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26 settembre 2011

La «corona lombarda»

L'Italia, lo sappiamo, è un Paese che ha sempre esercitato molto fascino sugli anglosassoni che da sempre ci sfruttano sia come luogo di villeggiatura, ma anche come enciclopedia vivente di cultura e tradizione. Oserei dire che basta sollevare la possibilità che un manufatto o un tradizione provenga dallo Stivale perchè un inglese sia preda della smania di accaparrarselo.

Scherzi e patriottismo a parte, ci sono stati sprazzi nel passato in cui gli inglesi in particolare amavano molto l'Italia ed erano affascinati dagli oggetti e dalle usanze che si portavano da noi, perfino la moda, appannaggio quasi esclusivamente francese, ebbe qualche raro esponente proveniente dall'Italia prima di Valentino, anche se i loro nomi di rado sono passati alla storia come quello dell'inventore del rosso per eccellenza.

La misteriosa
corona lombardamodello realizzato in ottone argentato
La corona lombarda che ho nominato a titolo del post (nome inglese), conosciuta da noi come raggiera o anche come guazza, è proprio uno di questi casi, uno di quegli accessori di cui neppure noi italiani, a parte i diretti interessati della regione, rammentiamo l'usanza o ne conosciamo la provenienza, ma che continua a vantare riproduzioni in certune circostanze (leggasi illustrazioni dei Promessi Sposi e le classiche celebrazioni in abiti storici).
No, niente a che vedere con la famosissima Corona Ferrea conservata nel Duomo di Monza e utilizzata per l'incoronazione dei Re d'Italia e degli imperatori del Sacro Romano Impero, ma qualcosa di molto più vanitoso, sebbene proveniente dalla stessa regione.
Spadini a cucchiaio e intarsiati
La corona lombarda, infatti, è un accessorio femminile utilizzato durante la storia italiana per adornare il capo, e dalla caratteristica foggia a ventaglio che formava un'aureola intorno al capo della ragazza che l'indossava, simile a quella delle Madonne.

Accessorio diffusissimo in Lombardia e facente a tutt'oggi parte del costume regionale delle zone del lecchese, del varesotto e della Brianza, fu per lungo tempo conosciuto solo in Italia come acconciatura popolare ed è proprio da lì che ne proviene il nome ufficiale di guazza che nel dialetto originario significava "intreccio". In altre zone, vista la sua diffusione territoriale, assume i nomi di raggiera brianzola, giron, speronada, sperada o coo d'argent.

La sua origine è avvolta nel mistero, nella leggenda e anche nelle supposizioni, si credo infatti che l'usanza provenga dalla Svizzera, probabilmente importata in Italia con i mercanti che commerciavano dai paesi d'oltralpe fino alle ricche città del nord ducato milanese.
Attraverso i walser provenienti dalla Val d'Aosta la corona è entrata nell'utilizzo collettivo lombardo per i vestiti della festa intorno al Seicento, rimanendoci fino agli inizi del Novecento, quando le particolarità e le fogge dei costumi regionali iniziarono ad essere piano piano appianate dalla moda in serie e dalla standardizzazione degli abiti, oltre che dal sempre più rapido cambio della foggia degli abiti, soppiantati da altri di fattura più mascolina.
Lucia Mondella guarda dalla finestra
by Eliseo Sala

È proprio la versione seicentesca che, grazie alla prosa immortale del Manzoni è giunta fino a noi in una famosa descrizione che senz'altro ricorderemo dai banchi di scuola, ve la riporto sperando di non suscitare troppi brutti ricordi =)
Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre... I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile drizzatura. si avvolgevano dietro il capo in cerchi molteplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all' 'intorno, quasi a guisa de ' raggi d'un 'aureola, come ancora usano le contadine del Milanese.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo II


Foggia delle guazze
La raggiera, altro nome con cui veniva identificata in Italia, aveva una fattura molto particolare, era costituita da molti spilloni per capelli di lunghezza variabile tra i 10 e i 20cm disposti a ventaglio o a semicerchio; in alcune versioni, specialmente quelle italiane tradizionali e le più antiche, gli spilloni erano sistemati uno per volta nell'acconciatura, mentre in altre di fattura ottocentesca erano uniti tra loro tramite cordicelle o fili d'argento formando una struttura unica.
Quelli che noi chiamiamo semplicisticamente "spilloni" prendevano il nome di spadinn, ovvero spadini, se erano piatti, oppure cugiarett se terminavano a paletta concava. Il loro numero variava sia a seconda del della regione, nel costume tradizionale lecchese, durante il Settecento, se ne contavano da 24 a 27, mentre nel varesotto aumentavano da 30 a 40.
Con la successiva introduzione ottocentesca dell'accessorio anche in abiti non tradizionali, il numero di spadinn aumentò visibilmente fino a toccare la cinquantina.
Disegno esplicativo della
struttura della raggiera

(cliccare per ingrandire)
Oltre agli spadini normali, le donne portavano fino a sei spadini decorati nella parte più bassa della pettinatura, questi erano differenti dalla forma piatta o a cucchiaio degli altri, venivano ottenuti colando l'argento fuso o il metallo sugli ossi di seppia, notoriamente resistenti al calore, e risultavano decorati in maniera raffinata, i più ricchi, invece, li facevano cesellare direttamente dagli orafi, con un costo di molto superiore.

Il metallo con cui l'intera struttura era realizzata era argento nei casi più preziosi, ma anche ottone argentato o rame per chi non poteva permettersi di meglio. I più poveri adoperavano anche il legno, i più ricchi si facevano realizzare in oreficeria delle sperada d'oro.

Costume tradizionale lecchese
in una cartolina dei primi del
Novecento
Gli spilloni, che nelle fogge più preziose potevano essere sormontati da una perla o decorati e intarsiati, venivano infilzati tutt'intorno alla crocchia che la ragazza portava sul retro del capo, nella massa di capelli tirati che si aveva tutt'attorno, ecco il perché del caratteristico nome: una volta indossata, infatti, sembrava che dall'acconciatura della donna si formassero molti raggi costituiti dalla corona.
L'acconciatura non era ancora finita, la raggiera, infatti, oltre che dalla parte appena descritta era costituita anche da un ultimo spillone, più lungo, sistemato trasversalmente; questa parte della corona, chiamata spontone o guggione, andava infilzata direttamente all'interno dello chignon, trapassandolo come uno spiedo e assicurandolo per bene tramite due blocchi a forma di uovo detti olivelle, chugiar, oeuv o ball vale a dire olive, cucchiai, uova o palle, e finalmente l'intera impalcatura era conclusa.
Questa particolare usanza mi ricorda, seppur vagamente, la pettinaturanazionale coreana dove i capelli della giovane venivano intrecciati fino a formare una striscia lunga, poi con la treccia si formava una crocchia sulla nuca, infilzata con un lungo spillone decorato da un lato con smalti, inserti e pietre preziose.


Cultura della sperada
Nelle regioni brianzole, del lecchese e del varesotto la pettinatura con le guazze o con la sperada era uno status symbol; ogni ragazza sognava e costruiva nella sua mente la propria pettinatura con gli spadini un po' come certe bambine sognano l'abito del matrimonio [all'epoca l'abito del matrimonio non era diverso dal solito, si usava quello della festa, non esisteva un vestito apposta da mettersi una sola volta, che spreco!] e a volte rinunciavano all'acquisto di altri accessori o addirittura beni anche di prima necessità, risparmiando per comprarne un pezzettino ogni volta, rendendo l'insieme più ricco e bello. A noi, abituati ad avere tutto in abbondanza sembra strano, ma questo genere di mentalità era molto diffusa fino agli anni Settanta, quando le ragazze, fin dalla fanciullezza, iniziavano ad accantonare oggetti e biancheria da casa per formare il loro corredo. Con il progressivo decadimento che l'istituzione del matrimonio ha avuto nella società, anche quest'usanza è andata perdendosi.

