17 marzo 2010

Il bracconaggio

Carissimi, quest'oggi ho ricevuto un interessante commento da una delle mie più assidue lettrici, ve lo riporto per chiarezza, così che possiate capire come mai io abbia assegnato un titolo tanto stravagante al post:
silvia: Mauser, posso azzardare a chiedere un approfondimento sul periodo georgiano?
Si potrebbero trovare delle informazioni su come fosse la vita di campagna a quei tempi? Dei lord, intendo.
E su come fosse regolato il sistema giudiziario? Ad esempio, se un uomo cacciava di frodo nelle terre di un lord e veniva catturato, come ci si regolava? C'era un procedimento giudiziario, o si passava subito alla pena? Morte o amputazione di un arto?
L'argomento è in effetti molto interessante, non so fino a che punto potrò approfondirlo perché, per mia sfortuna, non sono una giurista: ammetto che mi sarebbe piaciuto studiare legge, ma non ce n'è stata la possibilità e quindi in merito alle specifiche norme giudiziarie potrei essere un po' carente, di sicuro non ve le sciorinerò come faceva il Giudice Santi Licheri a Forum.

Per arrivare alla domanda di Silvia sono partita da un altro argomento, ho infatti ricevuto uno spunto interessante per approfondirne due in uno, devo quindi far slittare di qualche giorno il mio intervento programmato su Hyde Park che avevo messo in conto per oggi.


Cosa si intende per bracconaggio?
Chi, come me, segue Superquark da quando Piero Angela era ancora un giovincello (scherzo naturalmente, visto che ha un discreto numero di anni e io stravedo per suo figlio, Alberto non ti tradirò! ^_^) probabilmente sa più di bracconaggio che di politica interna e, diciamocelo, non ci vuole tanto.
Per bracconaggio s'intende caccia o la pesca di frodo, ovvero non legalizzata, certificata e permessa dall'autorità.

Bracconieri a caccia: acquaforte dell'Ottocento
Al giorno d'oggi episodi come questo sono piuttosto limitati ai grandi parchi naturalistici, in special modo pare che il Serengeti sia inflazionato di bracconieri: riguardano animali in via di estinzione, protetti dalle associazioni ambientaliste come il WWF; molto spesso essi sono cacciati per l'avor.o delle zanne o per la pelliccia pregiata [quante Crudelia DeMon esistono ancora, al mondo?].
Non siamo abituati a sentir parlare di bracconaggio per quanto riguarda cinghiali, lepri, cervi e così via, ma in realtà è proprio a questo genere di caccia illegale che si fa riferimento negli atti dei secoli scorsi.
Già, come avrete senz'altro immaginato, non si tratta di un problema moderno, bensì molto diffuso, specialmente tenendo conto che l'estensione delle proprietà reali era sterminata e che erano gli unici posti dove la selvaggina corresse liberamente per tutto l'anno salvo quando il re decideva di farsi un fagiano al forno.



Origine
L'origine del problema del bracconaggio è antica di migliaia di anni, ufficialmente viene fatta risalire al periodo del Medioevo, tuttavia sono stati ritrovati documenti scritti di epoca Egizia ed Ittita (cioè qualche migliaia d'anni prima della nascita di Cristo) che riportano una precisa normativa e una procedura burocratica da applicarsi per l'uccisione di animali di proprietà reale, cioè che vivono all'interno del palazzo, ad esempio nei giardini o negli stagni attigui. Oltre a questo, anche la caccia di bestie sacre, come i coccodrilli del Nilo in Egitto era perseguibile penalmente.
Ma limitandoci all'ufficialità, senza finire nell'ufficioso, in effetti il bracconaggio non è che una delle espressioni di ribellione all'abuso della proprietà privata.
Caccia di animali sacri in Antico Egitto
Non prendetemi per una marxista convinta, ma questa è la definizione esatta che ne viene data in alcuni testi al riguardo, mi passerete quindi il gergo da "compagno" che ho adoperato.
Tornando al discorso principale, è nel Medioevo che i poveri che vivevano nelle foreste o al limitare di queste cominciarono a cacciare gli animali del re e dei nobili, specialmente i cervi, per sopravvivere.
Teniamo anche conto che all'epoca quasi tutti i boschi d'Inghilterra erano proprietà reale e, se non lo erano generalmente appartenevano al nobile signorotto locale.

Il bracconaggio nel passato aveva infatti un significato di sopravvivenza e non di desiderio di arricchirsi come è accaduto più di recente: la gente cacciava per sopravvivere e avere di che sfamarsi quando il rigido inverno o le scarse provviste non lasciavano molto nelle dispense e nei granai.

Questo tipo di bracconaggio, uno degli aspetti di una civiltà rurale basata in gran parte sull'agricoltura e sui prodotti della terra, si esaurì quasi completamente tra Settecento e Ottocento, quando la modernizzazione portò ingenti masse verso la città e la povertà stessa si spostò dalle campagne verso i grandi centri abitati, dando forma ad altre attività criminali.

Il bracconaggio, tra Settecento e Ottocento non fu più, quindi, la mera ricerca di sopravvivenza da parte dei più poveri, ma si trasformò in uno sport e in una forma di protesta o di aggressione nei confronti dei nobili, questo processo ebbe origine già un secolo prima, nel Seicento, come forma di protesta verso le varie forme di governo che si susseguirono in Inghilterra salassando la popolazione (monarchia, repubblica, Puritani, Protettorato di Cromwell e di nuovo monarchia).
A praticarlo non erano più i disgraziati dei piccoli villaggi, ma altri nobili, figli cadetti e così via, che si accanivano nell'uccisione di animali di proprietà altrui per il gusto di danneggiare il proprietario o, almeno, il suo divertimento.


Legislazioni, giurisdizioni e normative al riguardo
Le zone più colpite dal bracconaggio tra la fine del Settecento e l'Ottocento furono quelle delle Midlands e dell'Inghilterra del sud: Suffolk, Norfolk, Sussex, Wiltshire, Oxfordshire e Devon furono molto colpite da questa piaga sociale.

