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14 ottobre 2013

Ada Lovelace, l'Incantatrice dei Numeri

Cari lettori,
come state? Sto cercando di aggiornare con più frequenza rispetto al passato, anche se ciò non significa che io ci riesca... chiamatelo pure il fallimento del secolo.
Ada Lovelace
Dipinto riprodotto dall'originale di William Carpenter
del 1840
Ho pensato di scrivere qualcosa su grandi personaggi del passato e, in particolare, ho selezionato la figura di questa donna, Ada Lovelace, per chiudere un po' il cerchio con gli altri personaggi femminili sui quali mi ero soffermata, a volte in coppia col consorte col quale hanno diviso la propria passione artistica o culturale, altre volte temerarie anime libere dedite a scienze e passioni completamente distanti dai loro parenti e mariti, per vedere cosa è stato scritto in passato vi rimando alla sezione delle Biografie.
In tutto ciò però mi sono accorta che la maggior parte di queste donne ha dimostrato doti più umanistiche che scientifiche e così oggi ho deciso di proporvi una minibiografia di questa Ada Lovelace che, sono sicura, appena inizieremo a parlare vi ricorderete subito.

10 gennaio 2013

Amore e musica, Nikolaj e Nadezda

Cari lettori, buon anno!
Kreutzer Sonata
by René François Xavier Prinet
Ben ritrovati in questo 2013 a cui mi devo ancora abituare... sapete, dopo dodici mesi di 2012 scritto per ogni dove e profezie Maya ecc faccio fatica a prendere l'uso di sostituire il 2 col 3 ^^

Si preannuncia un anno di novità, dice l'Oroscopo, invero lo dice tutti gli anni, ma almeno per il Georgiana's Garden, indipendentemente da che segno sia (Bilancia? Sagittario? Pesci?) spero che sia così. I dettagli di queste novità, comunque, ve li lascerò in un post specifico che scriverò tra qualche giorno, giusto per lasciarvi con l'acquolina in bocca.

Oggi torno a parlare di musica virando un po' dagli argomenti che tratto di consueto e anche dall'ambientazione. Saltiamo infatti dall'isoletta britannica, nostra consueta location, per catapultarci qualche centinaia di chilometri più a Est verso la Russia degli zar.
Parliamo di musica e parliamo d'amore che, a quanto pare, sono due passioni che vanno molto d'accordo perché, come dice mio papà (per una volta devo dargli ragione, anche se per salvaguardare la mia reputazione di bastian contrario spero che non lo venga mai a sapere)
La musica nasconde sempre un animo appassionato perché la musica è pura.

13 settembre 2012

Una vita per la musica

Cari lettori,
quanto tempo dal mio ultimo post! Mi vergogno così tanto di aver lasciato trascorrere tanto tra un intervento e l'altro, ma come avevo accennato in passato purtroppo gli impegni e qualche novità nella mia vita hanno reso gli attimi dedicati alla scrittura estremamente rari e difficili da sottrarre alle incombenze quotidiane tra le più serie e le più futili.

3 marzo 2012

Hysteria: il film

A romantic movie on technology, rights, women and pleasures, soft and funny which will be a success on cinemas all around the world.

Cari lettori,
oggi vorrei parlarvi dell'ultimo film che sono andata a vedere al cinema insieme alle mie amiche, un film un po' controverso (per via dell'argomento) e su cui qualcuno di certo storcerà il naso, ma comunque ambientato in epoca vittoriana e quindi, per amore del mio mestiere di scrivana del tempo passato, sono andata a guardare.
Signore e signori, parliamo oggi di Hysteria.



La trama potrebbe essere delle più sciocche, magari messa su alla bell'apposta per far parlare di sé, ma a difesa di questo lungometraggio posso sinceramente affermare che quell'argomento tanto scabroso di cui si parla è tutto una grande montatura e il film presenta aspetti e risvolti nascosti degni di nota sulla fotografia del mondo vittoriano, un'immagine quasi priva dei pregiudizi moderni che troppo spesso fanno capolino nei prodotti contemporanei ambientati nel passato. Se dobbiamo rivolgerci ad un film che parla della nascita del vibratore per vedere come era davvero la società dell'epoca, allora facciamo posto tra i pregiudizi, per quanto mi riguarda ogni fonte è ben accetta e questa non vale meno di altre.
Non è un film porno, questo è da chiarire subito, non ci sono allusioni spinte o scene sconce, a dire il vero credo che tratti l'argomento della sessualità solo con sottili accenni e giochi di parole in maniera molto più casta e raffinata di quanto fatto in altre produzioni storiche decisamente più carnali, dai Tudors che spopolavano in televisione alle varie serie di Elisa di Rivombrosa, dove amplessi e quant'altro erano il condimento di ogni puntata.
Come certo saprete né il romance né certi condimenti di trama mi spaventano, ma quando è troppo è troppo! Stiamo parlando di una certa epoca storica: e mettiamoci un po' di coerenza! Beata ingenuità degli sceneggiatori...

