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23 luglio 2012

Profumi, aromi, essenze e fragranze

Cari lettori,
chi non muore ci si rivede!
Sì, lo so che con i tempi che tengo, ormai, potrei essere facilmente creduta deceduta, ma ogni tanto ritorno e spero di continuare a farlo =)

Dopo un post bello tosto sullo sfruttamento minorile di qualche settimana fa, passiamo oggi ad un argomento decisamente più frivolo: oggi parliamo di profumi.

9 novembre 2011

Altri metodi di stiratura

Come sicuramente ricorderete abbiamo già approfondito il bucato e scritto un lungo post riguardo il ferro da stiro, così come anche sulle presse per la biancheria, mi dedicherò adesso ad un argomento simile, ma allo stesso tempo diverso, collegato ad entrambi: i sistemi di stiratura e lisciatura alternativi rispetto al ferro.

Perchè parlare di questo? E perchè esistevano questi sistemi?
È da premette che il ferro da stiro fu sì un'invenzione antica, ma era costoso e non tutti potevano permetterslo, occorreva del calore, tanto, e il metallo di cui era fatto non era approcciabile da chiunque, il che spiega perchè nel corso del tempo si siano venuti a creare altri sistemi ugualmente efficaci per ottenere lo stesso risultato; inoltre il ferro, anche se invenzione utile e geniale, non era applicabile a tutti i tipi di panni, esisteva una diversificazione importante a seconda della biancheria e di chi la adoperava.

Molti dei sistemi che andrò adesso ad illustrare potranno sembrarvi estremamente spartani e poco utilizzabili, in realtà non era così, come per tutte le cose la pratica rende tutto migliore e la pazienza e la costanza aiutano a migliorare, non c'è forse un proverbio che recita la gatta frettoloso fa i gattini ciechi? Vi chiedo solo di risparmiarmi, a questo punto, la battutina di Nedved che mi ripetono fin troppo spesso per non trovarla un po' irritante...

Ad adoperare questi sistemi erano principalmente i villaggi rurali e le donne di questi paesini si dividevano con attenzione i compiti della comunità perchè la vita nella loro cerchia sociale fosse sempre perfettamente organizzata, ci fossero provviste, abiti, il necessaire, insomma.
Dico donne perchè la stiratura, considerata uno dei mestieri domestici per eccellenza era apannaggio esclusivamente femminile e questo spiega anche il perchè, nell'anno Duemila, ci siano ancora uomini che non sanno neppure prendere in mano un ferro o che non hanno mai stirato una camicia in vita loro; se siete donne che stirano una volta a settimana e state alzando gli occhi al cielo, annuendo per provata esperienza, tranquille che non siete sole, mio papà è uno di quegli uomini che addirittura s'indigna che un altro del suo sesso possa interessarsi dell'organizzazione della casa, si abbassi a lavare i piatti, sgrassare il forno o, appunto, interessarsi del bucato.
E tanto per rimanere in tema uno dei miei colleghi mi ha confidato una settimana fa di essere stato costretto a stirarsi una camicia causa assenza della moglie: erano anni che non riprendeva in mano un ferro... credo che la mia costernazione, certamente riconoscibile nell'espressione, mi abbia depennata dalla sua lista di confidenze per i prossimi tre secoli.

Ma vediamo nel dettagli questi altri tipi di stiratura così rudimentali cercando di raggrupparli in categorie.


Battitura dei panni
Gli strumenti per la battitura delle lenzuola
La battitura aveva diverse varianti, ma principalmente consisteva nello stendere il tessuto o la pelle da lisciare su una superficie dura (mi raccomando che se viene teso tra due supporti, lasciandolo in bandolo a modello tamburo il risultato non si vede) e picchiettato con media forza tramite bastoni in legno levigato o pietre.
Metodo ancora utilizzatissimo nell'Ottocento rurale, nelle campagne italiane e nell'Asia centrale, era una delle mole varianti impiegate per i panni di grandi dimensioni come tende, lenzuola, copriletti, drappeggi, ecc.
Il supporto migliore per questo genere di lavoro era un tombolo di forma cilindrica, dove il tessuto era progressivamente avvolto, in questo modo le parti già battute che finivano sotto quella in lavorazione erano stirate una seconda volta.
Per maggiore chiarezza figurativa sul metodo rimando alle immagini allegate dalle quali si capisce come era svolto il procedimento.

Donne coreane della prima metà del Novecento (1910 ca.)
che
battono i panni sull'uscio
In questo caso forse la parola stiratura non è proprio adatta, in quanto implica che il tessuto sia teso, anche il corrispettivo inglese ironing non è corretto, perchè non venivano usati metalli.
Battitura è la più corretta e se vi sembra un'impiego bizzarro vi chiedo di fare mente locale e riportare alla memoria qualche immagine della vostra infanzia o della mttina quando uscite: non ci sono forse ad alcune finestre le lenzuola distese e i cuscini a prendere aria?
Esatto, le massaie di una volta impiegavano questa particolare declinazione della stiratura tutti i giorni, sventolavano i panni perchè si arieggiassero e poi li battevano col battipanni per eliminare le pieghe formate durante la notte. Qualcuno (pochi) lo fa ancora oggi.
Un dipinto tradizionale illustra come
la pratica venisse svolta in passato
Inutile dire che per ottenere un risultato accettabile bisognava darsi da fare a lungo e con una certa lena, sennò la biancheria rimaneva tutta a bitorzoli. Olio di gomito era la parola chiave, come ricorda l'eccentrico vicino di casa dei Banks nel film di Mary Poppins.
L'origine storica di questo metodo è universale, in tutto il mondo questo è stato il primo esempio per lisciare vestiti e pelli e non si può risalire esattamente a chi per primo lo adoperò, ma ci sono dipinti sia egizi che cinesi che raffigurano questa scena per la bellezza di più di 8000 anni a.C.
Ancora oggi questo sistema è il metodo di stiratura nazionale coreano.

Se vi sentite tanto superiori, impugnando la vostra Stirella, il nuovo Rowenta o chissà quale ammenicolo moderno, forse è il caso di darsi una ridimensionata: in Estremo Oriente il metodo della battitura non è certo abbandonato, ma lo si adopera ancora nelle campagne cinesi, del Laos, Vietnam, Cambogia, Thailandia, Indonesia, Mongolia, Corea e Giappone, dove continua ad essere l'unico consentito per la sistemazione degli abiti tradizionali delle cerimonie sacre shintoiste. In Paesi dove la tradizione ha molta più rilevanza che da noi, relegata al ruolo folkloristico, poco importa che ci siano sistemi più efficaci, moderni e comodi, quella è la metodologia designata dai saggi, dagli antichi su come vanno fatte determinate cose e così sono espletate ancora oggi.

Donne giapponesi in una pittura antica che le ritrae durante la stiratura dei panni




Lisciatura dei panni tramite pestello
Pestelli in vetro per la lisciatura
Altra variante ancora impiegata, generalmente considerata di origine vichinga, è la lisciatura dei panni tramite appositi pestelli o pietre di fiume arrotondate. Si hanno comunque tracce di questo genere di utensili per la lisciatura anche in Oriente, dove i pestelli erano realizzati in giada.

Il panno poteva essere sia fissato ad una superficie dura, possibilmente teso come nella descrizione di prima, sia disteso nel vuoto a modo di tamburo; le donne, che operavano una o due per volta, tracciavano col pestello o la pietra levigata ampi cerchi, distendendo la stoffa ed eliminando progressivamente le pieghe.
Anche qui siamo di fronte ad un'operazione lunga e noiosa e per quanto i risultati fossero buoni, occorreva lavorare davvero molto, pensate che dopo aver eliminato le pieghe da quella piccola porzione che si aveva davanti c'era ancora i restanti 9/10 di lenzuolo da stirare, aiuto!
Il procredimento poteva essere fatto sia con il panno asciutto che ancora umido, ma mai bagnato.

