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14 ottobre 2013

Ada Lovelace, l'Incantatrice dei Numeri

Cari lettori,
come state? Sto cercando di aggiornare con più frequenza rispetto al passato, anche se ciò non significa che io ci riesca... chiamatelo pure il fallimento del secolo.
Ada Lovelace
Dipinto riprodotto dall'originale di William Carpenter
del 1840
Ho pensato di scrivere qualcosa su grandi personaggi del passato e, in particolare, ho selezionato la figura di questa donna, Ada Lovelace, per chiudere un po' il cerchio con gli altri personaggi femminili sui quali mi ero soffermata, a volte in coppia col consorte col quale hanno diviso la propria passione artistica o culturale, altre volte temerarie anime libere dedite a scienze e passioni completamente distanti dai loro parenti e mariti, per vedere cosa è stato scritto in passato vi rimando alla sezione delle Biografie.
In tutto ciò però mi sono accorta che la maggior parte di queste donne ha dimostrato doti più umanistiche che scientifiche e così oggi ho deciso di proporvi una minibiografia di questa Ada Lovelace che, sono sicura, appena inizieremo a parlare vi ricorderete subito.

22 settembre 2012

Royal Ascot 2012

È passato un po' in sordina, ma c'è stata. La storica gara di Ascot anche quest'anno ha attirato fotografi e curiosi per la stravaganza della sua ufficiosa sfilata di cappellini.
Il 19 giugno le rappresentanti più in vista del Regno Unito si sono date battaglia a colpi di ombrellini, piume e originalità.

23 luglio 2012

Profumi, aromi, essenze e fragranze

Cari lettori,
chi non muore ci si rivede!
Sì, lo so che con i tempi che tengo, ormai, potrei essere facilmente creduta deceduta, ma ogni tanto ritorno e spero di continuare a farlo =)

Dopo un post bello tosto sullo sfruttamento minorile di qualche settimana fa, passiamo oggi ad un argomento decisamente più frivolo: oggi parliamo di profumi.

26 aprile 2012

Pudore vittoriano

Cari lettori,
una di voi, Letizia, ha deciso di sfruttare l'opportunità di richiesta messa a disposizione del blog e mi ha domandato un approfondimento sul pudore vittoriano.
È una richiesta che accolgo volentieri, anche se costruire un argomento simile penso sia molto complicato perchè riuscire ad identificare tutte le cause e gli effetti che hanno scatenato quesa "moda della modestia" sia estremamente complesso e probabilmente non riuscirò in toto nell'idea ch emi sono prefissa quando ho abbozzato per la prima volta questo post.
Mi dispiace in particolare che la stesura di questo post, con tutti gli impegni che ho avuto, abbia richiesto tanto tempo e per diverse settimane io non abbia aggiornato.

Donna nuda allo specchio
by Giovanni Bellini

7 marzo 2012

Il gioco del bullet pudding

In passato non c'era la televisione.
A causa di ciò occupare il tempo, specialmente per coloro che vivevano delle proprie rendite e non lavoravano, era estremamente difficile, il che spiega la montagna di divertimenti e giochetti piuttosto stupidi che si riscontrano provenienti dall'epoca passata.
E forse questo è uno dei motivi per cui la gente facesse tanti figli... con una scelta di divertimenti tanto insignificante era quasi scontato che uno cercasse di arrangiarsi come poteva e, almeno per qualcuno, il sesso era un'ottima scelta.

I giochi da salotto, tra cui le carte nelle loro molte declinazioni, erano il passatempo di interminabili serate, a quel tempo, infatti, non c'erano feste, balli sociali e stagioni mondane in continuazione, ma anche periodi di inattività dell'intero ton che doveva riprendersi dai bagordi.

Per tutto l'anno, quindi, a meno che gli sfortunati giovanotti o le povere signorine di casa non fossero stati benedetti con qualche evento improvvisato quanto inaspettato, bisognava industriarsi alla meglio e spesso si invitavano amici, parenti e conoscenti sotto il proprio tetto. L'occasione delle visite era un dettaglio che in pochi andavano ad analizzare, la compagnia era quasi sempre gradita perché permetteva un diversivo alla propria monotona esistenza e garantiva un minimo numero di partecipanti, meglio se della propria fascia d'età.

Uno dei divertimenti più in voga nell'epoca regency era il bullet pudding, definito un gioco da salotto da fare con gli amici, il sostituto antico del Monopoli, credo, sebbene io lo reputi non altrettanto divertente...

Dinamica del gioco
Il gioco è così costituito: l'organizzatore mette a disposizione dei presenti un piatto molto largo e piano, come quelli da secondo, oppure un vassoio tondo, dopodiché il piatto viene riempito di farina fino a formarne una montagnola come quella per impastare, a differenza della gemella culinaria, però, in questo caso non viene fatta la fontanella, quindi non scavate un buco nel mezzo.

In cima alla montagnola di farina deve essere depositato un oggetto tondo e possibilmente pesante come una biglia o una pallina metallica o un  vecchio proiettile.

I partecipanti al gioco, a turno e aiutandosi con un coltello, devono rimuovere un po' di farina dal cumulo, facendo attenzione a non far cadere la biglia dalla sua postazione soprelevata.

Chi dovesse far rotolare la biglia deve anche recuperarla, ma non nella maniera più banale, bensì senza usare le mani, in una maniera simile a quella del gioco della mela che galleggia nell'acqua.
Il partecipante, infatti, deve spostare la biglia usando solo il naso e il mento e può toglierla dal piatto solo adoperando la bocca.



Ovviamente qualcuno di voi si starà chiedendo dove stia il divertimento in tutto ciò, quesito che mi sono posta anche io e al quale non ho trovato risposte soddisfacenti, ma siamo qui a parlare di storia e non a giudicarla =)

Ebbene, stando agli scrittori dell'epoca il bello di questo diversivo stava nell'osservare i buffi e inconsistenti tentativi dei partecipanti nel tentativo di recuperare la sfera e, soprattutto, nel riconoscere i loro volti sporchi di farina, vagamente surreali, una volta concluso il tutto.

Poiché una volta, e grazie al cielo, Facebook non esisteva, questi attimi imbarazzanti non erano divulgati Urbi et Orbi e perciò rimanevano confinati nei ricordi dei presenti che di sicuro si erano spanciati dalle risa mentre il poveretto inseguiva la biglia col naso, ma che non potevano condividerli con l'intero mondo delle conoscenze.

Era un mondo diverso di giocare e divertirsi, questo è vero, era anche più semplice e anche ingenuo, sebbene qualcuno affermasse che non fosse esattamente così in quanto una dama china all'inseguimento della biglia metteva senz'altro in mostra parte del generoso decolté che all'epoca, per il vestiario indossato, era sempre piuttosto esposto. 

Oggigiorno il mondo è decisamente più prosaico e col nome di bullet pudding non si chiama più un gioco, ma una particolare variante del tortino da dessert molto compatto, farcito con pezzi interi di cioccolato bianco, nocciola o mandorla che formano il "bullet".

Sebbene il gioco fosse molto popolare e in tanti lo trovassero divertente, c'era una categoria di persone che lo odiava visceralmente: le cameriere. Ovvero coloro che alla fine di tutti i tentativi di conquista delle biglie e di scalata dei monti di farina dovevano ripulire il tutto e nell'epoca regency non c'erano né il Folletto né il nuovo aspirapolvere professionale, tantomeno lo Swiffer o il Pronto Legno.
Olio di gomito, ramazza e spazzola da tappeto erano gli attrezzi che queste donne avrebbero avuto a disposizione per rendere nuovamente decente e abitabile il salotto, almeno fino alla sera dopo...




