l'errore degli stolti nel sottovalutare violenza e scene di sesso, non si tratta certo di libri da educande, come diceva la mia prof di Lettere, di quelli per cui al giorno d'oggi non ci si sconvolge più (ad esempio I promessi sposi dove tutta la storia scabrosa non ci viene minimamente raccontata ed è il lettore a figurarsi chissà quale perversione), posso garantire che in questi romanzi gotici ci danno dentro come conigli, rispolverando il Kamasutra dell'epoca e anche l'eroina ritrosa mica si fa pregare tanto... o sono diventata perbenista oppure erano davvero dei libri all'indice


Target di pubblicazione
I romanzi gotici del Settecento, ma soprattutto dell'Ottocento erano molto letti e moltorichiesti dal pubblico, specialmente questi ultimi perchè ormai il target si era esteso ed erano in molti a potersi permettere l'acquisto di un libro, mentre nel Settecento il pubblico era ancora limitato.
Sebbene molto amati dalle ragazze e dai giovanotti (quelli più superficiali), i romanzi gotici, salvo qualche caso, non erano ben accoli dalla critica letteraria, che tendeva a smontarli alla grande, considerandone la maggior parte, a ragione, prodotti dal dubbio spessore narrativo e il più delle volte mancanti di alcuni fattori fondamentali per un buon romanzo, oppure infarciti di grossolani errori storici che facevano accapponare la pelle.

Non c'era distinzione di genere, se maschile o femminile, per quanto riguardava questi libri, sia uomini che donne ne leggevano, certo alcuni particolarmente truculenti erano proibiti alle signorine, che dovevano trovare altre strade per leggerli, mentre erano apprezzati dai signori e dai giovanotti, che ne discutevano nei club di Londra, alle battute di caccia o ai ritrovi tra amici a casa di uno e dell'altro.
Darcy per esempio, in uno dei molti seguiti da me letti dimostra di non apprezzare molto il trasporto della moglie e della sorellina Georgiana per il genere gotico, del quale le due cognate vorrebbero riempirgli la biblioteca [si vede che è un seguito scritto da qualcuno che non è la Austen, ce la vedete Elizabeth Bennet a leggere questa roba? Non è Catherine Moreland lei!].


Casi storici e casi letterari
Che i romanzi gotici saltassero fuori come funghi, non è una novità, vediamone insieme qualcuno per farci un'idea del genere di letteratura che anche all'epoca gironzolava tra gli scaffali.

Vathek di William Beckford
Vathek, califfo di grandi ricchezze e di incontentabili appetiti, stipula un patto diabolico suggeritogli dal perfido Giaurro, ai fine di ottenere enormi poteri, una volta raggiunto il Palazzo del Fuoco Sotterraneo. Per realizzare il suo sogno di potenza, il califfo non esita a lasciare i suoi cinque palazzi, ad abiurare la fede musulmana e a compiere grandi nefandezze, come il sacrificio di cinquanta bambini, figli della sua gente. Nel viaggio verso il Palazzo, il suo seguito - fantasmagorico caravanserraglio che spazza e contamina tutto ciò che incontra - si assottiglia sempre più, fino a lasciarlo solo di fronte alle oscure porte dell'abisso. Ma si tratta di un perfido inganno, perché oltre quelle porte non lo attendono i talismani che controllano il mondo, bensì il regno di Eblis, l'inferno musulmano. A Vathek e alla sua donna, ridotti - come gli altri che li hanno preceduti - a morti viventi col cuore tormentato dalle fiamme, non resta che vendicarsi su Carathis, la madre che l'ha cresciuto nell'avidità e nell'assenza di una vera fede. Non c'è speranza nell'oscuro mondo dipinto da Beckford: il male è legato alla condanna senza appello e l'unica ricompensa per il patto mefistofelico è l'inganno.
aNobii - Vathek


Udolpho by Ann Radcliffe
Incipit del romanzo
Ogni eccesso è peccaminoso: perfino un dolore in origine lodevole si trasforma in una passione ingiusta ed egoista se vi indulgiamo a spese dei nostri doveri, intendendo per tali quanto dobbiamo a noi stessi non meno che agli altri

Considerato l'archetipo del romanzo gotico, fu pubblicato nel 1794, anno dell'ascesa e della caduta di Robespierre. Sull'apparente struttura del racconto di formazione femminile, Ann Radcliffe modella un percorso attraverso gli spazi sublimi del terrore, nei quali l'eroina si smarrisce in una vertigine noir che la conduce oltre i limiti della ragione e della natura. Nella Francia del 1584 la giovane e sensibile Emily St. Aubert, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene rinchiusa dalla zia Madame Cheron e dal suo compagno, il perverso zio Montoni, nel tenebroso castello di Udolpho, sugli Appennini. Solo dopo una convulsa serie di avvenimenti agghiaccianti Emily riesce a riacquistare la libertà e a ricongiungersi con il suo innamorato, Valancourt.
Debaser - I misteri di Udolpho
Jane Eyre Fan Forum - I misteri di Udolpho [negli spoiler la recensione vera]
aNobii - I misteri di Udolpho