Una curiosità è data dal pestello che ho nominato.
Tanti tipi di pestello e sassi usati per la lisciatura
Inizialmente si trattava di sassi di fiume levigati, si preferivano le forme arrotondate così da adattarsi meglio alla superficie sottostante il bucato e non rischiare di strappare la stoffa con punte ed angolature acuminate che si impigliavano durante i movimenti; successivamente i sassi vennero sostituiti da utensili di pietra, metallo o vetro creati ad hoc, simili ai moderni perstacarne che abbiamo in cucina. Come i pestelli erano costituiti da un'impugnatura per facilitarne la presa, mentre la parte sottostante, larga circa un palmo, era levigata e leggermente concava per ricreare le rotondità del sasso, che aiutavano anche a tendere il lenzuolo.


Lisciatura tramite tavola
Nel caso di superfici di tessuto molto grandi, entravano in gioco le cosiddette tavole per la stiratura o mangle boards, niente a che vedere con la tavola da stiro (l'asse da stiro), ma un oggetto completamente diverso.
Alcune tavole vichinghe intarsiate
Dalla forma poteva trattarsi di un incrocio tra uno snowboard e una sega da legno, ma in realtà erano oggetti molto raffinati, costituiti da un'asse di legno di media lunghezza, lisciato a dovere e senza scheggie, corredato da un'impugnatura a volte decorata che doveva essere afferrata con una mano mentre con l'altra si esecitava pressione sulla stoffa spostando il peso sulla tavola per amplificarne l'effetto.
Il tessuto era avvolto su aspi fino a formare giganteschi rocchettoni, di quelli che ancora si vendono nelle telerie o negli studi di arredamento, e per ogni centrimetri girato sul rocchetto si davano energiche passate con la tavola che aveva questa forma ingombrante e questa dimensione per facilitare il compito, dovendo coprire aree tanto vaste, infatti con la battitura o l'uso dei pestelli ci sarebbero voluti anni, mente così le passate erano più rapide e meno faticose.

L'uso della tavola era diffusa in tutto il vecchio continente, dalla Norvegia all'Austria, alla Transilvania. In alcune aree la tavola non era perfettamente liscia, ma cilindrica, simile ai mattarelli, così da poter scorrere facilmente per una grande lunghezza, in altri casi la suddetta tavola aveva una pinna inferiore, una piccola cuspide in legno non tagliente inserita per tendere ulteriormente la stoffa.
Nel modello austriaco della foto si notano bene i due pomoli per l'impugnatura, quello laterale e soprastante, che permettevano un pieno controllo dell'utensile durante le operazioni; nell'illustrazione della tavola bosniaca, invece, è evidente la cuspide per la tesura del tessuto.
Diversi tipi di tavole per la stiratura provenienti da alcune zone dell'Europa centrale, da sinistra:
Transilvania - la forma era molto singolare
Bosnia - si noti la pinna o cuspide inferiore per tendere il tessuto senza strapparlo
Austria tedesca - dotata di un pomolo aggiuntivo per una maggiore maneggevolezza
Stiria - c'erano due impugnature e l'utensile assomigliava ad un mattarello fatto scorrere sul tessuto



Usanze nordice
Nella cultura vichinga queste tavole avevano molto significato e si diceva che fossero strettamente collegate alle proposte di matrimonio.
L'uomo innamorato, infatti, intarsiava per l'amata una mangle board, una tavola per la stiratura, incidendovi alla sommità scene raffinate o disegni geometrici, dopodichè avrebbe lasciato l'utensile sull soglia della casa di lei significando una proposta di matrimonio e attendendo una risposta.
Se la ragazza avesse accettato la proposta e avesse portato con sé la tavola in casa, allora a breve si sarebbe celebrato un matrimonio, analogamente se l'oggetto rimaneva fuori dalla porta, si doveva pensare ad un rifiuto.
In questo caso l'uomo non poteva adoperare la tavola per la prossima ragazza che avesse chiesto in moglie, ma avrebbe dovuto prepararne una nuova per l'occasione.
Semplice mangle board
In Italia esisteva un'usanza simile, ma l'innamorato preparava alla ragazza che gli stava a cuore un fuso e non una tavola per la stiratura; era un pegno d'amore molto importante e ambìto e ne abbiamo già accennato nel post circa la vita invernale in una baita di montagna.


Sperando che il post sia stata una curisità poco nota da scoprire sul mondo della stiratura, ci rivediamo al prossimo post

Baci




Mauser

14 ottobre 2011

Il telefono, una storia di emigrati e processi

Tra i figli dell'elettricità che vennero disseminati nell'Ottocento come i sovrani assoluti disseminavano di bastardi il loro regno, è anche il telefono con cui la telegrafia acustica ha raggiunto il suo più ambito traguardo: nella lingua greca, infatti, "telefonare" significa parlare a distanza.Come quella di altre invenzioni, la storia del telefono è, allo stesso tempo, entusiasmante ma anche patetica: è una storia tutta americana, ma di quell'America costruita dagli emigrati.
 

Telefono dei primi del Novecento a manovella
Sì, lo so che questo post sembra arrivare dritto dritto dall'approfondimento di Superquark di sabato scorso, ma vi assicuro che lo stavo preparando da parecchio tempo, inoltre non credo sarei in grado di buttare giù delle idee riguardo un argomento tanto difficile da studiare in così breve tempo, o almeno pensieri con senso compiuto.
Parlare del telefono fuori dall'Italia, che parteggia apertamente per Meucci, genera sempre qualche controversia o dissapore, molti Paesi, infatti, non accettano il verdetto americano che lo designa come padre dell'invenzione ed essendoci stati molti uomini che in tempi simili hanno sviluppato l'idea telefonica c'è solo che l'imbarazzo della scelta.

Nel 1851 era giunto negli Stati Uniti un fiorentino, Antonio Meucci, costretto ad abbandonare il Granducato di Toscana [già,un'invenzione come il telefono che sembra così moderna e recente... e ci si accorge che mancavano ancora dieci anni all'Unità d'Italia] a causa delle sue pericolose idee mazziniane di rivoluzionario: stabilitosi a New York, che non era certo quella che immaginiamo noi, ma poco più di una città di pionieri con strade in terra battuta e neanche un grattacielo [e soprattutto gli affitti molto più bassi], aveva aperto una fabbrica di candele nella quale trovò lavoro per qualche anno un altro e ben più famoso rifugiato politico: Giuseppe Garibaldi.
Dopo numerosi tentativi di trasmissione a distanza delle parole, nel 1857 Meucci potè finalmente descrivere il funzionamento di un apparecchio di sua invenzione, ecco le parole che adoperò egli stesso:
Consiste in un diaframma vibrante [il microfono che trasforma i suoni dell parole in impulsi elttrici] e in un magnete elettrizzato da un filo che lo avvolge [la linea, o circuito elettrico, che trasmette gli impulsi.
Il diaframma vibrando altera la corrente del magnete e queste alterazioni, trasmettendosi all'altro capo del filo, imprimono analoghe vibrazioni al diagramma ricevente, riproducendo la parola.
Ma Antonio Meucci era privo dei mezzi necessari per diffondere quel rivoluzionario apparecchio.
Emigrato era anche Graham Bell, di origine scozzese [le due etnie più inventive e affariste del mondo si incontrano nella storia del telefono]; giunto negli Stati Uniti vent'anni dopo l'arrivo di Meucci, nel 1876 aveva fatto brevettare un telefono di sua invenzione: quando lo venne a sapere, l'italiano cercò di far valere la propria priorità, ma la Corte Suprema gli diede torto; la medesima sorte toccò al... terzo inventore del telefono, l'americano Elisha Gray, che aveva varcato la soglia dell'ufficio brevetti solo due ore dopo che ne era uscito Bell!
Gray accusò quest'ultimo di avergli rubato l'idea, ma per la seconda volta la Corte Suprema si pronunciò a favore dell'ex emigrato scozzese.