La trama
A differenza di quel che si può credere, non è l'impronunciabile massaggiatore (questo il suo primo nome e comunque ancora tabù) il protagonista del film né lo è il giovane e affascinante dottore Mortimer Granville, bensì a mio parere l'intera produzione ruota intorno alla condizione femminile in generale, mostrandoci con la scusa dell'oggetto tabù una interessante carrellata di quelle che erano più o meno le forme e le ideologie femminili nell'anno 1880. Si parla di un oggetto da donne, ma l'oggetto passa assai in secondo piano fin troppo rapidamente, non è che lo stratagemma per mostrarci la carrellata di tipi di donne e le varie filosofie di esistenza di queste.
L'incipit del film parte con il primo modello femminile, la donna agiata vittoriana, che rinchiusa in una gabbia di pudore e inibizione (si vedano le regole sociali e di etichetta e comportamento e tutto il bla bla bla correlato) manifesta la propria frustrazione attraverso forme diverse da quelle istintive legate alle funzioni primarie come mangiare, accoppiarsi o sfogarsi nello sforzo fisico, di queste forme collaterali una e la più teatrale è l'isteria di cui si parla nel titolo.
Dell'isterismo ha fatto la sua professione il dottor Dalrymple, stimato professore di medicina che cura le sue pazienti con massaggi alle zone genitali in modo che possano liberare tutta l'ansia e la frustrazione repressa tramite quelli che lui chiama parossismi (dicasi orgasmi), forme di liberazione che altrimenti si manifesterebbero in scenate, sbalzi d'umore, crisi di pianto, grida, strilli e quant'altro.

Di questa categoria di donne agiate e represse fa parte la giovane Emily Dalrymple, secondogenita del dottore di poc'anzi che è emblematico esempio di come la cultura femminile fosse all'epoca vergognosamente sottoconsiderata e le donne relegate in ambito di studio a materie e temi piuttosto futili ed empirici, come lo studio delle spiritualità attraverso l'imposizione delle mani, la percezione delle aureole e quant'altro [no comment, please vi rimando al post sulla frenologia]; questa caratteristica, per quanto unanimente accettata era deludente anche per gli uomini stessi che non riuscivano a considerare le donne come delle loro pari anche per la la loro scarsa cultura: Granville stesso, per esempio, rimane quasi deluso quando Emily gli comunica la sua specializzazione mentre lui aveva azzardato studi di geologia o botanica per una ragazza in cui l'avvenenza doveva per forza fare il paio con l'intelligenza.
La giovane Emily, svampita e un po' snob, è una ragazza del suo tempo e non va condannata, ella accetta la condizione femminile in cui la società relega il suo sesso, lo fa per essere accettata e non evitata o per condurre un'esistenza comune, ciò non è dato sapere, ma come ci lascia intuire il film sul finale, pure lei ha le sue curiosità e per quanto nascoste, come molte altre sue simili coltivava i suoi interessi (quali che fossero) lontano da sguardi indiscreti.
Il personaggio di Emily, sebbene possa a tratti apparire antipatico o antifemminista o semplicemente stupido, è l'esemplificazione di quanto doveva essere una ragazza del tempo ed è molto ben costruito, merita più di un giudizio superficiale che lo bolla come la sorella-snob-conformista-e-bigotta.