L'italiano di Ann Radcliffe
Ambientato nel 1764 a Napoli, L'Italiano racconta le vicissitudini e le prove a cui viene sottoposto l'amore dei due protagonisti, Vincenzo di Vivaldi ed Elena di Rosalba. Vincenzo, innamoratosi di Elena a prima vista, è intenzionato a sposarla e ottiene anche la benedizione della zia, con la quale la giovane vive. Il ragazzo appartiene però a una nobile e ricca famiglia e sua madre, la Marchesa, è decisa a impedire il matrimonio che ritiene indegno per il figlio. Aiutata dal diabolico monaco Schedoni, la donna fa rapire Elena, che viene rinchiusa in un convento. Vincenzo riesce a liberarla ma, proprio quando i due innamorati sono sul punto di sposarsi, vengono nuovamente divisi dall'intervento degli uomini di Schedoni. Il monaco porta la ragazza in una casa isolata per ucciderla, ma a questo punto scopre che Elena è in realtà sua figlia, e decide così di nasconderla in un posto sicuro; Vincenzo viene invece rinchiuso nelle prigioni dell'Inquisizione. Dopo una serie di colpi di scena e di inaspettate scoperte il giovane viene liberato ed Elena scopre con gioia di essere solo la nipote del malvagio Schedoni, il quale appartiene in realtà a una nobile famiglia di cui Elena è discendente. A questo punto la giovane è degna di sposare Vincenzo, e i due innamorati possono finalmente riunirsi e convolare a nozze.
[non per essere rompiscatole, ma è la festa dei clichè letterari ¬_¬, anche il cattivo che fa il padre alla protagonista, ma non lo è davvero perchè sennò sta male che abbia un genitore tanto snaturato e lei non riuscirebbe a convivere con questa realtà, che tristezza...]


Il castello di Otranto by Horace Walpole
(per questo libro si veda come ambientazione la bella Strawberry Hill di cui abbiamo parlato in precedenza).
Tormentata vicenda familiare ambientata nella signoria di Otranto tra pregiudizi sull'Italia e archetipi gotici.
Corrado, figlio di Manfredi, deve sposare Isabella di Vicenza, ma muore prima di consumare il matrimonio, Manfredi decide allora di sposare lui la nuora, ma ella scappa rifugiandosi dal contadino Teodoro, innamorato di Matilda, figlia di Manfredi.
Un'antica profezia del castello grida giustizia contro tradimenti e usurpatori del feudo. Moriranno in molti e compariranno in continuazione fastidiosi fantasmi ficcanaso onniscenti quanto il narratore del Manzoni
Wikipedia - Il castello di Otranto
aNobii - Il castello di Otranto


Il monaco di Matthew Gregory Lewis
Il romanzo narra la caduta di Ambrosio, monaco spagnolo considerato da tutti un santo.

Quando il confratello preferito di Ambrosio, di nome Rosario, gli si rivela essere una donna, Matilda, innamorata di lui, il monaco conosce prima la tentazione e poi, malgrado i suoi tormenti interiori, il peccato [per chi non l'avesse capito: ci va a letto insieme].
Ben presto però il rapporto con Matilda non appaga più la lussuria del monaco che, in cerca di una nuova fonte di piacere, si innamora della giovane Antonia [alè, vai con l'eroina vergine].
Per appagare i suoi desideri carnali Ambrosio fa ricorso, attraverso l'aiuto della stessa Matilda, alla stregoneria, grazie alla quale entra una notte nella casa di Antonia con l'intento di stuprarla. Qui viene però scoperto dalla madre di lei, Elvira, che il monaco uccide per non essere smascherato, fuggendo poi in preda al rimorso.
Ambrosio, sempre su suggerimento di Matilda, decide così di avvelenare Antonia, per farla sembrare morta e poi seppellirla in una cripta accessibile solo a lui. Il piano va a buon fine e la giovane viene violentata, ma, nel frattempo, il nascondiglio sotterraneo viene scoperto da un gruppo di soldati che arrestano il monaco e la sua complice, non prima però che questo abbia pugnalato a morte Antonia.
I due sono consegnati all'Inquisizione, torturati e condannati a morte. Per sfuggire alla sentenza, il monaco, seguendo l'esempio Matilda, decide di vendere la propria anima al diavolo.

aNobii - Il monaco


Inoltre fanno parte del genere soprannaturale gotico anche romanzi come Frankestein di Mary Shelley e Il vampiro di John William Polidori, entrambi questi romanzi furono concepiti nella famosa vacanza sul lago di Ginevra organizzata da Lord Byron che prevedeva tra i suoi ospiti, oltre a Mary Woollstonecraft Godwin (all'epoca non era ancora sposata con Percy Shelley, sebbene fosse come una moglie e avesse avuto da lui una figlia nata morta e un bambino, Willmouse, ancora vivo), Percy Shelley, John William Polidori e naturalmente il celeberrimo Byron, che all'epoca intratteneva una relazione con la sorellastra di Mary, Claire Claremont, a sua volta incinta.

Dal racconto Vampyre di Polidori nascerà poi l'esempio a cui si ispirerà Bram Stroker per il suo Dracula, a sua volta caratterizzato da elementi soprannaturali tipici dei romanzi gotici: ambientazione tetra, vampiri e satanassi, sesso e sensualità a gogo.


I romanzi gotici, prima di Twilight da dove è iniziato il discorso, erano la risposta degl scrittori alla richiesta del pubblico che, come oggi, voleva amori proibiti, spesso interspecie, con un che di melodramma (all'epoca andavano alla grande le storie tristi e lacrimevoli).

Il romanzo gotico tra Settecento e Ottocento è stato il nonno di Twilight, poi seguito da babbo Stoker e da mamma Rice, con lo zio Edgar Allan Poe e l'altro zio Howard Lovecraft [hai voglia a fare l'autore horror con un nome come Lovecraft... -.-].

Insomma, non è la prima volta che l'editoria si trova costretta a sopperire in poco tempo ad una richiesta impellenti di prodotti del fantastico/orrorifico per una voltura del mercato, come vedete non abbiamo inventato niente di nuovo neanche qua...