Tra un processo e l'altro, il nuovo mezzo di comunicazione si affermò con una velocità prodigiosa, tanto che nel 1880, a pochi anni dalla sua nascita ufficiale, nei soli Stati Uniti ne funzionavano già 50.000 apparecchi telefonici e il primo centralino telefonico del mondo, situato ad Hartfort e inaugurato due anni prima.

In breve si eliminarono anche le lungaggini burocratiche cui erano soggetti coloro che volevano telefonare, in precedenza, infatti, la procedura prevedeva che si contattasse il centralinista, dopodichè questo smistava la telefonata e si otteneva la linea diretta verso la zona della persona desiderata, all'altro capo una nuova centralinista metteva in comunicazione la linea principale con quella del cliente desiderato e quindi si poteva finalmente parlare; il problema venne risolto da un ingegnoso meccanismo detto selettore che si sostituì al lavoro dei e delle centraliniste [vai con la disoccupazione!] intermedie; il suo inventore, l'italiano Giambattista Marzi, nel 1886 dotò di un centralino automatico gli uffici della Biblioteca Vaticana, ma la prima centrale automatica aperta al pubblico venne installata negli USA nel 1892.
In Italia, patria dello sfortunato Meucci riabilitato solo di ricente quale primo inventore del telefono, l'apparecchio fece la sua comparsa solo nel 1877.

Sebbene la tecnologia per automatizzare completamente un apparato telefonico esistesse, i centralini, con le centraliniste che smistavano spinotti in quadri di dimensioni enormi e strutturati come un'astronave rimasero almeno fino al dopoguerra.
Foto storica che ritrae una stanza di centraliniste telefoniche impegnate a ricevere e smistare le telefonate della
Compagnia Telefonica.
Il telefono è ormai, nelle sue molte forme, un elemento indispensabile delle nostre vite, la sua connotazione sta cambiando rapidamente e oramai i moderni telefonini si può dire che facciano davvero di tutto... a parte telefonare. Con uno smartphone, che non fa chic chiamarlo banalmente cellulare, si naviga, si chatta, si mandano email... e volendo si telefona pure (ma male).

Il primo telefono
L'evoluzione che questo aggeggio ha subito in poco più di un secolo di esistenza è portentosa, affascinante, testimone del progresso tecnologico di cui siamo figli, ma a nostra volta anche padri.
Se dopo la Rivoluzione Industriale, con le sue invenzioni e scoperte, la scienza e la tecnologia hanno messo la quinta, procedendo a ritmi speditissimi, la crescita non ha fatto che aumentare vertiginosamente nel Novecento e più si scopre e inventa, più questa sembra destinata a crescere rapidamente.
Durante la mia infanzia una musicassetta era ancora lo strumento migliore per registrare musica, quando avevo dodici anni circa il CD masterizzato è entrato a forza nelle nostre vite, ci sono voluti circa quindi anni per scardinare il mangianastri e le musicassette, ma adesso di anni ne sono passati meno, eppure il cd, che si chiamava ancosa compact disk, sembra un'invenzione remotissima, scomoda, ingombrante... come vivere senza un lettore mp3?
Tre giorni senza la posta elettronica mandano nel pallone, due giorni senza Facebook a quanto pare creano crisi di astinenza: la tecnologia di cui siamo figli e padri è per noi ormai una malattia al punto che non sappiamo più farne a meno, tanto per praticizzare il detto che:
Ciò che per una generazione è una grande conquista, per quella successiva diventa una necessità.

Con affetto,
sperando di non eccedere con troppo hi-tech



Mauser





Schema di come era fatta una telefonata

23 settembre 2011

Il Samovar

Cari lettori,
di ritorno dal mio viaggio in Grecia e Turchia ho portato con me molti bei ricordi di quei luoghi esotici, delle loro usanze e tradizioni, a volte simili e a volte un po' meno alle nostre.
Illustrazione di un samovar
Una delle cose che mi ha molto colpito, specialmente in Turchia, è proprio vedere come coabitano insieme sia la cultura Occidentale che quella Mediorientale.
I turchi di Izmir, dove abbiamo fatto scalo, ci spiegava la nostra stupenda guida locale, sono persone tranquille per cui la serenità della giornata e dell'esistenza, aliena dalla frenesia della vita moderna, è ancora un valore da preservare, per questo quelli di Izmir non sopportano che gli abitanti di Ankara, zona notoriamente più fredda e meno mite di clima, vengano a svernare sulla loro costa egea, portando con sè la mentalità malpensante della capitale e il modo di prendere la vita, sempre di corsa.
Alle cinque di pomeriggio, mentre mi trovavo per strada, dal minareto un muezin si è messo a recitare la sua quotidiana litania, mentre un dromedario passeggiava placido lungo la strada, il nostro autobus proseguiva lentamente nella regione di Selgiuk e due uomini dalla pelle scura e i baffi neri sorbivano il loro tè sotto una tettoia ombreggiata, attingendo da un samovar posto su un trespolo sul balcone.

Il samovar è l'oggetto di cui voglio parlarvi oggi, per la nostra rubrica dedicata a quegli utensili ormai quasi scomparsi dalle nostre esistenze, ma che in passato erano quotdiani nella vita di chi poteva permetterseli.
Per parlare del samovar dobbiamo temporaneamente lasciare sia l'Inghilterra vittoriana, sia l'Ottocento e spostarci più indietro nel tempo e più verso Oriente, fino alle sconfinate steppe dell'Asia centrale, dove, si pensa, quest'oggetto nacque moltissimi secoli fa.



Origine del samovar
La Russia detiene ancora oggi il primato di utilizzo e ne rivendica con energia la maternità, ma molti storici mettono in dubbio la cosa, propendendo per credere che si tratti, invece, di un'invenzione delle grandi pianure centrali.

Indubbio è invece che sia russa la parola adoperata ancora oggi, samovar deriva infatti da due termini sam=solo e varit'=bollire. Unendoli insieme si ottiene la parola che conosciamo, col significato di bolle da solo, un bollitore automatico, insomma.

Girl with samovar
by Anatoly Korobkin
I sostenitori della tesi russa, cioè coloro che pensano che il samovar sia nato nel Paese degli zar, riconducono la sua nascita ad un altro oggetto, molto simile, chiamato sbitennik, adoperato per preparare una bevanda calda di nome sbiten a base di miele e spezie o erbe aromatiche, ideale per il rigido inverno. In origine, quando il tè era ancora una bevanda di lusso per la nobiltà boiara, era lo sbiten a farla da padrone e per un certo periodo, nel Settecento, le due bevande furono in competizione per guadagnarsi il diritto ad essere le più apprezzate. Ricordiamoci che il tè arrivò in Russia intorno agli anni Trenta del Seicento.