Mauser

7 febbraio 2012

100 e 200, buon compleanno a Charles Dickens

Cari lettori,
sicuramente ve ne sarete già accorti girovagando per la rete o sulla televisione, del giorno che è oggi.
Sì, è il 7 febbraio ed è l'anniversario di nascita di Charles Dickens.
Ma non un anniversario qualsiasi, bensì il duecentesimo anniversario dalla sua nascita avvenuta proprio il 7 febbraio 1812 presso Portsmouth.

Come certo ormai saprete leggendomi, Dickens non è solo uno deglia autori che cito maggiormente per la completezza descrittiva e il taglio sociale delle sue opere, ma è il mio autore preferito su tutti. Anche se non è suo il libro che amo maggiormente, Il giardino segreto, è il suo stile e il suo modo di raccontare che amo e ammiro e che, se mai deciderò di coltivare velleità letterarie, vorrei riproporre mescolato al mio perchè è indubbio che il mio modo di scrivere venga da lui essendo i suoi libri miei fedeli e diletti compagni di quell'avventura che chiamano adolescenza, un periodo per tutti un po' pieno di dubbi e contraddizioni.
Charles Dickens mi ha avvicinata alla letteratura e ai classici, ma soprattutto alla storia vittoriana e considerando il blog che sto scrivendo, non penso sia trascurabile.

Vi sarete senz'altro accorti che per nessun autore ho fatto menzione del compleanno, quando questo avviene, dopotutto si tratta di persone morte e sepolte... però per Dickens quest'eccezione devo farla, è una questione di rispetto che voglio rivolgere nei confronti di una persona che, seppure indirettamente, ha saputo darmi tantissimo, mi ha aiutata nei momenti meno idilliaci e mi ha insegnato molto.

In questo giorno alcune televisioni si sono già mobilitate al riguardo, le edizioni del mattino, se non subissate di notizie di prima mano dal fronte o di altre news di interesse planetario fanno sempre una piccola menzione a questo personaggio e ammetto che il doodle che Google ha dedicato al duecentenario dell'autore è delizioso, molto calzante, riassuntivo e realizzato con un tratto gentile ma definito che riassume bene le caratteristiche sia del romanzo che dei personaggi che ripropone.
Mi piace da morire e quindi ve lo ripropongo anche qui =)



Ma oggi, il 7 febbraio non è solo un anniversario di compleanno, è anche una data da festeggiare. Vuoi per benevola intercessione del nostro Charles, vuoi per chissà cos'altro, oggi abbiamo due eventi da ricordare.

Il primo è che grazie al progetto Carbon Neutral e a tutti coloro che hanno sponsorizzato questo banner e l'iniziativa ambientalista, quest'anno sono stati piantati 800 alberi a integrazione della semidistrutta foresta mondiale che viene via via cannibalizzata da impresari senza scrupoli e senza cervello con l'occhio puntato solo al profitto.
Avatar sarà pure un film moralista e con una trama mediocre e già vista alla Pocahontas, ma ha delle radici molto veritiere sul comportamento umano e la sua aggressività e dobbiamo stare attenti a non finire proprio nello stesso modo, affamati di materiali, di terra e di natura, di specie nuove e di spazi perchè i nostri, il nostro pianeta, la nostra Terra l'abbiamo distrutta con l'inquinamento, l'incuria e la devastazione.
Ho trovato molto toccante (e ringrazio per l'interessamento) la mail inviatami dal comitato di CO2Neutral, ve la ripropongo nella speranza di sponsorizzare ancora un poco quest'iniziativa adesso e per il futuro:
Ci siamo quasi! L'obiettivo di Co2neutral era di piantare 1.000 alberi in 12 mesi e oggi, grazie anche al tuo contributo, è già nata una piccola foresta di oltre 800 alberi!Ti chiediamo, se puoi, un ultimo sforzo: se riusciamo a raggiungere i 1.000 alberi piantati entro fine Febbraio, iPlantatree.org pianterà in aggiunta  altri 100 alberi per premiare la nostra attività!


Infine qualcosa di molto meno alto, elevato, poetico, idealista: oggi il Georgiana's Garden, il giardino dove insieme si scopre la storia del passato, dell'epoca georgiana e vittoriana, ha conquistato il suo 100° follower.
So che può esere qualcosa di scontato, ma per me è un traguardo molto importante, quando cominciai a scrivere si trattava di un progetto veramente di nicchia, a seguirlo eravamo in pochi, a scrivere siamo ancora pochi, ma è bello vedere che si tratta comunque di qualcosa che suscita curiosità e interesse ed io spero sempre che tramite questi approfondimenti, per quanto sporadici, si possa imparare tutti qualcosa di più, si riesca a scoprire la bellezza di un periodo storico, ma se ne vedano anche le brutture in modo da poterlo considerare con obiettività, senza preconcetti o pregiudizi che troppo spesso portano le persone a parlare prima di pensare senza sapere minimamente dell'argomento interessato.

Piano piano il progetto del GsG, tra alti e bassi (principalmente miei e dei mio altalenante umore, così come dei miei molteplici interessi) va avanti e si approfondisce qualcosa di più, post di libri e di film, anteprime, fumetti... si parla di abitudini e di etichetta, di cucina, di case, di ricette, di luoghi e di tante altre cose. Si parla anche di persone.
Ed è bellissimo veder condivise tra tanti queste cose, certo un po' è l'orgoglio personale di essere stata capace di realizzare qualcosa di interessante e di successo, ma la cosa che mi fa gonfiare il petto è che si tratti di storia, quella parola che non si deve pronunciare in compagnia perchè sai la storia è noiosa, è vedere che il pregiudizio della storia fatta di date si può anche sfatare interessando il pubblico.

A tale riguardo vorrei ringraziare le due professoresse che nel corso della mia vita hanno saputo cambiare prima di ogni altro in me questo pregiudizio, due donne stupende che mi hanno affascinata con il loro modo di fare e di raccontare, ma soprattutto di approcciare la storia, cambiando in me il disinteresse in interesse verso questa materia.
Siamo online ed io, sapete, alla privacy ci tengo, quindi non farò i loro veri nomi: ad A.P., insospettabile insegnante di musica, storia e geografia, donna straordinaria, affettuosa, formidabile e simpaticissima, travolgente, umana e amica senza mai perdere la dignità d'insegnante che troppo spesso certi dimenticano d'indossare al mattino prima di andare a scuola.
Una di quelle insegnanti che gli alunni bramano di compiacere e che riuscirebbe a farti apprezzare due ore di lettura dell'Ulisse di Joyce neanche fosse Matrix. Una donna che ha avuto il coraggio di darmi un voto più che positivo di musica e canto nonostante io sia notoriamente stonatissima asserendo che non è il risultato più evidente, quello che un insegnante deve giudicare, ma il percorso fatto, l'intraprendenza, l'impegno, la costanza e la buona volonta. Perchè è la tenacia a doverci guidare e non la carota.

A R.B. che ha fatto della cultura un'arma di forza e ha dimostrato che si può essere colti, preparati e intelligenti senza per forza essere sciatti o una professoressa zitella insostenibile; una professoressa decisamente all'antica, di quelle che alla disciplina ci tiene più che ad essere accettata come amica dei suoi studenti e riesce a mantenerla senza urlare e senza fare scenate in una classe di scalmanati, che saprebbe gelare il sangue con una sola occhiata e costringere il più lavatico a correre a ripassare la lezione; di quelle professoresse che le amano uno su un milione perchè gli altri sono troppo impegnati a digerire il tre in pagella parlandone male, di quello stampo d'insegnante che sanno dare un votaccio a un qualcuno perchè ha osato pensare che la storia fosse una materia insegnata a tempo perso e che quindi non meritava di essere studiata. Di quelle che saprebbe argomentare qualsiasi cosa e ci si chiede perchè non si trovi in tribunale. Che potrebbe convincerti sul serio che la storia va studiata e alla fine si è costretti a dare ragione. Una professoressa che non so cosa dare per avere come amica e per poter discutere con lei degli argomenti più disparati, ma a cui non ho mai osato rivolgere neanche un saluto informale perchè non siamo in pizzeria... e che non trasforma tutte le sue lezioni in sedute psicologiche facendosi raccontare gli affari dei suoi studenti.
Una donna che ancora difendo alle riunioni di ex compagni perchè a tutt'oggi vittima delle battutacce dei miei compagni insoddisfatti a cui la sua disapprovazione brucia ancora più che la rimandatura.