A contrapporsi ad Emily troviamo Charlotte Dalrymple, la primogenita del dottore, che a differenza della sorella non accetta il ruolo di moglie e madre che la società vorrebbe da lei. Dotata di molta vivacità e curiosità, Charlotte ha sempre cercato di dare un senso alla propria esistenza e una risposta agli interrogativi che spontaneamente nascevano in lei, la sua ricerca di conoscenza e il suo rincorrere in maniera evidente le sue curiosità si scontrano con quella che era il costume di allora, dove, come detto poc'anzi, la maggior parte delle donne agiva di nascosto e di soppiatto.
Nonostante il chiaro rimprovero della sua società e l'ostracismo di questa nei suoi confronti, Charlotte trova altre strade per acculturarsi, anche lei sa leggere, spiega ad uno sbigottito Granville quando cita cognizioni di medicina e anatomia, e se una curiosità è forte o un sogno bruciante, si è disposti a non arrendersi pur di raggiungerlo.
Questa sua "vocazione" si esprime nell'ideale di aiuto dei bisognosi che l'ha portata all'apertura di una casa per i poveri dove questi erano assistiti e accolti, fornendo una base di istruzione (commovente la scena in cui il fattorino fa davanti a lei il conteggio del prezzo e lei ne è al contempo orgogliosa per il risultato ottenuto e amareggiata sapendo che il suo progetto non avrebbe mai avuto il denaro per pagare), di assistenza medica e di vitto e alloggio. Nella sua casa, grazie alle nozioni di medicina apprese nello studio paterno, Charlotte fornisce quel minimo di supporto medico ed educativo insegnando, per esempio, ai bambini a lavarsi le mani ecc.
È da dire al riguardo che per quanto nell'Ottocento le opere caritatevoli fossero molte e si interessassero dei meno fortunati, era considerato disdicevole per una signora immischiarvisi, per le donne di una certa levatura il contributo era solo pecuniario. È bruttissimo, secondo me, vedere come le opere di carità rappresentassero per molte solo un modo per pulirsi la coscienza e poter dire di occuparsi anche dei meno fortunati, un paravento, insomma, ma era ugualmente considerato indegno prendervi parte in quanto troppo inferiori perché ci si potesse mescolare, non sia mai che la povertà diventi contagiosa!

Charlotte Dalrymple che viene da tutti considerata una mezza pazza e indubbiamente isterica, ma la sua non è la frustrazione di un istinto represso, bensì il vedere una società rigida e ingessata più delle feste Wudy Aia che non vuole cambiare verso un ideale di uguaglianza o di mutuo soccorso, motivo per cui il contrasto tra Charlotte ed Emily risulta evidentissimo, la prima è una suffragetta anticonformista dal carattere spigliato e diretto, la seconda una timida rosa ben sistemata in quel mondo bigotto così detestato dalla sorella.

In questa ambientazione che è la base del film, Emily e Charlotte rappresentano le due facce di una stessa medaglia, la condizione femminile che fa da vero filo conduttore del film. Se l'una incarna il modello voluto, l'altra è una rivoluzionaria suffragetta che tenta di cambiare il mondo, assolutamente decisa a non adeguarsi ad una società che segue valori che non condivide, come la superiorità maschile.

La bella Felicity Jones nei panni di Emily Dalrymple


Abbiamo infine una terza categoria femminile che ottiene comunque l'attenzione dello spettatore: la donna proletaria. Fanny è la nostra donna, nonostante la vita sia stata difficile con lei e le abbia riservato un pessim marito, povertà e difficoltà, rimane una donna buona e misericordiosa, ben più delle signore caritatevoli che elargiscono il loro denaro disprezzando la povertà quasi fosse una colpa.
A differenza loro Fanny aiuta concretamente i poveri e i più bisognosi e prende parte al progetto di Charlotte, finendo coinvolta in una rappresaglia per aver difeso donne e bambini vittime di uomini violenti o ubriaconi. Fanny è la testimone di come chiunque anche con piccole cose possa essere d'aiuto e di come la bontà del cuore valga più del materialismo: cosa sono alcune sterline per chi ne ha molte? Ma Fanny si spacca la schiena alla casa dei poveri tutti i giorni oltre ad occuparsi della sua famiglia e dei suoi stessi problemi, sacrificandosi ben di più.
Le persone povere sono semplici, ci dice il film, ma non per questo sciocche o sempliciotte, la loro bontà è grande perché hanno a loro volta provato la sofferenza e la loro misericordia anche perché desiderano in qualche  modo essere davvero d'aiuto.