Spero che l'approfondimento sia stato interessante, ora scappo, baci




Mauser

28 ottobre 2010

Corollario sui tacchi: a 360° around the World

Abbiamo da poco affrontato l'argomento scarpe e visto che si trattava di un discorso piuttosto ampio, sia come argomento che come periodo incriminato, avevo deciso coscientemente di lasciar da parte qualcosa.
La maggior parte delle cose non dette sono dettagli o piccole nozioni che non importano a nessuno, refusi della mia mania per i particolari, ma una cosa ci tenevo ad approfondirla: i tacchi.

Sandali Fiorucci collezione estiva 2010
LI ADORO e sono miei!
Ecco dove siamo arrivati...
Se avessi scritto tutto nel precedente post, sarebbe diventato chilometrico, avremmo perso sia io che voi il filo del discorso e saremmo finiti tutti in confusione, col risultato che non sarei arrivata in fondo e voi non avreste continuato la lettura.

Quasi tutte le mie prof di Lettere mi hanno sempre detto che non avevo il dono della sintesi, verissimo, e più vado avanti più me ne accorgo, ma la mia facilità di scrittura per il momento compensa, quindi ecco che vi beccate, in barba alle mie insegnanti, un altro post al limite della flebo.

Inoltre, lo confesso, sono una maniaca dei tacchi, lo sono talmente tanto che quando metto un paio di ballerine non sono capace di muovermi, sembra che stia camminando sulle uova =(
Non chiedetemi come m'è presa questa cosa, fino al giorno prima portavo solo scarpe da ginnastica (adoro le Adidas Superstar) e poi è capitato che una mia amica mi facesse provare i suoi stivali e... boom, danno fatto.


Storia e significato
Il tacco è un elemento presente in quasi tutte le culture, solo per citarne alcune, oltre a quella europea si può dire esista in quella musulmana, giapponese, sudamericana.
Il tacco è simbolo di regalità, se portato con coscienza e consapevolezza conferisce grazia e dignità a chi lo indossa, contribuendo anche ad innalzarlo al di sopra degli altri, evidenziando quindi il suo status di nobile o ricco.
Sebbene le ragioni iniziali dell'applicazione di questo accessorio fossero pratiche, col passare del tempo il tacco è diventato non solo utile, ma adoperato anche come parametro estetico o come esaltatore di alcune qualità della gamba, del piede o della scarpa.

Scarpetta vittoriana ricamata 1873
I soliti storici litigiosi stanno a disquisire anche su quando e dove sia nato il tacco e le due maggiori scuole di pensiero propongono, rispettivamente, l'Antico Egitto e la Grecia Ellenistica, in entrambi i casi si hanno pitture raffiguranti uomini e donne che indossano rialzamenti sotto la suola delle scarpe.

Le matrone romane indossavano delle zeppe, sebbene la calzatura romana più famosa sia il classico sandalo alla schiava, ovvero suola piatta e un'infinità di lacci che si annodano alla caviglia.

Durante il Medioevo erano indossati dai nobili e dai ricchi mercanti, specialmente veneziani e genovesi, per far sì che le preziose vesti non si dovessero sporcare nel fango delle strade dove camminavano e ricordiamoci che all'epoca erano dei veri e propri letamai, in tutti i sensi.

Uno delle molte paia di scarpe di Caterina de' Medici
avete visto che tacchi?!
I ldocumento di riferimento per tutti gli storici e i feticisti dei tacchi riguarda però Caterina de' Medici, che li indossò al suo matrimonio con il Enrico di Valois, futuro re di Francia: già molto in voga a Firenze, i tacchi vennero da lei importati alla corte francese, che in fatto di moda era piuttosto arretrata, e grazie alla regina fiorentina divennero un must have dei nobili, dove l'odiata Caterina dettava comunque la moda.
In realtà profondamente insicura (arrivo in Francia a 14 anni, sola e senza supporto morale), Caterina usò i tacchi alti (10cm!) come espediente per non sembrare eccessivamente piccola e insignificante, in questo modo poté guardare alla pari le antipatiche nobildonne del suo seguito che sparlavano di lei.
Caterina infatti non era molto amata dai francesi, che dimostrarono più apprezzamento per l'amante del re Diana di Poitier; bassina e non bellissima con occhi sporgenti, lineamenti marcati e girovita... non proprio di vespa (era molto golosa), Caterina fu vittima di pesanti critiche estetiche e, visto che queste non ebbero molta efficacia nel destabilizzare la sua condotta o distogliere il suo interesse per la politica, venne addirittura tacciata di stregoneria e leggende di corte narrano che nel suo armadio tenesse pozioni e veleni per eliminare tutti quelli che cercavano di ostacolarla.

Chopine veneziane
A Venezia i tacchi erano indossati come simbolo di potere ed eleganza, ma uniti alla praticità, essi infatti permettevano a chi li indossava di non inzupparsi i piedi nelle pozzanghere o di evitare con semplicità i pochi centimetri d'acqua che rimangono quando defluisce l'alta marea. I tacchi veneziani erano abominevoli, quasi importabili, alti fino a 45cm! E prendevano il nome di chopine.
L'invenzione dei tacchi veneziani non era proprio originale, era stata infatti ripresa dalla moda ottomana poco distante.
Simbolo per eccellenza delle colte ed affascinanti cortigiane della Laguna, che si dice fossero migliaia, le scarpe alte erano uno dei loro simboli distintivi e alle ragazze che imparavano il mestiere veniva proprio insegnato loro come camminare con contegno ed eleganza indossando questi zatteroni, un po' come si fa al giorno d'oggi con le modelle da passerella.
Le chopine veneziane non comparivano sotto le vesti, che dovevano essere molto più lunghe rispetto all'altezza della ragazza per coprire quei 40cm aggiuntivi, un po' come succedere per i kimono.
Per maggiori informazioni consiglio la visione del film Padrona del suo destino del 1998, riferito alla vita della famosa "cortigiana onesta" Veronica Franco che fu anche abile poetessa e oratrice, coltissima e affascinante.