Nel grafico sottostante potete vedere l'andamento dei casi di bracconaggio divisi in diverse regioni inglesi, il grafico copre un periodo dell'Ottocento, sfortunatamente non sono riuscita a trovare qualcosa di analogo anche per il periodo Georgiano, sorry...
Cliccate per ingrandire



In queste regioni particolari, dove l'incidenza era altissima, le normative ci offrono uno spaccato interessante della vita di allora, ma ancora più significativo temo che sia il modo in cui erano svolti i processi.

Il bracconiere ferito di Henry Jones Thaddeus
Dico temo perché, come certo molti immagineranno, questi erano in numero assai esiguo, rispetto all'ampiezza del crimine.
La pena prevista per il reato di bracconaggio, inoltre, era molto elevata, generalmente era applicata una sanzione salatissima (nell'Ottocento), l'incarcerazione e/o l'amputazione di una mano (nei secoli precedenti), ma in casi particolari si arrivava anche alla pena capitale, quest'ultima, nello specifico, era comminata per chi commetteva reato nei confronti di animali e riserve di caccia reali: come si è visto qualche post fa, i re avevano diritto di vita e morte sui cittadini, ma di solito non erano loro a presiedere al processo, oppure si limitavano a dire al condannato che era mandato a morte per essere stato "dispettoso" nei suoi confronti, senza tenere minimamente conto delle condizioni della famiglia e dei suoi parenti.

Molti bracconieri che cacciavano per sfamare una famiglia numerosa (e a quel tempo erano spesso sopra i dieci figli), invece, furono uccisi senza tenere minimamente in considerazione la vita della futura vedova e degli orfani, che erano quindi obbligati ad un'esistenza di privazioni, disprezzati e senza aiuti statali nonostante fosse stato proprio lo Stato a renderli tali.

In compenso, nell'Ottocento sono innumerevoli i casi di bracconaggio "per sport" o per rivalsa dove i figli dei nobili la fecero franca grazie ai loro nobili genitori e, soprattutto, alla loro nobile borsa.
Nel caso si fosse commesso reato nei confronti di un animale della corona e il bracconiere fosse un nobile, esisteva il privilegio di essere impiccati con una corda d'oro. Era un privilegio discutibile per evidenziare al popolo, che assisteva alle esecuzioni per sfogo, un po' come oggi si va al cinema, la levatura elevata del condannato.
Naturalmente nel caso di quest'ultimo crimine, spesso il bracconiere era graziato per intercessione della famiglia dopo un periodo di reclusione, ma difficilmente ucciso.

Stefano Benni, autore italiano, una volta scrisse un articolo sul vino dove si diceva che nell'antica Roma esisteva la pena del taglio della lingua per coloro acciuffati ubriachi e che la condanna venne annullata allorché in Senato le sedute cominciarono a svolgersi in perfetto silenzio: ecco, in epoca Georgiana e Vittoriana le cose andarono più o meno così, visto che il bracconaggio per sport era diffusissimo già dal Seicento, le famiglie nobiliari si mobilitarono per non rimanere del tutto senza eredi -.-'

Il vecchio bracconiere di Charles Spencelayh
Il processo per bracconaggio era presieduto dal giudice di contea, che provvedeva a punire o scarcerare coloro che erano accusati di tale crimine, visto che il bracconaggio era un reato regolato da leggi di contea, come si è detto all'inizio.

Il giudice "giusto", oltre che all'accusa, a volte calunniosa, doveva anche tenere conto della motivazione che aveva spinto l'uomo a compiere un reato nei confronti dello Stato o di un nobile, ma teniamo conto che la povertà poteva non essere una scusante; attenuanti che consideravano un lungo periodo di incarcerazione era un consistente numero di figli, magari con qualcuno ancora da nascere, e il reato nei confronti di prede minori come lepri e conigli e non cervi o cinghiali.

Nel caso di reato contro un nobile e le proprietà di questi, il criminale era giudicato dallo stesso gentiluomo che aveva derubato, poiché quest'ultimo era spesso anche giudice di contea, cioè il pezzo di terra che governava, a seguito di questa motivazione era molto diffusa la pena grave per bracconaggio, egli, infatti, in barba ad ogni legge di giustizia e legalità e obiettività giudicava chi lo aveva danneggiato.

Questa parte della legge inglese tra Sette e Ottocento è molto brutta da descrivere perché, per risparmiare in magistrati regionali e per dare potere ai nobili si trasformavano proprio questi ultimi, sfortunatamente spesso venduti, corrotti, collerici, possessivi ed egoisti, in giudici che erano, quindi, ben poco imparziali, più affini a ricevere mazzette da altri simili che a condannare i veri colpevoli, punendo invece in maniera lieve coloro che avevano forti e perdonabili motivazioni alle spalle.


Il "caso Geordie"
Non posso credere che non conosciate Geordie.
Geordie è il titolo di una canzone popolare inglese del XVII secolo raccolta poi nelle Child Ballads, precisamente è la #209.
La ballata popolare, di cui si hanno molte versioni differenti, racconta di un uomo di nome Geordie

La bottega dei contrabbandieri, ripresa da una produzione televisiva


condannato ad essere impiccato con una catena (a volte una corda) d'oro per aver ucciso degli animali di una riserva reale (a volte per aver cospirato contro il re stesso).
Geordie, insomma, è un bracconiere. La vicenda segue l'implorazione della sua fidanzata o moglie, che si reca dal re o dal giudice perché grazi l'uomo; la signora, di cui si sa solo che è molto bella, ha molti figli da Geordie, in alcune versioni 7 o addirittura 12, di cui l'ultimo ancora nel grembo, oppure che non ha mai conosciuto il padre.
Il lieto fine della vicenda esiste solo nelle ballate fino al Settecento, da quando venne introdotto un sad ending che mi ha sempre fatta piangere parecchio, ovvero a nulla valgono le lacrime della giovane e Geordie viene comunque impiccato, la legge non prevede la grazia per lui.
La corda d'oro con cui Geordie deve essere impiccato è proprio il segno che si tratta di un nobile o del figlio di un nobiluomo.