Credo sia questa la vera trama del film e che lo scabroso argomento vibratore che probabilmente porterà i più al cinema sia solo uno specchietto per le allodole per attirare l'attenzione. Come nell'Ottocento, certi argomenti come il sesso attirano ancora oggi la curiosità nonostante ci crediamo emancipati e liberali.
L'argomento non è che un mezzuccio per far ridere, sdrammatizzare e rendere il film in parte più leggero, la narrazione di come una delle invenzioni più passate sotto silenzio, ma ugualmente best-seller sia nato (nella maniera in cui di solito nascono la maggior parte delle invenzioni: per caso) è solo un espediente che tiene insieme le fila di una storia decisamente più complessa di quel che appare.

Il tutto condito con leggerezza e senza volgarità, una cosa apprezzabilissima dato l'argomento di cui si parla e che potrebbe risultare fastidioso per qualcuno se trattato più esplicitamente (io sarei la prima, lo confesso).
Non manca neppure la componente divertente, con il geniale amico-scienziato del protagonista alle prese tra aggeggi rudimentali come il telefono o il generatore elettrico e un studio da vero pazzoide oppure la conturbante cameriera di casa Dalrymple, Molly, prima tester ufficiale dello scabroso oggetto impronunciabile.

E, per non farci mancare nulla, anche la storia d'amore trova il suo spazio e la sua misura, ma a differenza di quel che accade spesso per certi film storici, credo che la parte romantica sia in realtà un altro dei mezzi usati dalla regia ad uno scopo preciso: tratteggiare il cambio di vedute del personaggio maschile, Mortimer Granville, nei confronti delle donne e dei loro atteggiamenti.
Iniziamente progressista solo in campo medico e piuttosto tradizionalista per quanto riguarda il ruolo della donna, Mortimer cambia la sua idea in proposito conoscendo Emily e soprattutto Charlotte.
È Emily ad affascinarlo, inizialmente, in quanto rappresenta la compagna perfetta, dolce e remissiva ed educata in maniera convenzionale, ma Granville non può negare che è Charlotte quella che lo ha stregato, l'ha portato a considerarla una sua pari tramite il suo parlare e le sue azioni e a desiderare di avere con lei un confronto allo stesso livello, qualcuno con cui non doversi frenare o trattenere, non come Emily con cui passeggia in riservato silenzio, annoiandosi a morte.
Insomma, l'amore di Mortimer e Charlotte, per altro appena accennato, non è altro che lo stratagemma usato per dirci come si sta evolvendo l'idea e l'ideale femminile nel 1880, quando la società tentava disperatamente di rimanere aggrappata alla figura di angelo del focolare che stava volando via con le sue stesse ali, rompendo le barriere e disorientando i più fino ad essere vittima di provvedimenti addirittura drastici (la prigionia per esempio).


I personaggi: cast e recitazione
A interpretare i personaggi di cui abbiamo accennato sopra troviamo un cast di attori sì famosi, ma non stelle del cinema internazionale.
Spiccano Hugh Dancy nel ruolo del giovane e progressista medico Mortimer Granville, disgustato dal fatto che ospedali e dottori dell'epoca rifiutino il progresso fatto dalla medicina e non vogliano applicare i nuovi ritrovati, continuando con sanguisughe e scarsa igiene nei luoghi di trattamento (un punto sul quale Florence Nightingale aveva insistito molto e che vi invito a rileggere nel post su di lei).

Insieme a Dancy ritroviamo Rupert Everett nei panni dell'eccentrico amico scienziato, disperso tra telefoni, motori, ampolle, libri e spolverini elettrici.  Everett ha saputo dare al suo personaggio quel briciolo di follia senza renderlo per forza una macchietta, è divertente e pazzo al punto giusto perché non stoni nell'ambientazione storica.


Tra il cast femminile il ruolo d'onore è di Maggie Gyllenhaal, sorella del celebre Jake [gran bel quarto di manzo] e resa popolarissima da un film ben più scabroso del presente, The secretary dove interpreta una segretaria molto particolare affiancata da un James Spader decisamente nella parte.
Cito, perché mi pare estremamente azzeccata, la descrizione che di lei fa il Morandini, storico critico cinematografico, che credo riassuma bene il suo personaggio
La Gyllenhaal - giovane ma ormai con un suo pubblico, ha sempre saputo scegliere dei film alternativi e controcorrente, interpretando ruoli diversi dai soliti cliché che le Major riservano per le attrici come lei. 
La nostra Maggie in questo film sa essere esuberante e frizzante al punto giusto, ma anche pratica e metodica come si addice ad una donna che dirige una casa di aiuto e che aiuta come infermiera. Trovo che la scelta dell'attrice sia stata molto azzeccata, anche se lo stesso non posso dire del suo rossetto che a tratti risulta poco credibile, così come il suo abito al ballo.