Lo sbitennik era un aggeggo simile ad una teiera, munito di zampe sulle quali poggiava per non disperdere il calore sulla superficie con cui era a contatto, e corredato di un tubo, la sua forma, effettivamente, è molto analoga a quella del samovar.
Ma come avvenne, allora, il passaggio dallo sbitennik al samovar? Si tratta semplicemente di un adattamento ad altra funzione dello stesso oggetto o c'è dietro qualcosa di diverso, un'evoluzione che si discosta dall'originale, sebbene porti ad un oggetto simile?
Nessuno sa dare una risposta a questo quesito, ma probabilmente, con il cambiare dei gusti, l'oggetto venen adattato (le modifiche sono quasi irrilevanti) per poter funzionare anche per il tè, probabilmente esistevano sbitennik, con altri nomi, per molte bevande calde di uso comune che si preparavano per infusione e questo lo lascia supporre il fatto che il samovar/sbitennik rimase per lungo tempo confinato nelle regioni più fredde del Paese, per esempio sui monti Urali o nel nord vicino alla Siberia.

Con il progresso industriale, i samovary, come molti altri oggetti, iniziarono ad essere prodotti in serie negli stabilimenti sui monti Urali. A iniziare l'attività fu Nikita Demidov che nel 1701 si trasferì nella regione dando l'avvio alla prima industria. La produzione non era fatta a macchina, ma a mano [difficile pensare ad una produzione in serie fatta a mano, vero? Eppure fino al Novecento fu così per TUTTE le cose] e si dice risalga a questo periodo la trasformazione del samovar da semplice teiera con le zampe alle forme più moderni a cui siamo avvezzi, l'ispirazione proviene proveniva con ragionevole probabilità dai distillatori realizzati nella stessa zona in materiale di rame.

A renderlo però l'oggetto diffuso, amato ed esportato in tutta l'Europa fu Fedor Lisityn, armaiolo che si dilettava nella realizzazione di questi oggetti nel tempo libero, ma furono due fratelli, Ivan e Nazar Lisityn, sui figli, che aprirono nel 1778 la prima fabbrica presso Tula, ancora oggi conosciuta come la città dei samovary.
Samovar sferico decorato a mano con teiera
abbinata e vassoio da portata
Nel 1830 il  samovar cominciò ad essere prodotto industrialmente partendo a Tula, dove era nato il suo successo, via via per tutto il mondo. La moda lo esportò anche lontano dalla regione della Moscova, arrivano fino alla mitteleuropea San Pietroburgo e contagiando le colonne portanti della letteratura russa, Pushkin, , Tolstoj, Gogol, Dostoevskij e Cechov lo nominarono spesso nei loro romanzi, da Guerra e Pace ai Fratelli Karamazov, ecc.
L'esportazione del samovar avvenne verso Occidente, ma anche verso Meridione, dove i paesi arabi dell'Impero Ottomano, dell'Impero Persiano e delle regioni di confine dell'India lo adottarono a loro volta, riconoscendone l'utilità e la praticità rispetto ai metodi tradizionali.

L'evoluzione stilistica portò lentamente a sostituire carbone e carbonella, fonti originarie del calore per scaldare l'acqua, con olio, gas e, in seguito, elettricità, oltre a far assumere al samovar molte forme, di queste le più riuscite e famose rimangono:
  • A cilindro
  • A botte
  • A sfera
  • A cratere
Quest'ultima, in particolare, viene considerata la più raffinata, ispirata alle forme dei vasi dell'antica Grecia dalla sagoma a imbuto, il fondo concavo, le pareti ornate di manici e un appoggio a piantana o a zampe.

L'impiego più prestigioso del samovar, che lo rese ancor più noto ai russi, fu la sua introduzione nei vagoni di lusso della ferrovia Transiberiana che collega la capitale Mosca con la città di Vladivostok, sulla costa pacifica.
9000 km di rotaie, 7 giorni di viaggio per completare la tratta, 1000 fermate da oltrepassare, 7 fusi orari da attraversare per 10 anni di lavoro serrato di prigionieri e condannati, molti dei quali morirono per la fatica, il freddo e le privazioni, con la spaventosa media di posa di 740km annui di ferrovia.

Sebbene a noi possa apparire difficile, consumatori medio-bassi di tè e molto più di bevande sintetiche gassate, il samovar rimase in uso continuato in Russia almeno fino agli anni Ottanta del Novecento, quando, in occasione dei Giochi Olimpici, oltre a divenire il souvenir perfetto, fu anche eletto a simbolo della Russia insieme al classico colbacco di pelliccia nera tipico dei cosacchi dello zar e poi anche dell'esercito dell'Armata Rossa.
At the Samovar
by Aleksandr Ustinovich
Ancora oggi nelle zone meno industrializzate e fondate su un'economia agricola, viene considerato il regalo di nozze perfetto.

Anche in Inghilterra, sulla moda russa, verso la seconda metà dell'Ottocento possiamo incontrare molti samovar. Certo, gli inglesi tradizionalisti difficilmente avrebbe abbandonato la loro consuetudine della teiera, che abbiamo descritto nel post dedicato all'usanza del tè pomeridiano, per loro sacra quanto la yumecha giapponese, la cerimonia del tè, ma quando c'era da preparare la bevanda tipica victorian per quaranta persone, forse un aiutino non sarebbe stato sgradito, piuttosto che mettere a bollire una dozzina di teiere, non credete? Quindi non stupitevi se, di nascosto, in cucina il samovar russo era largamente impiegato, oppure se i pezzi più pregiati venivano sistemati e adoperati in salotto come pezzi d'arte, più come vasi da esposizione che come utensili realmente utilizzabili.


Il samovar oggi
A parte la Russia più arretrata, dove le tradizioni moderne non sono ancora arrivate [e forse è meglio che non arrivino] e dove il tè lo si prepara ancora come nell'Ottocento, il Paese che tampina per il primato d'impiego è l'Iran, dove il samovar è all'opera da circa due secoli.
Certo oggi si usano quelli elettrici, le cose cambiano e il mondo gira per tutti, anche per i più integralisti, ma la dedizione della cerimonia del tè iraniana, o persiana se preferite la versione pre-komehinista, è altrettanto accurata come quelle più note inglesi e giapponesi.
In Iran il samovar viene chiamato samavar e con la sua arte squisita e l'argento tedesco rappresenta una delle forme di artigianato tipico del Paese. Assolutamente da vedere.
Oltre l'Iran, il samavar è diffuso nei Paesi del Medio Oriente come la Turchia dove sono stata io e dove il tè caldo viene sorbito anche con 48°C! Tanto di cappello... no, è meglio se il cappello lo tengo in testa, col sole e la calura che ho beccato, toglierlo equivale a prendere una di quelle strinate da ricordarsi tutta la vita =)

Samovar del Museo dei Samovar
di Tula (Russia)
Sebbene i samovar originali fossero a carbone, carbonella o olio e venissero usati all'interno, al giorno d'oggi la pratica è vietata dalla legge a causa dei fumi tossici che potrebbero sprigionarsi, così come i pericoli di incendio, gli unici consentiti in ambienti chiusi sono quelli installati a parete e collegati direttamente all'impianto idraulico, questi tuttavia assomigliano più ai boiler per scaldare l'acqua della doccia, piuttosto che agli originali oggetti portatili che erano...


Usare il samovar
Ogni Paese ha le sue regole della buona ospitalità, in Russia si dice che presentare ai propri invitati un samovar pulito e lustro sia un'indice importante nella scala di valutazione ed è anche un segno di riguardo nei confronti degli ospiti.

Il primo passo per iniziare a farlo funzionare è riempire la caldaia con dell'acqua, per comodità il samovar viene posto sopra un vassoio, in questo modo le eventuali gocce che dovessero cadere, piuttosto che la cenere del combustibile, non andrebbero a rovinare il tavolo o la tovaglia.
Passiamo ora al combustibile: in assenza del combustibile solido che viene usato spesso anche nei fornelletti da campeggio, si può adoperare la carbonella del barbeque piuttosto che pigne secche, che conferiscono un aroma resinoso molto particolare, quest'usanza è diffusa principalmente in Russia, dove si ha abbondanza di questo materiale, mentre altrove scarseggia (ad esempio in Medio Oriente), è sconsigliabile usare direttamente il legno o il carbone trattato che si trova in commercio.
Bene, ora diamo inizio alla combustione!
Carta o ramoscelli andranno benissimo per questa funzione, anche i fiammiferi, sebbene sia consigliabile impiegare qualcosa che duri leggermente di più senza rimetterci le dita della mano.
Il fuoco così creato va mantenuto se si vuole scaldare l'acqua continuativamente, in media si impiegano 20 minuti per una caldaia da 4 litri, un notevole risparmio di tempo rispetto all'impiego della teiera normale.