La moglie implora in tribunale per la salvezza del contrabbandiere


Di questa canzone ne esistono centinaia di versioni, a noi sono giunte solo le più tristi [come al solito >_>], di queste molto apprezzabile è quella cantata dalla nota cantante folk Joan Baez, che ha interpretato molte delle Child Ballads con la sua limpida voce.
A me personalmente piace molto anche quella cantata da Chyi Yu, cantante cinese dal timbro cristallino, sullo stesso testo di quella della Baez.

Negli anni settanta, inoltre, il noto cantautore genovese Fabrizio De André [genovese come me ^_^] ne ha trascritto le parole, riarrangiando la melodia in una versione che è passata alla storia, specie nel suo duetto proprio con Joan Baez.

Per finire, nel Duemila Gabry Ponte, noto cantante di musica dance, ne ha fatto un remix con alcune variazioni, per esempio qui Geordie è giovanissimo
non ha vent'anni anco-ra

ed è proprio in virtù della sua età che la donna domanda la grazia, chiedendo che sia impiccato quando sarà più vecchio
cadrà l'inverno anche sopra il suo viso,
potrete impiccarlo- allora
la versione è orecchiabile, io stessa ho scoperto Geordie proprio tramite questa strada, ma la consiglio solo a chi riesce a tollerare la musica dance e piuttosto commerciale: la canzone ha comunque avuto un grandissimo successo.

Ecco il testo di De André:
Uomo
Mentre attraversavo London Bridge
un giorno senza sole
vidi una donna pianger d'amore,
piangeva per il suo Geordie.

Donna
Impiccheranno Geordie con una corda d'oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.

Uomo
Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
sellatele il suo pony
cavalcherà fino a Londra stasera
ad implorare per Geordie

Donna
Geordie non rubò mai neppure per me
un frutto o un fiore raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.

Insieme
Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso,
non ha vent'anni ancora
cadrà l'inverno anche sopra il suo viso,

Uomo
potrete impiccarlo allora

Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare,
anche se piangeran con te
la legge non può cambiare.

Insieme
Così lo impiccheranno con una corda d'oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re

Uomo
vendendoli per denaro.

Altro bracconiere famosissimo, sebbene non Vittoriano o Georgiano è stato Robin Hood, che cacciava i cervi nella foresta del re (naturalmente Sherwood); a questo espidio si fa riferimento nella tradizione classica del ladro dal cappuccio verde, viene inoltre citato in diversi film, compreso la commedia di Mel Brook Robin Hood: un uomo in calzamaglia, dove lo sceriffo, balbuziente come Dotto il nano di Biancaneve dice ridicolmente

Robin: E che cosa ha fatto il ragazzo?
Sceriffo: Ha osato cervare un ucciso del re... ehm... ha osato uccidere un cervo del re
Bene, spero che mi perdonerete, le immagini sono poche, in giro non c'è molta documentazione al riguardo...

Nel libro di Theresa Tomlinson La donna della foresta, inoltre, Robin e Marian partecipano a diverse battute di caccia al cervo, rischiando anche di farsi acchiappare più di una volta, specie per la disattenzione di lei nel lasciar colare il sangue della bestia sul prato.

Altro riferimento viene fatto in un libro di ambientazione Puritana, cioè durante il protettorato di Lord Cromwell (1600-1650 ca.), dove il protagonista, anche lui nobiluomo che fa da bandito, Justin Blake, caccia di frodo nella foresta coi suoi compagni di giustizia. La protagonista, Honor lo scopre durante la vicenda, tratta da In nome del re: l'uomo mascherato.

Bene, ora vi saluto, lascio qualche riferimento, ma in giro c'è davvero poco ç_ç

Per la stesura di questo post mi sono rifatta al documento Rural and Urban Poaching in Victorian England, rintracciabile online, naturalmente in inglese. Lo consiglio assolutamente per approfondire maggiormente l'argomento.

Bacioni



Mauser

13 marzo 2010

The Young Victoria: recensione del film

Ciao a tutti, come state? Spero bene, io sono più morta che viva e per ripigliarmi di questa settimana senza tregua mi sono data ad un po' di cinema, con un coraggio che non credevo di avere (detesto le storie senza lieto fine), mi sono guardata La città proibita di Zhang Yimou, la seconda stagione di Bones e anche il famigerato The Young Victoria, con un po' di anticipo sui tempi ^_^
Dopo averlo visto mi sento finalmente pronta per scriverne una recensione adeguata.
Devo ammettere che avevo molte aspettative su questo lungometraggio e giudicavo le pretese davvero significative, tuttavia, alla fine anche questo si è rivelato un fallimento, sembra che nessun regista, ma soprattutto nessuna attrice riesca a calarsi nella parte della Regina Vittoria, o forse sono io che faccio troppe storie perchè sono molto appassionata della vita di questa donna e quindi anche molto schizzinosa sui prodotti commerciati che la riguardano.

La trama del film, credo che ce la potremo risparmiare, riassumibile come la storia di Vittoria dai suoi diciotto anni fino alla nascita del primo figlio.

Della serie: cosa volevano raccontare?
La salsa in cui è proposto il film è chiaramente romantica. Ma se posso perdonare al regista questa caratteristica, dopotutto l'amore esiste per tutti e anche per i re, più difficile mi riesce tollerare l'atmosfera veramente noiosa, il fatto che non abbia assolutamente un filo conduttore, che la storia di Vittoria e Alberto sia analizzata appena, quasi un pretesto, e poi mezza dimenticata: io credo che se si vuole fare un film su due innamorati questi dovrebbero essere al centro della sceneggiatura, invece qui Alberto è un po' dimenticato, poco approfondito, se non addirittura sminuito.
Olre alla vena assai nascosta di romanticismo che pervade l'intera pellicola, tutto il film risulta un po' troppo modernizzato, specie nella figura di Vittoria, per essere credibile al 100%, ma facciamo anche al 50...