Raffinata sperada in argento con spadini cesellati a mano
Il passaggio di una ragazza dall'infanzia all'età adulta era sancito, oltre che dalla maturazione fisica, leggasi menarca, proprio dalla grande concessione di non portare più le lunghe trecce sulle spalle, ma di poter raccogliere i capelli, ecco quindi perché la sperada aveva tanti significati importanti per loro, più del nostro moderno cellulare!
Una ragazza divenuta signorina, come si dice dalle mie parti, cioè arrivata alla pubertà, poteva raccogliersi i capelli ed era, quindi, ufficialmente maritabile e corteggiabile [non si maritavano ragazze non ancora sviluppate perché non potevano avere figli. Anche per i matrimoni di eredi al trono, principi e duchi combinati dalla culla si aspettava che entrambi gli sposi avessero raggiunto l'adolescenza per celebrare la cerimonia ufficiale nella quale erano proprio loro a pronunciare i voti e a cui seguiva la consumazione del matrimonio].
So che con la precoce età puberale odierna risulta difficile associare quest'idea del matrimonio alle bambine undicenni che giocano con le Barbie, ma bisogna tenere conto di due fattori:
  • Il primo era che una volta ci si sposava presto. Sedici anni era un'età appropriata, specialmente se ne si veniva da due di corteggiamento [Renzo e Lucia sono rimasti fidanzati una vita e mezza!].
    Anche quattordici era considerata appropriata, anche se per noi è pedofilia.
  • Il secondo era che l'età puberale per le ragazze, non influenzata né dalla società o dalla tv, né dallo stile di vita frenetico, era molto più avanti, quindi intorno ai quindici-sedici anni (cfr. L'amante del re di Bertrice Small dove Blaze, la maggiore, viene data in sposa quasi sedicenne, appena divenuta signorina ed egual cosa accade alle gemelle Bliss e Blythe) . 
Raggiera del 1840 eseguita da un argentiere di Milano,
composta da: 34 spadini a cucchiaio, 2 spilloni decorati e 2 "olivette".
Questa raggera è di proprietà di un componente del Gruppo Folk Bosino.

Era usanza in alcune regioni acquistare uno spontone alla Prima Comunione di una bambina (all'epoca si faceva intorno agli undici-dodici anni) e uno spadinn per ogni compleanno da allora fino al diciottesimo o al ventiquattresimo, ecco anche il perché del numero 24.
Una ragazza fidanzata riceveva inoltre il giorno delle nozze uno spadinn dal suo futuro marito per ogni anno d'età, andando ad integrare il piccolo gruzzolo realizzato dalla famiglia.
La sperada era anche fatta in modo da denotare sempre la condizione della fanciulla nella società, a seconda della foggia si indicava se era nubile, sposata, con figli, ecc.
Le donne sposate, per esempio, indossavano nel semicerchio di raggi uno spadinn differente dagli altri che denotava ufficialmente la sua condizione di coniugata. Il numero e la qualità di spadini presenti nell'elaborata acconciatura era un motivo di ostentazione da parte delle donne del paese a riprova dell'agiatezza della famiglia di appartenenza, della munificenza del marito e della considerazione in cui la spùsa era tenuta.


Indossare la raggiera
Quasi indispensabile, è da premettere, erano capelli sufficientemente lunghi da poter essere raccolti almeno in trecce. All'epoca, come ricorderemo dai post sulle acconciature, non era certo una stranezza avere una folta chioma che arrivasse fino alla schiena, oggi forse non tutte le lettrici possono vantarla.

L'elaborata acconciatura a sperada
di una donna sposata in abito tipico
del varesotto
I capelli dovevano essere precedentemente spazzolati con cura e, nel caso di capigliature ricce, lisciati con l'impiego del sapone e tirati tutti nei due lati, segnando una riga centrale dalla fronte alla nuca ben scriminata, poi si formavano due trecce, da un lato e dall'altro della testa,  che con perizia venivano arrotolate intorno alla base del capo, formando un cerchio o una crocchia, dopodiché con lo spontone erano bloccate e fissate al loro posto (non esistono mollette e forcine, badate bene!).
Fatto ciò gli spadinn erano infilzati nel cerchio delle trecce in modo che sporgessero appena intorno al capo, lo spontone, invece, doveva essere ben visibile ai lati del viso.

Il lavoro di messa su della sperada era molto lungo e complesso, le donne la sistemavano una con l'altra, tra suocere, nuore e cognate, da sole era un'opera impensabile, e infatti una sperada storta, disordinata o asimmetrica poteva significare che i rapporti tra le donne di casa non erano molto buoni.
L'acconciatura, inoltre, non era risistemata ogni giorno, ma solo una volta ogni tanto, le donne dormivano con tutta l'impalcatura su proprio come le geishe, che andavano dal parrucchiere a rimontare la struttura una volta al mese. Per mantenere la pettinatura venivano utilizzati degli appositi poggiatesta come cuscini che sostenessero il collo, ma sollevassero la testa.


Renzo confessa a Lucia il
rifiuto di Don Abbondio di
celebrare il loro matrimonio
Cosa c'entra, però, questa particolare usanza lombarda con un blog sull'epoca Vittoriana? Specialmente a fronte delle posizioni che ho preso riguardo l'approfondimento della storia italiana...
È da dire che questo particolare accessorio, che noi conosciamo solo dalle illustrazioni dei libri di scuola, ebbe una grande risonanza all'estero, specialmente in Inghilterra e in Germania, dove venne esportato con successo, uno dei pochi casi della storia.
Nell'Ottocento, infatti, quando cominciarono ad essere di gran moda i capelli raccolti a chignon, si cercarono molti modi per adornare la propria pettinatura e le donne non si lasciarono certo sfuggire la possibilità offerta dalla corona lombarda, che in Italia, invece, era usata già da de secoli, sebbene facesse parte del costume popolare e non certo gli outfit della nobiltà. Nell'arco di un decennio, intorno al 1860, la raggiera raggiunse addirittura la vetta della classifica dei VIP, essendo portata e ostentata con orgoglio da regine e imperatrici, oltre che dalle nobili di corte.
Una delle più importanti sponsor fu la Principessa Carlotta di Baviera, successivamente conosciuta come Imperatrice Carlotta, moglie dell'Imperatore Massimiliano del Messico, fratello di Franz, che indossa questo accessorio in uno dei suoi più famosi dipinti che la ritraggono e che diede molto impulso all'acquisizione dell'usanza nei paesi germanici del sud.
Carlotta, in particolare, che prima d'essere Imperatrice del Messico era una delle Principesse austriache della casa d'Asburgo, aveva ricevuto in dono una sperada impreziosita da perle e raffinati ceselli, dalle suddite lombarde, quale omaggio alla Sua Maestà, la principessa aveva sfoggiato spesso l'accessorio in circostanze ufficiali e in dipinti di rappresentanza, scatenando un vero e proprio must have nella corte viennese e, successivamente, prussiana e monacense.

Carlotta d'Asburgo,
Imperatrice del Messico, con
la sperada regalatale dalle
suddite lombarde
Molte delle antiche sperade realizzate prima del Novecento sono purtroppo scomparse con la Prima Guerra Mondiale, date come pegno alla patria per le esose guerre che avevano distrutto l'Italia del periodo.

Oggigiorno, ambito folkloristico a parte, le guazze sono rimaste ancora nella foggia della corona conferita a Miss Padania.
Simbolo dell'affermazione femminile in Brianza, è anche il logo di una associazione con fini femministi che porta proprio il nome di sperada e anche di un gruppo per il recupero delle tradizioni intitolato a Renzo&Lucia.


Link e fonti
Troverete parecchi link perché un po' sul web se ne parla, ma sempre con nomi e diciture differenti e quindi è difficile mettere insieme tutte le fonti di luoghi diversi, dove la chiamano chi ad un modo e chi all'altro. 
Il primo passo è scoprire tutte le nomenclature di quest'oggetto...
 
Wikipedia IT | Guazze
Brianzolitudine | Brianza Hope
Culture Popolari e Tradizioni della Lombardia | Abiti e ornamenti | La sperada
Museo Etnologico Monza e Brianza | La sperada, ornamento dell'acconciatura femminile
Gerenzano Forum | L'eleganza dei nonni e la sperada delle nonne
MilanoFree Forum | La sperada o raggiera nella tradizione lombarda
Gruppo Renzo&Lucia | La raggiera
Gruppo Folk Bosino | La raggera
Federazione italiana tradizioni popolari | Gruppo Renzo&Lucia
Italian Folk Federation | Le guazze di Lucia
Experiments in elegance | Mystery Headdress and Lombardi National Costume


Spero davvero che il post sia stato interessante, non so se si è notato, ma ciascun titoletto utilizza un nome differente dello stesso oggetto, ci tenevo a sottolineare che, mentre all'estero la chiamano banalmente corona lombarda, da noi ha molti altri nomi specifici della regione e della foggia, così come anche le sue componenti.

