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21 febbraio 2013

L'omnibus

Cari lettori,
come state? Tra un post e l'altro continua a passare ancora tanto tempo, ma sto facendo del mio meglio per continuare ad aggiornare ogni volta che ne ho la possibilità. Questa volta l'occasione è venuta da un'influenza di troppo che mi ha costretta a casa una settimana, ma che mi ha lasciato anche un paio di giorni abbastanza lucida da poter abbozzare un post senza che apparisse del tutto ridicolo o apparisse scritto da un drogato all'ultimo stadio.

An Omnibus Passing The "Three Compasses Inn"
by James Pollard
Oggi ho deciso di rispolverare un po' i mezzi di trasporto del XIX secolo per vedere come era strutturato il trasporto urbano durante il regno dell'ultimo re Giorgio (IV) e fino ai primi del Novecento. Volevo soffermarmi su un mezzo, l'omnibus, antenato delle moderne linee urbane di autobus, tram e metropolitana.

13 settembre 2012

Una vita per la musica

Cari lettori,
quanto tempo dal mio ultimo post! Mi vergogno così tanto di aver lasciato trascorrere tanto tra un intervento e l'altro, ma come avevo accennato in passato purtroppo gli impegni e qualche novità nella mia vita hanno reso gli attimi dedicati alla scrittura estremamente rari e difficili da sottrarre alle incombenze quotidiane tra le più serie e le più futili.

18 giugno 2012

Bibliografia dei post sullo sfruttamento minorile

Come promesso, ecco finalmente la tanto sospirata bibliografia/sitografia e co.
Ho preferito dividere tutti i libri e siti consultati al riguardo in diverse categorie in modo che ciascuno possa decidere liberamente dove direzionarsi, come sapete non sono una fan del saggio ad ogni costo, credo ci siano opere di narrativa e documentari altrettanto validi nella descrizione della società e delle condizioni sociali del tempo.

9 giugno 2012

Lo sfruttamento minorile

Qualche tempo fa (che per essere politically correct e mantenere il buon nome del blog non specificherò) mi è stato chiesto un approfondimento a proposito dello sfruttamento minorile durante l'epoca vittoriana ed è con grande piacere che mi accingo ad affrontare questo argomento, anche se estremamente dispiaciuta di aver lasciato trascorrere tanto tempo tra la richiesta e la sua conclusione: purtroppo, come vi accennavo nel post passato, sono un bel po' assillata dal lavoro, scadenze che incombono, progetti in partenza imminente (speriamo! incrociate le dita per me) e problemi gravissimi sono purtroppo all'ordine del giorno e mi portano spesso a viaggiare, sebbene sia sempre stata una persona piuttosto incline alla dormita, ormai convivo col sonno cronico e sto cominciando a trovare piuttosto comodi anche i sedili del treno o dell'autobus, ma se vi dicessi che mi sono letteralmente addormentata in piedi appoggiata ad una porta...

30 agosto 2011

La linotype e la monotype

Espressione purissima della stampa della fine dell'Ottocento e di due terzi del Novecento, la linotype fu l'invenzione creata per far fronte alla sempre maggiore velocità di stampa e, di conseguenza, alla necessità di accelerare anche la composizione dei testi tipografici per la stampa destinati principalmente ai giornali e alle testate, per i quasi si impiegava moltissimo tempo dovendo scegliere i caratteri minuscoli uno ad uno.

Una linotype dell'Ottocento
L'inventore della linotype fu Ottmar Mergenthaler, un tedesco emigrato negli Stati Uniti, la data di realizzazione il 1886, una svolta decisiva perché la stampa si caratterizzi sempre di più con l'idea moderna di trasmissione delle informazioni in maniere sempre più estesa. Siamo prossimi alla fine del XIX secolo.
Il primo giornale a testare e a dotarsi di una linotype fu il New York Tribune, che ne fece quasi il suo marchio di fabbrica, fu infatti il direttore del quotidiano a darle il nome con cui è conosciuta, poiché la macchina metteva in riga (in inglese line) un carattere (type) dopo l'altro: la chiamò linotype.

L'impiego della macchina era per la composizione dei testi che sarebbero stati utilizzati nella stampa di libri e quotidiani, dove occorrevano matrici sempre diverse ad ogni nuova uscita, impensabile produrle a mano, specialmente con la frequenza con cui i giornali cominciavano ad uscire e, soprattutto, con le moderne stampatrici con le quali le copie richieste da stampare venivano preparate in un tempo brevissimo (ricordiamo la stampatrice Marinoni che produceva 20.000 copie all'ora!).
La linotype era dotata di una tastiera di fronte alla quale sedeva il linotipista, questa era dotata di caratteri alfanumerici come quelli di una tastiera che potevano aumentare fino a raggiungere una cifra sui 90 a causa di segni, accentature e caratteri speciali. Al tempo delle prime linotype i caratteri erano impressi in bassorilievo sui tasti, così che anche in condizioni di scarsa luminosità il linotipista con una discreta esperienza e manualità potesse facilmente destreggiarsi nel lavoro senza bisogno dei fari moderni piantati sulla zucca.

Linotipista e linotype, primi del Novecento
...e qui un po' di polemica non posso esimermi dal farla, non tanto alla linotype, ma alla produzione moderna, impersonale, asettica, spigolosa.
In passato, si sa, a causa dei costi altissimi degli oggetti e dei macchinari, questi erano realizzati veramente bene, le stampatrici e le linotype, oltre che mostri di meccanica e, per l'epoca, tecnologia, erano anche esteticamente gradevoli, con rifiniture e impressioni metalliche che al giorno d'oggi, secolo dell'usa-e-getta, non sappiamo neanche cosa siano. Nelle città industriali, per preservare ciò, è nata la cosiddetta archeologia industriale per il recupero di presse per l'acciaio, cartiere, laminatoi o edifici fatiscenti: ai nostri occhi sembrano capolavori d'artigianato e di architettura la cui realizzazione richiedeva una cura per i particolari ormai banalmente considerata una mera perdita di tempo, erano il segno evidente della raffinatezza e dell'attenzione di cui era destinataria la produzione, basti pensare che i macchinari industriali, quindi non certo di bellezza, come la rotativa Marinoni o le stampatrici Miller in voga nell'America del dopoguerra, sopra avevano una grossa scritta in metallo con il nome del produttore e anche le macchine da cucire erano realizzate con la stessa precisione: tutti noi abbiamo visto una Singer, nella nostra vita, con il caratteristico marchio arcuato in ferro disposto sotto il tavolino e impresso anche nel pedalino.
L'esempio più evidente è quello del comune di Busto Arsizio, nato come villaggio industriale intorno all'enorme industria tessile e oggi convertito in un luogo per famiglie: ha lo stesso fascino dei quartieri popolari nati dalle colate di cemento armato?
E secondo voi Crespi d'Adda, anche lui ex area industriale, ha lo stesso fascino di certe costruzioni moderne?
A voi le considerazioni...
Crespi d'Adda, ex area industriale
Lo stabilimento di Ilva a Genova