Nel cast troviamo anche una habitué dei period-dramas, ovvero Felicity Jones, già vista in Chéri e in Northanger Abbey, il movie BBC. Diciamo che ormai Felicity sa bene da che parte indossare una crinolina o un cappellino e sebbene mantenga una certa inespressività in tutti i suoi personaggi, rimane comunque graziosa e molto calzante per il ruolo di Emily.

Infine menzione d'onore per Jonathan Pryce, forse qualcuno lo rammenterà ne La maledizione della prima luna (era il Governatore Swann) e che qui fa la parte del dottor Dalrymple con una barba nuova di zecca e maniere decisamente più snob e sprezzanti del bonario padre di Keira Knightley.


Attendibilità storica
So che qualcuno, come mi è stato comunicato in diverse email, aspetta sempre questa parte delle recensioni per farsi due risate, ma temo che questa volta rimarrà deluso perché il film risulta molto più attendibile storicamente di altre produzioni.
La parte costumistica in particolare è perfetta, adeguatamente distinta tra costumi della borghesia con balze, crinoline, cappellini e parasole e quella della povertà, con gonne semplici e lisce, camicie a righe, grembiuli e scialli.

Sì, è vero, Charlotte Dalrymple è veramente un po' troppo esuberante per l'epoca e un padre avrebbe rinchiuso la figlia in casa pur di trattenerla, forse l'avrebbe picchiata, ma l'esagerazione fa parte del personaggio e sono più bendisposta nei suoi confronti di quanto non lo sarei se fosse vestita in maniera decisamente fuori luogo.

La vera caduta di stile, secondo me, è l'abito da ballo decisamente anacronistico con quella sagoma a sirena così longilineo e avvitato: dovevo citarlo. Valorizzare la grazia di una figura come quella della Gyllenhaal mi rendo conto sia difficile e certi tagli di sartoria moderna le donano più che le gale e gli scolli a barca, ma vi prego, ricordiamoci che siamo nel 1880!
Anche il suo impeccabile rossetto va sottolineato, ma questa è pignoleria.

A differenza di altri, qui sceneggiatori e registi non hanno creato una scarmigliata eroina con la chioma arruffata, nonostante il duro lavoro alla casa dei poveri e il suo carattere, piuttosto che le sue disavventure in bicicletta, Charlotte ha sempre in testa una severa pettinatura vittoriana. Considerati i precedenti, la scelta è degna di plauso, che si siano decisi a muoversi nella giusta direzione?

Le cravatte a pois di Hugh Dancy, alias Mortimer Granville sono proprio tipiche di quel periodo e così anche i colletti alti e inamidati, i cappotti al ginocchio e il cilindro da giorno.

Magnifico invece l'abbigliamento molto IT (In Time) di Emily e ridicolo il rigonfiamento posteriore del cappotto dato dalla tournure come doveva essere all'epoca: non vi ricorda un po' le sorellastre di Cenerentola?

La casa dei poveri, anche se Charlotte se ne lamenta, era davvero pulita per il periodo storico in cui ci troviamo e per l'ambientazione tra i Docks di Londra, tuttavia si può chiudere un occhio: questo film non parla della miseria umana e non siamo in Oliver Twist dove la rappresentazione del degrado della civiltà e della città sono protagonisti della vicenda quanto Oliver e i suoi compagni.


Le mie considerazioni su questo film sono quindi molto positive.
Si è rivelato molto migliore e molto più accurato e approfondito di quanto avrei creduto, specie con una trama simile. Uno spaccato della società indubbiamente interessante e ben congegnato con uno stratagemma narrativo di tutto rispetto.
Suggerisco la visione, dopotutto si tratta di un film divertente e piacevole, non rimarrete scandalizzati, fidatevi ;)
Il  mio voto è un otto e sapete che di solito sono di manica stretta, ma qui sono davvero rimasta positivamente impressionata.