I tacchi rossi di Luigi XIV
Da Venezia i tacchi vennero importati dai mercanti di tessuti e sete fino in Inghilterra (ricordiamoci che a Londra esiste una stada chiamata Lombard Street) e introdotti alla corte di Elisabetta I, dove divennero subito di moda, arrivando ad altezze vertiginose finchè non ricominciarono ad abbassarsi nel ritmo cadenzato ed altalenante della moda che propone sempre una cosa e il suo contrario in un gioco di alti e bassi scanditi da lassi temporali definiti.

È francese l'invenzione dei Tacchi rossi come simbolo di potere di vita o di morte sulle persone, moda che, naturalmente, si diffuse ben presto in tutta Europa.


La grazia delle cortigiane giapponesi
Okobo geta per i kimono moderni
Come si è detto, però, non si tratta di un fenomeno esclusivamente europeo perchè anche all'estero si hanno molti esempi di scarpe col tacco o munite di zeppe.

In Giappone, ad esempio, geishe e le maiko (tirocinanti geishe) indossavano e indossano tuttora dei geta, ovvero delle calzature in legno fatte ad infradito con una pianta alta più di dieci centimetri e, in aluni casi, finemente laccati e lavorati; nel caso delle maiko, inoltre, la parte davanti del sandalo è sagomata in modo che sia rientrante, il che dà loro una superficie di appoggio su terra inferiore a quella di appoggio del piede, minando la stabilità della camminata: quest'ultimo paio di calzature si chiama okobo geta.
In Giappone, quasi tutte le geishe e maiko risultano più alte dei loro accompagnatori proprio per questo (i giapponesi, inoltre, non sono molto alti).

Non solo, un'altra calzatura tipica erano i koma geta, detti anche mitsu ashi (tre gambe), particolarmente alti (oltre i 20cm) indossati dalle oiran, le cortigiane d'alto rango, tra queste le più importanti erano chiamate tayu (per approfondimenti vedere: Bunny Chan Monogatatari | Stavolta la trasformazione in... oiran!) ed erano una figura analoga alla cortigiana veneziana del Cinquecento.

Sandali mitsu ashi
Le cortigiane NON erano geishe in quanto nel mestiere di geisha non è contemplata la vendita del proprio corpo per atti sessuali, sebbene, come per tutti i mestieri, ci fossero donne disposte anche a farlo, ma andava oltre i loro doveri professionali, ma nessuno direbbe che una hostess è una prostituta solo perchè alcune donne lo sono.

Come esempio esplicativo vi lascio un paio di video, sono ambientati nel 44° anno dell'epoca Meiji, quindi nel 1911, e rappresentano la parata tradizionale di una tayu.
I video sono tratti da un drama giapponese initolato Yosiwaraenjyou, consiglio la visione in HD.
Al minuto 1:50 trovate la camminata della cortigiana, con il suo galateo di portamento





Qui si vede ancora meglio, al minuto 0:16





Essere nel novero dei clienti di una oiran era molto difficile ed estremamente oneroso, così come mantenere una cortigiana a Venezia, bisognava essere ben ben ricchi
Quando le oiran passavano per le strade col loro seguito di servitori, i costosissimi kimono e le alte acconciature “chiassose”, non mancavano di destare stupore e rispetto.


Dalla Cina con furore
Chopine manchu indossate in un evento
tradizionale
Il pregiudizio e la credenza popolare vogliono che le scarpe cinesi siano splendide ballerine di seta rossa o di colori vivaci, decorati da ricami vistosi con dragoni, fiori e fenici.
In realtà all'interno della cultura cinese troviamo moltissimi ed interessanti esempi di scarpe col tacco, sebbene la foggia sia un po' differente da quella a cui siamo abituati.

Un esempio molto particolare sono le scarpe fatte a ballerina che sormontano un tacco largo centrale su cui appoggia l'intero piede, vengono volgarmente conosciute come manchu chopine e a questo link potrete trovare la leggenda originaria della loro invenzione ad opera della regina manchu Duoluo Ganzhu, la spiegazione è in inglese:
The Origins of Manchu Chopine
Una scarpetta con tacco manchu
Queste scarpe sono tipiche della cultura manchu e divennero famose in Cina durante l'ultima dinastia regnante, le si possono anche trovare in fotografie e ritratti dell'Imperatrice Cixi, di origini manchu appunto.
Alle donne manchu era precluso il matrimonio con persone cinesi e l'introduzione dell'usanza di fasciare i piedi che, per quanto sia un abominio, all'epoca era un deficit non da poco. E fu proprio grazie a questa non integrazione che si mantenne l'usanza e oggi possiamo ammirare questi splendidi esempi di scarpa ancora intatti e portati fino alla fine della nobiltà cinese.