 Funzionamento della linotype
Monotipista seduto alla sua monotype
Il funzionamento del macchinario era molto complicato e prevedeva un corredo di ruote dentate, cavi, tubi, dadi, viti e bulloni impressionanti, oltre che una batteria di pistoni in funzione che potevano far concorrenza ai pozzi di estrazione. Cercherò di spiegare meglio che posso il procedimento.
Il linotipista, seduto alla sua postazione di fronte alla tastiera, premendo il tasto corrispondente alla lettera, innescava un complesso meccanismo di ingranaggi che andava a liberare dal magazzino la lettera prescelta; il magazzino della macchina era costituito da dozzine di piastrine con lettera in rilievo, perfettamente selezionate nella loro postazione, alla cui variazione bisognava riassettare la macchina. Tramite apposite condotte la lettera prelevata dal magazzino veniva posizionata sulla riga di battitura, cioè sul testo che si andava a comporre e che era situato proprio all'altezza degli occhi del linotipista, il quale, essendo operatore esperto, poteva accorgersi di eventuali errori a occhi, ribattere la lettera corretta e sostituirla a mano a quella errata, dopotutto si trattava solamente di blocchetti...
Una volta completata la riga, la parola o la frase, composta anche da spazi, caratteri speciali e segni di interpunzione, tramite una leva o un tasto speciale veniva dato il comando di "a capo" che costituiva anche l'ordine di fusione.
Le lettere in sequenza, infatti, andavano a fare da matrice per una miscela di piombo che si imprimeva sulle parole, creando la sequenza perfetta di ciò che era stato scritto, questa, una volta raffreddata, veniva espulsa dalla macchina in un blocchetto lungo e sottile, tanti blocchetti così creati andavano a comporre un testo e imbastiti insieme tramite apposite cornici d'impaginazione (per dare dimensioni, spaziature, margini e quant'altro) si preparava la tavola finale, la quale veniva a sua volta utilizzata come master, cioè il sorgente per le stampe, da inserire in apposite stampatrici come la Marinoni che abbiamo visto in precedenza nel post dedicato alla rotativa. Talvolta dalla produzione della pagina all'inserimento nella stampatrice venivano fatte altre due copie (positivo/negativo) per avere un sorgente in un unico blocco.
Riassumiamo il procedimento in pochi semplici punti
  • Il linotipista batte la lettera sulla tastiera
  • Questa viene prelevata e disposta in riga, in coda a quelle già presenti
  • Con il comando di "a capo" si dà alla fusione la parola appena creata
  • Si genera il blocchetto di piombo fuso che si accoda a quelli già creati.
  • Più blocchetti si accumulano e si forma la pagina
  • Terminato il testo della pagina, l'impaginatore prende il blocco dei blocchetti e lo impagina in appositi riquadri con altri blocchi di spazio.
  • L'intera struttura viene sigillata tramite apposite chiavi e usata per le stampatrici o per farne copie
La linotype è una macchina enorme, un mastodonte affascinante che ancora oggi suscita sentimenti di attaccamento verso questa tecnologia ormai obsoleta dopo l'introduzione dell'impaginazione a freddo o fotoimpaginazione (anni Settanta XX secolo), cioè quella fatta tramite l'ausilio di computer e monitor dove il testo viene prima visualizzato a video e solo successivamente stampato.
Se io stessa, informatica e programmatrice convinta, nutro un amore viscerale verso la macchina da scrivere, un autentico residuato bellico, in disuso, comprendo bene cosa può suscitare una linotype.
Ho trovato particolarmente commovente il video realizzato da Bill Malley che ha realizzato un cortometraggio su di sé e sulla sua linotype, intitolato The linotype tells the story of one man's relationship with obsolete technology.
Vi lascio il video così che possiate guardarlo tutti



Ecco un video in inglese dove un tecnico spiega come funziona la linotype in sua dotazione



La monotype
Consorella della linotype era la monotype, un'analoga macchina gigantesca specializzata nella composizione di testi lunghi o complessi per formattazione, per esempio romanzi, oppure tabelle e orari.
La monotype funzionava con procedimento diverso e molto più "novecentesco", impiegando infatti un sistema che sarebbe poi stato ripreso nei primi calcolatori: quello della perforatura di nastri.

Monotipista alla monotype e macchina compositrice per ricostruire il testo dal nastro di carta perforato
Il monotipista, infatti, digitava sull tastiera le lettere del testo che, al posto che comporre la singola riga, andavano a perforare con una certa sequenza convenzionata una lunga bobina di carta posta sopra la macchina, come il rocchetto della macchina da cucire.
Una volta concluso il proprio lavoro il monotipista smontava la bobina dalla sua sistemazione e la riposizionava su un apparato analogo detto macchina compositrice che riproduceva la battitura, preparando i testi come avrebbe fatto un linotipista, ma a differenza dell'altro caso, dove le righe erano un blocco unico, qui tutte le lettere erano separate: alla richiesta di lettera, infatti, la monotype liberava una letterina dal magazzino e quella stessa andava a comporre la riga, ma non per essere poi fusa, bensì per andare direttamente a fare da master di stampa, da timbro, in sostanza.
Questo metodo era molto vantaggioso, specialmente perchè la bobina consentiva di avere copia dell'originale e infiniti master di stampa del testo, che poteva essere ricreato in qualsiasi momento. Come si nota dal procedimento, era già nell'ottica di avere un magazzino di materiale consumabile che andava periodicamente rabboccato (le letterine finivano).
Donna seduta alla monotype, come le segretarie, linotipisti e monotipisti lavoravano in batteria, ce n'erano un grande numero in tutte le redazioni e le case editrici.
Sulla linotype e sulla monotype è stato girato un piccolo documentario americano, di cui vi lascio il trailer, poichè il progetto di realizzazione è molto costoso e i realizzatori dei semplici appassionati, chi volesse interessarsi troverà al seguente link il sito dedicato e la possibilità, se lo desidera, di fare una donazione
Linotype: the film


Considerazioni
Purtroppo, arrivati a questo punto dello sviluppo tecnologico dove non si stampa quasi più (ebook, web 2.0, ecc) le considerazioni vanno fatte: aprendo un qualsiasi libro più vecchio degli anni Settanta, senza necessariamente finire tra quelli ricopiati dagli amanuensi, non troverete un singolo refuso o errore di battitura, oggi invece, aprendo certi volumi, viene il raccapriccio nel trovarsi errori, caratteri mancanti e battitura scorretta, per non parlare dell'italiano sgrammaticato e senza senso!
Sì, sto parlando di un caso specifico: Soulless, ma come ho avuto modo di constatare, questa sembra la linea di condotta adottata da molte case editrici, sacrificare la qualità del prodotto in favore di un'economizzazione del processo. Tanto ci si arriva per senso... sembra essere il comun denominatore dietro si cui trincerano i responsabili ed è sbagliato ideologicamente.
Come avranno fatto in passato, quando si leggeva tanto quanto oggi, ma si impiegava il quadruplo del personale? E non solo perchè c'erano i raccomandati... fare il linotipista era un lavoro duro e stancante, pensate che per limitare l'assorbimento del piombo della fusione e dell stampa i linotipisti erano costretti ad assumere latte prima dell'ingresso in servizio e a volte anche dopo, in questo modo certi datori di lavoro pensavano di tutelarsi contro eventuali morti o richieste di risarcimenti per problemi di salute.
E non venitemi a raccontare la storia della crisi, né quella economica né quella dell'editoria, il Novecento ne ha viste tre di crisi economiche globali e la crisi dell'editoria, poi, è la bufala del secolo perchè un sacco di gente legge.

Monotipista all'opera
Una volta un autore che decideva di dare alle stampe il proprio manoscritto aveva di fronte a sé almeno tre o quattro persone che controllavano e correggevano il suo scritto, l'editor, per esempio, che revisionava le sue bozze, il linotipista o monotipista che le ricopiava e il proto, un impiego ormai inesistente, che si preoccupava di controllare che a stampa avvenuta non ci fossero errori e lo faceva due volte, sia con la prima bozza che con quella ormai impaginata, quale spreco di tempo in nome di un po' di italiano!
Dite addio a tutti, ormai o l'autore è abbastanza smart da saper leggere, scrivere e correggere se stesso, oppure si vedono orrori letterari che circolano impunemente nelle librerie perché sono state mandate alle stampe direttamente le bozze (ormai elettroniche) dell'autore; questi esempi di inaccuratezza nel proprio lavoro andrebbero VIVAMENTE STRONCATI dai lettori e dalla critica, che invece, di solito, decidono di passare oltre perché così fan tutti. Il ritornello mi pare vecchio...