Comprendo che senza un punto di incontro tra i lettore e la storia questi non apprezzerà a sufficienza il film.
Purtroppo questo punto d'incontro nel cinema moderno sembra dato solamente dalle problematiche dei protagonisti;questo è ignorabile per un film contemporaneo (dove invece le problematiche sono sempre delle più assurde) ma per uno storico, dove i personaggi vivono in un'epoca diversa, di sicuro molto differente dalla nostra per usanze, costumi e tradizioni, e questo blog ne è una prova, è un po' ridicolo pensare che Vittoria possa aver avuto i pensieri e le problematiche di una diciassettenne moderna.
Nell'Ottocento, vorrei ricordare, non si parlava di sesso in pubblico, non si facevano scenate, non ci si comportava senza contegno e così via, tutte cose che questo film sembra essersi dimenticato.

Finale insipido.

Slang da terzo millennio???
Una cosa che mi ha lasciata particolarmente perplessa è stato il modo di parlare degli attori, non so sei sia un problema della sceneggiatura originale o del doppiaggio itialiano (voglio sperare che sia quest'ultimo visto che fa sempre più schifo e una volta non più non cambierebbe molto...), fatto sta che Vittoria ed Alberto, così come Lord Melbourne e anche gli altri attori si parlano confidenzialmente e colloquialmente senza avere la minima idea di cosa fosse il rispetto dovuto dalle parole.
Sarò io che, studiando coreano e, quindi, anche tutta la complessa struttura della frase dalla meno alla più formale sono più sensibile a questo tipo di approccio linguistico, ma francamente darsi del TU mi sembra un po' eccessivo, in particolare se a farlo è l'amante della madre di lei, il patrigno, insomma (O.o') una persona del tutto priva di autorità. Senza contare che anche in famiglia, nelle più strette intendo, non era scontato darsi del tu o parlare informalmente con gli altri parenti...
Penso che se ad un certo punto Alberto si fosse rivolto a Vittoria con una frase del tipo
Ah Vitto', stai scialla che qui tanto non ti tirerò mai il pacco!
Se ti servo mandami un mess
Insomma, una parodia alla Zelig. Non mi sarei stupita più di tanto, il tono delle conversazioni meno drammatiche era su questa scia.

Dal punto di vista del pathos, la drammaticità era assolutamente inesistente, ma ammetto che Rupert Friend ha dato vita ad un principe Alberto malinconico che ho particolarmente apprezzato.

Oltre a questo, gli autori sembrano credere che basti una parolina forbita qua e là per dare un certo tono alla conversazione, uno stratagemma deprecabile a dire poco, specialmente visto che il livello dei discorsi è peggio di quello di un bambino di seconda media.
Ricordo una battuta da C'è post@ per te, il mio film preferito dove Meg Ryan, che interpreta una libraia di nome Kathleen Kelly, dice a Tom Hanks, alias Joe Fox, imprenditore rampante, di leggere assolutamente Orgoglio e pregiudizio, avvalorando il suo consiglio dalla seguente frase:
Un lessico da perdere la testa, parole come: laddove... iattura... tripudio... leggilo, sono sicura che ti piacerà!
Ebbene, qui siamo messi molto peggio, le parole forbite sono: "assai",

Carenza storica
Se qualuno riesce a trovare il filo conduttore della storia, per piacere me lo faccia sapere, io non sono riuscita a trovarlo. Seguo anche io il fatto che sia la storia della "prima" Regina Vittoria, della sua giovinezza sul trono e di alcuni suoi errori, ma in effetti il film mette un sacco di carne al fuoco e non approfondisce nulla: vuole parlre della sua posizione politica, dei suoi errori, della sua situazione famiglia, del suo rapporto con Alberto e così via, senza però addentrarsi troppo nell'uono o nell'altro e facendo in modo che le tre situazioni si risolvano tutte grazie all'altra, in un processo fin troppo usato al cinema, ma poco adatto ad una pellicola storica, per di più ispirata a fatti reale.

L'attendibilità è abbastanza curata, se si esclude il pezzo riguardante l'attentato. Anche l'arrivo della notizia della morte del re è trattata, secondo me, con eccessiva superficialità, così come credo che sia un po' forzato il triangolo madre-amante di lei-Vittoria.

E hanno saltato a piè pari la parte dell'incoronazione, che forse non era poi così secondaria. Insomma, il trailer vale molto più del prodotto finale.


Attori
Gli attori, sarò sincera, non mi sono piaciuti.
Nell'analisi delle locandine, ricorderete, mi ero dichiarata a favore di una Emily Blunt nei panni della Regina, ma guardandola recitare mi sono accorta che proprio non ci siamo: meglio rimandarla ad un ruolo alla segretaria di Miranda ne Il diavolo veste Prada perchè la nostra attrice non possiede l'autorevolezza di una sovrana, tantomeno una capacità di recitazione raffinata a sufficienza per interpretare quel ruolo.
Senza contare che Emily sembra più grande della sua età (per non dire vecchia, visto che ha meno di dieci anni più di me ^_^) e dimostra espressioni ed atteggiamenti che non si confanno molto ad una regina appena diciottenne alle prese col primo amore e così via, la vedrei piuttosto nel ruolo della donna in carriera alla Diane Keaton in Baby Boom.

Rupert Friend, invece, ha interpretato un affascinante quanto malinconico principe Alberto (per piacere, chiamatelo Sassonia Coburgo Gotha e non Sax Coburg Gotha come nel film, è orribile -.-'), esattamente come nella realtà, a lui è stato dato poco spazio, qualche accenno, riferimenti. Tutto troppo veloce.
A differenza di quanto accaduto con Emily Blunt, ero perplessa sulla scelta di questo interprete, avevo visto delle foto su internet e, cadaverico com'era, con le guance scavate e le occhiaie marchiate sembrava pronto per Intervista col vampiro.
Invece Alberto è un bel personaggio, dolce, gentile, appassionato di musica (adora Schubert); direi che è l'interprete più fedele di tutti, una pedina nel film e nella vita reale come lo è stato il principe consorte tra le grinfie di Leopoldo re del Belgio e dei suoi molteplici parenti.
Quando suona mi fa perdere la testa, in questo ruolo (e solo in questo, badate ^_^) potrei quasi direi che me lo sposerei anche io.