Ci risentiamo al più presto, un bacione grande





Mauser

23 settembre 2011

Il Samovar

Cari lettori,
di ritorno dal mio viaggio in Grecia e Turchia ho portato con me molti bei ricordi di quei luoghi esotici, delle loro usanze e tradizioni, a volte simili e a volte un po' meno alle nostre.
Illustrazione di un samovar
Una delle cose che mi ha molto colpito, specialmente in Turchia, è proprio vedere come coabitano insieme sia la cultura Occidentale che quella Mediorientale.
I turchi di Izmir, dove abbiamo fatto scalo, ci spiegava la nostra stupenda guida locale, sono persone tranquille per cui la serenità della giornata e dell'esistenza, aliena dalla frenesia della vita moderna, è ancora un valore da preservare, per questo quelli di Izmir non sopportano che gli abitanti di Ankara, zona notoriamente più fredda e meno mite di clima, vengano a svernare sulla loro costa egea, portando con sè la mentalità malpensante della capitale e il modo di prendere la vita, sempre di corsa.
Alle cinque di pomeriggio, mentre mi trovavo per strada, dal minareto un muezin si è messo a recitare la sua quotidiana litania, mentre un dromedario passeggiava placido lungo la strada, il nostro autobus proseguiva lentamente nella regione di Selgiuk e due uomini dalla pelle scura e i baffi neri sorbivano il loro tè sotto una tettoia ombreggiata, attingendo da un samovar posto su un trespolo sul balcone.

Il samovar è l'oggetto di cui voglio parlarvi oggi, per la nostra rubrica dedicata a quegli utensili ormai quasi scomparsi dalle nostre esistenze, ma che in passato erano quotdiani nella vita di chi poteva permetterseli.
Per parlare del samovar dobbiamo temporaneamente lasciare sia l'Inghilterra vittoriana, sia l'Ottocento e spostarci più indietro nel tempo e più verso Oriente, fino alle sconfinate steppe dell'Asia centrale, dove, si pensa, quest'oggetto nacque moltissimi secoli fa.



Origine del samovar
La Russia detiene ancora oggi il primato di utilizzo e ne rivendica con energia la maternità, ma molti storici mettono in dubbio la cosa, propendendo per credere che si tratti, invece, di un'invenzione delle grandi pianure centrali.

Indubbio è invece che sia russa la parola adoperata ancora oggi, samovar deriva infatti da due termini sam=solo e varit'=bollire. Unendoli insieme si ottiene la parola che conosciamo, col significato di bolle da solo, un bollitore automatico, insomma.

Girl with samovar
by Anatoly Korobkin
I sostenitori della tesi russa, cioè coloro che pensano che il samovar sia nato nel Paese degli zar, riconducono la sua nascita ad un altro oggetto, molto simile, chiamato sbitennik, adoperato per preparare una bevanda calda di nome sbiten a base di miele e spezie o erbe aromatiche, ideale per il rigido inverno. In origine, quando il tè era ancora una bevanda di lusso per la nobiltà boiara, era lo sbiten a farla da padrone e per un certo periodo, nel Settecento, le due bevande furono in competizione per guadagnarsi il diritto ad essere le più apprezzate. Ricordiamoci che il tè arrivò in Russia intorno agli anni Trenta del Seicento.

Lo sbitennik era un aggeggo simile ad una teiera, munito di zampe sulle quali poggiava per non disperdere il calore sulla superficie con cui era a contatto, e corredato di un tubo, la sua forma, effettivamente, è molto analoga a quella del samovar.
Ma come avvenne, allora, il passaggio dallo sbitennik al samovar? Si tratta semplicemente di un adattamento ad altra funzione dello stesso oggetto o c'è dietro qualcosa di diverso, un'evoluzione che si discosta dall'originale, sebbene porti ad un oggetto simile?
Nessuno sa dare una risposta a questo quesito, ma probabilmente, con il cambiare dei gusti, l'oggetto venen adattato (le modifiche sono quasi irrilevanti) per poter funzionare anche per il tè, probabilmente esistevano sbitennik, con altri nomi, per molte bevande calde di uso comune che si preparavano per infusione e questo lo lascia supporre il fatto che il samovar/sbitennik rimase per lungo tempo confinato nelle regioni più fredde del Paese, per esempio sui monti Urali o nel nord vicino alla Siberia.

Con il progresso industriale, i samovary, come molti altri oggetti, iniziarono ad essere prodotti in serie negli stabilimenti sui monti Urali. A iniziare l'attività fu Nikita Demidov che nel 1701 si trasferì nella regione dando l'avvio alla prima industria. La produzione non era fatta a macchina, ma a mano [difficile pensare ad una produzione in serie fatta a mano, vero? Eppure fino al Novecento fu così per TUTTE le cose] e si dice risalga a questo periodo la trasformazione del samovar da semplice teiera con le zampe alle forme più moderni a cui siamo avvezzi, l'ispirazione proviene proveniva con ragionevole probabilità dai distillatori realizzati nella stessa zona in materiale di rame.

A renderlo però l'oggetto diffuso, amato ed esportato in tutta l'Europa fu Fedor Lisityn, armaiolo che si dilettava nella realizzazione di questi oggetti nel tempo libero, ma furono due fratelli, Ivan e Nazar Lisityn, sui figli, che aprirono nel 1778 la prima fabbrica presso Tula, ancora oggi conosciuta come la città dei samovary.
Samovar sferico decorato a mano con teiera
abbinata e vassoio da portata
Nel 1830 il  samovar cominciò ad essere prodotto industrialmente partendo a Tula, dove era nato il suo successo, via via per tutto il mondo. La moda lo esportò anche lontano dalla regione della Moscova, arrivano fino alla mitteleuropea San Pietroburgo e contagiando le colonne portanti della letteratura russa, Pushkin, , Tolstoj, Gogol, Dostoevskij e Cechov lo nominarono spesso nei loro romanzi, da Guerra e Pace ai Fratelli Karamazov, ecc.
L'esportazione del samovar avvenne verso Occidente, ma anche verso Meridione, dove i paesi arabi dell'Impero Ottomano, dell'Impero Persiano e delle regioni di confine dell'India lo adottarono a loro volta, riconoscendone l'utilità e la praticità rispetto ai metodi tradizionali.

L'evoluzione stilistica portò lentamente a sostituire carbone e carbonella, fonti originarie del calore per scaldare l'acqua, con olio, gas e, in seguito, elettricità, oltre a far assumere al samovar molte forme, di queste le più riuscite e famose rimangono:
  • A cilindro
  • A botte
  • A sfera
  • A cratere
Quest'ultima, in particolare, viene considerata la più raffinata, ispirata alle forme dei vasi dell'antica Grecia dalla sagoma a imbuto, il fondo concavo, le pareti ornate di manici e un appoggio a piantana o a zampe.

L'impiego più prestigioso del samovar, che lo rese ancor più noto ai russi, fu la sua introduzione nei vagoni di lusso della ferrovia Transiberiana che collega la capitale Mosca con la città di Vladivostok, sulla costa pacifica.
9000 km di rotaie, 7 giorni di viaggio per completare la tratta, 1000 fermate da oltrepassare, 7 fusi orari da attraversare per 10 anni di lavoro serrato di prigionieri e condannati, molti dei quali morirono per la fatica, il freddo e le privazioni, con la spaventosa media di posa di 740km annui di ferrovia.

Sebbene a noi possa apparire difficile, consumatori medio-bassi di tè e molto più di bevande sintetiche gassate, il samovar rimase in uso continuato in Russia almeno fino agli anni Ottanta del Novecento, quando, in occasione dei Giochi Olimpici, oltre a divenire il souvenir perfetto, fu anche eletto a simbolo della Russia insieme al classico colbacco di pelliccia nera tipico dei cosacchi dello zar e poi anche dell'esercito dell'Armata Rossa.
At the Samovar
by Aleksandr Ustinovich
Ancora oggi nelle zone meno industrializzate e fondate su un'economia agricola, viene considerato il regalo di nozze perfetto.