Mauser

21 febbraio 2012

Come la Ikeda illustrò gli Asburgo

Ultimamente sto parlando parecchio di manga e mangaka anche sul blog, uno direbbe: cosa c'entrano i fumetti con la storia? E avrebbe ragione, se non fosse che un sacco di autori si sono cimentati con ambientazioni secolari per le loro storie, location che spaziano dall'Inghilterra alla Francia, agli USA.
Di tutti i manga storici è difficile identificare quale sia il migliore o il più emblematico, per quanto mi riguarda la palma del manga storico migliore che ho letto, il più fedele ma ugualmente interessante e avvincente va ad Anatolia story, trenta volumi stupendi illustrati dalla bravissima Chie Shinohara che ha saputo spostare l'interesse su una civiltà quasi dimenticata, gli Ittiti e allestire una vicenda credibile e storicamente abbastanza attendibile da non gridare alla vergogna. Se non vi fosse ancora capitato e foste allo stesso tempo appassionati di storia antica, amore e avventura Anatolia story merita di avere una possibilità.
Un'altra autrice che secondo me ha prodotto qualcosa di valido storicamente parlando è Chiho Saito, famosa per le sue storie d'amore struggenti e appassionanti tra gentili fanciulle, ufficiali, località esotiche e costumi scenografici, anche di lei consiglio la lettura, ma mettetevi nell'ottica che molte delle sue vicende sono strazianti, donne infelici che piangono disperate amori non realizzabili, vite semidistrutte dalla convenienza e dalla violenza, ambizione a gogo... insomma, fate voi.
Ma per quanto riguarda l'autrice che forse più di altre viene ricordata per un manga storico, un manga che è l'emblema stesso del genere manga-storico, allora nessuno credo possa spodestare la Ikeda, osannata creatrice di Lady Oscar per coloro che hanno qualche anno, poi ripubblicato col nome di Le rose di Versailles. Autrice tra l'altro di uno dei capisaldi delle storie "fanciulla in collegio", ovvero Caro fratello e di due manga biografici dedicati rispettivamente a Napoleone (Eroica) e ad Elisabetta I (Elisabetta, la regina che sposò la patria).

Che Riyoko Ikeda abbia un debole per la cultura e la storia europea, così come le sue tradizioni, non è un segreto, è spesso esternato la sua ammirazione per il rinascimento italiano, l'intenzione di produrre un manga dedicato a Giulio Cesare e il suo lavoro sulla tradizionale Ciclo dei Nibelunghi celebrato da Wagner ne è la prova.

Una cosa meno famosa è che la Ikeda, per essere all'altezza dei manga che ha disegnato e creato ha studiato moltissimo la storia europea e le sue dinastie alla ricerca non solo dell'attendibilità, ma anche dell'ispirazione derivata da qualche figura storica realmente esistita, da questi suoi studi sono emersi diversi bozzetti con protagonisti alcuni dei più famosi ritratti dei reali della famiglia Asburgo.

Questi studi e queste illustrazioni sono state esposte per la prima volta ad una mostra tenutasi a Tokyo nel 2010 e dedicata alla celebre famiglia che conta teste coronate a iosa, ecco i bellissimi disegni che sono apparsi alla mostra e ditemi voi se non sono stupendi, vi proporrò prima il quadro a cui l'autrice si è ispirata e poi il risultato della sua illustrazione.

Maria Teresa d'Austria
Kaiserin Maria Theresia im Alter von elf Jahren
L'imperatrice Maria Teresa all'età di undici anni
by Andrea Moller
 Castello Hetzendorf

La rivisitazione eseguita da Riyoko Ikeda del dipinto
(Teresa qui appare molto più adulta degli undici anni che ha nel dipinto originale)


Elisabetta di Wittelsbach 
Imperatrice d'Austria (Sissi)
Empress Elisabeth of Austria in dancing-dress
L'imperatrice Elisabetta in abito da ballo
by Franz Xaver Winterhalter
Museo dell'Hofburg, Vienna

La rivisitazione disegnata da Riyoko Ikeda
(Questa Sissi ha lo sguardo un po' cattivo della Iriza di Candy, non trovate?)


Margherita Teresa d'Asburgo
Infanta di Spagna
Las Meninas (particolare)
Le dame d'onore
by Diego Velàzquez
Museo del Prado

La rivisitazione disegnata da Riyoko Ikeda
(Che le Infante di Spagna non fosse una bellezza si sapeva, ma Margherita Teresa era proprio bruttina, oserei dire che non si potesse che migliorarla e sia Velazquez che la Ikeda hanno lavorato sodo)

Spero che sia stato un breve ma ugualmente grazioso excursus nel mondo della rivisitazione dell'arte e che sia stato piacevole come per me scriverlo.