Per i personaggi secondari sono piuttosto delusa: Lord Melbourne fa solo la figura del dongiovanni, quando invece è stato anche un discreto Primo Ministro, qui sembra che agisca solo in funzione dell'amore che Vittoria probaba per lui, infatuata come una ragazzetta, ma in realtà l'appoggio della Regina al suo partito era puramente ideologico e sono ben poche le calunnie che affermano che lei avesse una relazione con l'uomo, sebbene il loro rapporto fosse stretto e le sue idee ben conosciute.
Poi c'è la madre: la detesto con tutta me stessa, ma ammetto che ha interpretato con devozione la sua parte e per questo non posso lamentarmi.
La cameriera di Vittoria appare decisamente troppo autoritaria perchè sia credibile, in compenso, cosa non detta, è veritiero il suo comportamento perchè non era semplicemente una cameriera, ma una delle intriganti più ficcanaso del regno e co-autrice del progetto che ha visto la sua conclusione nel matrimonio di Vittoria e Alberto.
Poi c'è l'amante della madre, forse lo avrete riconosciuto è lo stesso che interpreta il cattivo di Sherlock Holmes, ma in quest'ultima parte è stato più credibile e decisamente un attore migliore, mentre qui è solo un violento (e frustrato), il solito poveraccio che pretende di diventare qualcuno manipolando i potenti con la scusa della famiglia e dell'intimidazione.
Il Re d'Inghilterra ha l'aspetto un po' troppo da contadinello perchè sembri davvero un monarca e le sue sfuriate contro la madre di Vittorian decisamente poco credibili e poco degne di un sovrano.
Leopoldo re dei Belgi, anche se non ha lo spirito di recitazione, fa la sua parte senza lode e senza infamia.
Infine il fratello di Alberto, l'unico personaggio dotato di cervello in tutto il film e anche l'unico che dica cose sensate. Si vede che è fratello del futuro principe consorte perchè Alberto è l'altro personaggio che esprime un briciolo di buon senso.


Parallelismi con Marie Antoinette
Il costumista di The Young Victoria aveva dei seri problemi, di tutti gli abiti indossati da Vittoria e dagli altri personaggi, non ce n'è uno apprezzabile, in compenso si sprecano gli effetti speciali che scimmiottano il film di Sophia Coppola, del tutto fuori luogo.
Il parallelismo casca fin dal primo momento, considerando che le due donne, i due periodi e le due culture erano quasi diametralmente opposti.
Se Maria Antonietta era il simbolo del lusso, dello sfarzo e dell'eccesso, forse per compensazione del suo triste, vuote e deprimente matrimonio francese, Vittoria incarna l'ideale di moglie e madre devota, guida ferma e salda di un Paese che non si lascia trascinare allo sbando, che non eccede. E felicemente sposata con nove figli.
Nel caso di Maria Antonietta è stat lei, l'Austriaca ad andare alla corte di Francia per sposare il Delfino futuro Luigi XVI, mentre per Vittoria è stato Alberto, un tedesco della casata dei Coburgo Gotha a spostarsi, ecco quindi che il ruolo di queste due donne, già dal punto di vista storico (e soprattutto per quello) è diversissimo.
Perchè quindi cercare di accomunarle richiamando alcuni effetti del film sulla regina di Francia, ben sapendo che non si sarebbe potuta ricreare la stessa atmosfera e frizzantezza?
Non è un po' come darsi la zappa sui piedi?

Naturalmente tutto quello che ho scritto in questa recensione è una mera opinione personale. Al film The Young Victoria darei un 6, con riserva.
Guardatelo se non avete di meglio da fare, non è rilassante perchè la storia non ha un filo conduttore, ma per passare il tempo credo che vada bene. Assolutamente sconsigliato chiedere ad amici e fidanzati/e di guardarlo con voi, si annoierebbero soltanto.

Ora scappo, spero che non ve la prenderete se sono stata così caustica con quest'opera.

Baci



Mauser

11 marzo 2010

Essere matti come un cappellaio

Conseguenze e malattie dalla vita di un cappellaio
Oltre ad essere un lavoro difficile dove si richiedeva grande maestria, quella del cappellaio era anche una professione non molto salutare e diciamolo pure, abbastanza ingrata dal punto di vista sociale.
Per creare un cappello, infatti, venivano impiegate sostanze altamente nocive per l'organismo, tra cui mercurio, arsenico, antimonio e malachite.

A causa di questi composti, specialmente dei vari metalli pesanti adoperati nella realizzazione, si avevano conseguenze non da poco, come una sinistra colorazione arancione fosforescente dei cappelli, l'irroramento eccessivo degli occhi, il cambiamento di colore delle iridi ad un verde accesso e, naturalmente, non pochi segni di pazzia.

Vediamo qualche dettaglio e le conseguenze che poteva avere...

Mercurio: adoperato per dare al cappello un particolare tipo di durezza del tessuto ed impermeabilità, è una sostanza altamente tossica [lo sanno anche i bambini dell'asilo, che probabilmente hanno conoscenze di chimica ben più avanzate delle mie], specialmente se ingerita o messa a contatto con la pelle.
Gocce di mercurio
Poichè spesso i cappellai provavano sulla loro stessa testa i cappelli che fabbricavano senza che questi fossero ancora stati incerati e foderati di raso e seta (che dovevano proteggere sia il cappello che la testa dell'indossatore), il mercurio depositato nella stoffa entrava spesso a contatto coi capelli del cappellaio.
Il mercurio era il principale responsabile della stravagante colorazione aranciata della chioma dei cappellai, che rasentava la fosforescenza, proprio a causa della nocività del mercurio.