Quello che vi lascio è un reperto rintracciato su YouTube in italiano, quindi una vera rarità, che mostra come era realizzato un libro negli anni Sessanta: buona visione (io ne sono innamorata)



Sperando di poter vedere presto una linotype dal vivo e interagire con essa, vi saluto tutti,
baci





Mauser

24 agosto 2011

La sarta di Arles: il dipinto

Cari lettori, rispolvero dopo molto tempo di assenza la mia rubrica dedicata ai dipinti e vi propongo oggi un quadro che personalmente adoro per i suoi colori allegri e le particolarità che mostra.
Ecco quello che ho scelto

cliccare sulla figura per ingrandirla

Scheda tecnica:
Titolo originale dell'opera: The Couturier's Workshop, Arles
Traduzione: L'atelier della sarta, Arles
Autore: Antoine Raspal
Anno: 1760
Tipo di pittura: olio su tela

Questo quadro dipinto a olio su tela mi piace moltissimo per la vivacità che riesce a trasmettere e anche per la quotidianità che rievoca con i suoi colori e la sua gestualità.

La rappresentazione è particolare sia per la scelta del soggetto, la bottega di una sarta di Arles, sia per il modo in cui è stata rappresentata attraverso le varie lavoranti intente nei loro compiti di cucito e ricamo; di tutte la padrona del negozio è la donna seduta sopraelevata affianco alla finestra, la mano protesa ad indicare come scelta uno di quelli che la sua apprendista l sta mostrando.


Abbigliamento e contesto
Le donne ritratte nel quadro come lavoranti alla bottega della sarta di Arles vestono colori sgargianti e fantasie molto inusuali, l'autore si è servito di ciò per far sì che il quadro fosse ancora più allegro e colorato, si possono infatti riconoscere moltissime tinte, alcune sgargianti, e fantasie di tessuto.
Un vestito ricamato a fantasie differenti dalle classiche righe o tinte unite era molto più costoso rispetto ad altro in quanto la lavorazione per stampare o ricamare le figure sulla stoffa era elaborata e, quindi, impiegava tempo di lavoro che, naturalmente, cucitrici, sarte e ricamatrici si facevano pagare.Questa profusione di fiorellini e ricami nelle vesti appese (e anche in quelle indossate dalle ragazze) è anche sinonimo del fatto che la sarta fosse piuttosto rinomata e lavorasse anche per persone abbastanza ricche da potersi permettere certe stoffe.

Osservate quante fantasie l'autore raffigura nella sua opera



Una cosa molto curiosa da notare, nell'abbigliamento delle donne, è il fatto che ciascuna di loro porti un fazzoletto o un copricapo in testa. Non tutti sono bianchi, certuni sono in fantasia, tuttavia non ce n'è una che non lo porti.
Soprattutto nel Settecento era impensabile che una ragazza, specialmente se nubile, se ne girasse a capo scoperto e con i capelli al vento, cuffiette, cappellini o addirittura lo scialle posato sul capo erano la regola per qualsiasi ragazza se non voleva essere vittima di maldicenze; era permesso uscire senza cappellino o cuffietta solo se si era nel giardino di casa, ma anche lì molte la portavano... Anche le contadine, sebbene si dica, giravano a capo coperto con un fazzoletto multicolore legato sulla nuca o sotto il mento.

Osservando attentamente il quadro, inoltre, l'osservatore può constatare come il tavolo ingombo sia disposto accanto alla grande finestra a vetri. Le finestre al tempo erano molto grandi proprio per permettere l'entrata di più luce per i lavori domestici. Al tramonto, quando il sole calava oltre l'orizzonte, le attività venivano sospese, l'illuminazione era ridotta al minimo, in quanto molto costosa, e terminata la cena si andava tutti a dormire, specialmente perchè la vita dei dipendenti cominciava all'alba e a volte anche prima.



Gestualità
L'autore è riuscito, con la sua cura per i dettagli e la sua bravura di ritrattista, a riproporre al lettore l'atmosfera ciarliera e allegra delle molte donne che chiacchierano insieme, esprimendo preferenze e opinioni sui vari vestiti realizzati; è sufficiente guardare le gambe delle donne, accavallate per il lavoro per riconoscere un ambiente sereno, a differenza di altri quadri dove le impiegate sedevano chine con l'abito sulle ginocchia chiuse, saldamente unite in una posizione scomoda e innaturale, ma molto puritana.
Queste sartini di Arles, invece, rappresentano le ragazze sognatrici e a volte un po' facili della classe bassa nel Settecento, un'epoca molto meno puritana dell'Ottocento, sono le donne che morivano d'amore quando Beau Brummell passava per Regent Street come si trattasse di un moderno divo del cinema, che gridavano invasate e che rispondevano alle battute provocanti degli uomini per strada quando le incrociavano ridacchianti.

Rocchetti e fili colorati che si possono trovare sul pavimento della casa, così come le due ceste di scampoli ai piedi delle ragazze (sotto il tavolo) e affianco alla padrona danno l'idea di un ambiente informale e sereno.


Riconoscere la couturiere, cioè la sarta, è facile in quanto è seduta in una posizione rialzata rispetto alle altre. Couturiere era il nome francese con cui venivano chiamate le sarte, rimase in voga fino all'Ottocento quanto fu soppiantato da un'altra parola francese: modiste (per alre info si veda il post Francesismi demodé e inglesismi trendy).

Con bravura sono stati raffigurati i gesti tipici del cucito, le mani intente nel lavoro della ragazza seduta a capotavola a capo chino e concentrata nel suo compito.
Altrettanto assorta nel suo abito è una delle due ragazze sedute sul lato lungo del tavolo, la sua compagna accanto, invece, fissa lo spettatore dritto negli occhi, l'ago, eppure le sue mani continuano ad operare, infatti l'ago sta tirando il filo del vestito che sta confezionando in un gesto automatico, ormai compito anche senza guardare.

Raspal è riuscito a trasmettere l'idea dell'attimo in cui la padrona ha lasciato momentaneamente il suo compito di cucito per indicare la veste tesa dall'altra ragazza, intenta a reggerla tra le mani; infine una terza sembra proprio intenta a prendere dall'appendiabiti un altra cappa colorata.

Le braccia dipinte da Raspal non sono quelle affusolate e raffinate delle donnine settecentesche di altri autori, specialmente quelli che gravitavano alla corte reale, ma una concreta riproduzione di quelle delle donne popolane del tempo, con muscoli forti e grossi per sopportare la fatica e il lavoro; le maniche sono ripiegate sul gomito, un chiaro segno di quanto lavorassero, dopo un po' infatti polsini e maniche lunghe diventano fastidiosi nel lavoro e ri tende a risvoltarli alla piegatura del braccio perchè non interferiscano.


Cari lettori spero che l'approfondimento sia stato interessante,
ci risentiamo presto,
baci




Mauser

22 maggio 2011

Le classi sociali

Dopo tanto parlare della società, mi sono accorta che uno degli argomenti su cui fin'ora avevo continuamente girato intorno senza mai approfondire è quello delle classi sociali.
Al giorno d'oggi, specialmente in Italia dove non valgono più i titoli nobiliari di alcun tipo [La contessina Giada De Blanc non è davvero contessa! I Principi della Rovere non sono principi, ecc.] la classe sociale è dettata più dall'impiego che dalla stratificazione: contadini, commercianti, impiegati, liberi professionisti...

Una volta le cose erano molto diverse.
Nell'intricato panorama vittoriano o regency dovete pensare alle classi sociali come alle parenti più prossime delle caste indiane.
Peccato solo che in India le caste siano 4, ermetiche e intoccabili, radicate nell'immaginario e nella società dalla notte dei tempi, mentre nel 1814 in Inghilterra le classi sociali fossero sette.
Qualche riferimento ad uno dei numeri biblici per antonomasia che indica l'infinito? Boh...
Vediamone alcune nel dettaglio e approfondiamo un po' la cosa.


Prima classe
La Prima Classe, o Highest Order, era costituita innanzi tutto dai membri della famiglia reale, a seguire erano conteggiati i grandi Ufficiali di Stato e tutti i nobili al di sopra del titolo di baronetto con le loro famiglie.
Approssimativamente: da 578 a 2.880 persone
La Regina Vittoria con il consorte Alberto e tutta la sua numerosa famiglia (figli, nipoti, bisnipoti, generi, nuore, ecc).
La famiglia reale, chiamata First family era la più importante del Paese e ricopriva la punta di diamante della piramide sociale.