Scarpette manchu modello
cloud climbing (notate il ricamo a
nuvolette sulla punta?)
Le cloud-climbing, erano un particolare tipo di scarpe di origine manchu piuttosto alte (anche più di 10cm) con la suola in legno o corda: se la parte anteriore della suola era sagomata in modo da essere rientrante verso il centro del piede, così da creare una forma "a barca" la scarpa poteva essere chiamata cloud-climbing, era indossata in epoca Tongzi in Cina (1862-1874), realizzata in tessuti preziosi e ricamata in punta con disegni di nuvole.
Può considerarsi l'antenata delle moderne e high-tech MBT Masai, che tanto masai non sono, ma vengono invece dall'Impero del Figlio del Cielo (il sito ufficiale delle MBT vi fa riferimenti ufficiali, cfr. link a fondo pagina).

Zeppe dell'Imperatrice cinese, dinastria Qing
E se la suola non era sagomata a barchetta? C'era anche quella possibilità, una specie di zeppa di altezza uniforme, perchè ricordiamoci che la scarpa nazionale è la ballerina...
In quel caso il modello è più vecchio, am si hanno testimonianze, come dimostra la foto accanto, che di sicuro vi renderà l'idea [questo tipo di scarpa mi piace molto, spero che torni di moda anche in Occidente].

La scarpa a ballerina tipica di moltissime culture orientali, tra queste quella cinese, giapponese, coreana, taiwanese, ecc, è alla base anche delle stravaganti creazioni manchu.

Lotus shoes cinesi per piedi fasciati
Un altra scarpa cinese a tacco, sebbene basso, è quella chiamata fior di loto, si tratta di una scarpa tradizionale, fatta a stivaletto, caratterizzata da una punta e da un tacco largo e basso (fino a 5cm); notando l'imboccatura larga della scarpa e la sua altezza è facile giungere alla conclusione che fu progettata per donne i cui piedi erano stati fasciati, una pratica tanto rivoltante quanto diffusa in tutto il paese e non solo tra i nobili, perpetrata perchè si pensava che i piedi di donna dovessero essere per natura piccoli e graziosi, peccato che la fasciatura, oltre a dolori insopportabili, ad una camminata distorta e alla deformazione della colonna vertebrale producesse anche piedi deformi.


Esperimento coreano
Anche se ho studiato un po' di cultura e lingua coreana con madrelingua, continuo a domandarmi se le scarpe alla coreana abbiano o meno il tacco.
Kotshin coreane da abbinare all'hanbok
So che le calzature portate abitualmente con l'hanbok moderno, il vestito tradizionale della cultura coreana come il kimono lo è per quella giapponese, sono assolutamente piatte, ma ho visto moltissimi modelli anche con un mezzo tacco e ho scoperto che il modello tradizionale di hanbok prevede che la scarpa sia rialzata sul retro (e Gung da questo punto di vista insegna), come le nostre scarpe da ufficio col tacco moderno, più o meno anche della stessa altezza (sotto gli 8cm, dice il galateo della segretaria): il loro nome ufficiale è kotshin e se questo Natale sarò abbastanza pazza, me ne comprerò un paio tramite la mia amica Hyunjoo che abita a Busan.
Ancora una volta mi trovo a riflettere su quanto la Corea (non faccio distinzioni di Nord e Sud sia perchè i coreani si sentono coreani e basta, non nordisti e sudisti, sia perchè la separazione è un fatto estremamente recente rispetto ai periodi di cui parliamo di solito) sia più simile alla cultura europea o occidentale che a quella orientale di Cina e Giappone sotto certi punti di vista, ad esempio lingua, alfabeto, comportamenti, ecc.



All'ottomana per il bagno
Il paio di calzature che vedrete adesso sono sandali appositi realizzati per la frequentazione di saune e bagni turchi.
Qabaqib turche
La fotografia proviene dal Bata Museum di Toronto e ci mostra come i turchi non fossero proprio il massimo dell'intelligenza, specie considerando che in quei luoghi umidi e pieni di vapori è semplicissimo prendere una straccionata per terra, verò è però che queste calzature impedivano di toccare il pavimento bagnato, evitando di prendersi funghi e verruche, cose ancora facilissime nelle piscine pubbliche.
Le scarpe, chiamate qabaqib nella loro lingua, sono realizzate in legno e madreperla e sono alte la bellezza di 26cm!
Questo modello di scarpa ispirò moltissimo le chopine veneziane che si rifanno proprio a questa calzatura.


Irlanda mon amour
Tap shoes
Anche in Irlanda, per quanto stia a due passi dall'Inghilterra, esistono scarpe con tacchi particolari, o meglio, esiste un paio di scarpe fatte al contrario: vengono chiamate tap shoes e sono scarpe da ballo, adoperate ormai quasi esclusivamente per esibizioni e feste tradizionali, erano utilizzate per ballare la tap dance un ballo ritmato basato sullo scalpiccìo delle scarpe sul legno. Questo tipo di scarpe, fatte esattamente come un paio di scarpe da ballo, quindi tacco quadrato di media altezza e incrocio sul davanti, avevano però la particolarità di avere un tacco che rialzava la punta arrotondata, in questo modo si produceva il suono anche quando si batteva la scarpa di punta e non solo di tacco.
Con queste scarpe si fanno esibizioni davvero spettacolari, ma, dicono le persone che le calzano, sono estremamente scomode.
Guardate il video a seguire della Riverdance e ditemi se non merita un'occhiata ^__^ io lo trovo affascinante, mi ipnotizza, sono così tanti e tutti così coordinati...