Due donne diversissime che non si conoscono e difficilmente le faranno (la logistica è la logistica), ma che hanno contribuito a formare la donna che sono oggi, che hanno avuto il grande pregio di saper guardare oltre l'immagine di insegnante-studentessa e oltre tutto ciò che questo rapporto comportava, vedendo la ragazza che ero davvero. Insegnanti estremamente colte, preparate e brave nel loro lavoro che non mi hanno mai giudicata né l'hanno fatto con le scelte e le circostanze che hanno accompagnato la mia vita.
A loro va un grazie di cuore, probabilmente senza sapere che quella che ero una volta è diventata quella che sono oggi, che mai andrebbero a pensare di ritrovarmi su un blog di storia, a scrivere di storia, a pensare di storia e a ridere di ciò. A parlare anche di loro.

Buon duecentesimo anniversario della nascita di Charles Dickens.
Grazie a tutti coloro che mi seguono con fedeltà e passione, sono onorata e felicissima di conoscere tutti voi.
Nella speranza che CO2Neutral possa presto raggiungere il suo obiettivo.
Un bacio a tutti quanti




Mauser

4 febbraio 2012

Tre manga tratti da Jane Austen presto in Italia

Che Jane Austen sia un'autrice che da tre secoli a questa parte vende bene, non credo sia una novità, da sempre caratterizzata da un grande successo di pubblico (e solo nell'ultimo secolo anche di critica), Jane Austen è senza ombra di dubbio una delle ispiratrici delle vicende romantiche con plot moderno, i suoi romanzi sono stati letti ininterrottamente da tre secoli e continuano a riscuotere successo e legare a sé fedeli lettori.

Con i mash-up, le orribili rivisitazioni dei classici in salsa pseudo-horror, abbiamo imparato che per quanto mediocre sia la produzione, sfruttare il nome e il successo di un altro autore, nonchè la sua storia, è fonte se non di successo almeno di popolarià e chiacchiere.
Non che sia una novità, il cinema questa cosa l'ha imparata fin dall'inizio della sua storia, quando le pellicole erano in bianco e nero e la recitazione muta dei classici della letteratura dava nuovo sapore a vicende che più trite non si può, alla meglio intervallate da schermate con i dialoghi. La musica, poi, si trovava direttamente in sala insieme agli spettatori.

Non solo il cinema e non solo gli approfittatori conoscono questo metodo: un'altra considerazione portataci qualche post fa (cfr. Anna dai capelli rossi by Yumiko Igarashi) è che il mondo dei manga ha spesso e a volte con successo saccheggiato la letteratura e la narrativa occidentale, specialmente quella dell'Ottocento, un po' copiando e un po' ispirandovisi.
I prodotti di questo filone d'ispirazione europea sono tantissimi e qui ne abbiamo visti pochi, dopotutto il tempo è quello che è e io sono da sola... così non ho mai parlato dei manga ispirati da zia Jane e i suoi romanzi.
Adesso quei manga arriveranno in Italia e credo che sia il caso di menzionarli, giusto perchè i lettori sappiano cosa aspettarsi e perchè gli appassionati di manga o di Jane Austen sappiano che arriveranno certe cose e magari ci riflettano sopra.

È infatti notizia di qualche settimana fa che l'autrice Reiko Mochizuki arriverà nel nostro Paese con due sue opere ispirate dai romanzi di zia Jane in compagnia della sua "collega" Youko Hanabusa, già autrice di Lady!! (qualcuno lo ricorderà dall'infanzia come l'anime Milly un giorno dopo l'altro) che porterà il terzo romanzo ispirato ad Emma.



Il manga di O&P è a mio avviso molto carino e nonostante l'evidente influenza stilistica proveniente dalla miniserie BBC (che evidentemente la Mochizuki ha guardato) e che si nota specialmente nella caratterizzazione estetica di Lizzie e di Darcy, è un prodotto valido e molto gradevole, fresco e leggero come una brezza primaverile.  
Ottima la ricostruzione storica dell'abbigliamento, dove devo fare nota di merito ai cache-col di Darcy, belle anche le collanine di Lizzie e le pettinature, a mio avviso molto graziosi anche gli occhi delle ragazze, solari e sorridenti.

Una Jane opportunamente bella, ma sacrificata, fa da contraltare ad una suscettibile Lizzie, Jane a quanto pare non riesce a liberarsi del complesso della comprimaria di cui mi ero già ampiamente lamentata in passato; stando ai prodotti moderni Elizabeth Bennet rimane la protagonista indiscussa di Orgoglio e pregiudizio, sempre per quella questione che un prodotto troppo corale al giorno d'oggi non piace più come invece piaceva ai tempi in cui la Austen lo scrisse...

Le sorelle di Charles Bingley tornano ad essere due (la primogenita Louisa Hurst di solito la si dimentica per strada) e non più solo la spocchiosa Caroline come accaduto nel film del 2006, dove era pronta per un bordello (quello è il suo abito da sera) prima di vestire i panni della fidanzata di Watson, ma come si può volergliene? Caroline Bingley da sola porta più distruzione del tifone Katrina, si riesce a fare a meno della petulante sorella sposata quando Caroline occupa la scena con la sua espressione disgustata.

Suggerisco assolutamente di leggere questo manga alle appassionate di Jane Austen, si tratta di due volumi e quindi di un'opera breve che si può tranquillamente restituire o rivendere se non la si gradisce, ma credo che sia molto bello e una variante inconsueta dell'originale, così come un modo per avvicinarsi con meno pregiudizio al mondo del manga: dopotutto è la stessa Austen che ci insegna che i pregiudizi sono assolutamente dannosi ;)


Oltre ad Orgoglio e Pregiudizio arriverà in Italia anche Ragione e Sentimento, qui si nota che evidentemente la Mochizuki ha un chiodo fisso su come debbano essere i protagonisti maschili (il nostro Edward Ferrars è uguale al Darcy di prima!) e comunque non si tratta di un canone così da buttare, insomma ho visto di peggio...
A mio avviso il manga di Ragione e sentimento è un poco inferiore a Orgoglio e pregiudizio e anche qui sacrificano un po' le coppie, purtroppo non potendo passare in secondo piano una delle due come fatto con O&P qui sia Elinor&Edward e Marianne&ColBrandon risultano tratteggiati superficialmente in quanto a caratteri, anche perchè siamo di fronte ad un volume unico e non più a due come accadeva nell'altro caso. Speriamo bene...

Sostanzialmente con questo manga cambia la trama, ma il tratto resta lo stesso che avevamo visto poc'anzi così come la caratterizzazione estetica e dell'abbigliamento. Da acquistare se avete apprezzato già O&P oppure se siete delle accanitissime fan di questo libro della Austen, come la sottoscritta.
La copertina originae di Ragione e sentimento assomiglia pericolosamente a quella di un Harmony perchè questo manga fu pubblicato originariamente nella collana degli Harmony giapponesi, la stessa che qualche anno fa propose anche Cime tempestose e la versione romanzata della storia di Lady Diana [sì, ne hanno fatto un manga].