Seconda classe
Una classe alquanto generica che comprendeva baronetti, cavalieri e gentiluomini di campagna (per la definizione si veda il post relativo ai titoli nobiliari e all'ordine di precedenza). Erano inoltre inseriti in questa classe tutti coloro che possedevano rendite molto significative in quanto rappresentavano, nella loro persona, la ricchezza del Paese.
Approssimativamente: da 48.861 a 234.305 persone


Terza classe
Abbandoniamo la nobiltà e ci caliamo direttamente tra i privi di titolo.
Un barrister cioè un
avvocato di alto livello.
Apparteneva alla terza
classe
sociale insieme a
chi lavorava nel foro
.
Apparteneva alla terza classe il clero anglicano di alto livello, i titolari di impieghi importanti, personaggi di spicco del foro inglse, cioè in ambito legale, studiosi di rilievo, mercanti di grandi ricchezze, imprenditori su larga scala, banchieri e le famiglie di tutti questi.
Approssimativamente: da 12.200 a 61.000 persone


Quarta classe
Non siamo abituati a parlare di classi al di sotto della terza, in quanto ciò che per allora era riservato alla third class per noi rappresenta un servizio appena accettabile, abbiamo standard molto elevati. Comunque, tornando alla quarta classe, vi si contavano tutti gli esponenti del clero e gli impiegati dello Stato, il clero di altre confessioni religiose, coloro che erano introdotti nell'ambito legale, gli insegnanti di ordini superiore (quindi del liceo e dell'università), i proprietari terrieri, armatori, commercianti e costruttori di non grande guadagno, proprietari di botteghe di un certo livello, artisti, meccanici e tutti coloro che potevano contare su un reddito medio. Insomma: questa era la classe dell'alta borghesia.
Approssimativamente: da 233.650 a 1.268.650 persone


Quinta classe
Qui ci troviamo di fronte ai proprietari di classe inferiore, negozianti di second'ordine, osti, i dediti al pubblico e tutti coloro i quali erano impiegati in attività varie, non necessariamente continuative, e vivevano insieme alle famiglie con reddito moderato.
Approssimativamente: da 564.799 a 2.798.475 persone


Sesta classe
Gli osti facevano parte della quinta classe
Lavoratori manuali, artigiani di basso livello, agricoltori e contadini, in genere appartegono a questa classe tutti coloro i quali vivono del lavoro dato dalle loro braccia.
Approssimativamente: da 2.126.095 a 8.792.800 persone


Settima classe e inferiori
Era detta la classe dei miserabili ed era abbastanza popolosa.
Si contavano poveri, clochard, zingari, ladri, vagabondi e coloro che vivevano di furti, crimini e delinquenza.
Approssimativamente: da 387.100 a 1.826.170 persone


Le classi militari
Come oggi, anche all'epoca esistevano due classi per gli appartenenti perenni all'Esercito e alla Marina di Sua Maestà.

La Higher class era costituita da ufficiali e mezzi ufficiali con le loro famiglie.
Contava circa dalle 10.500 alle 69.000 persone

Horatio Nelson, ammiraglio della
Royal Navy, la sua classe era la prima
di quelle destinate ai militari.
Alla Second class appartenevano invece soldati e marinai semplici, impiegati dell'Esercito e della Marina, pensionanti e lvoratori dell'indotto.
Il loro numero variava da 120.000 a 862.000 persone.


Questa era la distinzione ufficiale fatta negli atti statali della classe di appartenenza di una persona.
In realtà le classi realmente considerate nella vita quotidiana erano cinque e non sette, e la loro distinzione era molto più semplice, basata sul reddito fine a se stesso.


Upper class
La classe d'elite, vi appartenevano solo pochi fortunati; questa classe era dotata di enormi privilegi dovuti non solo alla possibilità che il denaro o la posizione sociale permetteva loro di acquistare, ma sopratutto al dovere che lo stato riteneva di avere nei loro confronti. Ecco quindi che era lo Stato stesso che si prodigava in facilitazioni verso costoro.
Erano l'1% della popolazione inglese e avevano una rendita annua altissima a cui si aggiungevano i privilegi su cui potevano contare, un po' come i politici moderni che non si sognerebbero mai di pagare una cena. Vi appartenevano tutte le categorie di nobili e gentiluomini, compresi i baronetti e cavalieri che, invece, nell'altra distinzione erano assimilati ad una classe inferiore.

All'interno della stessa upper class, nei paesi dove non esisteva l'aristocrazia che deteneva il primato all'interno della classe stessa, esisteva un'ulteriore distinzione.
  • La Upper upper class che comprendeva personaggi di grande ricchezza e di antica e prestigiosa famiglia, tant'è vero che erano etichettati come Old money negli ambienti più informali, negli Stati Uniti questa distinzione esiste ancora e fanno parte della categoria di Vanderbilt, i Rockefeller, ecc.
  • La Lower upper class erano definiti come New money e comprendevano tutti coloro che con gli affari avevano fatto grandissime ricchezze nello spazio di un'unica generazione.


Upper middle class
Siamo già in ambito borghese, come dice il nome stesso che fa riferimento alla middle class che dopo il matrimonio di Kate Middleton abbiamo sentito nominare ben più che a sproposito.
Insomma, ci riferiamo all'alta borghesia, imprenditori, armatori, proprietari di industrie e possidenti terrieri con grossi introiti. Vi si contavano inoltre gli alti appartenenti al foro ed eminenti studiosi.
Queste persone avevano di solito un livello di studio abbastanza elevato, avevano frequentato almeno le scuole superiori e alcuni anche l'università.
In questa fascia sociale era condensato il 15% della popolazione vittoriana.


Lower middle class
Sempre in ambito borghese ci affacciamo adesso verso il ramo meno ricco.
Nella lower middle class si potevano riconoscere onesti negozianti, medici, impiegati statali, artigiani con una certa autonomia, la maggior parte erano figure che lavoravano in proprio e non dipendevano da un padrone, sebbene il loro business non fosse grande come quello degli alto borghesi, avevano una vita abbastanza comoda e dignitosa che permetteva di non patire la fame alla famiglia. Tra i dipendenti che figuravano nella categoria erano tutti colletti bianchi, cioè personale che svolgeva funzioni che necessitavano di una certa cultura minima e non comprendevano lavori manuali, ma piuttosto impieghi da scribacchino e grattapennini come si soleva dire all'epoca.
Questa classe occupava circa il 32% della popolazione.


Working class o classe lavoratrice o proletaria
Erano il 32% della popolazione e comprendeva quasi esclusivamente lavoratori dipendenti di lavori di basso concetto: montatori, meccanici, scaricatori, riparatori... cen'era per tutti i gusti.
La sicurezza del loro posto di lavoro era sempre a rischio ed è per questo motivo che molti si battevano in lotte sindacali che spesso sfociavano nel sangue o in due punizioni da parte del datore di lavoro, a volte anche fisiche (cfr. I giorni del tè e delle rose).
Warwick, quartiere della classe proletaria.
La struttura delle abitazioni tutte uguali, di costruzione semplice e mai troppo distante dalla zona di lavoro, spesso nel comprensorio delle recinzioni dell'area industriale, era voluta dai padroni delle fabbriche per il controllo completo della vita dei dipendenti, anche in Italia abbiamo esempi simili come Busto Arsizio.
Il salario che acquisivano dal loro impiego a stento bastava a mantenere la famiglia, anche se poco numerosa e già da allora in un simile nucleo abitativo lavoravano entrambi i coniugi e più spesso anche eventuali ospiti paganti della casa, ad esempio zii o cugini trasferiti dalle campagne.


Lower class
Alla base della piramide stava la lower class, letteralmente la "classe più bassa". Vi appartenevano oltre a tutti i poveri, gli indigenti, zingari, clochard, prostitute di basso rango e il sottobosco malavitoso delle città, anche i lavoratori stagionali delle campagne.
I famosi lustrascarpe appartenevano
alla lower class ed erano molto diffusi.
Era una classe di disperati e di afflitti, senza vita, speranze o futuro che viveva alla giornata sui bordi delle strade, sfruttando come poteva la società e i suoi vizi nati dalla crescente ricchezza.
La percentuale di persone che ne faceva parte variava dal 14 al 20%, la cifra è poco chiara a causa della difficoltà di conteggio.