Stanza arredata in maniera tradizionale con
samovar, dolci tipici e oggetti tipici
A questo punto, sfruttando il rubinetto posto alla base, è possibile spillare l'acqua in ebollizione e usarla per mettere il tè in infusione.
Per coloro che l'avessero dimenticato, ricordo che il tè all'inglese non viene preparato direttamente nella teiera in cui bolle l'acqua, loro usano un bollitore e poi ne travasano il contenuto nella teiera di ceramica, dove verrà aggiunta la miscela di foglie.
Tutto chiaro?


Sitografia e link utili
Wikipedia - Samovar
Insieme a Tè | Samovar
Una stanza tutta per il Tè | Il samovar
MasterRussian | Russian Culture | Samovar
Cultura Russa | Samovar
The Tula Museum of Samovar
Samovaroff Museum about private collection of Mikhail Borschev !!!CONSIGLIATO!!!
Samovarmuseum

Spero che l'approfondimento sia stato interessante,
ci rivediamo presto,
un bacio a tutti





Mauser

7 settembre 2011

La macchina parlante: fonografo, grafofono, grammofono

«Mary aveva un agnellino...»

Quando dalla strana macchina che aveva ideato e costruito in sole trenta ore di lavoro uscirono le prime parole di una nota filastrocca per bambini, lo stesso Edison ne rimase quasi trasecolato.
Ce l'aveva fatta: la "macchina parlante", capace di registrare e riprodurre i suoni e le parole, era una realta Si era nell'estate del 1877, quando quella nuoa meraviglia del secolo uscì dal laboratorio che il vulcanico inventore aveva installato a Menlo Park, nel New Jersey.


Il fonoautografo
L'idea di creare qualosa del genere non era comunque nuova: ci aveva provato vent'anni prima un altro americano, Leon Scott, costruendo il fonoautografo, una specie di imbuto sul cui fondo era sistemata una particolare membrana che trasmetteva la vibrazione dei suoni che si incanalavano nell'imbuto, la vibrazione era inviata ad una punta metallica che tracciava l'autografo del suono.
Si trattava, in altre parole, di un registratore, ma con l'inconveniente di non poter riprodurre il suono autografato, quindi sostanzialmente inutile ai fini ludici e musicali, con applicazioni limitate ai laboratori e agli studi di acustica in un impiego simile a quello dell'oscilloscopio [per chi ha familiarità con l'elettronica]; l'inconveniente venne parzialmente risolto dal francese Charles Cross proprio nel 1877, ma fu un perfezionamento che rimase solo sulla carta in quanto il suo ideatore non disponeva dei mezzi per poterlo testare sul piano pratico.


Il fonografo
Toccò quindi a Edison, che allora aveva solo trent'anni, il compito di offrire al mondo (non certo gratis giacchè il nostro seppe sfruttare la sua nuova invenzione all'americana, cioè per produrre denaro) la nuova macchina.
Edison, si disse, si ispirò per la sua invenzione al Cyrano de Bergerac dove in un passaggio parla di un progigioso libro parlante senza lettere e caratteri, ecco il passaggio

All’apertura della scatola, trovai dentro un non-so- che di metallico, quasi in tutto simile ai nostri orologi, pieno di un numero infinito di piccole molle e congegni impercettibili. Effettivamente è un libro, ma un libro prodigioso che non ha né fogli né caratteri. Insomma è un libro dove, per leggere, gli occhi non servono, ma si ha bisogno solo degli orecchi. Quando qualcuno dunque desidera leggere, carica, con una gran quantità di ogni specie di chiavi, quella macchina, poi volge l’ago sul capitolo che desidera ascoltare, e subito escono da quel congegno come dalla bocca di un uomo, o da uno strumento musicale, tutti i suoni distinti e differenti che servono, tra i notabili della Luna, all’espressione del linguaggio

Cyrano de Bergerac,
L’altro mondo, ovvero stati e imperi della Luna


Un fonogrago Edison
Il cilindro di nerofumo utilizzato nel primo prototipo dell'inventore venne presto sostituito da uno in alluminio, migliore come resa, dove una puntina metallica incideva un solco di profondità variabile a seconda dell'intensità del suono che era captato dal grosso imbuto metallico sistemato sopra il dispositivo. Finita la registrazione, la punta si riportava all'inizio del solco e si faceva girare il cilindro, in questo modo la vibrazione era trasmessa dalla puntina metallica che scorreva nel solco alla membrana, che a sua volta traduceva l'impulso in suoni originari, diffondendoli dal caratteristico trombone.
Benchè Edison fosse già al tempo un inventore poliedrico e geniale, la sua più grande limitazione era data dal suo stesso staff di scettici, personaggi di scienza che, come lui stesso ammise, erano più degli studiosi che degli inventori. Fu proprio il gruppetto di collaboratori ad esprimere per primo perplessità riguardo la creazione del maestro, dovettero tuttavia ricredersi quando, dopo che Edison ebbe pronunciato la famosa filastrocca, questa venne registrata e successivamente ripetuta dal marchingegno. La qualità, è il caso di dirlo, era pessima, ma si erano appena gettate le basi del balzo evolutivo che sarà padre di giradischi, mangianastri, lettori cd e anche dei moderni mp3 a memoria solida.
E si erano anche umiliati quegli scettici che, come San Tommaso, hanno avuto bisogno della prova, di poter vedere e toccare con mano il risultato al quale non volevano credere
Tommaso, tu hai creduto perché hai veduto: beati quelli che crederanno senza aver visto
Dal Vangelo secondo Giovanni
(Gv 20, 24-29 )
A dire il vero Edison fu il primo sbalordito dal suo stesso risultato, ma non scettico come gli altri, bensì incredulo di fronte ad una invenzione che funzionava al primo colpo.
Come disse Tram:
In informatica è una costante imprescindibile


Edison, comunque, che era un uomo che guardava al futuro, aveva visto per la sua invenzione qualcosa di diverso alla mera riproduzione di musica, un mercato che non aveva contemplato, il suo vero obiettivo, si scopre dai suoi scritti, era la segreteria telefonica. Ecco cosa dichiarò egli stesso

Un abbonato del telefono può installare su un apparecchio un Fonografo che, a ogni chiamata, comunicherà all'ufficio centrale che è uscito, e che sarà di ritorno ad una certa ora. Allo stesso modo un abbonato, chiamandone un altro e non trovandolo a casa, potrà fare la sua comunicazione e registrarla sul Fonografo della persona chiamata

Thomas Edison

In questa puntata di Rai3 si parla, grazie al cielo in italiano, del fonografo e se ne spiega il funzionamento con grande coinvolgimento




Il grafofono
La macchina creata da Edison fu chiamata fonografo dallo stesso inventore, mentre grammofono venne detta quella ideata da Emile Berliner, un emigrato tedesco, nel 1888, molto più tardi.
La storia del grammofono è controversa e passa attraverso un'altra invenzione dimenticata detta grafofono, che era quasi un prototipo di grammofono, si pensa infatti che la prima idea che porterà alla realizzazione del giradischi venne realizzata nel laboratori Bell: Chichester Bell, cugino del più famoso Alexander Graham Bell, da molti considerato l'inventore del telefono, e Summer Tainter realizzarono un fonografo dove il cilindro non era in alluminio, ma rivestito da un sottile strato di cera.
La cera aveva una resa migliore per due motivi: la sua morbidezza permetteva di imprimere molte più variazioni di tonalità, anche lievissime, inoltre il solco della puntina aveva una larghezza di soli  0,7millesimi di millimetro, ciò permetteva di realizzare una registrazione con un passo, cioè una distanza tra i solchi dopo aver compiuto il giro completo del cilindro di soli 0,16mm, permettendo di allungare le registrazioni fino alla portentosa durata di 2 minuti!