Infine un'incursione tra i manga di Youko Hanabusa, che ci proporrà il terzo adattamento: Emma.
Questo manga è veramente recentissimo in quanto trasposto in volumetto solo di recente e sono felice che la Goen abbia scelto di pubblicarlo.
La Hanabusa, autrice di Milly un giorno dopo l'altro è la classica autrice che dal feuilleton di stampo XIX secolo ma creato nel Novecento e la sua opera più famosa ne è la prova. Anche il suo stile richiama chiaramente opere come Candy Candy, il che può essere si aun pregio che un difetto...
In Emma la Hanabusa mantiene il suo bel modo di disegnare e si rifà al modello maschile della Mochizuki, prendendo però a piene mani dal film con protagonista l'allora giovane e bella Gwyneth Paltrow.
Questa Emma a mio avviso sembra un po' una pecora, ma non ho avuto modo di curiosare all'interno del volumetto e quindi a parte la copertina (che potrebbe essere ingannevole) non so bene come catalogare il disegno finchè non lo avrò tra le mani.

Sono estremamente soddisfatta di questa risoluzione della Goen di proporre i manga di Jane Austen e spero che proseguano su questa scia, non penso comprerei mai il Cime tempestose manga perchè odio quel libro [lo so, a volte i gusti sono strani], però un Jane Eyre mi piacerebbe da impazzire!
E voi cosa ne pensate?

Links
Manga-pappa | Goen annuncia i manga di Orgoglio e pregiudizio
Vorrei essere un personaggio austeniano | Emma: un altro manga austeniano
Vorrei essere un personaggio austeniano | Il manga di Emma presto in Italia
Vorrei essere un personaggio austeniano | Se Jane Austen incontra il mondo dei manga...
Jane Austen Forumcommunity | Funbetsu to Takan by Reiko Mochizuki
Jane Austen Forumcommunity | Kouman to Henken by Reiko Mochizuki
Animeclick | Emma di Jane Austen diventa un manga di Youko Hanabusa
Geejay Projectmanga | Manga Orgoglio e Pregiudizio in Italia

Un bacio e a presto




Mauser

31 gennaio 2012

I gioielli sopravvissuti della Reine

Cari lettori,
prendendo spunto da un commento ricevuto di recente torno un po' sulla tematica dei gioielli, soffermandomi su un personaggio che sapete non adoro molto, Maria Antonietta, ma che fu indubbiamente una donna di una certa rilevanza anche in ambito estetico e culturale e che è conosciuta per aver posseduto una buona collezione di gioielli.
Nonostante questa nomea e lo scandalo della collana che da tre secoli incombe sul capo (ormai mozzato) della Reine, Antonietta spendeva molto più di abiti, accessori e divertimenti piuttosto che di gioielli, personaggi come l'Imperatrice Eugenia o alcune principesse russe sono riuscire a totalizzare tre volte la cifra della Regina di Francia in materia di gioielleria.

Maria Teresa d'Austria,
madre di Toinette con
vistose perle al collo
Si sa che Antonietta amava le perle e la si può vedere spessisimo ritratta con al collo uno, due o tre fili di perle, quasi tutte di grossa dimensione.
Quasi tutte le donne Asburgo amavano questo genere di gioiello a cominciare dalla madre, infatti nelle caricature di Maria Teresa questa è spesso raffigurata con perle grosse come uova di piccione che le stringono il collo e cammei come pendenti. Come dimostra la fotografia affianco e potete accertare voi stessi, c'era di che ispirarsi per una caricatura di un'imperatrice che quanto a potere e girovita poteva fare concorrenza a Cixi, il "Grande Buddha" (cito dal film di Bertolucci L'ultimo imperatore).

Comunque i ritratti e i presunti gioielli non sono il tema del presente post dove vorrei invece parlare dei sopravvissuti. Ovvero di quei gioielli che sono scampati alla Rivoluzione e noi possiamo ammirare e veder sbrilluccicare dietro teche di vetro protettivo.


Orecchini a pera
Li avevamo già conosciuti in precedenza nel post a loro dedicato (lo ammetto, mi hanno stregata), quindi non credo sia il caso di soffermarci oltre e proseguire con i prossimi candidati. Una cosa che mi ero dimenticata di dire nel post a loro dedicato era che quella Zenaida Yusuppova che li ottenne fu la moglie di un certo Felix Yusuppov che, a quanto pare, organizzò la congiura per uccidere Rasputin, guarda un po' come è piccolo il mondo...


Tiara e collana
Un particolarissimo abbinamento di una tiara moderatamente piccola (anche se molto preziosa) con una collana enorme. Non si tratta di gioielli per le occasioni ufficiali, ma sfoggiati durante particolari eventi a Versailles che richiedevano formalità e corone senza scomodare il tesoriere reale.


Il diamante blu
Questo splendido anello che ad un occhio inesperto può apparire uno zaffiro può invece vantare incastonato uno splendido diamante grigio-blu.
La Reine lo portò con sè dall'Austria alla corte di Francia e non fece mai parte della collezione dei gioielli della corona, ma trattandosi di un pezzo "personale" viene considerato parte della collezione privata della Regina. Poco si sa circa la sua provenienza, dopo Antonietta l'anello passò nelle mani di una sua cara amica, la Principessa Lubomirska la quale, alla morte senza un figlio maschio, divise il patrimonio tra le quattro figlie femmine. Riapparve nel 1955 alla mostra a Versailles Maria Antonietta: Arciduchessa, Delfina e Regina. Nel 1893 venne battuto all'asta da Christie's, ma rimase invenduto.
Fa (giustamente) parte della lista dei più famosi diamanti del mondo.


La collana medievale con perle

Una splendida creazione dal sapore vagamente medievale e dalla foggia "a stella" ornata di diamanti e grosse perle ad ogni punta. A mio avviso si tratta di un'opera molto graziosa e ricorda un po' certe creazioni vintage e steampunk moderne.
In realtà solo le perle appartenevano a Maria Antonietta che le diede a Lady Sutherland insieme ad una borsa di altri suoi gioielli di minor valore da portare con sè in Inghilterra (come moglie dell'ambasciatore inglese godeva dell'immunità diplomatica e fu rimpatriata all'inizio della Rivoluzione) nella speranza di riaverla una volta conclusa la bagarre politica.
Le cose andarono diversamente e, certi che non sarebbe certo tornata a reclamarle, la famiglia Sutherland nel 1849 aggiunse le perle ad una splendida collana in occasione di un matrimonio.
La collana è in oro giallo con rubini e perle.


La piuma del compromesso
Questa meravigliosa spilla in diamanti fu regalata da Luigi XVI alla moglie perchè smettesse di indossare piume tra i capelli. Secondo il re questi ornamenti erano antiestetici, oltre che molto costosi: pare che il re sperasse con questo dono che la moglie limitasse le sue bardature alla sola spilla, tra l'altro fatta realizzare con diamanti appartenenti alla collezione di Luigi quando era Delfino e che, quindi, non sarebbero andati ad incidere sul bilancio (già disastroso) della casa reale.
D'altra parte in casa serve sempre qualcuno che tenga sott'occhio le spese...


Il diamante Hope
Molti credono che questo gioiello porti sfortuna. Superstizione a parte, il diamante è appartenuto alla collezione della reine che lo sfoggiò in diverse occasioni ufficiali. Il diamante fu sequestrato dopo la tentata fuga dei reali dalla Francia (finita male), ma nel 1792 venne rubato. Se ne ritrovano le tracce solo dieci anni dopo a Londra dove pare fu acquistato da Giorgio IV e poi rivenduto per saldare i debiti (Giorgio IV era notoriamente spendaccione e con debiti per tutto il regno) finendo nelle mani di Henry Philip Hope, da cui prese il nome. Fu nuovamente venduto a causa di debiti nel 1901 dal nipote di Hope e per tutto il Novecento passò da un proprietario all'altro e quasi tutti lo rivendetto per non fare bancarotta, finchè nel 1958 fu acquisito dallo Smithsonian Institute.