Bene, dopo questo post relativamente breve, ma spero contenente tutte le informazioni salienti, mi auguro che le idee riguardo la stratificata struttura dell'epoca settecentescha e ottocentesca siano un po' più chiare, se così non fosse, naturalmente, potremo tornare in furuo sull'argomento.
Una nota è d'obbligo e cioè sottolineare come questa fosse la struttura delle classi sociali del passato, al giorno d'oggi il grado di stratificazione risulta più avanzato e comprende il livello di specializzazione delle persone che nel corso del tempo, secondo un processo iniziato con la Seconda Rivoluzione Industriale, ha acquisito sempre maggior rilevanza.

Baci a tutti




Mauser

13 aprile 2011

La prostituzione in epoca vittoriana

Campaspe
(l'amante di Alessandro Magno)
by John William Godward
Mi è stato domandato a grande richiesta questo approfondimento, ma io sono sempre stata restia ad incominciarlo, l'argomento da trattare è vastissimo e comprende caratteristiche socio-culturali che non conosco e non capisco, abbraccia motivazioni molto difficili da condividere e consuetudini di un tempo ormai tanto scomparse da essere difficile figurarsi.

Indubbiamente la prostituzione era un problema enorme nell'epoca vittoriana, tanto da essere elencato nella lista delle piaghe della società insieme alle malattie, alla povertà e alla schiavitù.
Questo fenomeno era dilagante specialmente nelle città dove l'assortimento di casi di vita e depravazione era sterminato.
La prostituzione, non è il caso di essere bigotti e negarlo, è sempre esistita e a tutti i livelli: dalle amanti reali ai bordelli di paese, dalle donne dei marinai alle moglie scontente, dal commercio di ragazzine e ragazzini fin dall'età prepuberale alle donnacce di strada, ma non era mai stato tanto numericamente esteso e schiacciante per la società come accadde nel periodo del lungo regno della Regina Vittoria e, allo stesso tempo, strattato con un misto di disgusto e indifferenza, al punto che sembrava nessuno fosse mai ricordo alle prostitute, eppure il loro numero era esorbitante, in continua crescita, e la prostituzione legalizzata.

Vediamo insieme quali furono le cause maggiori di questo fenomeno.


Cosa spingeva l'uomo a cercare una prostituta
I victorians e il mito della donna angelo del focolare


Vorrei poter dare un'unica motivazione semplice e chiara, ma i fattori che hanno condotto a questo sono molteplici e alcuni complessi da spiegare.
Secondo gli storici più illustri, ciò è da ricercarsi nel cambiamento economico e sociale che investì il Diciannovesimo secolo.
Illustrazione del can-can
Quando si parla di Ottocento ci viene in mente la nascita e l'espansione dell'industria, il progressivo sbilanciamento di ruoli tra aristocratici e borghesi, la caduta dei valori di nobiltà terriera e antichità di lignaggio in favore di quelli prettamente mercantili di serietà di spirito, rettitudine, duro lavoro e ricchezza guadagnata col sudore e il sacrificio, il mito ottocentesco che è ancora presente nella nostra cultura e che ritroviamo in molti libri e film contemporanei.
Cosa comportò ciò? Tanto per entrambi i sessi:
  • per gli uomini il lavoro divenne un obbligo imposto e un sistema di ricatto, le funzioni che si espletavano non conducevano direttamente alla creazione/realizzazione/coltivazione/crescita di ciò che era necessario alla casa, ma un servizio o una produzione indiretti che aveva come scopo procurarsi il denaro, non i generi primari. Non solo, si aveva anche un aumento dell'ansia a causa dell'esecuzione di attività sedentarie e non strettamente correlate alla sopravvivenza: il mestiere di scribachino, con tutte le sue varianti, anche se non fisicamente spossante era psicologicamente stressante e non permetteva di sfogare la propria frustrazione nel movimento e nell'esercizio dei muscoli. Non solo, la continua ripetizione di gesti e abitudini era logorante dal punto di vista mentale (si vedano i danni dovuti all'impiego nelle catene di montaggio).

  • per le donne le medesime condizioni portarono nella parte bassa della popolazione allo stesso tipo di stress, in quanto anche ragazze e bambine venivano impiegate nelle fabbriche, mentre salendo di livello ci troviamo di fronte alla creazione del mito dell'angelo del focolare tanto caro nel XIX secolo, la donna fragile ed eterea, delicata moglie e madre devota che in confronto gli stilnovisti non avrebbero saputo far di meglio, legata mani e piedi ad una casa e ad una routine familiare al limite della pazzia, completamente dedicata al benesse dei propri cari, siano essi genitori, fratelli, sorelle, marito e figli, poveri derelitti.
L'uomo, quindi, ancora sesso forte, creò un ideale di donna che fungesse da aiuto, non certo una sua pari, e costrinse le proprie mogli, figlie e sorelle ad adattarvici, sperando che un sesso debole e sottomesso che non avesse messo in discussione le proprie idee e il potere familiare sarebbe stata la scelta giusta da adottare per limitare i problemi di incertezza e poco equilibrio che si stavano riscontrando.
Questa è la tristissima condizione delle famiglie vittoriane.

Inutile dire che il sistema messo in piedi faceva acqua da tutte le parti.

Entrambi i sessi commisero degli errori, in particolare le donne, miti e sottomesse lo divennero al punto da non realizzare quanto questa condizione non solo fosse penalizzante per la loro salute psico-fisica, ma minasse la stabilità della famiglia stessa, completamente sbilanciata.
Ed eteree e impassibili, svenevoli e deboli, psicologicamente frigide, le donne del tempo difficilmente riuscivano a dare soddisfazioni ai mariti che vedevano la loro apatia come un accrescimento dell'ansia, l'ennesimo fardello da portarsi appresso, la donna era un essere da mantenere e proteggere.

Victoria (Emily Blunt) e Albert (Rupert Friend) dal film
Young Victoria
Se la comunione familiare era una pura utopia, l'amore tra le persone provinciale, il sesso era il punto di caduta, l'indicatore evidente che in quel sistema qualcosa in andava; esso era perpetrato unicamente al solo scopo di generare figli e veniva visto come un atto impuro dagli aspetti animaleschi (per via della sua caratterizzazione molto istintiva) che non doveva risultare appagante per i due coinvolti, in quanto ogni forma di istinto era repressa. La donna si sottometteva, rigida e immobile, rendendo quel gesto un supplizio per sé e per il proprio compagno che aveva a che fare con un pezzo di legno decisamente poco collaborativo e, soprattutto, poco eccitante.

[...] Solo lui l'avrebbe vista con i capelli sciolti e una sottile sottoveste bianca... Solo lui avrebbe provato la sensazione di sentirla dormire fiduciosa al suo fianco. Avrebbero fatto l'amore con il favore delle tenebre e sotto strati di lenzuola, gli occhi chiusi, i movimenti dominati dal pudore e dal ritegno. Nessuno avrebbe mai risvegliato la passione di Sara Fielding, strappandole via le inibizioni, provocandola e stuzzicandola.

Lisa Kleypas, Sognando te
Mondadori, pag.76

Una volta, colta da uno stato d'animo simile a quello, si era gettata tra le braccia di Perry. Nel bisogno disperato di sentirsi vicina a qualuno, lo aveva implorato di fare l'amore con lei. Perry si era rifiutato, facendo noare che non era il genere di donna da farsi prendere al di fuori del voto matrimoniale. «Prima o poi ci sposeremo» le aveva spiegato con un sorriso amorevole. «Non appena convincerò mai madre ad accettare l'idea. Non ci vorrà molto... e nel frattempo pregheremo il Signore di concederci la pazienza. Per me significhi molto di più che qualche ora di piacere illecito.» Naturalmente, Perry aveva ragione. Aveva persino ammirato la sua determinazione a fare sempre la cosa giusta... ma ciò non era bastato ad alleviare il disagio di sentirsi respinta.