Questo video illustra il montaggio di un grafofono e il suo funzionamento; il macchinario è di fine secolo del 1897




Il grammofono
Il grammofono è il terzo grande protagonista. Venne realizzato da Emile Berliner e brevettato nel 1887.
Berliner aveva lavorato ai laboratori Bell dove era stato realizzato il grafofono e vedendo l'invenzione aveva pensato di sostituire il cilindro rotante con un disco piatto, inizialmente in nerofumo e poi a sua volta sostituito dalla cera come era avvenuto già per il cilindro di alluminio di Edison.
Il disco piatto rivoluzionava completamente l'operato della macchina, la puntina oscillava in orizzontale, mentre il disco ruotava, questo consentiva di evitare sull'incisione l'effetto della forza di gravità che faceva ondeggiare la punta metallica, in questo modo la registrazione era molto più limpida. Il disco non era privo di difetti, in particolare nella riproduzione di frequenze alte e acute strideva fastidiosamente a causa della velocità angolare costante, con conseguente variabilità, invece, della velocità lineare, in parole povere, mentre il disco ruota sempre alla stessa velocità, quella di lettura da parte della puntina è maggiore se ci si trova in prossimità del bordo del disco (tangente) o vicini all'interno.
I vantaggi di questa nuova apparecchiatura, comunque, erano tali per cui su certi difettucci si poteva passare oltre, senza contare che era molto più pratico e la nuova produzione in serie bramava avere apparati facilmente riproducibili in molte copie, ciò era decisamente più semplice con i dischi piatti di Berliner, piuttosto che con i cilindri di Edison.
Edison non accettò mai del tutto l'impiego del grammofono rispetto al suo fonografo, pertanto decise di non abbandonare la sua invenzione, ma anzi la curò e portò avanti con orgoglio fino agli anni 10-20 del Novecento, introducendo progressive e significative migliorie all'apparato come una rimproduzione più lunga, una nuova miscela in celluloide al posto della cera e dell'alluminio e puntine in diamante particolarmente sensibili. La più importante integrazione fu la tromba per ascolto collettivo, caratterizzata dalla forma molto larga e arcuata verso l'esterno che noi conosciamo: la tromba originaria, infatti, era molto più lunga, lineare e di diametro più piccolo.


Curiosità
Un cagnolino Jack Russell Terrier che ascolta musica da un grammofono è un famoso dipinto del pittore londinese Francis Barraud che alla morte del fratello Mark aveva ereditato da questi il suo cane Nipper e molti dischi con su incisa la sua voce; pare che Nipper rimanesse incantato per ore ad ascoltare il padrone parlare dal grammofono e ciò abbia commosso Barraud, che è in questa posizione che l'ha ritratto.

His master's voice (La voce del padrone)
by Francis Barraud


Il quadro suddetto fa da logo di una delle più antiche case discografiche, la britannica Grammophone, poichè il dipinto era noto come La Voce del Padrone, anche la casa discografica veniva spesso conosciuta ufficiosamente con questo nome.
Nel 1931 l Grammophone si fuse con la Columbia Records dando vita alla EMI acronimo di Electrical and Musical Industries, attiva ancora oggi, la quale ha mantenuto il simbolo dell'antica casa madre.
La EMI è casa discografica di molti autori italiani dal dopoguerra fino a oggi grazie alla sua sede milanese, in particolare Tony Renis, i Nuovi Angeli, Franco Battiato, Al Bano, Fancesco Guccini, Litfiba, i Nomadi, Valerio Scanu, Vasco Rossi, CapaRezza.
All'estero la EMI e le sue controllate (specie in tempi moderni) sono state sponsor di Dean Martin, Frank Sinatra, i Beatles, i Pink Floyd, Joe Cocker, i Colplay, Hikaru Utada [so che per alcuni non significa nulla, ma è una cantante giapponese che adoro e che ha eseguito la colonna sonora di Kingdom Hearts], i Duran Duran, i Gorillaz, Hillary Duff, Jesse McCartney, Norah Jones, Paul McCartney, George Michael, Kylie Minogue, Katy Perry, 30 Seconds to Mars, David Guetta, i Queen, Ramones, Red Hot Chili Peppers, Relient K, Rolling Stones, i Sex Pistols, le Spice Girls, Subsonica, Robbie Williams e moltissimi altri.
EMI inoltre è una delle maggiori produttrici di cd di musica classica, garantisce affidabilità, durata ed ottima qualità di suono e di riproduzione, molta della mia infanzia è stata caratterizzata dai cd della EMI che giravano nel giradischi e questo mi fa prendere la nostalgia.

Tanto per dire come da un'invenzione bistrattata come quella di Edison sia nato tutto ciò...


Link e spunti
Domenico Volpi, La vita e i costumi nell'Ottocento
Wikipedia - Fonografo
Wikipedia - Giradischi
Daily Wired - Edison inventa il fonografo
Grammofoni.it
Tienimi d'occhio - Il fonografo di Edison
Liceo Foscarini di Venezia - Fonografo

Guardate che meraviglia questa mostra del signor Giulio Bianco che comprende più di cento fonografi e grammofoni, è spettacolare!



Purtroppo ormai i possessori di grammofono sono rimasti in pochi, io no di certo, però ho la fortuna di avere in casa un carrillon a piatti della Reuge Music, ormai fallita, che mi facevano ascoltare da bambina per divertirmi e che adoro alla follia.

Baci a tutti
 



Mauser

5 settembre 2011

Il duro inverno nella baita di Heidi

Cari lettori,
la tematica delle dimore, costruzioni, case e arredamenti è per me estremamente interessante, ormai è stata sviscerata in maniera, a mio avviso, abbastanza approfondita ed è per questo che volevo dare un ultimo tocco alla descrizione fatta nel post Nelle case di contadini e poveri.
Nello specifico vorrei approfondire un minimo il problema delle case dei contadini. Quando noi persone del XXI secolo pensiamo ai contadini ci vengono in mente le immense fattorie americane, i ranch di Montana Sky [tra l'altro un film che adoro e spero che pubblichino presto il libro anche in Italia], oppure i grandi cascinali della pianura padana.
L'ingresso dell'abitazione con un piccolo
focolare nel pavimento
In realtà la situazione era piuttosto diversa e decisamente più modesta di quanto la raffiguriamo.
La mia vacanza in Val d'Aosta, meta di ripiego dopo aver dovuto abbandonare l'idea di Vienna, mi ha portata a scoprire un interessante Museo Etnografico, la Maison Gerard Dayné, che ha aperto gli occhi anche a me: sebbene io mi approcci alla storia con sufficiente disillusione da non credere a tutte le favole che ci raccontano i romanzi o che la televisione vuole passarci [badate bene che la televisione è un nemico subdolo], neppure io immaginavo la vita in modo così spartano.