Anche in Inghilterra, sulla moda russa, verso la seconda metà dell'Ottocento possiamo incontrare molti samovar. Certo, gli inglesi tradizionalisti difficilmente avrebbe abbandonato la loro consuetudine della teiera, che abbiamo descritto nel post dedicato all'usanza del tè pomeridiano, per loro sacra quanto la yumecha giapponese, la cerimonia del tè, ma quando c'era da preparare la bevanda tipica victorian per quaranta persone, forse un aiutino non sarebbe stato sgradito, piuttosto che mettere a bollire una dozzina di teiere, non credete? Quindi non stupitevi se, di nascosto, in cucina il samovar russo era largamente impiegato, oppure se i pezzi più pregiati venivano sistemati e adoperati in salotto come pezzi d'arte, più come vasi da esposizione che come utensili realmente utilizzabili.


Il samovar oggi
A parte la Russia più arretrata, dove le tradizioni moderne non sono ancora arrivate [e forse è meglio che non arrivino] e dove il tè lo si prepara ancora come nell'Ottocento, il Paese che tampina per il primato d'impiego è l'Iran, dove il samovar è all'opera da circa due secoli.
Certo oggi si usano quelli elettrici, le cose cambiano e il mondo gira per tutti, anche per i più integralisti, ma la dedizione della cerimonia del tè iraniana, o persiana se preferite la versione pre-komehinista, è altrettanto accurata come quelle più note inglesi e giapponesi.
In Iran il samovar viene chiamato samavar e con la sua arte squisita e l'argento tedesco rappresenta una delle forme di artigianato tipico del Paese. Assolutamente da vedere.
Oltre l'Iran, il samavar è diffuso nei Paesi del Medio Oriente come la Turchia dove sono stata io e dove il tè caldo viene sorbito anche con 48°C! Tanto di cappello... no, è meglio se il cappello lo tengo in testa, col sole e la calura che ho beccato, toglierlo equivale a prendere una di quelle strinate da ricordarsi tutta la vita =)

Samovar del Museo dei Samovar
di Tula (Russia)
Sebbene i samovar originali fossero a carbone, carbonella o olio e venissero usati all'interno, al giorno d'oggi la pratica è vietata dalla legge a causa dei fumi tossici che potrebbero sprigionarsi, così come i pericoli di incendio, gli unici consentiti in ambienti chiusi sono quelli installati a parete e collegati direttamente all'impianto idraulico, questi tuttavia assomigliano più ai boiler per scaldare l'acqua della doccia, piuttosto che agli originali oggetti portatili che erano...


Usare il samovar
Ogni Paese ha le sue regole della buona ospitalità, in Russia si dice che presentare ai propri invitati un samovar pulito e lustro sia un'indice importante nella scala di valutazione ed è anche un segno di riguardo nei confronti degli ospiti.

Il primo passo per iniziare a farlo funzionare è riempire la caldaia con dell'acqua, per comodità il samovar viene posto sopra un vassoio, in questo modo le eventuali gocce che dovessero cadere, piuttosto che la cenere del combustibile, non andrebbero a rovinare il tavolo o la tovaglia.
Passiamo ora al combustibile: in assenza del combustibile solido che viene usato spesso anche nei fornelletti da campeggio, si può adoperare la carbonella del barbeque piuttosto che pigne secche, che conferiscono un aroma resinoso molto particolare, quest'usanza è diffusa principalmente in Russia, dove si ha abbondanza di questo materiale, mentre altrove scarseggia (ad esempio in Medio Oriente), è sconsigliabile usare direttamente il legno o il carbone trattato che si trova in commercio.
Bene, ora diamo inizio alla combustione!
Carta o ramoscelli andranno benissimo per questa funzione, anche i fiammiferi, sebbene sia consigliabile impiegare qualcosa che duri leggermente di più senza rimetterci le dita della mano.
Il fuoco così creato va mantenuto se si vuole scaldare l'acqua continuativamente, in media si impiegano 20 minuti per una caldaia da 4 litri, un notevole risparmio di tempo rispetto all'impiego della teiera normale.

Stanza arredata in maniera tradizionale con
samovar, dolci tipici e oggetti tipici
A questo punto, sfruttando il rubinetto posto alla base, è possibile spillare l'acqua in ebollizione e usarla per mettere il tè in infusione.
Per coloro che l'avessero dimenticato, ricordo che il tè all'inglese non viene preparato direttamente nella teiera in cui bolle l'acqua, loro usano un bollitore e poi ne travasano il contenuto nella teiera di ceramica, dove verrà aggiunta la miscela di foglie.
Tutto chiaro?


Sitografia e link utili
Wikipedia - Samovar
Insieme a Tè | Samovar
Una stanza tutta per il Tè | Il samovar
MasterRussian | Russian Culture | Samovar
Cultura Russa | Samovar
The Tula Museum of Samovar
Samovaroff Museum about private collection of Mikhail Borschev !!!CONSIGLIATO!!!
Samovarmuseum

Spero che l'approfondimento sia stato interessante,
ci rivediamo presto,
un bacio a tutti





Mauser

5 settembre 2011

Il duro inverno nella baita di Heidi

Cari lettori,
la tematica delle dimore, costruzioni, case e arredamenti è per me estremamente interessante, ormai è stata sviscerata in maniera, a mio avviso, abbastanza approfondita ed è per questo che volevo dare un ultimo tocco alla descrizione fatta nel post Nelle case di contadini e poveri.
Nello specifico vorrei approfondire un minimo il problema delle case dei contadini. Quando noi persone del XXI secolo pensiamo ai contadini ci vengono in mente le immense fattorie americane, i ranch di Montana Sky [tra l'altro un film che adoro e spero che pubblichino presto il libro anche in Italia], oppure i grandi cascinali della pianura padana.
L'ingresso dell'abitazione con un piccolo
focolare nel pavimento
In realtà la situazione era piuttosto diversa e decisamente più modesta di quanto la raffiguriamo.
La mia vacanza in Val d'Aosta, meta di ripiego dopo aver dovuto abbandonare l'idea di Vienna, mi ha portata a scoprire un interessante Museo Etnografico, la Maison Gerard Dayné, che ha aperto gli occhi anche a me: sebbene io mi approcci alla storia con sufficiente disillusione da non credere a tutte le favole che ci raccontano i romanzi o che la televisione vuole passarci [badate bene che la televisione è un nemico subdolo], neppure io immaginavo la vita in modo così spartano.

La situazione dei contadini negli anni tra il Settecento e l'Ottocento era drammatica e questo è già un indizio per capire come mai la rivolta della Rivoluzione Francese sia avvenuta in città, mentre nella Vallonia si rifiutavano di riconoscere la nuova autorità repubblicana: avevano pensieri più pressanti di cui occuparsi, tipo lavorare per sfamarsi.
Se il tempo dei servi della gleba era ormai trascorso e il Medioevo lontano, altrenttanto non si poteva dire della situazione, a tutti gli effetti i contadini erano una proprietà del latifondista, feudatario, visconte o vescovo locale, che possedeva l'appezzamento di terreno che coltivanao o dove pascolavano i loro animali. Il loro signore riscuoteva periodicamente i frutti della terra privandoli non di viveri extra, ma di quel poco che, già così, avrebbe a stento sfamato tutti. Le figlie dei contadini andavano a lavorare i campi o a servizio presso la casa del padrone e sposavano altri contadini della zona a loro volta agli ordini di qualche signore. Nel Settecento, prima della svolta ideologica illuminista e dell'avvento borghese, la ricchezza era ancora basata sulla quantità di terre possedute perchè dalla terra veniva il denaro.



La casa di un contadino, come abbiamo visto, era poco più di una stalla, ma vorrei farvi entrare con me per mostrarvi come era strutturata all'interno: la costruzione che comprendeva in sé sia la parte abitativa che la stalla, sebbene le due spesso si confondessero.

Tutti i membri della famiglia abitavano la stessa casa che passava dal patriarca al suo figlio maggiore, i figli maschi secondogeniti solitamente lasciavano l'abitazione per costruire la propria e la loro vita altrove, mentre le figlie la abbandonavano con il matrimonio, rimanevano le figlie zitelle e i figli fantini, cioè celibi, più i parenti vedovi e indigenti come zii e nonni, in questo modo la quantità di persone in casa era sempre equilibrata, grossomodo non si era mai meno di quattro, fino ad un massimo di una quindicina, più che altro dovuto allo spazio fisico.