Lisa Kleypas, Sognando te
Mondadori, pag.83

E cosa fare in quel caso?
Susannaby Frederick Goodall
Rivolgersi alle puttane.
Le prostitute non erano pagate per capire gli uomini, solo alcune amanti di alto rango svolgevano anche le funzioni di confidenti, ma riuscivano a dare libero sfogo a quegli istinti tanto violentemente repressi in una società innaturale fatta di costrizioni d'ogni genere, basti pensare alle gabbie più o meno metaforiche in cui questi victorians si rinchiudevano: corsetti, crinoline e manuali per ogni cosa.
Con una donna pagata per soddisfarti occorre preoccuparsi di essere troppo rudi, troppo animaleschi o istintivi, che poi era il modo per descrivere un certo impeto, ma bastava sfogarsi fisicamente senza pensieri.

Come al solito tra il pensare troppo e il troppo poco, la verità sta nel mezzo.


Cosa spingeva la donna a prostituirsi
Tra necessità, sostentamento, famiglia e ambizione

Quando c'è la richiesta, dice l'economia, aumenta il prodotto e diminuisce il prezzo.
Vedendo quanto si faceva uso delle meretrici, queste calarono a frotte dalle campagne o si convertirono da altre professioni, istituirono un vero e proprio commercio di vite giocando con l'esistenza anche di altre donne non propriamente impiegate per vocazione, ma più che altro per necessità e, non solo, anche con quelle di bambini e bambine, il cui rapimento era appositamente commissionato dalle zone rurali più povere, dove nessuno avrebbe sentito la mancanza di una bocca in più da sfamare.
Ragazze circuite con la promessa di un futuro roseo, di un impiego temporaneo, di un altro posto, di tutti i tipi di raggiro.
Addirittura donne vendute dai propri mariti e tutori, fratelli e zii ai bordelli in cambio dei soldi per giocare d'azzardo, pagari da bere o liberarsi dai debiti (cfr. Come vendere una moglie), il tutto in linea con la concezione vittoriana di "donna uguale essere inferiore e sottomesso del quale l'uomo suo tutore può disporre a piacimento", donna senza diritti, gravata solo dagli oneri.

La progressiva alienazione degli esseri viventi nella società vittoriana, tra costrizioni, soprusi e insoddisfazioni, sia per i borghesi che per i proletari, era solo una delle motivazioni di questo fenomeno di dilagante prostituzione particolarmente evidente nell grandi città come Londra, Manchester, Liverpool dove l'economia e il denaro faceva girare la vita a ritmo vorticoso grazie al commercio.
Un bagno a Pompei
by John William Godward
Un altro fattore importante di questo fenomeno di crescita delle impiegate nel giro di commercio del proprio corpo era il divario altissimo tra il numero degli uomini e delle donne, un problema già diffuso durante la fine del Settecento e gli inizi del XIX secolo di cui parlano sia Jane Austen che le sorelle Bronte.
L'Inghilterra aveva un numero esageratamente alto di donne rispetto ai maschi disponibili, il problema delle zitelle era all'ordine del giorno delle sedute in Parlamento rendeva instabile società che, invece, aveva bisogno di braccia e menti per produrre e lavorare (cfr. La zitella e Come diventare zitella) e le "navi delle spose" partivano periodicamente verso le colonie americane, il Canada e l'Australia (cfr. La saga dei Dillhorne, origine di una dinastia), zone dove invece c'era carenza.

Quinsi, se una donna non poteva lavorare e neanche sposarsi perchè non c'erano partiti disponibili sul mercato, come poteva mantenersi?
In un solo modo: vendendo l'unica cosa che le appartenesse davvero, il proprio corpo.
A dire il vero il corpo in mancanza di marito era proprietà del familiare maschio più prossimo, ma in assenza di questi o consenso di lui, una donna poteva disporne a piacimento, specialmente se suddetto parente ne traeva vantaggi (leggasi ruffiani).

Quando si entrava nel giro, poi, era difficilissimo uscirne e se una non moriva di malattie veneree o di gravidanze indesiderate, complicazioni e vari tipi di contagi, allora finiva come una pazza nei manicomi oppure rinchiusa negli ospizi dei poveri.


La vocazione
In tutto questo esorbitante numero di donne che si davano alla prostituzione, non tutte erano delle povere derelitte, sebbene queste fossero la maggior parte alcune sceglievano volontariamente di entrare nel giro.
Venere al bagno
by John William Godward
Perchè?
Perchè era conveniente.
In un'epoca in cui una donna non aveva diritti, ma solo doveri, e il movimento per l'uguaglianza dei sessi appena agli inizi, le possibilità di una donna senza essere affiancata da un uomo erano pochissime.
C'era il lavoro di fabbrica, uno sfruttamento fatto e finito, fisicamente mostruoso, mal pagato e pieno di soprusi e violenza, anche fisica.
C'era il lavoro di governante, ma solo chi aveva ricevuto una determinata educazione poteva aspirare a tanto e anche lì non mancavano le umiliazioni.
Quindi c'era l'impiego di cameriera, ma era mal pagato e poco gratificante.

La prostituzione, se praticata ad un certo livello, magari non in un bordello di infima categoria, concedeva uno stile abbastanza benestante alla donna, più di molti altri lavori.
Una notte con una vergine, la massima aspirazione di un uomo vittoriano, era pagata fino a 25£, che in termini attuali significherebbe quasi 2700€; la verginità non te la possono ricucire, si dice dalle mie parti (anche se ormai non vale più con la chirurgia), ma all'epoca una volta persa lo era per sempre: e quindi? Vero che si aveva una sola occasione, ma sfruttandola bene questa dava la possibilità alla ragazza di iniziare la carriera provvedendole quanto bastava per affittare una stanza e comprare vestiti adeguati.
Iniziata poi la giostra, una prostituta brava in un anno riusciva a guadagnare circa 62£ che per l'epoca era una cifra significativa.


Storicamente parlando
Il problema della prostituzione, come si è visto, è tipico della classe medio-bassa della popolazione, ma non ne viene da lì.
All'inizio infatti quella della prostituta era una professione abbastanza importante, solo i ricchi potevano permettersi di pagare una donna con cui avere rapporti, tutti gli altri si accontentavano della moglie, non avendo soldi da spendere.

Il mantenimento di una o più amanti era uno status di aristocratici e sovrani, basta fare qualche nome: Diana di Poitiers (amante di Enrico di Valois), Madame de Pompadour (amante di Luigi XV), Madame Du Barry (ultima amante di Luigi XV), Lady Castlemain anche conosciuta come Barbara Palmer (amante di Carlo II), Nell Gwyn (amante di Carlo II), la Contessa di Castiglione (amante di Napoleone III), ecc.
Queste donne costavano dei capitali.

Lo specchio
by John William Godward
Successivamente il ruolo cambia e da amante fissa, quasi una seconda moglie, questa si trasforma in una donna da rapporti occasionali e tra chi paga e chi riceve non si instaurava nessuno o quasi tipo di rapporto sentimentale, limitandosi ad un mero accoppiamento per non rivedersi più.
Pagare una donna per mezz'ora di sesso era diverso dal mantenerla come si fa con una consorte e il prezzo della prostituta si abbassa notevolmente, divenendo accessibile anche molto al di sotto della classe nobile, ecco quindi che il problema si estende a macchia d'olio per i problemi elencati sopra anche alla borghesia, che frequentava bordelli più o meno di lusso, e al proletariato, che non disdegnava una sveltina nei vicoli bui e puzzolenti dei quartieri disagiati dei Docks o di Whitechapel.


Le chiamavano donne perdute...
Non bisognerebbe mai aver paura delle parole, ma considerando l'epoca in cui ci troviamo è inevitabile che ci fosse un modo per aggirare l'argomento, con tutte le etichette e restrizioni che c'erano, dopotutto sono stati proprio i victorians ad inventare la dicitura carne bianca per non dover dire petto di pollo in quanto petto era da considerarsi una volgarità.