Oltre a questo l'avvelenamento minimo ma prolungato da mercurio genera anche diversi scompensi psichici, causando un alternarsi continuo di umori, in una malattia indotta simile al bipolarismo: questa malattia è chiamata proprio Sindrome del Cappellaio o, in inglese, Mad-Hatter Disease.


Malachite
Malachite: la malachite è una pietra dura di colore verde estratta in cave. Assieme all'antimonio e all'arsenico entrava a far parte di preparati molto comuni per la colorazione della stoffa e, nello specifico, del feltro. Molti metalli pesanti come il piombo erano adoperati per questo compito.
La malachite, tuttavia, se tenuta eccessivamente a contatto con l'organismo ed inalata, oltre ad essere radioattiva (sebbene in quantità limitatissima) creava anche significativi impedimenti alle vie respiratorie e conferiva alle iridi del soggetto una caratterista colorazione verde acceso.
Cristalli di antimonite
Si può dire che tutto ciò che sia fosforescente abbia un fondo di radioattività o sia cancerogeno...


Antimonio: sebbene la chimica mi piaccia, temo che il mio gergo scientifico sia piuttosto carente, preferisco quindi riportare la definizione delle problematiche che ne fa Wikipedia:
A piccole dosi provoca mal di testa, confusione e depressione; a dosi più alte provoca attacchi di vomito violenti e frequenti e porta alla morte nell'arco di pochi giorni.
Anche l'antimonio era utilizzato nella produzione di cappelli come infeltrente e rinforzante delleproprietà del tessuto, questa proprietà si è trasmessa nel mondo moderno come effetto ignifugo, cioè repellente al fuoco e alla fiamma.


Arsenico: l'arsenico e molti dei suoi composti sono veleni particolarmente potenti. L'arsenico uccide danneggiando in modo gravissimo il sistema digestivo, inutile dire che non faceva di certo il bene dei cappellai che lo impiegavano sempre per la produzione dei cappelli.


Come è facile notare, molte delle sostanze impiegate nell'arte dei mastri cappelli [sembrano i mastri chocolatier della Lindt =P] erano metalli pesanti. Questo non deve assolutamente stupire perchè nel passato era particolarmente comune, se non l'unica strada, ricavare le colorazioni resistente dai suddetti metalli, vista la loro resistenza all'acqua e alla corrosione o all'attacco di certuni agenti atmosferici.
Così il piombo o l'arsenico erano usati nella colorazione verde, chiamata brilliant green, adoperata per tappezzerie e rivestimenti murari e sulla cui confezione spiccava il teschio con le ossa incrociate simbolo di sostanze velenose: non male vivere in una stanza con le pareti che ti trasmettono continuamente radiazioni e sostanze che finiranno per ucciderti, davvero allegro! Ma sempre meglio averle le pareti e un tetto sopra la testa che abitare sotto un ponte e, diciamocelo, purtroppo in epoca vittoriana e georgiana la gente che viveva per strada era moltissima.

Una curiosità sul brilliant green è il fatto che esista un gruppo Jpop (cioè di musica pop giapponese ^_^) che si chiama proprio così e che io apprezzo abbastanza, nello specifico la vocalist Tommy Hevenly6 che ha una voce splendida.


Dalle riflessioni sul mestiere dei cappellai e sulle conseguenze che esso aveva sui suoi uomini è facile intuire che molte delle malattie e delle pazzie scaturite da questo mestiere nascevano da una impropria conoscenza chimica e dall'impiego di sostanze tossiche, oltre al fatto che i cappellai erano continuamente a contatto con le suddette sostanze: provandosi i cappelli, toccando la stoffa, immergendola continuamente nei calderoni di soluzioni di antimonio o arsenico, di certo non si facevano del bene.

Quando l'inevitabile epilogo non arrivava troppo presto a causa del prolungato contatto con metalli pesanti, e il resto dei preparati velenosi, la loro salute mentale era già logorata da un pezzo [la gente li tollerava perchè ciò generalmente non influenzava il loro lavoro, ma anzi li rendeva "creativi"].

Ecco quindi perchè si dice la famosa frase Essere matti come un cappellaio, perchè la professione rendeva necessariamente un po' tocchi, il contatto che non poteva essere evitato, anche se breve, lasciava comunque i suoi strascichi sulla psiche e, soprattutto, sulla stabilità di essa.


Riferimenti letterari
Il primo riferimento certo a questa frase è uno scritto del 1835 da parte dell'autore canadese Thomas Haliburton, il cui titolo è The clockmaker; or the sayings and doings of Samuel Slick of Slickville.

Il cappellaio matto Diseny
La frase è anche una delle più famose del lbro Alice nel Paese delle Meraviglie e del seguito Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carroll, dove viene spesso ripetuto che, per vivere in un posto come il Paese delle Meraviglie, dove Alice si ritrova, bisogni essere matti come una cappellaio.
[Inutile dire che bisognava essere un bel po' fuor di melone...].

Oltre a questo riferimento specifico alla frase, nel libro compare anche la figura indimenticabile del Cappellaio Matto, abbinato alla Lepre Marzolina, anche conosciuta attraverso il film Disney come Leprotto Bisestile (io preferisco questo nome, ihihihih).

Il Cappellaio, che ha avuto diverse trasposizioni in attori e animazioni, non brilla però certo per sanità mentale, sebbene sia estremamente lucido dall'inventarsi la festa del Non Compleanno, che si celebra 364 giorni l'anno contro l'unico del compleanno [mica scemo l'amico! Ma siamo sicuri che fosse matto???], insomma, alla fine lui e il Leprotto ci guadagnano.
Oltre a questo dettaglio, su cui si può discutere a lungo, ha però la mania di bere il tè versandolo nel colletto o nei polsini, adoperando strane teiere e addirittura il suo famosissimo cilindro 10/6, rimasto senza fallo nell'immaginario collettivo come uno dei simboli di Alice.