Link interessanti e libri
Bata Shoe Museum (!!! consigliato !!!)
Heilbrunn Timeline of Art History - Shoes in the Costume Institute
MBT - Some interesting history about shoes (I)
The Fashionspot Forum - 1700-1990 The history of footwear

Camilla Morton - How to Walk in High Heels: The Girl's Guide to Everything
Jonathan Walford - The Seductive Shoe: Four Centuries of Fashion Footwear
Laurie Lawlor - Where Will This Shoe Take You? A Walk Through the History of Footwear
Charlotte Yue - Shoes: Their History in Words and Pictures
Dorothy Ko - Every Step a Lotus: Shoes for Bound Feet
Beverly Jackson - Splendid Slippers: A Thousand Years of an Erotic Tradition
Louise Mitchell - Stepping Out: Three Centuries of Shoes
Carol Belanger Grafton - Shoes, Hats and Fashion Accessories: A Pictorial Archive, 1850-1940
Nancy E. Rexford - Women's Shoes in America, 1795-1930
John T.M. Johnston, Harry Lewis Bailey - The Life of A.D. Brown: The History of the Greatest Shoe Merchant in the World
Althea MacKenzie - Shoes and Slippers: From Snowshill, One of the World's Leading Collections of Costume and Accessories of the 18th and 19th Centuries


Scrivere questo post è stato davvero interessante e accattivante, mi auguro quindi che vi sia piaciuto e abbia ispirato in voi gli splendidi sentimenti di curiosità nati dentro di me.
Ci scriviamo presto,


baci





Mauser

25 ottobre 2010

Le scarpe

Forse una delle invenzioni più importanti della storia del costume, le scarpe tra Sette e Ottocento saranno al centro dell'approfondimento di questo post riguardante la Storia del costume.

Le scarpe in passato erano un accessorio molto diverso da come lo intendiamo noi, per questo dovremo fare lo sforzo di calarci in una mentalità differente, dove un paio di scarpe erano un bene di lusso. Difficile da credere, ma, ahimè, la maggior parte delle persone camminava scalza per strada, i piedi fasciati in bende di stoffa, oppure calzando i caratteristici zoccoli che sono diffusi in quasi tutte le culture e che, mi viene suggerito da chi li ha calzati, sono estremamente comodi.

Dal film Marie Antoinette di Sofia Coppola


Settecento
Il popolo
Le scarpe, come si è detto, erano un bene di lusso, esse quindi erano appannaggio esclusivamente di chi poteva permettersele.
Le scarpe dei poveri
I poveri, che di soldi da buttare non ne avevano, compivano grandissimi sacrifici per riuscire a comprarsi un paio di scarpe in tutta la vita, solitamente di fattura e materiali scadenti come pelle conciata male, di animali poco idonei alla realizzazione (leggere: cane, gatto o capra).
Le scarpe dei poveri erano scure, in modo che si sporcassero poco, ed erano indossate fino a prenderci la pelle, come si usa dire dalle mie parti, cioè fino a che erano portabili. Molto in voga erano le scarpe e gli stivali di pelle di cane che non raggiungevano le cifre esorbitanti di altri tipi di pellame.

Per le scapre non esisteva una taglia come si usa adesso, ma si creavano modelli di varie dimensioni sfruttando dei particolari supporti sagomati di grandezza standard, l'acquirente sceglieva poi il modello calzava meglio.
Dal film Oliver Twist, notate le condizioni dei piedi del bambino, la maggior parte delle persone camminava scalza perchè non poteva permettersi l'acquisto di un paio di scarpe.
Per le scarpe da poveri non aspettatevi chissà quale foggia, la forma era la classica a stivaletto che arriverà fino all'epoca vittoriana, la punta era piuttosto lunga e quadrata, la tomaia era cucita con filo molto forte e il tutto era fissato da lacci di corda o di cuoio che dovevano stringere saldamente all'altezza della caviglia perchè la scarpa non sfuggisse, il che era piuttosto normale visto che la dimensione non era mai ottimale o su misura, inotlre capitava assai frequentemente che le persone si passassero le scarpe di generazione in generazione, tra prenti, amici o dalle dame di carità finchè queste duravano, col risultato che erano sempre troppo grandi o troppo strette, con le cuciture che spellavano e irritavano la pelle e la suola che si staccava.
Il modello a stivaletto era unisex, indossato da uomini e da donne, sebbene nei paesi più meridionali d'Europa, quindi Italia, Francia del Sud, Spagna e bassa Germania, le donne portassero anche i sabot, zoccoletti a punta di legno e stoffa e con un po' di tacco che scimmiottavano nella foggia le scarpe dei nobili.

I nobili
Nell'aristocrazia, invece, le cose erano moooolto diverse.
Scarpa rococò in velluto con ricami in filo d'oro
Al giorno d'oggi le scarpe sono un bene di medio consumo, la loro qualità non sempre è eccellente e sono abbinabili, ovvero un paio di scarpe può essere portato con diversi vestiti: pantaloni, gonne estive e invernali, maglie grigie, maglie nere...
Una volta non era così.
Le scarpe era un accessorio del vestito come il cappello e la borsetta che, messi insieme, costitutivano il set indispensabile con cui uscire. È curioso vedere come tutti e tre questi oggetti in epoca moderna siano poi diventati creazioni a sé stanti, senza legami con l'abito indossato, mentre una volta erano realizzati nello stessa stoffa, oppure con colori che ne riprendessero motivi e rifiniture.
Le scarpe in particolare erano costosissime anche per l'applicazione di guarnizioni pregiate, pietre preziose, passamaneria e rifiniture di classe; realizzate in seta o damasco, velluto o altri tessuti carissimi, erano costituite da una suola rigida, una tomaia in stoffa decorata e un tacco di media altezza in legno, a sua volta rifinito con pitture e decorazioni oppure rifasciato dello stesso tessuto della stoffa.