Un bacio e a presto





Mauser

27 gennaio 2012

John Stuart Mill e Harriet Taylor

Cari lettori, nella mia storica rubrica delle biografie raramente mi sono soffermata a parlare di coppie, un po' perchè il tema del matrimonio nel passato non era un esempio edificante di amore e devozione e un po' perchè di coppie veramente affiatate se ne incontrano davvero poche.

Oggi cambiamo registro, parliamo di una coppia, due persone non molto conosciute e discretamente importanti nella filosofia britannica vittoriana che si possono definire come un connubio quasi perfetto di caratteri e passioni.
John Stuart Mill e Harriet Taylor
Introduciamo ai nostri gentili lettori John Stuar Mill e Harriet Taylor.
Sono certa che il primo, in un modo o nell'altro, l'avrete sentito nominare, specialmente se nella vostra vita avete avuto contatti di una certa profondità con le opere sociali di Dickens, come Tempi difficili. John Stuar Mill è infatti uno degli appartenenti del cosiddetto pensiero utilitarista che sponsorizzò per tutta la vita sostenendo che la finalità di tutto ciò che si fa deve essere finalitta ad ottenere una qualche forma di utilità materiale nella vita, un pensiero duramente condannato da Dickens, il quale ribadiva che l'immaginazione e la fantasia fossero componenti imprescindibili della natura umana ed esemplifica la sua posizione proprio nel romanzo detto poc'anzi, nel quale l'unico personaggio non del tutto assoggettato a questa filosofia, Sissy, è l'unica che ottiene un finale degno rispetto ad altri i cui i deali vengono completamente distrutti, e non perchè si sia in qualche modo conquistata la felicità, ma perchè è la vita che l'ha premiata per il suo modo di essere e fare piuttosto che ricondurre tutto ad un guadagno di qualche tipo, sebbene non necessariamente economico.


John Stuart Mill
Indubbiamente dei due coniugi John è il più famoso e conosciuto. Il nostro Stuart Mill nacque a Pentonville nel 1806; la filosofia è nella sua vita fin dall'infanzia essendo a sua volta figlio di un filosofo, James Mill.

James Mill, forse il primo a realizzare il pensiero utilitarista sviluppato da Bentham, fa del suo figlio maschio l'esemplificazione di questo credo, crescendolo ed educandolo secondo rigidi e rigorosi principi di rettitudine morale e di guadagno da qualsiasi circostanza.
Non si sa se per particolare influenza paterna o per inclinazione personale, JS Mill fu un bambino molto preoce nelle materie scientifiche, a tre anni, per esempio, aveva già assimilato importanti concetti e nozioni matematiche. Continuò a studiare fino ai vent'anni dimostrandosi volenteroso all'eccesso, dedito alla consultazione e al commento dei classici latini e greci quando era poco più che ragazzo ed entrando nel mondo della filosofia appena sedicenne con l'aiuto degli amici paterni Ricardo e Say, la sua vena filosofia divenne particolarmente evidente durante il suo soggiorno francese.

A vent'anni, però, cade vittima della depressione e di alcune opinioni religiose che gli impediscono di frequentare le due università più famose del Regno Unito (Oxford e Cambridge). Per molto tempo lavorò presso la British East India Compagny, seguendo le orme paterne e mantenendo l'impiego fino al suo definitivo trasferimento francese presso Avignone dove intrattenne rapporti con Auguste Comte e Alexis de Tocqueville, entrambi eminenti filosofi del positivismo e del liberalismo.

Dopo la morte dell'amatissima consorte, JS Mill tornò in Gran Bretagna dove per anni fu rettore della St. Andrews, la più importante università di Scozia [e dove, cito per gossip, si sono laureati anche il Principe William e Kate Middleton].
Il suo pensiero utilitarista subì una deviazione dal canone classico, specialmente in materia economica e in merito al consequenzialismo (per il quale l'unico criterio normativo sono le conseguenze e perciò si oppone alle etiche deontologiche che invece si fondano sul senso del dovere di chi agisce e che intendono la morale come autonoma, che ha cioè la legge di sé in se stessa e che non può essere condizionata da nulla che intervenga dall'esterno) definito da Bentham, dal quale si distaccò pubblicamente.