Tra i cappellai famosi ricordiamo, per esempio, la Sophie di Il castello errante di Howl, protagonista sia del libro di Diana Wynne Jones sia della trasposizione animata dello Studio Ghibli, diretta dal maestro giapponese Hayao Miyazaki [guardate qualsiasi cosa di suo, anche un filmetto, anche una scemata e vi innamorerete del modo di raccontare di quest'uomo! Parola di una supercritica come me...] che preferisco in tutto e per tutto. Sophie, infatti, prima di essere vittima di una maledizione e di incontrare Howl lavora come cappellaia nella bottega di famiglia, facendo un lavoro monotono e noioso, sebbene le piaccia abbastanza; il padre di lei, cappellaio a sua volta e proprietario del negozio, si sa che è morto e che la causa, probabilmente, è un avvelenamento da sostanze tossiche usate nella fabbricazione dei copricapi.

beh, ora scappo, bacioni



Mauser

10 marzo 2010

Il cappellaio

Ispirata dal trailer di Alice in Wonderland che ho visto venerdì scorso al cinema, ecco che mi accingo ad andare a rimpinguare le fila delle professioni del passato aggiungendone una nuova: quella del cappellaio.


Johnny Depp come Cappellaio Matto
Scrivendo e cercando informazioni varie per questo post, mi sono sorte spontanee due considerazioni, la prima è vedere come nei secoli prima del nostro fosse molto comune avere professioni diversificate per il target, specialmente in base al sesso. Questo lo posso comprendere in un mestiere come quello del sarto, dove le differenze tra il formare un abito da uomo e da donna fossero molteplici, ma in una cappelleria? Insomma, mi è parso quantomeno particolare scrivere un post sul cappellaio e scoprire che dovrò scrivere una sezione anche per la cappellaia...


La seconda osservazione è: ma perchè accidenti tutte le informazioni che si trovano in giro sul cappellaio riguardano esclusivamente il Cappellaio Matto di Alice?
Più precisamente, col nuovo boom di Tim Burton's Johnny-Depp-Pirata-dei-Caraibi come Mad Hatter pare che non ce ne sia mai stato un altro... non ce ne saranno stati nel passato, di cappellai?


Vabbè, sorvoliamo su questi pensieri da mente malata e parliamo un po' del personaggio.
La figura del cappellaio era molto importante nel passato, questo perchè il cappello non era esclusivamente un vezzo, un accessorio non indispensabile come oggi, ma una parte fondamentale del vestiario.
Il cappello aveva tre funzioni:
  • Abbellire e/o ostentare ricchezza
  • Proteggere
  • Simboleggiare sottomissione e rispetto
Ma di questo parleremo in un post dedicato.

Essendo un particolare fondamentale della vita sia per i poveri che per i nobili, naturalmente esisteva un vero e proprio commercio di cappelli.
Le donne borghesi compravano dalle cappellaie supporti e materiali per la fabbricazione, poi confezionavano i loro copricapi a casa, adornandoli come preferivano, seguendo o meno i dettami della moda e del proprio gusto, guarnendoli con fiori, rami, piume e nastri; per le occasioni più formali, invece, acquistavano modelli già confezionati da professionisti.


Per gli uomini invece la questione era più complessa. Nello specifico per i benestanti perchè non indossavano un cappello floscio di stoffa confezionabile a casa, bensì un cappello rigido di difficile produzione casalinga.
I cappelli da uomo, se di alta qualità, erano creati su misura, appositamente prendendo le misure della testa come si fa per i vestiti o per le macchine fuoriserie.
Le grandi maison e le cappellerie di classe londinesi, come quelle di Bond Street, avevano anche la particolarità di numerare le loro produzioni ed inventarono le targhette del negozio, piccole strisce di seta o cotone ricamate con il nome dell'attività e l'indirizzo; al giorno d'oggi pare comune che tutti gli abiti abbiano l'etichetta, soprattutto con la produzione seriale di capi d'abbigliamento, ma in passato questa caratteristica non era così comune.
Ma a parte qualche caso di super lusso con creazione su misura come accade ancora adesso, la cappelleria fu una delle prime espressioni della produzione in serie di capi d'abbigliamento e accessori: esistevano (ed esistono ancora adesso) misure standard per la circonferenza cranica, il cliente si provava il cappello, sceglieva quello che calzava meglio e poi lo acquistava.
Questo però prevedeva che tutte le decisioni sul cappello fossero prese dal cappellaio: tessuto, guarnizioni, forma, altezza, ecc. Tutto era a discrezione del cappellaio.


Le cappellerie impiegavano da una a molte persone, a seconda di quanto erano prestigiose, dei prodotti che vendevano e della loro posizione e clientela.
Rivista femminile dell'Ottocento
I cappellai che lavoravano i cappelli erano una figura professionale interessante che sfortunatamente è quasi estinta nella nostra società: compito loro era creare tramite strisce di tessuto, legno e stoffa, cappelli favolosi, cilindri, fedora, borsalini, copricapi deliziosi per ogni occasione.


Creare un cappello
Il processo di creazione di un cappello era supervisionato interamente dal cappellaio, sebbene alcune parti più dure fossero svolte da alcuni assistenti o garzoni o apprendisti.

La creazione di un cappello prevedeva innanzi tutto la scelta del tessuto da parte del cappellaio che, come per tutti i mestieri analoghi, aveva un tatto e una sensibilità particolare verso le stoffe e il risultato che poteva scaturirne: la stoffa cambiava a seconda del tipo di copricapo e dell'uso che se ne voleva fare;
Come detto poco sopra, a parte rari casi tutte le decisioni erano del cappellaio e non del cliente.


Dal taglio originale di stoffa si ricavavano le parti per la tesa e per la "cupola" del cappello, ovvero la parte cilindrica o quella bombata, a seconda del modello.