Un armadio a muro per risparmiare spazio
Lo spazio, infatti, era sempre poco, conteso tra tutti coloro che abitavano nell'edificio, uomini e bestie, ma soprattutto tra gli abitanti e i loro mobili che erano minimalisti, infatti l'arredamento più consueto di questo genere di abitazione era costituito da stipi ed armadietti a muro scavati nella spessa parete domestica.
Una casa di contadini benestanti era strutturata su due piani, l'abitazione più il fienile, raramente si saliva oltre in quanto la possibilità di costruire dimore tanto alte e architettonicamente complesse andava oltre le conoscenze sia culturali che finanziarie dei paesi contadini.
Le costruzioni erano sempre sistemate sopra massi, pietre e muraglioni rocciosi: potrebbe apparire una scelta inconsueta o scomoda, ma molto coerente in quanto sfruttando le zone morte si sarebbero trovati al di fuori dei terreni fertili e pianeggianti, per non privarsi di un appezzamento, anche piccolo, in cui si poteva coltivare. Le rocce, inoltre, formavano solide fondamenta delle abitazioni su cui far crescere i muri delle case che potevano arrivare fino a 80cm di spessore e rendevano molto più solida e stabile l'intera struttura.

I due piani dell'abitazione erano adibiti a funzioni differenti: il piano terreno, a contatto con il pavimento, era per le persone e gli animali, il sottotetto, invece era adibito a fienile e a ripostiglio per le provviste che non sarebbero marcite (pane, oggettistica, attrezzi, legumi) se si aveva la fortuna di possederne; nel caso dei più ricchi esistevano anche delle cantine scavate nel sottosuolo a cui si accedeva tramite ripide scale scavate nella terra o nella roccia. Le cantine erano sempre più d'una e ciascuna aveva una propria destinazione: nella casa da me visitata se ne incontravano tre destinate rispettivamente alle provviste di vegetali, ai formaggi e al vino, questa scelta era fatta per far sì che i sapori non si mescolassero, contaminando profumo e gusto degli alimenti. Le tre cantine erano comunicanti tramite porte, ma costruite a livelli differenti (3-4 cm di dislivello) che conferivano a ciascuna un grado di temperatura differente (uno sbalzo termico di 3-5 °C): le più fredde erano per il formaggio, le più calde per il vino. Un particolare interessante è che il soffitto delle cantine non era intonacato, in questo modo la pietra in cui era costruito poteva respirare e assorbire l'umidità rilasciata dagli alimenti, se invece si passava la malta sulle pietre l'ambiente rimaneva forzatamente impermeabilizzato e i cibi finivano con il marcire.

Focolare di una stanza del fuoco
L'ingresso della casa aveva il pavimento in terra battuta e questo suggerisce che lì passavano anche gli animali e alcuni, come muli o asini, vi stazionavano anche, se la famiglia era sufficientemente fortunata da possederne. Avere un asino era una gran ricchezza, se ne avevano un paio per ogni villaggio e se avete letto I Malavoglia di Giovanni Verga sapete bene che la povera Mena è costretta a rifiutare Alfio prima per la sua povertà e poi, quando arriva con l'asino, perchè le malefatte di Lara avevano contaminato anche la sua reputazione [non certo un'eroina moderna, il canone odierno vuole che per amore si passi sopra a qualunque trascorso].


Per riscaldarsi in casa i camini erano poco efficaci, erano spesso singoli, a volte anche solo miseri focolari nel pavimento, e il loro potere calorifico decisamente ridicolo, per questo le stanze dove erano posti, chiamate stanze del fuoco, venivano adoperate per i lavori invernali, per esempio il ricamo, ma soprattutto la preparazione di prodotti caseari.
Lo strumento più efficace per avere un po' di tepore era dividere il proprio spazio con altri mammiferi, meglio se grossi e pelosi: le pecore erano quotatissime.

La stanza più importante della casa, quindi, non era quella con il camino, ma quella con gli animali, una stalla comune a uomini e bestiame.
Si trattava della più grande dell'edificio, interamente rivestita in legno come coibentante ed era costituita da due o più ambienti comunicanti: nel più grande sedevano le persone, lavorando e parlando e conducendo la vita di famiglia, le donne cucivano, ricamavano o lavoravano i merletti al tombolo, sgrossavano, filavano e tessevano la lana mentre gli uomini approntavano gli strumenti per la primavera e il lavoro dei campi, solitamente questo ambiente era costituito da un tavolo centrale e da alcune panche addossate alla parete, la scelta è da ricercarsi proprio nella mancanza di spazio di cui abbiamo detto poc'anzi.
Una stanza comune con alcuni attrezzi da lavoro
Notate con attenzione che non ci sono sedie, troppo ingombranti, ma panche alle pareti


Gli altri ambienti comunicanti erano destinati agli animali: pollaio, stalla e recinto chiuso.
Avere delle pecore nel recinto era estremamente comodo d'inverno, insieme ad esse venivano sistemate le culle dove dormivano fino a tre neonati l'una, mentre sopra le teste degli animali era sistemato un ripiano di legno simile ad una mensola molto larga dove dormivano i padroni di casa in quanto quello era l'ambiente più caldo. Gli altri si sistemavano sul pavimento della stanza, che era di legno e, quindi, meno gelido.
Il fienile, per quanto comodo, era usato come giaciglio solo d'estate perchè, essendo aperto per arieggiare paglia e fieno, d'inverno era anche estremamente freddo.

Una vista degli ambienti della casa con stalla e recinto.
La zona delimitata dalla tendina e con la culla era il recinto dove erano tenute le pecore, solitamente chiuso da una cassapanca che fungeva anche da mangiatoia. Sopra le loro teste era posta una trave dove dormivano le persone.
Dietro al recinto c'era la stalla delle vacche, mentre l'angolo di pavimento che spunta proprio al centro appartiene alla stanza della foto precedente, la sala comune (angolo in basso a sinistra), che come vedete era comunicante col recinto e la stalla.


La scelta di vivere insieme agli animali può forse non sembrare estremamente igienica, ma era la migliore in quanto la presenza di tanti mammiferi insieme creava un'atmosfera più calda rispetto alle altre camere, certo non i 20°C a cui siamo abituati [dimentichiamoci gli scioperi bianchi fatti a scuola quando i caloriferi non funzionavano], ma comunque meglio della media al di fuori, che arrivava anche a -20°C.
Certo questi animali con i loro parassiti, pulci, zecche, ecc erano estremamente pericolosi per i neonati il cui sistema immunitario non era ancora sviluppato, ecco quindi spiegato come mai molti bimbi morivano giovanissimi o non superavano l'inverno, le temperature freddissime e l'igiene domestica erano le principali cause di mortalità.
Se la cosa stupisce, comunque, basta pensare a quante malattie si sono debellate da quando Florence Nightingale, la signora con la lanterna, ottenne che fosse obbligatorio per il personale medico di lavarsi le mani prima di operare su un paziente...