Parole come prostituta, meretrice, puttana, sgualdrina, erano tabù. Le usavano gli uomini, a cui era permessa un gamma di espressioni decisamente più volgari e rozze e che non dovevano arrivare alle delicate orecchie delle dame, ma il termine con cui queste donne erano più conosciute era quello di perdute.

Le chiamavano così perchè i più bigotti pensavano che costoro avessero perso la loro purezza di spirito decidendo di svendersi a pagamento, quindi avere rapporti al di fuori del vincolo matrimoniale sancito dalla Bibbia e commettendo peccato (cfr. Non commettere atti impuri), ma era una visione parziale e ingiusta e non teneva conto di quanto disgraziata fosse la vita di costoro prima e durante e, soprattutto, delle motivazioni che le avevano spinte a finire nelle spire della prostituzione. Non c'erano solo ninfomani tra le donnacce.
La maggior parte di loro non faceva quel mestiere di vocazione, ma per costrizione, denaro, obbligo, necessità... tanti erano i motivi.
La schiava bianca
by Henrietta (Ernest) Normand
Alcune erano finite male per errori di gioventù, eccesso di ambizione, ma la maggior parte erano ragazze colpevoli di essere state violentate e raggirate e di non essere riuscite a tirarsi fuori dalla melma che si era appiccicata loro addosso insieme all'indelebile etichetta di puttane.
Forse avevano perduto la loro purezza, di sicuro sogni e speranze, fiducia nella vita e nel futuro, ma non si può neanche fare loro una colpa di ciò, con le prospettive che suddetta società offriva.

Non solo questo, ma le donne che erano nel giro della prostituzione erano anche evitate e disprezzate da tutte le altre persone, che giuravano e spergiuravano di non aver nulla a che fare con loro, anche quelli che le frequentavano un giorno sì e l'altro pure.
La Società per la protezione delle donne e dei bambini, un'istituzione caritatevole, era cieca di fronte al problema, così come pure quello degli orfani, si trattava di una mera facciata per dare la possibilità ai nomi in lista di dire che si era fatto del bene, ma a riceverlo erano categorie di persone già privilegiate rispetto a coloro i quali, invece, ne avrebbero avuto davvero bisogno.
Tutti fingevano di non vedere quanto grande, dilagante e scandaloso fosse il problema, lo ignoravano per ipocrisia, non per ignoranza perchè era inevitabile non sapere.


Il posto di lavoro
Con quasi 55.000 prostitute in giro per le strade è evidente che il problema dell'alloggio e del luogo di svolgimento della professione non era indifferente.
Poichè la prostituzione era legale, secondo la moralissima legge vittoriana, lo erano anche bordelli e case di tolleranza varie.

Le prostitute di strada erano le più povere, giravano per le strade e ciascuna ne aveva a disposizione una: incroci e crocicchi erano molto ambiti in quanto c'era più passaggio, lavoravano ai margini della strada o salivano nelle carrozze e facevano una vita durissima, sia per le condizioni di vita che per i guadagni.
Anche la loro definizione, chiamiamola ufficiale, era miserabile come la loro condizione, venivano definite infatti "low prostitute, infesting low neighbourhoods".
A questa categoria appartengono le donne di Whitechapel uccise da Jack lo Squartatore.

Le prostitute per debiti erano delle donne veramente sfortunate. A causa di un capitale di cui erano debitrici, principalmente per colpa di altri (mariti o familiari) da cui avevano ereditato l'esorbitante cifra da risarcire, erano costrette a servire uomini veramente vergognosi e dovevano farlo per tutta la vita, specialmente con certi ammontare, a volte gonfiati a dismisura, che avrebbero dovuto restituire. Non avevano speranza di libertà, di rendenzione né di fuga e tutto ciò che avevano era di possesso del padrone.

L'Oracolo di Delfi
by John William Godward
I bordelli di bassa lega erano situati nei quartieri meno ricchi, vicino al porto e ai mercati e offrivano ragazze e servizi a poco prezzo. Potevano essere gestiti da uomini o donne ed erano costituiti da palazzine come quelle di tutti gli altri, dove venivano condotti i clienti e dove si consumavano i rapporti.
L'igiene e la qualità dipendevano dalla lega della zona e della struttura. Le ragazze di queste case venivano etichettate come "well-dressed, walking the streets", in quanto adescavano i clienti per le strade ed erano abbastanza note alla polizia.

I bordelli di alto livello erano quelli destinati ad un pubblico più abbiente di borghesi e commercianti abbastanza danarosi. Le ragazze erano lavate e pulite, profumate e presentabili e l'intero atto si svolgeva in case di un certo livello, con una minima parvenza di decoro, perlopiù gestite da donne che erano state o erano ancora, le amanti di personaggi importanti e sfruttavano la posizione e le conoscenze per fare del commercio nella professione che conoscevano bene.
Le ragazze che vi lavoravano erano chiamate "well-dressed, living in lodgings".
I prezzi erano alti, ma si cercava di procurare qualunque genere di richiesta per il cliente, compresi bambini o fantasie particolari; questo articolo apparve sulla Pall Mall Gazette nel 1885 firmato da W.T. Stead e intitolato Maiden Tribute of Modern Babylon

(non leggete se non avete lo stomaco forte!!!)

Flogging or birching goes on in brothels to a much greater degree than is generally believed. One of Mrs. Jeffries' [the pimp of the most exclusive brothel in London] rooms was fitted up like a torture chamber... There were rings in the ceiling for hanging women and children up by the wrists, ladders for strapping them down at any angle, as well as the ordinary stretcher to which the victim is fastened so as to be unable to move. The instruments of flagellation included the ordinary birch, whips, holly branches and wire-thonged cat-o'-nine-tails.

[Traduzione]
Le sevizie sono molto più presenti nei bordelli di quanto sia generalmente credibile.
Una delle stanze [del bordello] di Mrs Jeffries, il più esclusivo di Londra, era arredata come una camera delle torture. C'erano anelli e catene alle pareti per appendere donne e bambini per i polsi, scale ad ogni angolo e tavoli dove la vittima era immobilizzata, incapace di muoversi.
Gli strumenti di flagellazione includevano, oltre all'ordinario frustino, anche spine, fili, catene e gatti a nove code.


W.T. Stead
Maiden Tribute of Modern Babylon

Pall Mall Gazette

1885



Spesso questo tipo di bordelli di lusso erano mascherati sotto altre attività, per non dare nell'occhio, oppure erano abbinati a case da gioco o sale da ballo.

Bordelli non propriamente detti. Mole donne svolgevano altre professioni oltre a quella della prostituta, non necessariamente di copertura, ma più per necessità. Attrici, venditrici di fiori o sartine avevano a volte una seconda identità e le loro dimore erano frequentate da ammiratori o clienti. Molte sartorie fornivano uno svago anche per gli uomini che accompagnavano le dame alle prove degli abiti, interminabili per definizione, ma le donne tendevano a ignorare o fingere di ignorare, questi bonus per i propri escort (che all'epoca non era la professione delle donnacce, ma era usato per i disponibili cavalieri delle dame che scortavano queste a balli o impegni).

Venere si acconcia i capelli
by John William Godward
Amanti di lusso. Donne di un certo livello che si davano alla prostituzione per necessità. Raramente erano ragazze che avevano fatto strada partendo dal basso, altre si era di fronte a vedove piene di debiti per la condotta del defunto o per il loro tenore di vita o, ancora, mogli insoddisfatte che intrattenevano relazioni extraconiugali.
A questo livello la prostituta si fa chiamare amante e torna alla figura antica di bene di lusso da sfoggiare, a cui il patron pagava gioielli, carrozze, abiti e divertimenti; spesso venivano installate in una casa di proprietà del protettore o in affitto da lui pagato.