Il tessuto andava poi trattato con sostanze rinforzanti o infeltrenti per dargli determinate caratteristiche di impermeabilità o infeltrimento, piuttosto che rigidezza e resistenza.
Il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile
Gli effetti si ottenevano grazie a ripetuti bagni in pentoloni di soluzioni bollenti. Era a questo punto che si sceglievano colore 8se il tessuto non era ancora colorato) e grado di durezza del tessuto.

A quel punto era pronto per essere sagomato a mano dal cappellaio, generalmente il più anziano ed esperto della bottega; a seconda del tipo di tessuto e della foggia del cappello, si potevano adoperare dei supporti rigidi, come listarelle di legno molto flessibile e leggero (faggio o betulla, piuttosto che canna di fiume), oppre cartone, ma i veri cappellai, i maestri, preferivano dare la forma e la rigidezza al cappello esclusivamente con ripetuti passaggi in sostanze chimiche apposite, tra cui spiccava il mercurio, e una tornitura e sagomatura manuale.


Un'illustrazione della prima edizione di Alice di Carroll
Con una sapiente lavorazione manuale, il cappello a cilindro o la fedora, piuttosto che il bicorno o il tricorno prendeva forma sotto le abili dita del cappellaio, che lo rendeva perfetto per il cliente, terminando il suo lavoro con raffinate rifiniture in raso o velluto, foderando l'interno con stoffa pregiata ed applicando la targhetta distintiva della bottega dove era stato prodotto.
In alcuni casi, come nel campo militare, i cappelli erano guarniti con applicazioni e bottoni, passamaneria e cordoni che rispecchiassero il grado dell'ufficiale che li indossava.


Un po' di storia
Si calcola che i cappellai lavorarono moltissimo durante l'epoca napoleonica. poichè il Corso pretese per i suoi soldati divise nuove, cucite di tutto punto e, naturalmente, comprese di copricapo appariscente.
Sfortunatamente non fu per i cappellai un periodo di altrettante entrate economiche, visto che Napoleone pretese che lavorassero praticamente gratis, sostenendo che il loro lavoro fosse DOVUTO allo Stato e una specie di compenso per aver avuto il privilegio di abitare in un Paese come la somma Francia [altro che privilegio, quattro sberle dovevano dargli!!!].


Panoramica dei copricapi da 1700 a 1850
Ma il paese dove maggiormente i cappellai fecero affari fu l'Inghilterra che, come per molto altro, fu la vera locomotrice d'Europa durante l'Ottocento, povero e pieno di miseria, provato dalla sanguinosa guerra con Napoleone il cui fantasma aleggiò fino a metà secolo.

La moda dei cappelli e la professione dei cappellai è antichissima, greci e romani già la conoscevano e sperimentavano la loro maestria, ma fino al Seicento, Settecento, essa rimase indissolubilmente legata alla figura del sarto, che oltre alle vesti confezionava anche cappelli; dal Settecento in poi, con l'avvento dei cappelli rigidi come bicorno e tricorno, e la grande moda del lusso che investì le corti francese e spagnola, le due professioni cominciarono a distaccarsi: comparvero le prime cappellerie, mentre a corte compariva il ruolo di "cappelaio del re" non pià come un semplice sottoposto del sarto di corte, ma una professione di rilievo tenuta in grande considerazione.


Si considera l'inizio dell'arte dei cappellai con l'avvento delle prime botteghe dedicate, per questo dovete immaginare un negozio simile ad una grande merceria, completamente pieno di eleganti cappelli riposti sui supporti e sui servi muti, oppure adagiati con cura sugli scaffali.
E in tutto questo mondo, il cappellaio che si muove tra le sue creazioni come Ollivander's tra le sue bacchette magiche, conoscendole una per una perchè è stato lui stesso a crearli.
Trovo molto affascinante il lavoro dei cappellai che riassumevano in loro la figura degli scienziati pazzi, dei chimici, dei sarti e degli artisti e allo stesso tempo anche quella dei commercianti.


Vita sociale di un cappellaio
Rappresentazione di una cappelleria
A differenza dell'importanza delle loro creazioni, i cappellai non erano tenuti in grande considerazione nella società media sia di epoca Georgiana che Vittoriana, questo perchè, sebbene possa non sembrarlo, facevano un lavoro molto duro e le sostanze tossiche con cui erano continuamente a contatto incrinavano la loro sanità mentale, rendendoli un po' matti e senza dubbio svitati.


Molti cappellai terminavano la loro carriera soli e abbandonati da tutti per via della loro eccentricità causata dalle sostanze tossiche o cancerogene con cui erano a contatto; alcuni, vittime di pesanti fumi tossici, erano addirittura rinchiusi in manicomio a causa delle loro manie e stranezze e del loro aspetto senz'altro singolare.


Cappelleria da donna
Cappelleria femminile
La cappelleria femminile, corrispettivo di quella maschile, era uno dei centri mondani delle città e dei paesini, dove le signore si incontravano e chiacchieravano, guardando i cataloghi di modelli provenienti da Parigi o da Londra,scegliendo i modelli come in sartoria e chiedendo abbinamenti più o meno vistosi per i cappellini esposti.
Il cappello femminile merita senz'altro più posto di qualche riga a fine post, specialmente nelle sue fogge più particolari, come quella definita bonnet, il cappellino che tanto siamo abituati a vedere nei period dramas e nei film in costume.


La cappelleria femminile, tripudio di fascino e femminilità, era un luogo sacro per le signore, sede di succulenti pettegolezzi e di notizie e scandali.


Come per la cappelleria maschile, dovete immaginare un negozio invaso di cappelli e cappellini, a tesa larga o stretta, bonnets, fedora da donna, cilindri femminili, copricapi e decorazioni, piume, fiori, ornamenti.
C'erano sia cappelli di stoffa flosci, simili ai moderni bachetti, sia rigidi, tricorni, bicorni ecc.
In cappelleria, inoltre, si compravano anche i guanti che, come si sa, erano un accessorio fondamentale in epoca georgiana e vittoriana.

Bacioni a tutti e a presto!



Mauser






Sophie, la protagonista de Il castello errante di Howl fa la cappellaia


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