Il diamante Régent

Il diamante Régent è uno dei più famosi ed enormi diamanti del mondo. Fu scoperto nel 1701 in India e successivamente acquistato dal governatore di Madras Thomas Pitt per 100.000$.
Successivamente il diamante fu acquistato per 135.00£ da Filippo II, Duca d'Orleans all'epoca Reggente della corona e da allora entrò a far parte dei gioielli della corona di Francia; proprio dal suo primo acquirente francese la pietra prese il suo attuale nome.
Successivamente venne impiegato per l'incoronazione di Luigi XV e la vanitosa Maria Antonietta ne fece una decorazione per il suo cappello di velluto nero. Dopo la Rivoluzione il diamante continuò ad essere usato da Napoleone che lo incastonò sull'elsa della spada; venne usato anche da Carlo X alla sua incoronazione e il diadema greco dell'Imperatrice Eugenia fu riprogettato per ospitare la gemma. Attualmente si trova conservato al Louvre di Parigi.


Purtroppo non sono riuscita a reperire altre informazioni sui gioielli superstiti, ma se voi ne avete fatemi sapere, aggiornerò molto volentieri il post ^__^

Un bacione e a presto




Mauser

6 gennaio 2012

Anna dai capelli rossi by Yumiko Igarashi

Al nome di Yumiko Igarashi qualcuno di voi immagino avrà fatto gli scongiuri.
Io sarei stata la prima.
Io detesto Candy con tutta me stessa perché un tale concentrato di sfiga e amore sfortunato deve stare il più lontano possibile dalla sottoscritta che, in quanto a relazioni sentimentali, sta messa piuttosto male e non ha certo bisogno di aiuti supplementari.
La sua autrice, Yumiko Igarashi appunto, è considerata una delle maestre del manga anni Settanta e nell'arco del suo manga più famoso è riuscita a dare libero sfogo ad una tale sequela di disgrazie che credevo solo le CLAMP sapessero preparare per i loro dannati protagonisti [per maggiori info al riguardo e qualche risata si veda Kill Clamp by Wren].


 Come sapete ho una certa passione per i manga, i manhwa e anche i manhua, rispettivamente fumetti giapponesi, coreani e cinesi/taiwanesi e adoro vedere come gli orientali hanno saputo caratterizzare le storie tipiche della letteratura da ragazze, questo era molto più frequente prima degli anni Novanta, quando molte autrici, oltre ad attingere a piene mani al feuilleton di fine Ottocento e primo Novecento, producevano anche proprie creazioni altrettanto tragiche [vogliamo parlare di Milly oppure Georgie?] facendo concorrenza a molte autrici del genere sentimentale del XIX. Tra le molte anche Lady Oscar può essere considerata della partita.

Dalla letteratura ottocentesca a cui attingevano, le mangaka del Novecento hanno ereditato anche la passione per il dramma, cosa che negli anni Settanta era parzialmente tornata di moda per l'influsso di molti sceneggiati televisivi dell'epoca sempre ispirati dallo stesso periodo e dalle stesse storie.
Se posso permettermi un'osservazione personale, non influenzata da libri o teorie altrui, trovo che il genere sentimentale ottocentesco sia di parzialmente di derivazione shakespeariana e presenta una certa inclinazione al dramma di stampo teatrale, miriadi di eroine sono state condannate a morire di tifo, parto o in miserevole disgrazia per il gusto letterario dell'epoca, una fine che gli scrittori del Novecento hanno adottato per le loro creazioni solo se strettamente necessario dalla trama e dal contesto, perfino Michael Faber, autore dell'acclamato Il petalo cremisi e il bianco ha graziato la sua Sugar quando solo che un secolo prima avrebbe fatto una fine ben più lacrimevole e disperata, mentre la povera Tess dei d'Uberville, nata in altro periodo, non ha avuto la medesima buona sorte.

Anna Shirley
illustrazione di copertina (1° vol.)

by Yumiko Igarashi
Tornando al discorso principale, questo è principalmente il motivo per cui la Igarashi ha scritto Candy Candy e la sua opera ha avuto tanto successo: ella ha cercato con una buona dose di sfiga di scimmiottare il genere in voga durante il periodo in cui ha ambientato la sua storia.
Oserei dire che, a scapito dei suoi poveri protagonisti, è riuscita pienamente nel suo intento, coronato da un briciolo di speranza solo sul finire della vicenda -e della pazienza dei lettori-
Ma quando la nostra mangaka abbandona la propria fervida fantasia in favore di storie scritte da altri e in periodi più luminosi, storie di qualcuno che, magari, non dovrebbe essere internato d'urgenza per maltrattamenti, sa essere una delle più meravigliose autrici e illustratrici del nostro secolo. Se Candy Candy mi fa venire l'orticaria al solo pensiero per i motivi elencati all'inizio e tre dei più classici cliché (l'orfanella, l'amore disperato e le cattiverie date dall'invidia), ci sono altre sue opere che, invece, hanno saputo ampiamente incontrare la mia approvazione ed una di queste è Anna dai capelli rossi.
Scritto da Lucy M. Montgomery e ambientato nell'idilliaca isola canadese di Prince Edward, il romanzo di Anna è un must have immancabile nella biblioteca di qualsiasi donna. Poiché è stato scritto già nell'ottica del Novecento, Anna non muore tra atroci sofferenze, il che è un autentico sollievo.
Molto spesso è un romanzo che viene letto da ragazza perché fa parte di quel genere di narrativa definita (oserei dire un po' troppo alla buona) da signorina, ma credo che, per quanto ormai datato, sia un'opera veramente eccellente e ideale per il periodo adolescenziale in quanto affronta in maniera istruttiva e costruttiva problemi e tematiche anche profonde con garbo e la dovuta dose di drammaticità; non mancano le lacrimucce, certo, ma è molto positivo e speranzoso nel suo messaggio di fondo, il che a quindici anni e circondati dai problemi della crescita non è un male.
Certo, essendo un romanzo d'altri tempi non parla di droga o di gravidanza, ma per quello ci sono mille altri romanzi adatti, lasciate Anna coerente col suo tempo, opportunamente casta e religiosa.

La storia di una delle più famose orfanelle canadesi (l'altra è Emily Murray Starr della medesima autrice e del libro Emily della luna nuova) e d'America (cfr. Pollyanna) ha saputo attraversare un secolo e mezzo in piena evoluzione tecnologica.
Nato come libro, è diventato un prodotto televisivo di grandissimo successo durante gli anni Settanta/Ottanta con svariati passaggi sulle reti nazionali anche italiane di film, serie e, soprattutto, dello splendido cartone animato a cui lavorò in gioventù perfino il maestro Hayao Miyazaki.
Probabilmente con il futuro in continuo turbine tecnologico, Anna saprò cavarsela anche tra i computer, l'interattività e le amenità hi-tech che non abbiamo ancora visto e neppure immaginiamo.
In tutta questa evoluzione, il prodotto della Igarashi si colloca nel mezzo, tra il libro e il cartone. Il manga infatti è una produzione a metà, fedele all'originale della Montgomery, ma illustrato e a figure che possono richiamare quello che è diventato l'anime.