Scarpa francese 1760 in broccato con fibbia preziosa
Un paio di scarpe si indossava solo con un vestito e veniva commissionato al calzolaio portandogli la stoffa esatta dell'abito, ecco quindi che ritroviamo calzature dai colori e dalle fantasie spettacolari e molto vivaci.
Le ricche classi nobiliari d'Europa spendevano fortune per scarpe estrose e particolarissime che dovevano far parlare di sé, (cfr. Perchè la Francia fu la passerella d'Europa) un po' come fanno ancora oggi certe maison di moda proponendo creazioni al limite dell'inverosimile e praticamente importabili per più di cinque minuti (vedi qui, qui, qui e qui)


Epoca Regency
Dettaglio del ritratto di Mary Lodge
by Joseph-Francois Ducq
Questo periodo fu di transizione per le amanti delle scarpe perchè i prodotti particolarmente di lusso cominciarono ad essere meno esagerati, mentre con il consolidamento del potere borghese iniziarono ad assumere tratti meno creativi, mentre le fogge divennero più orientate al pratico.
È il periodo dello stivaletto unisex per tutte le classi sociali medio-basse, da indossare sotto i caratteristici abiti da giorno stile impero in cotone, lino e lana.
Per i ricchi e per la sera, invece, era un discorso a parte: inizia l'ascesa della ballerina.
Dettaglio Imperatrice Giuseppina by François Gerard
La ballerina era una scarpa femminile di foggia simile a quella attuale, era costituita da una suola piatta e da una struttura in stoffa o retina, satin o seta per i modelli più costosi e raffinati, ma era una autentica maledizione.
Già perchè la ballerina dell'epoca non aveva suola o, se l'aveva, era sottilissa, si sporcava quindi facilmente, era scomoda per camminarci e ballare, non avendo protezione sotto la pianta del piede, e si rompeva di nulla.

Mentre il popolo continuava a indossare scarpe al limite della tortura, i ricchi avevano trovato un nuovo modo per dilapidare le loro fortune nelle scarpe, la ballerina fu una di queste scuse. Una scarpa stupida al 100% e inadatta all'epoca.
Peccato che rimase di moda fino agli anni '50 del XIX secolo.
Era l'usa e getta del momento, insomma.

Dettaglio di The First Quadrille at Almack's



Epoca Vittoriana
Tipico stivaletto vittoriano da bambini borghesi (vedi punta lucida)
L'epoca vittoriana fu un tripudio delle scarpe quasi al pari del Settecento, con qualcosa di differente, specie nella mentalità di costruzione.
Esisteva sempre la distinzione tra classi sociali, espressa dal tacco: il tacco era sinonimo di una scarpa mediamente costosa, i poveri continuavano a indossare gli stivaletti di riciclo di parenti e amici, ma anche il costo per l'acquisto stava calando e, bene o male, anche una famiglia operaia poteva permettersi, con qualche sacrificio, di mettere ai piedi dei suoi componenti un paio di scarpe.

Tipico stivaletto vittoriano da donna, pelle nera con lacci, tacco e sagoma della gamba
La calatura per eccellenza del periodo vittoriano fu lo stivaletto femminile, caratterizzato dalla classica foggià che inizia a discostarsi dalla classica caviglia dritta per avvicinarsi maggiormente a quella della gamba, con una sagomatura più raffinata.
Gli stivaletti vittoriani potevano essere chiusi sia coi lacci che coi bottoni, erano più comodi e morbidi dei loro predecessori, tinti in prevalenza di nero e venduti in appositi negozi di scarpe, non più dal sarto o dall'ambulante. Le scarpe, inoltre, diventano intercambiabili dai vestiti, un accessorio diverso e indipendente.

Mentre gli uomini avevano a disposizione tre tipi di scarpe in base all'altezza (stivali alti, stivaletti e mocassini), per le donne si distingueva solo tra due altezze, visto che solo di recente si vedono in giro signore con stivaloni chilometrici al limite del porno-soft.

Panoramica di scarpe vittoriane
La moda delle scarpe maschili non è cambiata molto nei secoli, salvo liberarsi della noiosa fibbia da scarpa in funzione di lacci e bottoni; gli stivali vengono relegati per la caccia e la figura delle calzature assume più o meno i connotati a cui siamo abituati, mutamento forzato anche dalle innovazioni in campo di vestiti: erano infatti ormai arrivati ai pantaloni lunghi anche i più retrogradi e tradizionalisti.

Nel 1894 nasce Bata, ilcalzaturificio che tutti conosciamo per esperienza personale, cartelloni pubblicitari e slogan.
Con Bata e con altre produzioni, nascono le scarpe in serie. Se fino ad un decennio prima si continuava a pensare che la produzione delle scarpe fosse una cosa fattibile solo a mano e su misura da artigiani, ci si deve presto ricredere.

Negozio di stivali a Manchester
La scarpa in serie comincerà il suo ingresso a inizio secolo e già dopo la Guerra sarà una cosa che avranno tutti, principalmente per la sua economicità, relegando il ruolo dei calzolai ad un business di lusso per i più esigenti o per chi necessita di scarpe particolari.
Ultimamente si sta cercando di riscoprire l'importanza dell'abbigliamento e delle calzature fatte a mano e su misura, anche per rilanciare la qualità dei prodotti che, nel mercato rivolto alle grandi masse, è sempre più discutibile.
Le sarte e le camiciaie così diffuse negli anni Cinquanta e che negli anni Ottanta hanno chiuso bottega, iniziano a riaprire con una clientela limitatissima, ma comunque dei coraggiosi: devo ancora trovare cei calzolai che abbiano riaperto l'attività, ma la mia città è piccola e poco a la page, quindi forse devo andare alla ricerca dalle parti di Torino, Roma e Milano.