I problemi della prostituzione: il degrado del corpo e della mente
Nell'Ottocento, in un perioco così puritano da risultare quasi di estremismo, la prostituzione così diffusa e così praticata e sfruttata era non solo una piaga, come veniva definita, ma anche un bello smacco. Tutti sembrano santi, la frase della Bibbia Chi non ha peccato scagli la prima pietra improvvisamente assume un nuovo significato e in molti si dicono privi di macchia, ma alla fine non sono tanto sicura che fossero tutti in buona fede.
Se davvero nessuno ricorreva alle prostitute allora queste sarebbero dovute essere in numero decisamente inferiore, invece toccavano le 50.000 anime, 80.000 secondo fonti un po' meno attendibili.

Oltre allo schiaffo morale, al quale comunque si poteva sopravvivere, c'erano diverse altre conseguente, una su tutte l'incidenza delle malattie veneree, come sifilide e gonorrea, che colpirono la popolazione e esponevano il soggetto al pubblico disprezzo, come se uno si apprendesse al collo il cartello vado a puttane e tutti gli altri con la coda di paglia fingevano di indignarsi davanti alla cosa, i padroni di casa lo sfrattavano, la moglie l'abbandonava, ecc.
La percentuale di affetti da malattie a trasmissione sessuale era ai picchi storici, neanche le orde di Lanzichenecchi che saccheggiarono l'Europa e l'Italia con l'invasione di Carlo V avevano prodotto risultati tanto allarmanti, il Parlamento inglese, infatti, promulgò diverse normative per il controllo sanitario delle donne ufficialmente iscritte al mestiere di prostitute (c'erano appositi elenchi tenuti dalle Camere di Commercio e dalla polizia) e dei bordelli.

Tutti i provvedimenti che si presero, comunque, non riuscirono ad arginare di molto il problema, che non era causato dalla postituzione in sé, ma da un marciume collettivo di falsa apparenza e rettitudine che nascondeva un marciume di spirito e di comportamento e una depravazione senza fondo.
Particolare de La visita della
Regina di Saba by
Edward John Poynter
Adesso non dobbiamo generalizzare, non è che tutti i victorians fossero dei pervertiti di prima categoria, c'erano davvero quelli che seguivano fin troppo alla lettera le regole morali imposte dal sistema da loro stessi costruito, ma la maggior parte era di quelli che predica bene e razzola male, nel senso che fingevano di essere praticanti e osservanti delle più rigide norme per il quieto vivere (gli estremisti c'erano e, come oggi, erano sempre pronti a cercare gli untori), ma poi trasgrediva a molte di queste e non per cattivera, ma semplicemente perchè erano innaturali.

Una società troppo rigida e poco adattabile è destinata al fallimento e il fallimento di quella vittoriana fu proprio il dilagare di problemi dei quali la popolazione media, quella che avrebbe dovuto occuparsene e preoccuparsene in qualche modo, giurava di non sapere nulla negando l'evidenza.

In aggiunta a tutto questo il degrado morale e fisico dei luoghi di pratica non aiutava certo la società. Sevizie, angherie e prostituzione minorile non erano novità, visto che una delle credenze più diffuse sosteneva che ci si potesse librerare delle malattie veneree avendo rapporti con ragazzini o ragazzine e che si trasmettesse una qualche forma di immunità contro suddette malattie se la propria partner era incinta.
Mi perdonerete se non approfondisco quanto detto, il disgusto ch mi pervade anche al solo nominare queste pratiche è indicibile.


In letteratura
Uno degli attori che maggiormente si è soffermato sulla caduta morale delle donne durante quest'epoca è senz'altro Charles Dickens.
L'approccio che Dickens fa alla professione è molto particolare, quasi un'indagine per ogni libro in cui proprone un personaggio del genere, un approccio diversissimo da quello che si faceva invece prima di lui nella letteratura ottocentesca.
Durante il Settecento libri diversi ebbero come protagoniste o comprimari delle donne dedite alla prostituzione e alla vendita delle proprie grazie, molto famoso fu (ed è ancora) Fanny Hill, memorie di una donna di piacere che divenne uno dei libri all'indice più letti di sempre e scandaloso addirittura per i nostri liberali princìpi sui comportamenti sessuali.

Altra opera conosciuta è Moll Flanders, dove la scandalosa ragazza protagonista non solo intreccia relazioni con vari uomini allo scopo di ricevere in cambio denaro, ma finisce addirittura per avere un rapporto con il proprio fratello.

Susanna al bagno
by Hugues Merle
Anche Henry Fielding, celebre fondatore dei Bow Street Runners, scrisse di alcune di loro al preciso scopo di mettere in evidenza quanto l'elevatezza morale non abbia a che fare con i comportamenti che si perpetrano per necessità. Fielding appositamente scrive nel suo romanzo Joseph Andrews di due tipologie di donne: la prima, la zia di quel Mr B. protagonista del Pamela di Richardson che aveva già parodizzato nel suo Shamela è una donna di un certo livello sociale e culturale, ma che tiene comportamente non diversi da una sgualdrina, la seconda è una ragazza che lavora all'osteria e che, come ci dice l'autore, non è avara né del suo corpo né del suo denaro, metafora per dire che si concede facilmente, ma, aggiunge, con il ricavato oltre a mantenersi aiuta i poveri e gli orfani.

Nell'Ottocento si fronteggiano due tipi di romanzi: i romanzi d'insegnamento e i romanzi di tratteggio. I primi raccontano storie atte ad insegnare qualcosa ai lettori, ad esempio tutte le vicende narrate da Charles Dickens, i secondi si prefiggono di descrivere la decadenza e la bassezza dei comportamenti umani, tra questi Thackeray ne è un buon esempio sia con Barry Lyndon che con La fiera della vanità.

Oggigiorno è particolarmente di moda parlare di donne che cercano di cavarsela, è il mito della donna indipendente nata dopo gli anni Sessanta, figlia del baby boom. Quanti libri conosciamo al riguardo?
Una marea.
Uno su tutti che credo riassuma bene il genere è Il petalo cremisi e il bianco, di cui è stato tratto anche un adattamento televisivo dal medesimo titolo con Romola Garai, già Emma Woodhouse per la BBC.



E con tanta fatica siamo giunti alla fine anche di questo post.
Ho omesso molte cose che volevo dire, particolari, dettagli, aneddoti, significati. Purtroppo non c'è posto per tutto e ho preferito tagliare alcune parti a mio avviso meno significative.
Il problema della prostituzione era vastissimo e parlarne in poco meno di un saggio credo sia in parte riduttivo rispetto alla rilevanza che ricorprì per la gente di quel tempo. Spero solo di non averlo trattato con troppa superficialità, anche se sono certa che riguardo al mio scritto ci saranno molte critiche.


Particolare de L'amore sacro e
l'amore profano

by Tiziano
Una nota doverosa la devo fare circa il corredo di immagini che ho messo al post: poichè non volevo incappare in nessun tipo di volgarità che potesse in qualche modo offendere la sensibilità dei lettori, ho preferito scegliere immagini molto classiche con nudi abbastanza casti, alcune sono ispirate dalla Bibbia (in almeno metà dei dipinti con donne provenienti dalla Bibbia queste sono nude e con forme alla Rubens che non lasciano molto alla fantasia), mi piacerebbe poter parlare di nudità e arte, specialmente in ambito vittoriano, ma essendo digiuna di conoscenze artistiche, temo che non potrò mai approfondire seriamente l'argomento.

In compenso spero che il post sia stato interessante e scusatemi se mi sono dilungata così tanto.


Links e approfondimenti
Judith Walkowitz, City of Dreadful Delight: Narratives of Sexual Danger in Late-Victorian London
Judith Walkowitz, Prostitution and Victorian Society: Women, Class, and the State
Nina Attwood, The Prostitute's Body: Rewriting Prostitution in Victorian Britain
Trevor Fisher, Prostitution and the Victorians
Paula Bartley, Prostitution: Prevention and Reform in England, 1860-1914
Anne M. Butler, Daughters of Joy, Sisters of Misery: Prostitutes in the American West, 1865-90
Deborah Anna Logan, Fallenness in Victorian Women's Writing: Marry, Stitch, Die, Or Do Worse
Drew D. Gray, London's Shadows: The Dark Side of the Victorian City
Philippa Levine, Prostitution, Race and Politics -Policing Venereal Disease in the British Empire





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