L'autrice e il manga
Nonostante la sua collocazione in terra di mezzo, il manga è seguente alla messa in onda del cartone animato, risale infatti al 1997 ed è una delle ultime creazioni di quest'autrice.
Anna Shirley e Diana Barry
illustrazione di copertina (2° vol.)
by Yumiko Igarashi
La serie intera scritta da Yumiko Igarashi è composta da tre volumi iniziali che riassumono la storia del primo romanzo, correttamente tradotto in Anna dai versi abbaini, a questi si devono aggiungere altri 2 tankobon (volumetti) che seguono, rispettivamente, le vicende di Anne presso la scuola superiore (il libro è L'età meravigliosa) e presso l'università (Il baule dei sogni). per un totale di 5 volumi che seguono la nostra Anne Shirley dal suo arrivo all'Isola fino al matrimonio, quindici anni di vita meravigliosamente tratteggiata.
Senza contare che per gli anni (e i romanzi seguenti) ci ha pensato Chieko Hara, altra autrice del genere della Igarashi e dal tratto molto simile (è quella che scrisse Faustine inspiegabilmente tradotto in Fostine, vabbè, i traduttori italiani sono tremenderrimi, basti vedere come il secondo libro di Anne da Anne of Avonlea sia diventato L'età meravigliosa ¬_¬).
Purtroppo solo i primi tre libretti sono giunti nel nostro Paese perché le nostre case editrici sono estremamente coerenti e hanno preferito pubblicare solo metà della storia.  
Sgrunt!
Scusate, ma ci voleva...

Anna dai capelli rossi non è l'unico manga della Igarashi ispirato alla cultura e alla letteratura europea, infatti durante gli anni Ottanta quest'autrice ha letteralmente saccheggiato sia le favole (da Andersen a Perault ai fratelli Grimm) eseguendo lavori che parlassero di Biancaneve, della Bella addormentata nel bosco, della Sirenetta e perfino di Pollicina e Cenerentola!
Non solo, ma ha eseguito anche adattamenti di Flaubert (Madame Bovary) e di alcuni autori russi come Tolstoj con Anna Karenina, oltre che al classico shakespeariano Romeo e Giulietta.
D'altra parte le stesse storie partorite dalla mente dell'autrice non sono poi così distanti dal canone europeo, si veda quanto detto sopra sui feuilleton.

Nonostante sia passata un'eternità da Candy e anche da Georgie, entrambi prodotti anni Settanta con il relativo tratteggio di moda all'epoca, le linee sottili e gli occhi grandissimi, la Igarashi ha mantenuto una certa coerenza nel suo tratto e, soprattutto, nella caratterizzazione estetica dei suoi personaggi.
Poichè nei primi libri Anna porta costantemente lunghe trecce rosso fuoco, i capelli boccolosi in lei sono stati accantonati, ma non per questo definitivamente debellati, visto che li sfoggiano molte delle amiche dell'esuberante orfanella, a cominciare dalla dolce Diana, che nel cartone eravamo abituati a riconoscerla per le due trecce a forma di bretzel portati ai lati del capo e che qui, invece, sembra una principessa in puro stile CLAMP.
Analogamente una criniera lunga e morbida col ricciolo finale, marchio di fabbrica della dolce Georgie è la pettinatura della snobbissima amica Ruby Gillis e di qualche altra comparsata.

Anna Shirley con Matthew e Marilla Cuthbert
illustrazione di copertina (3° vol.)
by Yumiko Igarashi
A mio avviso il tratto pulito e leggero della Igarashi si sposa alla perfezione sia con i personaggi della Montgomery che con gli splendidi paesaggi dell'Isola.
Ovviamente solo tre volumi, per quanto bellissimi, non riescono a riproporre la stessa Anne del libro, così come alcune scene sono state tagliate, altre non rendono appieno la comicità delle imprese dell'orfanella o la loro sconsideratezza. Il manga soffre, soprattutto, di una certa frettolosità e impersonalità, probabilmente dovuta al fatto che la figura di Anne non è una creazione dell'autrice che la sta disegnando e che, quindi, non sente come sua, come una delle sue pupille.

A dispetto di tutto, credo che i due volumi seguenti a quelli dell'infanzia, quelli ambientati alla Queen's Academy e poi all'università di Redmond, rendano molto di più alla trama in quanto la Anne più adulta e matura descritta dalla Montgomery si abbina meglio sia con la brevità della narrazione e con il messaggio che trasmette piuttosto che col mare emozionale che investe il lettore quando la protagonista è solo un'undicenne iperattiva.
Disegnare la freschezza, l'esuberanza e la fantasia di una bambina di undici anni che può vivere per la prima volta libera e spensierata penso sia un'impresa difficile per qualunque illustratore e artista, l'anime per rendere appieno questo compito ha prodotto qualcosa come duecentomila puntate, non si tratta di una bazzecola risolvibile in poco spazio... la Igarashi riesce solo in parte nel suo intento.
Una nota pregevole va, invece, alla ricerca costumistica fatta dall'autrice per riproporre con correttezza storica abbigliamento e modi di una ragazza o ragazzina. In un punto in cui fin troppe storie cadono, la Igarashi, ormai espertissima dopo Georgie e Candy Candy ha saputo portare a termine il suo compito con correttezza. Le maniche sono correttamente a gigot e i cappellini di paglia come usava in campagna. Non posso fare alcuna critica alla sua coerenza storica e credo che questa sia una novità per me e anche per voi che leggete, fin troppo spesso si ha a che fare con una storia valida rovinata dalla superficialità culturale riferita al periodo di ambientazione...


Anne in Italia
Uno dei commenti più odiosi che ho letto sulla rete riguardo il presente manga recita, pressappoco, che quegli stupidi giapponesi dovrebbero smetterla di servirsi delle storie dell'Occidete, la loro carenza letteraria dimostra quanto siano culturalmente inferiori e proprio per quello non dovrebbero permettersi di "interpretare" opere che non capiscono.
Trovo che siano parole dure.
Copertina originale del quarto volume
Anna no seishun

dal libro
L'età meravigliosa
E piene d'ignoranza perché se c'è una cosa che non si può dire degli orientali è che siano culturalmente indietro. Mai.
Sarebbe buona cosa che chi non sa cosa dire non si riempisse la bocca di sciocchezze che fanno scena da intellettuale: ma per piacere! Che assurdità! Come diceva la prof di Lettere: hai appena perso una buona occasione per stare zitto.

La loro letteratura cinese e giapponese che noi stiamo scoprendo solo di recente, diversa dalla nostra e per questo difficile da comprendere, viene spesso malamente interpretata dagli ignoranti e il fatto che solo pochi la conoscano non significa che sia scarsamente presente, solo scarsamente pubblicizzata. Perché siamo in un Paese dove a volte la pubblicità conta più della cultura.

Forse questa odiosa persona che si permette parole tremende con tanta leggerezza, dovrebbe farsene una, di cultura, visto che evidentemente manca di sapere una cosa fondamentale: se Anna dai capelli rossi è arrivata in Italia è solo grazie al cartone animato che tutti conosciamo. E nulla più. Non certo per il suo contributo.
Nessuno sponsor e nessun riconoscimento da parte della comunità culturale italiana per spingere alla traduzione di Lucy Montgomery, rimasta nel dimenticatoio per più di mezzo secolo.
Un misero anime in tv seguito da migliaia di appassionati.

Già, perché l'Italia moderna è sempre stata famosa per arrivare in ritardo agli appuntamenti con la cultura...