Links e approfondimenti
Al seguente link troverete il making of di una scarpa della metà dell'Ottocento. Una scarpa da poveri semplicissima, ma il procedimento è davvero interessante
http://www.thegracefullady.com/1860sShoes/

Qui un altro link, il tipo di scarpa è differente (col tacco, foggia da uomo e provvista di fibbia) perchè parliamo del Settecento americano, quindi Padri Pellegrini, Mayflower ecc.
Crafting shoes for a 18th century lady

Al seguente link troverete un interessante approfondimento in inglese che spiega come venivano realizzate le scarpe e da chi
Jane Austen's World - Fashionable Shoes of the 18th and 19th Centuries and How They Were Made

The Costumer's Manifesto - 18th century shoes
Miss Shoes - Shoes in 18th century Europe (1700's)
Thoght Patterns - Shoes
Victorian Ladies shoes & boots


Ciao e a presto!




Mauser





Dal film Marie Antoinette di Sofia Coppola

Panoramica di scarpe tra Settecento e Ottocento

24 ottobre 2010

Petizione per gli ultimi volumi di Emma

Cari lettori,
scoperte le petizioni online, è proprio il caso di dirlo, non si riesce a farne a meno.
Così, spinta un po' dalla curiosità e un po' da un tarlo che mi rodeva da parecchio, ho deciso di aprire anche io la mia.

Il tema della mia petizione riguarda Emma il manga di Kaoru Mori pubblicato nel 2007 in Italia da Dynit.
Il manga, disegnato splendidamente dalla bravissima mangaka giapponese racconta le vicende della cameriera Emma, che si innamora ricambiata del giovane William Jones, appartenente ad una ricca famiglia di commercianti e parvenu che lo vorrebbero, invece, fidanzato con la ricca e viziata Eleanor, figlia di un nobile, per consolidare la loro posizione in società, ancora traballante a causa del loro passato da arrampicatori sociali.
Una serie di sfortunate circostanze porteranno Emma e William a separarsi, fino ad un rocambolescio nuovo incontro alla festa di fidanzamento di lui, quando l'intero meccanismo delle relazioni dei personaggi si metterà finalmente in moto per mostrarci questi due ragazzi alle prese con un difficile amore interclasse.
Il cinico e insopportabile padre di Eleanor tramerà nell'ombra per allontanare la cameriera, lei stessa si farà suggestionare dalla propria "ragione", credendo che cotale amore sia impossibile, oltre che delterio per l'amato, tutti remeranno contro, mentre la storia prosegue per 7 splendidi volumi che catapultano il lettore nella Londra vittoriana.

Se non l'avete ancora letto, Emma è una lettura imperdibile per gli appassionati di questo periodo storico, fatto testimoniato dall'enorme ricerca che l'autrice ha condotto per scriverlo ed illustrarlo a dovere, tanto che sulla scia di Emma è stata pubblicata anche una Guida all'età vittoriana illustrata e minuziosamente spiegata dalla Mori. Naturalmente mai giunta in Italia.

Già, l'Italia, il vero tasto dolente...
Perchè non solo non è arrivata la guida, ma neanche la conclusione del manga!
Dynit, la casa editrice che l'ha immesso sul mercato era partita alla grande, con copertina ed edizione di lusso, forse un po' troppo, ma adatta al tipo di prodotto; vista l'esiguo numero di lettori, perchè diciamocelo, si tratta comunque di un prodotto di nicchia e molti non l'hanno apprezzato, ha sospeso la pubblicazione al settimo tankobon (volumetto), punto più o meno al quale si conclude una parte della vicenda principale.
Ok... ma gli altri tre?

Già, la Mori ha pubblicato altri 3 volumetti sotto il titolo di Emma Bangahein e non solo riguardanti le vicende dei personaggi di contorno, quindi Grace, la sorella di William, suo fratello Arthur o le amiche cameriere di Emma, nossignore perchè, guardacaso, in quei tre volumi Emma e William si sposano!
E mo' non possono mica mollarmi al settimo volume quando so che nel decimo succede ancora qualcosa!

Per dare voce agli altri appassionati ed estimatori, così come per far conoscere questa serie eccellente sotto tutti i punti di vista ho creato anche io la petizione.
500 firme sono il target che mi sono posta, un considerevole numero perchè la Dynit decida di pubblicare, magari anche in numero limitato, la conclusione di questa vicenda.

Aiutatemi a realizzare questo impegno! Basta cliccare sull'immagine qui sotto e firmare la petizione alla quale sarete automaticamente reindirizzati.

Firmate anche voi per leggere come si conclude la splendida vicenda
di Emma e William!


Anche se non siete amanti di manga e fumetti, vi posso assicurare che Emma è un prodotto molto diverso e molto apprezzabile.

A mio avviso un ottimo mix tra Elizabeth Gaskell, Charlotte Bronte, Dickens, Schopenhauer e Beatrix Potter, più qualcosa tipico di Georgie e Lady Oscar.

Non tutti i manga sono belli e per questo molti non li apprezzano, niente di più vero, però non fanno tutti schifo e questo vi assicuro che è un capolavoro.
Se volete leggere qualche pagina, online se ne trovano parecchie, sul sito di Mangafox certamente rintraccerete ciò che cercate e vi dico già che l'autrice dà il meglio di sè nelle scene corali, con un'attenzione al dettaglio maniacale quanto affascinante per il lettore.

Alla prossima e spero nel vostro contributo!




Mauser


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georgianagarden@gmail.com