La situazione dei contadini negli anni tra il Settecento e l'Ottocento era drammatica e questo è già un indizio per capire come mai la rivolta della Rivoluzione Francese sia avvenuta in città, mentre nella Vallonia si rifiutavano di riconoscere la nuova autorità repubblicana: avevano pensieri più pressanti di cui occuparsi, tipo lavorare per sfamarsi.
Se il tempo dei servi della gleba era ormai trascorso e il Medioevo lontano, altrenttanto non si poteva dire della situazione, a tutti gli effetti i contadini erano una proprietà del latifondista, feudatario, visconte o vescovo locale, che possedeva l'appezzamento di terreno che coltivanao o dove pascolavano i loro animali. Il loro signore riscuoteva periodicamente i frutti della terra privandoli non di viveri extra, ma di quel poco che, già così, avrebbe a stento sfamato tutti. Le figlie dei contadini andavano a lavorare i campi o a servizio presso la casa del padrone e sposavano altri contadini della zona a loro volta agli ordini di qualche signore. Nel Settecento, prima della svolta ideologica illuminista e dell'avvento borghese, la ricchezza era ancora basata sulla quantità di terre possedute perchè dalla terra veniva il denaro.



La casa di un contadino, come abbiamo visto, era poco più di una stalla, ma vorrei farvi entrare con me per mostrarvi come era strutturata all'interno: la costruzione che comprendeva in sé sia la parte abitativa che la stalla, sebbene le due spesso si confondessero.

Tutti i membri della famiglia abitavano la stessa casa che passava dal patriarca al suo figlio maggiore, i figli maschi secondogeniti solitamente lasciavano l'abitazione per costruire la propria e la loro vita altrove, mentre le figlie la abbandonavano con il matrimonio, rimanevano le figlie zitelle e i figli fantini, cioè celibi, più i parenti vedovi e indigenti come zii e nonni, in questo modo la quantità di persone in casa era sempre equilibrata, grossomodo non si era mai meno di quattro, fino ad un massimo di una quindicina, più che altro dovuto allo spazio fisico.

Un armadio a muro per risparmiare spazio
Lo spazio, infatti, era sempre poco, conteso tra tutti coloro che abitavano nell'edificio, uomini e bestie, ma soprattutto tra gli abitanti e i loro mobili che erano minimalisti, infatti l'arredamento più consueto di questo genere di abitazione era costituito da stipi ed armadietti a muro scavati nella spessa parete domestica.
Una casa di contadini benestanti era strutturata su due piani, l'abitazione più il fienile, raramente si saliva oltre in quanto la possibilità di costruire dimore tanto alte e architettonicamente complesse andava oltre le conoscenze sia culturali che finanziarie dei paesi contadini.
Le costruzioni erano sempre sistemate sopra massi, pietre e muraglioni rocciosi: potrebbe apparire una scelta inconsueta o scomoda, ma molto coerente in quanto sfruttando le zone morte si sarebbero trovati al di fuori dei terreni fertili e pianeggianti, per non privarsi di un appezzamento, anche piccolo, in cui si poteva coltivare. Le rocce, inoltre, formavano solide fondamenta delle abitazioni su cui far crescere i muri delle case che potevano arrivare fino a 80cm di spessore e rendevano molto più solida e stabile l'intera struttura.

I due piani dell'abitazione erano adibiti a funzioni differenti: il piano terreno, a contatto con il pavimento, era per le persone e gli animali, il sottotetto, invece era adibito a fienile e a ripostiglio per le provviste che non sarebbero marcite (pane, oggettistica, attrezzi, legumi) se si aveva la fortuna di possederne; nel caso dei più ricchi esistevano anche delle cantine scavate nel sottosuolo a cui si accedeva tramite ripide scale scavate nella terra o nella roccia. Le cantine erano sempre più d'una e ciascuna aveva una propria destinazione: nella casa da me visitata se ne incontravano tre destinate rispettivamente alle provviste di vegetali, ai formaggi e al vino, questa scelta era fatta per far sì che i sapori non si mescolassero, contaminando profumo e gusto degli alimenti. Le tre cantine erano comunicanti tramite porte, ma costruite a livelli differenti (3-4 cm di dislivello) che conferivano a ciascuna un grado di temperatura differente (uno sbalzo termico di 3-5 °C): le più fredde erano per il formaggio, le più calde per il vino. Un particolare interessante è che il soffitto delle cantine non era intonacato, in questo modo la pietra in cui era costruito poteva respirare e assorbire l'umidità rilasciata dagli alimenti, se invece si passava la malta sulle pietre l'ambiente rimaneva forzatamente impermeabilizzato e i cibi finivano con il marcire.

Focolare di una stanza del fuoco
L'ingresso della casa aveva il pavimento in terra battuta e questo suggerisce che lì passavano anche gli animali e alcuni, come muli o asini, vi stazionavano anche, se la famiglia era sufficientemente fortunata da possederne. Avere un asino era una gran ricchezza, se ne avevano un paio per ogni villaggio e se avete letto I Malavoglia di Giovanni Verga sapete bene che la povera Mena è costretta a rifiutare Alfio prima per la sua povertà e poi, quando arriva con l'asino, perchè le malefatte di Lara avevano contaminato anche la sua reputazione [non certo un'eroina moderna, il canone odierno vuole che per amore si passi sopra a qualunque trascorso].


Per riscaldarsi in casa i camini erano poco efficaci, erano spesso singoli, a volte anche solo miseri focolari nel pavimento, e il loro potere calorifico decisamente ridicolo, per questo le stanze dove erano posti, chiamate stanze del fuoco, venivano adoperate per i lavori invernali, per esempio il ricamo, ma soprattutto la preparazione di prodotti caseari.
Lo strumento più efficace per avere un po' di tepore era dividere il proprio spazio con altri mammiferi, meglio se grossi e pelosi: le pecore erano quotatissime.

La stanza più importante della casa, quindi, non era quella con il camino, ma quella con gli animali, una stalla comune a uomini e bestiame.
Si trattava della più grande dell'edificio, interamente rivestita in legno come coibentante ed era costituita da due o più ambienti comunicanti: nel più grande sedevano le persone, lavorando e parlando e conducendo la vita di famiglia, le donne cucivano, ricamavano o lavoravano i merletti al tombolo, sgrossavano, filavano e tessevano la lana mentre gli uomini approntavano gli strumenti per la primavera e il lavoro dei campi, solitamente questo ambiente era costituito da un tavolo centrale e da alcune panche addossate alla parete, la scelta è da ricercarsi proprio nella mancanza di spazio di cui abbiamo detto poc'anzi.
Una stanza comune con alcuni attrezzi da lavoro
Notate con attenzione che non ci sono sedie, troppo ingombranti, ma panche alle pareti


Gli altri ambienti comunicanti erano destinati agli animali: pollaio, stalla e recinto chiuso.
Avere delle pecore nel recinto era estremamente comodo d'inverno, insieme ad esse venivano sistemate le culle dove dormivano fino a tre neonati l'una, mentre sopra le teste degli animali era sistemato un ripiano di legno simile ad una mensola molto larga dove dormivano i padroni di casa in quanto quello era l'ambiente più caldo. Gli altri si sistemavano sul pavimento della stanza, che era di legno e, quindi, meno gelido.
Il fienile, per quanto comodo, era usato come giaciglio solo d'estate perchè, essendo aperto per arieggiare paglia e fieno, d'inverno era anche estremamente freddo.

Una vista degli ambienti della casa con stalla e recinto.
La zona delimitata dalla tendina e con la culla era il recinto dove erano tenute le pecore, solitamente chiuso da una cassapanca che fungeva anche da mangiatoia. Sopra le loro teste era posta una trave dove dormivano le persone.
Dietro al recinto c'era la stalla delle vacche, mentre l'angolo di pavimento che spunta proprio al centro appartiene alla stanza della foto precedente, la sala comune (angolo in basso a sinistra), che come vedete era comunicante col recinto e la stalla.