Negli anni Ottanta, infatti, la Montgomery era pressoché sconosciuta nel nostro paese, mentre all'estero, Giappone compreso, era famosa e ammirata. Anne, in particolare, era un vero personaggio di culto nel Paese del Sol Levante, come lo diverrà la Alice di Carroll a seguire e lo era perché la sua spontaneità cozzava con l'ideale di donna mite e repressa con cui le giapponesi stavano combattendo nel dopoguerra per affermare la propria emancipazione.
In Giappone la Montgomery ed Anne arrivarono negli anni '50, dopo la fine della II Guerra Mondiale, quando il Giappone sconfitto iniziò un'intensa opera di apertura e modernizzazione, importando specialmente dall'America tutto ciò che poteva servire a portare il Paese a quel livello di progresso e industrializzazione. Con il materiale culturale arrivo pure l'orfanella canadese. Anne era il loro mito perché viveva a sua volta il dramma della figura femminile ottocentesca sottomessa a quella maschile, svilita per i suoi natali di donna, ma Anne reagiva con forza a tutto questo senza abbattersi e senza piegarsi ed era un comportamento positivo e ammirevole e lo riconoscevano anche le donne nipponiche del tempo.
Ma in Italia no, la Montgomery non arrivò.
Quando, negli anni Ottanta, le televisioni iniziarono a mandare in onda i primi cartoni animati giapponesi, le scelte caddero su ciò che poteva maggiormente interessare il pubblico. I robottoni erano ideali per un pubblico maschile, ma per le femmine? Una storia di stampo ottocentesco poteva facilmente attirare le ragazze e le bambine, specie con richiami alla letteratura riscoperta da poco (molte autrici americane arrivate per la prima volta in Italia negli anni Settanta) e per questo venne proposta Anna dai capelli rossi, il qual cartone bissò tutte le più rosee aspettative di share, rendendolo un cult televisivo.
Copertina originale del quinto volume
Anne no aijoun

dal libro
Il baule dei sogni
(sono Anne e Gilbert, non sono
meravigliosi insieme?)
L'improvviso successo portò alla luce il retroscena: Anne non era frutto della fantasia dello sceneggiatore (anche se all'epoca non so se si sapesse che anche gli anime ne avevano uno), bensì di un'autrice come la Burnett e la Porter, rispettive madri di Mary Lennox (Il giardino segreto) e di Pollyanna, e... NON ERA STATA MAI TRADOTA. Scandalo! E gran gioia per l'editoria che aveva per le mani un pesce piuttosto grosso.
Ovviamente le case editrici capitanate dall'allora famosissima Mursia si affrettarono a pubblicare buona parte della bibliografia della Montgomery.

Alla luce di ciò, non mi sento di condannare un manga che si rifà alla storia di Anne, così come di dire che che è indubbiamente un'opera miseramente inferiore, come ho letto in giro.
L'Italia deve alla Anne Nipponica più di quanto piaccia ammettere, bisognerebbe sponsorizzare di più il contributo che un misero cartone animato, tacciato di infantilismo per di più, ha dato al nostro Paese per il reperimento di un prodotto culturale che all'estero era già consolidato.
Ma Anna dai capelli rossi, che è un romanzo imprescindibile di libreria femminile e ci pare vecchio di secoli, lettura perfino delle nostre nonne è, in Italia, più recente di quanto ci piace ammettere. In pratica ha solo qualche anno più di Sailor Moon.

Sebbene il fatto che solo mezza serie sia stata portata in Italia, e ciò mi dà moltissimo fastidio perché mollare le opere a metà è frustrante, io consiglio comunque questa lettura a tutti gli appassionati e a coloro che in tempi più rapidi e in un modo diverso desiderano rivivere le vicende della dolce e stravagante Anne.


Links
Animeclick | Akage no Anne
Animeclick | Anne no seishun
Animeclick | Anne no aijou
Shoujo Manga Outline | Anna dai capelli rossi
Nekobonbon | Yumiko Igarashi
Nekobonbon | Chieko Hara
Shoujo-Love | Yumiko Igarashi
Shoujo-Love | Anna dai capelli rossi
Jigoku | Anna dai capelli rossi
Wikipedia | Yumiko Igarashi

Per finire, dure parole su Gilbert.
TI ADORO
Sono due, no?
=]



Mauser

9 novembre 2011

Altri metodi di stiratura

Come sicuramente ricorderete abbiamo già approfondito il bucato e scritto un lungo post riguardo il ferro da stiro, così come anche sulle presse per la biancheria, mi dedicherò adesso ad un argomento simile, ma allo stesso tempo diverso, collegato ad entrambi: i sistemi di stiratura e lisciatura alternativi rispetto al ferro.

Perchè parlare di questo? E perchè esistevano questi sistemi?
È da premette che il ferro da stiro fu sì un'invenzione antica, ma era costoso e non tutti potevano permetterslo, occorreva del calore, tanto, e il metallo di cui era fatto non era approcciabile da chiunque, il che spiega perchè nel corso del tempo si siano venuti a creare altri sistemi ugualmente efficaci per ottenere lo stesso risultato; inoltre il ferro, anche se invenzione utile e geniale, non era applicabile a tutti i tipi di panni, esisteva una diversificazione importante a seconda della biancheria e di chi la adoperava.

Molti dei sistemi che andrò adesso ad illustrare potranno sembrarvi estremamente spartani e poco utilizzabili, in realtà non era così, come per tutte le cose la pratica rende tutto migliore e la pazienza e la costanza aiutano a migliorare, non c'è forse un proverbio che recita la gatta frettoloso fa i gattini ciechi? Vi chiedo solo di risparmiarmi, a questo punto, la battutina di Nedved che mi ripetono fin troppo spesso per non trovarla un po' irritante...

Ad adoperare questi sistemi erano principalmente i villaggi rurali e le donne di questi paesini si dividevano con attenzione i compiti della comunità perchè la vita nella loro cerchia sociale fosse sempre perfettamente organizzata, ci fossero provviste, abiti, il necessaire, insomma.
Dico donne perchè la stiratura, considerata uno dei mestieri domestici per eccellenza era apannaggio esclusivamente femminile e questo spiega anche il perchè, nell'anno Duemila, ci siano ancora uomini che non sanno neppure prendere in mano un ferro o che non hanno mai stirato una camicia in vita loro; se siete donne che stirano una volta a settimana e state alzando gli occhi al cielo, annuendo per provata esperienza, tranquille che non siete sole, mio papà è uno di quegli uomini che addirittura s'indigna che un altro del suo sesso possa interessarsi dell'organizzazione della casa, si abbassi a lavare i piatti, sgrassare il forno o, appunto, interessarsi del bucato.
E tanto per rimanere in tema uno dei miei colleghi mi ha confidato una settimana fa di essere stato costretto a stirarsi una camicia causa assenza della moglie: erano anni che non riprendeva in mano un ferro... credo che la mia costernazione, certamente riconoscibile nell'espressione, mi abbia depennata dalla sua lista di confidenze per i prossimi tre secoli.

Ma vediamo nel dettagli questi altri tipi di stiratura così rudimentali cercando di raggrupparli in categorie.


Battitura dei panni
Gli strumenti per la battitura delle lenzuola
La battitura aveva diverse varianti, ma principalmente consisteva nello stendere il tessuto o la pelle da lisciare su una superficie dura (mi raccomando che se viene teso tra due supporti, lasciandolo in bandolo a modello tamburo il risultato non si vede) e picchiettato con media forza tramite bastoni in legno levigato o pietre.
Metodo ancora utilizzatissimo nell'Ottocento rurale, nelle campagne italiane e nell'Asia centrale, era una delle mole varianti impiegate per i panni di grandi dimensioni come tende, lenzuola, copriletti, drappeggi, ecc.
Il supporto migliore per questo genere di lavoro era un tombolo di forma cilindrica, dove il tessuto era progressivamente avvolto, in questo modo le parti già battute che finivano sotto quella in lavorazione erano stirate una seconda volta.
Per maggiore chiarezza figurativa sul metodo rimando alle immagini allegate dalle quali si capisce come era svolto il procedimento.