Come avrete capito, la vita era difficilissima, anche terminato il rigido inverno sopravvivere era arduo; in primavera si piantavano molte colture come segale e ortaggi nei campi, patate e granoturco, ma nessuna di queste avrebbe dato i suoi frutti prima dell'estate, come fare quindi a sopravvivere?
Beh, si usciva di casa e si andava alla ricerca di vegetali selvatici, nei mesi primaverili i contadini che si occupavano di lavorare la terra e di coltivare mangiavano spinacio selvatico, cardo, ortica, ecc. come i topolini di Boscodirovo, con quelli si preparavano contorni e confetture, composte e minestroni.
Questa fissazione per il verde era dovuta principalmente al fatto che durante l'inverno si era consumato solamente carne essiccata, latte e derivati e pane duro e secco (perchè il pane si faceva una o due volte l'anno e lo si ammollava nel brodo, nel latte o nel vino), usciti finalmente alla luce, quindi, i contadini avevano necessità di consumare delle fibre piuttosto che zuccheri o proteine.
Il fienile (ristrutturato e visitabile)


L'inverno non era semplicemente un periodo di freddo fastidioso, patendo il freddo lo si temeva molto di più, cadevano fino a 8m di neve l'anno, coprendo quasi del tutto le case e i loro ingressi, le persone rimanevano confinate nelle mura domestiche dai 3 ai 7 mesi l'anno e dovevano essere provviste di tutto il necessario per sopravvivere come ad un assedio, a primavera poi si contavano quelli rimasti e si aggiornavano i registri o si celebravano i funerali.
Riuscite ad immaginare 7 mesi in compagnia dei propri parenti senza privacy né diversivi alle noiose serate?
Ascoltare favole, racconti di guerra o vicende della valle o del luogo era il massimo divertimento, chiusi in una stanza così a lungo rendeva i legami non sempre buoni, i rapporti tra le varie donne di casa erano spesso tesi a causa della gerarchia che imponeva l'età, la data del matrimonio e il componente a cui si era sposati come una scala rigida. La suocera aveva potere illimitato sulla giovane nuora, per questo molte figliole che prendevano marito ponevano come condizione di non avere la madre di lui tra i piedi, l'ex fidanzata del mio defunto nonno rifiutò apposta la sua proposta di matrimonio perchè lui, rimasto solo con la madre, si rifiutò di abbandonarla e la giovinetta, a quanto pare, non era disposta a dividere il suo scettro del comando con nessuno. Bell'ipocrita, la signorina!
Anche tra le nuore la rivalità spesso era molto sentita, si scatenavano piccole faide in cucina o al tavolo e le donne di casa concorrevano nel ricamare il pizzo più pregiato o tessere il tessuto più raffinato.
Inutile dire che in una realtà e in una società come quella essere inabili al lavoro era una morte. Gli anziani vivevano poco, le condizioni erano estreme, i menomati spesso impazzivano per l'inedia e le persone con problemi fisici o mentali non sopravvivevano a lungo, le malattie erano un terrore e la peste non era che una delle tante, ma si moriva per un banale raffreddore.

Quando pensiamo al passato, non immaginiamoci soltanto l'affolata sala da ballo di Almack's, perlaltro fredda, ma soffermiamoci un attimino a figurarci a dormire abbracciati ad un segugio pulcioso, sopra le teste di pecore, sposate ad un caprone montanaro o ad una bisbetica di villaggio con la penetrante voce da trogolo e le maniere di uno scaricatore.
Due porta-tombolo, deliziosamente rifiniti
con colori e disegni.
Sulle sbarrette erano posti dei cilindri
imbottiti usati per fare il pizzo chiacchierino
Il vestito della povera gente era uno solo per sempre, per le donne era composto da una scamiciata informe che doveva appositamente nascondere le forme femminili, per gli uomini pantaloni e bolero, cardigan e cappello; ad entrambi era abbinata una camicia bianca: si riconosceva facilmente la camicia del giorno di festa perchè aveva il pizzo anche sui polsini, che altrimenti mancava per non intralciare il lavoro.
La camicia la si lavava una volta al mese, i più fortunati ne avevano due o tre, il vestito mai e quando era troppo sudicio lo si tingeva, lavarlo era impensabile, la stoffa si sarebbe rovinata e avrebbe impiegato troppo tempo per asciugare, frangente nel quale la persona non aveva altro con cui andare in giro e svolgere le proprie faccende. Il grembiule del vestito era fissato in vita con una fettuccia colorata, se questa era interamente verde significava che la donna era nubile, altrimenti se aveva la terminazione rossa voleva significare che era già sposata [come le nostre magliette con scritto Sono single oppure Cerco boyfriend].

Per gli uomini l'unica decorazione era sul cappello, dove era posto uno specchietto contornato di fiori: è da lì che viene il modo di dire specchietto per le allodole, dove allodole sono le ragazze, in quanto la decorazione doveva essere posta sul fronte del cappello e il riverbero luccicante avrebbe dovuto attirare l'attenzione delle pulzelle sostenendo la condizione di celibe dell'uomo.
Ai piedi di queste persone c'erano scarpacce di pelle scadente, più spesso ancora zoccoli in legno, i cosiddetti sabot scavati nel tronco fresco, duri e scomodi e non certo caldi per camminare nella neve.

Dopo tutto questo, vorreste davvero andare a vivere nel Settecento?
Tanto per informazione, la gente ha vissuto così fino agli anni '40 del Novecento, non troppo tempo fa per guardarli con disprezzo, chiamarli trogloditi e villani come mi è capitato di sentire: erano persone apprezzabilissime e piene di dignità e voglia di vivere che faceva loro onore, è umiliante riconoscere nella nostra facilitata società moderna, invece, così tanti morti viventi, persone senza sugo, senza scopi e senza voglia di vivere nonostante la felice esistenza che è stata data loro.
Questa non è una predica, né una ramanzina, chi legge questo blog so che lo fa anche per imparare e questo fa onore a loro, anche io imparo facendo ricerche e non voglio essere né ipocrita né paternalista, non mi si addice nessuna delle due etichette, ma credo sia giusto sfrondare le figure storiche di tutti i falsi miti che sono stati appiccicati sopra nel corso del tempo come i liceni agli alberi, stratificandosi fino a nascondere completamente la forma originaria. Apriamo gli occhi e guardiamo il passato per quello che era, non solo una bella favola: questo, purtroppo (e parlo per esperienza) ci farà apprezzare un po' meno certe letture piuttosto superficiali, ma darà nuovo slancio alla bellezza della nostra vita e nuova passione per i contenuti validi della cultura con cui entriamo in contatto.

Con affetto,




Mauser

30 agosto 2011

La linotype e la monotype

Espressione purissima della stampa della fine dell'Ottocento e di due terzi del Novecento, la linotype fu l'invenzione creata per far fronte alla sempre maggiore velocità di stampa e, di conseguenza, alla necessità di accelerare anche la composizione dei testi tipografici per la stampa destinati principalmente ai giornali e alle testate, per i quasi si impiegava moltissimo tempo dovendo scegliere i caratteri minuscoli uno ad uno.

Una linotype dell'Ottocento
L'inventore della linotype fu Ottmar Mergenthaler, un tedesco emigrato negli Stati Uniti, la data di realizzazione il 1886, una svolta decisiva perché la stampa si caratterizzi sempre di più con l'idea moderna di trasmissione delle informazioni in maniere sempre più estesa. Siamo prossimi alla fine del XIX secolo.
Il primo giornale a testare e a dotarsi di una linotype fu il New York Tribune, che ne fece quasi il suo marchio di fabbrica, fu infatti il direttore del quotidiano a darle il nome con cui è conosciuta, poiché la macchina metteva in riga (in inglese line) un carattere (type) dopo l'altro: la chiamò linotype.

L'impiego della macchina era per la composizione dei testi che sarebbero stati utilizzati nella stampa di libri e quotidiani, dove occorrevano matrici sempre diverse ad ogni nuova uscita, impensabile produrle a mano, specialmente con la frequenza con cui i giornali cominciavano ad uscire e, soprattutto, con le moderne stampatrici con le quali le copie richieste da stampare venivano preparate in un tempo brevissimo (ricordiamo la stampatrice Marinoni che produceva 20.000 copie all'ora!).
La linotype era dotata di una tastiera di fronte alla quale sedeva il linotipista, questa era dotata di caratteri alfanumerici come quelli di una tastiera che potevano aumentare fino a raggiungere una cifra sui 90 a causa di segni, accentature e caratteri speciali. Al tempo delle prime linotype i caratteri erano impressi in bassorilievo sui tasti, così che anche in condizioni di scarsa luminosità il linotipista con una discreta esperienza e manualità potesse facilmente destreggiarsi nel lavoro senza bisogno dei fari moderni piantati sulla zucca.