La scelta di vivere insieme agli animali può forse non sembrare estremamente igienica, ma era la migliore in quanto la presenza di tanti mammiferi insieme creava un'atmosfera più calda rispetto alle altre camere, certo non i 20°C a cui siamo abituati [dimentichiamoci gli scioperi bianchi fatti a scuola quando i caloriferi non funzionavano], ma comunque meglio della media al di fuori, che arrivava anche a -20°C.
Certo questi animali con i loro parassiti, pulci, zecche, ecc erano estremamente pericolosi per i neonati il cui sistema immunitario non era ancora sviluppato, ecco quindi spiegato come mai molti bimbi morivano giovanissimi o non superavano l'inverno, le temperature freddissime e l'igiene domestica erano le principali cause di mortalità.
Se la cosa stupisce, comunque, basta pensare a quante malattie si sono debellate da quando Florence Nightingale, la signora con la lanterna, ottenne che fosse obbligatorio per il personale medico di lavarsi le mani prima di operare su un paziente...

Come avrete capito, la vita era difficilissima, anche terminato il rigido inverno sopravvivere era arduo; in primavera si piantavano molte colture come segale e ortaggi nei campi, patate e granoturco, ma nessuna di queste avrebbe dato i suoi frutti prima dell'estate, come fare quindi a sopravvivere?
Beh, si usciva di casa e si andava alla ricerca di vegetali selvatici, nei mesi primaverili i contadini che si occupavano di lavorare la terra e di coltivare mangiavano spinacio selvatico, cardo, ortica, ecc. come i topolini di Boscodirovo, con quelli si preparavano contorni e confetture, composte e minestroni.
Questa fissazione per il verde era dovuta principalmente al fatto che durante l'inverno si era consumato solamente carne essiccata, latte e derivati e pane duro e secco (perchè il pane si faceva una o due volte l'anno e lo si ammollava nel brodo, nel latte o nel vino), usciti finalmente alla luce, quindi, i contadini avevano necessità di consumare delle fibre piuttosto che zuccheri o proteine.
Il fienile (ristrutturato e visitabile)


L'inverno non era semplicemente un periodo di freddo fastidioso, patendo il freddo lo si temeva molto di più, cadevano fino a 8m di neve l'anno, coprendo quasi del tutto le case e i loro ingressi, le persone rimanevano confinate nelle mura domestiche dai 3 ai 7 mesi l'anno e dovevano essere provviste di tutto il necessario per sopravvivere come ad un assedio, a primavera poi si contavano quelli rimasti e si aggiornavano i registri o si celebravano i funerali.
Riuscite ad immaginare 7 mesi in compagnia dei propri parenti senza privacy né diversivi alle noiose serate?
Ascoltare favole, racconti di guerra o vicende della valle o del luogo era il massimo divertimento, chiusi in una stanza così a lungo rendeva i legami non sempre buoni, i rapporti tra le varie donne di casa erano spesso tesi a causa della gerarchia che imponeva l'età, la data del matrimonio e il componente a cui si era sposati come una scala rigida. La suocera aveva potere illimitato sulla giovane nuora, per questo molte figliole che prendevano marito ponevano come condizione di non avere la madre di lui tra i piedi, l'ex fidanzata del mio defunto nonno rifiutò apposta la sua proposta di matrimonio perchè lui, rimasto solo con la madre, si rifiutò di abbandonarla e la giovinetta, a quanto pare, non era disposta a dividere il suo scettro del comando con nessuno. Bell'ipocrita, la signorina!
Anche tra le nuore la rivalità spesso era molto sentita, si scatenavano piccole faide in cucina o al tavolo e le donne di casa concorrevano nel ricamare il pizzo più pregiato o tessere il tessuto più raffinato.
Inutile dire che in una realtà e in una società come quella essere inabili al lavoro era una morte. Gli anziani vivevano poco, le condizioni erano estreme, i menomati spesso impazzivano per l'inedia e le persone con problemi fisici o mentali non sopravvivevano a lungo, le malattie erano un terrore e la peste non era che una delle tante, ma si moriva per un banale raffreddore.

Quando pensiamo al passato, non immaginiamoci soltanto l'affolata sala da ballo di Almack's, perlaltro fredda, ma soffermiamoci un attimino a figurarci a dormire abbracciati ad un segugio pulcioso, sopra le teste di pecore, sposate ad un caprone montanaro o ad una bisbetica di villaggio con la penetrante voce da trogolo e le maniere di uno scaricatore.
Due porta-tombolo, deliziosamente rifiniti
con colori e disegni.
Sulle sbarrette erano posti dei cilindri
imbottiti usati per fare il pizzo chiacchierino
Il vestito della povera gente era uno solo per sempre, per le donne era composto da una scamiciata informe che doveva appositamente nascondere le forme femminili, per gli uomini pantaloni e bolero, cardigan e cappello; ad entrambi era abbinata una camicia bianca: si riconosceva facilmente la camicia del giorno di festa perchè aveva il pizzo anche sui polsini, che altrimenti mancava per non intralciare il lavoro.
La camicia la si lavava una volta al mese, i più fortunati ne avevano due o tre, il vestito mai e quando era troppo sudicio lo si tingeva, lavarlo era impensabile, la stoffa si sarebbe rovinata e avrebbe impiegato troppo tempo per asciugare, frangente nel quale la persona non aveva altro con cui andare in giro e svolgere le proprie faccende. Il grembiule del vestito era fissato in vita con una fettuccia colorata, se questa era interamente verde significava che la donna era nubile, altrimenti se aveva la terminazione rossa voleva significare che era già sposata [come le nostre magliette con scritto Sono single oppure Cerco boyfriend].

Per gli uomini l'unica decorazione era sul cappello, dove era posto uno specchietto contornato di fiori: è da lì che viene il modo di dire specchietto per le allodole, dove allodole sono le ragazze, in quanto la decorazione doveva essere posta sul fronte del cappello e il riverbero luccicante avrebbe dovuto attirare l'attenzione delle pulzelle sostenendo la condizione di celibe dell'uomo.
Ai piedi di queste persone c'erano scarpacce di pelle scadente, più spesso ancora zoccoli in legno, i cosiddetti sabot scavati nel tronco fresco, duri e scomodi e non certo caldi per camminare nella neve.

Dopo tutto questo, vorreste davvero andare a vivere nel Settecento?
Tanto per informazione, la gente ha vissuto così fino agli anni '40 del Novecento, non troppo tempo fa per guardarli con disprezzo, chiamarli trogloditi e villani come mi è capitato di sentire: erano persone apprezzabilissime e piene di dignità e voglia di vivere che faceva loro onore, è umiliante riconoscere nella nostra facilitata società moderna, invece, così tanti morti viventi, persone senza sugo, senza scopi e senza voglia di vivere nonostante la felice esistenza che è stata data loro.
Questa non è una predica, né una ramanzina, chi legge questo blog so che lo fa anche per imparare e questo fa onore a loro, anche io imparo facendo ricerche e non voglio essere né ipocrita né paternalista, non mi si addice nessuna delle due etichette, ma credo sia giusto sfrondare le figure storiche di tutti i falsi miti che sono stati appiccicati sopra nel corso del tempo come i liceni agli alberi, stratificandosi fino a nascondere completamente la forma originaria. Apriamo gli occhi e guardiamo il passato per quello che era, non solo una bella favola: questo, purtroppo (e parlo per esperienza) ci farà apprezzare un po' meno certe letture piuttosto superficiali, ma darà nuovo slancio alla bellezza della nostra vita e nuova passione per i contenuti validi della cultura con cui entriamo in contatto.

Con affetto,




Mauser


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