Donne coreane della prima metà del Novecento (1910 ca.)
che
battono i panni sull'uscio
In questo caso forse la parola stiratura non è proprio adatta, in quanto implica che il tessuto sia teso, anche il corrispettivo inglese ironing non è corretto, perchè non venivano usati metalli.
Battitura è la più corretta e se vi sembra un'impiego bizzarro vi chiedo di fare mente locale e riportare alla memoria qualche immagine della vostra infanzia o della mttina quando uscite: non ci sono forse ad alcune finestre le lenzuola distese e i cuscini a prendere aria?
Esatto, le massaie di una volta impiegavano questa particolare declinazione della stiratura tutti i giorni, sventolavano i panni perchè si arieggiassero e poi li battevano col battipanni per eliminare le pieghe formate durante la notte. Qualcuno (pochi) lo fa ancora oggi.
Un dipinto tradizionale illustra come
la pratica venisse svolta in passato
Inutile dire che per ottenere un risultato accettabile bisognava darsi da fare a lungo e con una certa lena, sennò la biancheria rimaneva tutta a bitorzoli. Olio di gomito era la parola chiave, come ricorda l'eccentrico vicino di casa dei Banks nel film di Mary Poppins.
L'origine storica di questo metodo è universale, in tutto il mondo questo è stato il primo esempio per lisciare vestiti e pelli e non si può risalire esattamente a chi per primo lo adoperò, ma ci sono dipinti sia egizi che cinesi che raffigurano questa scena per la bellezza di più di 8000 anni a.C.
Ancora oggi questo sistema è il metodo di stiratura nazionale coreano.

Se vi sentite tanto superiori, impugnando la vostra Stirella, il nuovo Rowenta o chissà quale ammenicolo moderno, forse è il caso di darsi una ridimensionata: in Estremo Oriente il metodo della battitura non è certo abbandonato, ma lo si adopera ancora nelle campagne cinesi, del Laos, Vietnam, Cambogia, Thailandia, Indonesia, Mongolia, Corea e Giappone, dove continua ad essere l'unico consentito per la sistemazione degli abiti tradizionali delle cerimonie sacre shintoiste. In Paesi dove la tradizione ha molta più rilevanza che da noi, relegata al ruolo folkloristico, poco importa che ci siano sistemi più efficaci, moderni e comodi, quella è la metodologia designata dai saggi, dagli antichi su come vanno fatte determinate cose e così sono espletate ancora oggi.

Donne giapponesi in una pittura antica che le ritrae durante la stiratura dei panni




Lisciatura dei panni tramite pestello
Pestelli in vetro per la lisciatura
Altra variante ancora impiegata, generalmente considerata di origine vichinga, è la lisciatura dei panni tramite appositi pestelli o pietre di fiume arrotondate. Si hanno comunque tracce di questo genere di utensili per la lisciatura anche in Oriente, dove i pestelli erano realizzati in giada.

Il panno poteva essere sia fissato ad una superficie dura, possibilmente teso come nella descrizione di prima, sia disteso nel vuoto a modo di tamburo; le donne, che operavano una o due per volta, tracciavano col pestello o la pietra levigata ampi cerchi, distendendo la stoffa ed eliminando progressivamente le pieghe.
Anche qui siamo di fronte ad un'operazione lunga e noiosa e per quanto i risultati fossero buoni, occorreva lavorare davvero molto, pensate che dopo aver eliminato le pieghe da quella piccola porzione che si aveva davanti c'era ancora i restanti 9/10 di lenzuolo da stirare, aiuto!
Il procredimento poteva essere fatto sia con il panno asciutto che ancora umido, ma mai bagnato.

Una curiosità è data dal pestello che ho nominato.
Tanti tipi di pestello e sassi usati per la lisciatura
Inizialmente si trattava di sassi di fiume levigati, si preferivano le forme arrotondate così da adattarsi meglio alla superficie sottostante il bucato e non rischiare di strappare la stoffa con punte ed angolature acuminate che si impigliavano durante i movimenti; successivamente i sassi vennero sostituiti da utensili di pietra, metallo o vetro creati ad hoc, simili ai moderni perstacarne che abbiamo in cucina. Come i pestelli erano costituiti da un'impugnatura per facilitarne la presa, mentre la parte sottostante, larga circa un palmo, era levigata e leggermente concava per ricreare le rotondità del sasso, che aiutavano anche a tendere il lenzuolo.


Lisciatura tramite tavola
Nel caso di superfici di tessuto molto grandi, entravano in gioco le cosiddette tavole per la stiratura o mangle boards, niente a che vedere con la tavola da stiro (l'asse da stiro), ma un oggetto completamente diverso.
Alcune tavole vichinghe intarsiate
Dalla forma poteva trattarsi di un incrocio tra uno snowboard e una sega da legno, ma in realtà erano oggetti molto raffinati, costituiti da un'asse di legno di media lunghezza, lisciato a dovere e senza scheggie, corredato da un'impugnatura a volte decorata che doveva essere afferrata con una mano mentre con l'altra si esecitava pressione sulla stoffa spostando il peso sulla tavola per amplificarne l'effetto.
Il tessuto era avvolto su aspi fino a formare giganteschi rocchettoni, di quelli che ancora si vendono nelle telerie o negli studi di arredamento, e per ogni centrimetri girato sul rocchetto si davano energiche passate con la tavola che aveva questa forma ingombrante e questa dimensione per facilitare il compito, dovendo coprire aree tanto vaste, infatti con la battitura o l'uso dei pestelli ci sarebbero voluti anni, mente così le passate erano più rapide e meno faticose.

L'uso della tavola era diffusa in tutto il vecchio continente, dalla Norvegia all'Austria, alla Transilvania. In alcune aree la tavola non era perfettamente liscia, ma cilindrica, simile ai mattarelli, così da poter scorrere facilmente per una grande lunghezza, in altri casi la suddetta tavola aveva una pinna inferiore, una piccola cuspide in legno non tagliente inserita per tendere ulteriormente la stoffa.
Nel modello austriaco della foto si notano bene i due pomoli per l'impugnatura, quello laterale e soprastante, che permettevano un pieno controllo dell'utensile durante le operazioni; nell'illustrazione della tavola bosniaca, invece, è evidente la cuspide per la tesura del tessuto.
Diversi tipi di tavole per la stiratura provenienti da alcune zone dell'Europa centrale, da sinistra:
Transilvania - la forma era molto singolare
Bosnia - si noti la pinna o cuspide inferiore per tendere il tessuto senza strapparlo
Austria tedesca - dotata di un pomolo aggiuntivo per una maggiore maneggevolezza
Stiria - c'erano due impugnature e l'utensile assomigliava ad un mattarello fatto scorrere sul tessuto



Usanze nordice
Nella cultura vichinga queste tavole avevano molto significato e si diceva che fossero strettamente collegate alle proposte di matrimonio.
L'uomo innamorato, infatti, intarsiava per l'amata una mangle board, una tavola per la stiratura, incidendovi alla sommità scene raffinate o disegni geometrici, dopodichè avrebbe lasciato l'utensile sull soglia della casa di lei significando una proposta di matrimonio e attendendo una risposta.
Se la ragazza avesse accettato la proposta e avesse portato con sé la tavola in casa, allora a breve si sarebbe celebrato un matrimonio, analogamente se l'oggetto rimaneva fuori dalla porta, si doveva pensare ad un rifiuto.
In questo caso l'uomo non poteva adoperare la tavola per la prossima ragazza che avesse chiesto in moglie, ma avrebbe dovuto prepararne una nuova per l'occasione.
Semplice mangle board
In Italia esisteva un'usanza simile, ma l'innamorato preparava alla ragazza che gli stava a cuore un fuso e non una tavola per la stiratura; era un pegno d'amore molto importante e ambìto e ne abbiamo già accennato nel post circa la vita invernale in una baita di montagna.


Sperando che il post sia stata una curisità poco nota da scoprire sul mondo della stiratura, ci rivediamo al prossimo post

Baci




Mauser


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