Linotipista e linotype, primi del Novecento
...e qui un po' di polemica non posso esimermi dal farla, non tanto alla linotype, ma alla produzione moderna, impersonale, asettica, spigolosa.
In passato, si sa, a causa dei costi altissimi degli oggetti e dei macchinari, questi erano realizzati veramente bene, le stampatrici e le linotype, oltre che mostri di meccanica e, per l'epoca, tecnologia, erano anche esteticamente gradevoli, con rifiniture e impressioni metalliche che al giorno d'oggi, secolo dell'usa-e-getta, non sappiamo neanche cosa siano. Nelle città industriali, per preservare ciò, è nata la cosiddetta archeologia industriale per il recupero di presse per l'acciaio, cartiere, laminatoi o edifici fatiscenti: ai nostri occhi sembrano capolavori d'artigianato e di architettura la cui realizzazione richiedeva una cura per i particolari ormai banalmente considerata una mera perdita di tempo, erano il segno evidente della raffinatezza e dell'attenzione di cui era destinataria la produzione, basti pensare che i macchinari industriali, quindi non certo di bellezza, come la rotativa Marinoni o le stampatrici Miller in voga nell'America del dopoguerra, sopra avevano una grossa scritta in metallo con il nome del produttore e anche le macchine da cucire erano realizzate con la stessa precisione: tutti noi abbiamo visto una Singer, nella nostra vita, con il caratteristico marchio arcuato in ferro disposto sotto il tavolino e impresso anche nel pedalino.
L'esempio più evidente è quello del comune di Busto Arsizio, nato come villaggio industriale intorno all'enorme industria tessile e oggi convertito in un luogo per famiglie: ha lo stesso fascino dei quartieri popolari nati dalle colate di cemento armato?
E secondo voi Crespi d'Adda, anche lui ex area industriale, ha lo stesso fascino di certe costruzioni moderne?
A voi le considerazioni...
Crespi d'Adda, ex area industriale
Lo stabilimento di Ilva a Genova


 Funzionamento della linotype
Monotipista seduto alla sua monotype
Il funzionamento del macchinario era molto complicato e prevedeva un corredo di ruote dentate, cavi, tubi, dadi, viti e bulloni impressionanti, oltre che una batteria di pistoni in funzione che potevano far concorrenza ai pozzi di estrazione. Cercherò di spiegare meglio che posso il procedimento.
Il linotipista, seduto alla sua postazione di fronte alla tastiera, premendo il tasto corrispondente alla lettera, innescava un complesso meccanismo di ingranaggi che andava a liberare dal magazzino la lettera prescelta; il magazzino della macchina era costituito da dozzine di piastrine con lettera in rilievo, perfettamente selezionate nella loro postazione, alla cui variazione bisognava riassettare la macchina. Tramite apposite condotte la lettera prelevata dal magazzino veniva posizionata sulla riga di battitura, cioè sul testo che si andava a comporre e che era situato proprio all'altezza degli occhi del linotipista, il quale, essendo operatore esperto, poteva accorgersi di eventuali errori a occhi, ribattere la lettera corretta e sostituirla a mano a quella errata, dopotutto si trattava solamente di blocchetti...
Una volta completata la riga, la parola o la frase, composta anche da spazi, caratteri speciali e segni di interpunzione, tramite una leva o un tasto speciale veniva dato il comando di "a capo" che costituiva anche l'ordine di fusione.
Le lettere in sequenza, infatti, andavano a fare da matrice per una miscela di piombo che si imprimeva sulle parole, creando la sequenza perfetta di ciò che era stato scritto, questa, una volta raffreddata, veniva espulsa dalla macchina in un blocchetto lungo e sottile, tanti blocchetti così creati andavano a comporre un testo e imbastiti insieme tramite apposite cornici d'impaginazione (per dare dimensioni, spaziature, margini e quant'altro) si preparava la tavola finale, la quale veniva a sua volta utilizzata come master, cioè il sorgente per le stampe, da inserire in apposite stampatrici come la Marinoni che abbiamo visto in precedenza nel post dedicato alla rotativa. Talvolta dalla produzione della pagina all'inserimento nella stampatrice venivano fatte altre due copie (positivo/negativo) per avere un sorgente in un unico blocco.
Riassumiamo il procedimento in pochi semplici punti
  • Il linotipista batte la lettera sulla tastiera
  • Questa viene prelevata e disposta in riga, in coda a quelle già presenti
  • Con il comando di "a capo" si dà alla fusione la parola appena creata
  • Si genera il blocchetto di piombo fuso che si accoda a quelli già creati.
  • Più blocchetti si accumulano e si forma la pagina
  • Terminato il testo della pagina, l'impaginatore prende il blocco dei blocchetti e lo impagina in appositi riquadri con altri blocchi di spazio.
  • L'intera struttura viene sigillata tramite apposite chiavi e usata per le stampatrici o per farne copie
La linotype è una macchina enorme, un mastodonte affascinante che ancora oggi suscita sentimenti di attaccamento verso questa tecnologia ormai obsoleta dopo l'introduzione dell'impaginazione a freddo o fotoimpaginazione (anni Settanta XX secolo), cioè quella fatta tramite l'ausilio di computer e monitor dove il testo viene prima visualizzato a video e solo successivamente stampato.
Se io stessa, informatica e programmatrice convinta, nutro un amore viscerale verso la macchina da scrivere, un autentico residuato bellico, in disuso, comprendo bene cosa può suscitare una linotype.
Ho trovato particolarmente commovente il video realizzato da Bill Malley che ha realizzato un cortometraggio su di sé e sulla sua linotype, intitolato The linotype tells the story of one man's relationship with obsolete technology.
Vi lascio il video così che possiate guardarlo tutti



Ecco un video in inglese dove un tecnico spiega come funziona la linotype in sua dotazione



La monotype
Consorella della linotype era la monotype, un'analoga macchina gigantesca specializzata nella composizione di testi lunghi o complessi per formattazione, per esempio romanzi, oppure tabelle e orari.
La monotype funzionava con procedimento diverso e molto più "novecentesco", impiegando infatti un sistema che sarebbe poi stato ripreso nei primi calcolatori: quello della perforatura di nastri.

Monotipista alla monotype e macchina compositrice per ricostruire il testo dal nastro di carta perforato
Il monotipista, infatti, digitava sull tastiera le lettere del testo che, al posto che comporre la singola riga, andavano a perforare con una certa sequenza convenzionata una lunga bobina di carta posta sopra la macchina, come il rocchetto della macchina da cucire.
Una volta concluso il proprio lavoro il monotipista smontava la bobina dalla sua sistemazione e la riposizionava su un apparato analogo detto macchina compositrice che riproduceva la battitura, preparando i testi come avrebbe fatto un linotipista, ma a differenza dell'altro caso, dove le righe erano un blocco unico, qui tutte le lettere erano separate: alla richiesta di lettera, infatti, la monotype liberava una letterina dal magazzino e quella stessa andava a comporre la riga, ma non per essere poi fusa, bensì per andare direttamente a fare da master di stampa, da timbro, in sostanza.
Questo metodo era molto vantaggioso, specialmente perchè la bobina consentiva di avere copia dell'originale e infiniti master di stampa del testo, che poteva essere ricreato in qualsiasi momento. Come si nota dal procedimento, era già nell'ottica di avere un magazzino di materiale consumabile che andava periodicamente rabboccato (le letterine finivano).
Donna seduta alla monotype, come le segretarie, linotipisti e monotipisti lavoravano in batteria, ce n'erano un grande numero in tutte le redazioni e le case editrici.
Sulla linotype e sulla monotype è stato girato un piccolo documentario americano, di cui vi lascio il trailer, poichè il progetto di realizzazione è molto costoso e i realizzatori dei semplici appassionati, chi volesse interessarsi troverà al seguente link il sito dedicato e la possibilità, se lo desidera, di fare una donazione
Linotype: the film


Considerazioni
Purtroppo, arrivati a questo punto dello sviluppo tecnologico dove non si stampa quasi più (ebook, web 2.0, ecc) le considerazioni vanno fatte: aprendo un qualsiasi libro più vecchio degli anni Settanta, senza necessariamente finire tra quelli ricopiati dagli amanuensi, non troverete un singolo refuso o errore di battitura, oggi invece, aprendo certi volumi, viene il raccapriccio nel trovarsi errori, caratteri mancanti e battitura scorretta, per non parlare dell'italiano sgrammaticato e senza senso!
Sì, sto parlando di un caso specifico: Soulless, ma come ho avuto modo di constatare, questa sembra la linea di condotta adottata da molte case editrici, sacrificare la qualità del prodotto in favore di un'economizzazione del processo. Tanto ci si arriva per senso... sembra essere il comun denominatore dietro si cui trincerano i responsabili ed è sbagliato ideologicamente.
Come avranno fatto in passato, quando si leggeva tanto quanto oggi, ma si impiegava il quadruplo del personale? E non solo perchè c'erano i raccomandati... fare il linotipista era un lavoro duro e stancante, pensate che per limitare l'assorbimento del piombo della fusione e dell stampa i linotipisti erano costretti ad assumere latte prima dell'ingresso in servizio e a volte anche dopo, in questo modo certi datori di lavoro pensavano di tutelarsi contro eventuali morti o richieste di risarcimenti per problemi di salute.
E non venitemi a raccontare la storia della crisi, né quella economica né quella dell'editoria, il Novecento ne ha viste tre di crisi economiche globali e la crisi dell'editoria, poi, è la bufala del secolo perchè un sacco di gente legge.

Monotipista all'opera
Una volta un autore che decideva di dare alle stampe il proprio manoscritto aveva di fronte a sé almeno tre o quattro persone che controllavano e correggevano il suo scritto, l'editor, per esempio, che revisionava le sue bozze, il linotipista o monotipista che le ricopiava e il proto, un impiego ormai inesistente, che si preoccupava di controllare che a stampa avvenuta non ci fossero errori e lo faceva due volte, sia con la prima bozza che con quella ormai impaginata, quale spreco di tempo in nome di un po' di italiano!
Dite addio a tutti, ormai o l'autore è abbastanza smart da saper leggere, scrivere e correggere se stesso, oppure si vedono orrori letterari che circolano impunemente nelle librerie perché sono state mandate alle stampe direttamente le bozze (ormai elettroniche) dell'autore; questi esempi di inaccuratezza nel proprio lavoro andrebbero VIVAMENTE STRONCATI dai lettori e dalla critica, che invece, di solito, decidono di passare oltre perché così fan tutti. Il ritornello mi pare vecchio...

Quello che vi lascio è un reperto rintracciato su YouTube in italiano, quindi una vera rarità, che mostra come era realizzato un libro negli anni Sessanta: buona visione (io ne sono innamorata)



Sperando di poter vedere presto una linotype dal vivo e interagire con essa, vi saluto tutti,
baci





Mauser

28 agosto 2011

La rotativa e il giornale "quotidiano"

Il lettore tiene ora in mano una delle molte migliaia di cope del giornale The Times tolte da un apparato meccanico.
Con queste parole contenute nel suo articolo di fondo, il 29 novembre 1814 l'autorevole quotidiano londinese annunciava la grande novità: l'uso della stampatrice meccanica a vapore.

Tra gli ostacoli maggiori che si erano opposti alla diffusione delle notizie e della stessa cultura era l'alto costo dei libri, che fin dalla meravigliosa invenzione di Gutemberg venivano stampati a mano: certo il progresso c'era stato, visto che prima erano addirittura copiati a mano uno per uno con tempistiche interminabili, ma i tipografi, la nuova professione che aveva visto la luce dopo l'invenzione della stampa moderna, ne componevano faticosamente ogni pagina, riga per riga, carattere per carattere e l'operazione richiedeva tempi lunghissimi, a tutto svantaggio del numero delle copie che potevano essere prodotte.

Tornio manuale per la stampa
Era dunque necessario trovare un metodo che, riducendo gli estenuanti tempi di composizione e stampa, che avveniva ancora con il torchio a mano, consentisse di aumentare le tirature.
Già nella seconda metà del Settecento il problema maggiore della produzione era quello di accaparrarsi il maggior numero di utenze possibili, contava la quantità e non più la qualità e bisognava fare in modo che in moli leggessero e, quindi comprassero e quelli che non lo facevano dovevano essere invogliati a cominciare.
Il Settecento inglese fu un secolo grandioso per l'Inghilterra delle lettere, nacque il romanzo in senso moderno, l'Ivanhoe di Walter Scott, nacque il quotidiano, lo Spectator e ci fu una proliferazione culturare di grandi autori di molti generi, basti pensare a Swift, Defoe, Fielding, Coleridge. Il cittadino medio, con un pizzico di istruzione in più rispetto alla generazione precedente, chiedeva non solo testi per studiare, ma anche per spiegare e per svagarsi, per la satira, per la politica, per le opinioni. La diversificazione del genere letterario fece la fortuna dello stesso e alimentò la sua stessa richiesta, facile quindi comprendere come mai ci sia tato questo balzo produttivo proprio a cavallo dri due secoli e come mai, ancora oggi, l'Inghilterra abbia un'altissima fetta di mercato letterario per quanto riguarda il numero di autori pubblicati; a batterla è solo l'America, ma per un motivo più statistico che talentuoso: in un grande numero di persone è più facile trovarne di valenti.
E comunque, il mercato moderno dei libri non si preoccupa neanche più di pubblicare bravi autori, ma chiunque possa avere successo o vendere indipendentemente dal metodo (propaganda, scandalo, tematiche oscene, singolarità del soggetto, letteratura impegnata, bastian contrari, teorie dei complotti).

La prima soluzione vera e propria al problema del tempo di realizzazione di un libro o giornale venne proposta da Friederich Koenig, tedesco come Gutemberg, quando nel 1811 inventò la prima stampatrice a cilindro mossa dalla forza del vapore.
Il funzionamento prevedeva un cilindro di metallo nelquale scorreva il foglio da imprimere sul piano di stampa, dove si trovavano i caratteri; in tal modo la velocità di stampa diventava molto maggiore rispetto a quella ottenuta col torchio, che doveva percorrere, alternativamente, un percorso dall'altro in basso e, per di più, veniva azionato a mano; era in uso anche il torchio meccanico, che però non aveva modificato sostanzialmente la situazione.

Stampatrice Koenig


La nuova stampatrice, che lo stesso Koenig dotò di un secondo cilindro, venne subito acquistata dal Times di Londra, che durante il collaudo riuscì a stampare 1100 copie in un'ora: con qualche modifica la stampatrice raggiunse, nel 1828 una tiratura oraria di 4000 copie finchè, trent'anni dopo, ne stampò ben ventimila.
In pratica era nato il prototipo della rotativa.

Come tanti uomini di genio, anche William Nicholson non riuscì a godere il frutto del proprio ingegno. Egli fin dal 1790 aveva brevettato una macchina stampatrice dorara d'un cilindro portacarta che rotolava sui caratteri, disposti in un piano e pennellati d'inchiostro; successivamente le aveva apportato una sostanzale modifica, fornendola di due cilindi di cui uno serviva a spingere la carta sull'altro, dove erano allineati i caratteri precedentemente inchiostrati, ma le traversie della vita lo avevano condotto sempre più in basso, fino a fargli provare la prigione, e lo sfortunato Nicholson aveva tristemente finito i suoi giorni nel 1815, proprio quando la stampatrice di Keonig dava i suoi primi, brillanti risultati. Pare, anzi, che il tedesco avesse preso spunto per la sua invenzione da un colloquio avuto con l'ingrese, che era andato a visitare in carcere.

Figlio di immigrati italiani, Ippolito Marinoni era nato e vissuto in Francia: là aveva intrapreso il mestiere di tipografo e già a 24 anni era diventato socio del proprio datore di lavoro; nel 1855, appena trentaduenne, si era meso in proprio aprendo una piccola fabbrica per macchine stampatrici, infine, nel 1872, ideò e costruì la rotativa Marinoni, capace di stampare oltre ventimila copie in un'ora.
Rotativa Marinoni
Il nuovo mostro meccanico si basava sullo stesso principio della macchina di Nicholson, i caratteri di stampa erano però disposti non su un piano orizzontale, ma su un cilindro metallico sul quale scorreva la carta, srotolandosi da bobine: è la cosiddetta carta continua, arrotolta in giganteschi rotoli che potevano contenerne centinaia di metri.

A seguire vi propongo il video di un restauro e una rimessa in opera di una rotativa Marinoni chiamata Presse Universelle, spero sia di vostro gradimento, a mio avviso è molto affascinante



La nuova rotativa Marinoni, l'ennesimo italiano protagonista di qualche invenzione rivoluzionaria, permise alla stampa di ogni tipo l'ennesimo balzo verso il futuro.
A questo punto, velocizzata la stampa di testi, occorreva però accelerare anche la loro produzione: il risultato sarà la linotype, una macchina che permetteva di creare automaticamente e di volta in volta la sequenza di caratteri necessaria, ma lei sarà protagonista di un altro post.


Baci





Monica


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