Sebbene il filosofo venga spesso definito un liberale classico, ci sono opinioni discordanti in merito a causa di alcune sue posizioni in materia di libero mercato che lo allontanano dalla dottrina classica.

Ritratto di John Stuart Mill
Ma il filosofo più grande e che maggiormente influenzò il suo pensiero e i suoi scritti fu senza dubbio la moglie Harriet Taylor, di idee ugualitarie e femministe che riuscì a convertire il marito alla propria filosofia portandolo a sostenere una tesi di uguaglianza e totale parità dei sessi all'interno dei matrimonio.
È da dire che le intenzioni di Harriet erano davvero delle migliori e non basate sul mero raggiungimento di un'ideologia di uguaglianza, ma soprattutto della sua messa in pratica; esse erano incentrate sulla creazione di un clima familiare pacifico e senza ricatti di posizione. Uscita infatti da una famiglia autoritaria e governata da un padre-padrone, entrò in un primo matrimonio non precisamente idilliaco pur di sfuggire all'autorità paterna. Il matrimonio però si rivelò una catena impegnativa quando incontrò Mill del quale si innamorò: ci vollero vent'anni prima che i due innamorati riuscissero a coronare il loro sogno d'amore e questa circostanza si presentò solo a seguito della morte del primo marito di lei.
Sebbene meno conosciuta di Mill, Harriet Taylor è un personaggio ugualmente molto importante e non solo per il legame con il filosofo.


Harriet Hardy Taylor Mill
Nata nel 1807 da Harriet e Tom Hardy, un medico e veterinario di campagna, Harriet non si configurò da subito come filosofa, scrittrice o letterata, ma mantenne un certo anonimato fino all'ufficializzazione della sua relazione con Mill.

A diciassette anni Harriet, oppressa da una famiglia patriarcale dove il genitore aveva qualunque potere decisionale sulla moglie e i figli (erano in sette) decise di sposare John Taylor, un borghese influente e molto più grande di lei che le diede tre figli, ma con cui il matrimonio non rappresentò mai il coronamento di un amore o di una passione.
La prima formazione filosofia di Harriet le venne dalla religione: essendo di fede unitaria come il primo marito, la donna si accostò al loro pastore spirituale, il quale oltre che religioso era anche un filosofo che si dedicava alla pubblicazione su una rivista, il Monthly Repository, il quale sponsorizzava anche le prime idee femministe in corcolazione in Inghilterra.
Proprio il pastore William Johnson Fox la presentò per la prima volta a Stuart Mill, dando inizio ad una delle storie d'amore più belle e reali della filosofia.
Stuart ed Harriet erano legati dalla medesima visione dell'esistenza, da posizioni simili e da comuni vedute politiche e di ideali. Senza un matrimonio di troppo ad ostacolarli sarebbe potuta essere la passione perfetta, ma così non fu infatti Harriet non fu mai intenzionata a porre fine al suo primo matrimonio, specialmente per via dei tre figli avuti da Taylor, inoltre le sue condizioni di salute aggravate dalla tisi contribuirono ad allungare la tremenda separazione dei due innamorati.
Nel 1833 John ed Harriet Taylor si separarono lentamente, sebbene mai ufficialmente, lei visse insieme alla figlia Helen, della Lily, mentre il marito cresceva i due eredi maschi: Herbert e Alvernon. Durante il periodo di separazione dal marito la Taylor e Mill continuarono a frequentarsi, ciò portò a diversi scandali nella società benpensante dell'epoca nonostante i due sostenessero entrambi che la loro era una relazione puramente intellettuale, questa posizione era scarsamente riconosciuta anche per i molteplici viaggi che Mill e Harriet condussero insieme.

Nel 1849 John Taylor morì di cancro e due anni dopo, osservando il periodo di lutto canonico, la sua vedova sposò Stuart Mill dopo un "corteggiamento" durato quasi vent'anni. Dopo un primo periodo londinese entrambi si trasferirono in Francia, ad Avignone.

Harriet Taylor
Specialmente durante la sua vita adulta e in contatto col mondo filosofico di Mill, la Taylor abbozzò le sue idee femministe, riuscendo a convertire il marito al proprio ideale. Il suo obiettivo al riguardo era di raggiungere una completa parità dei sessi su tutti i fronti, definiti nell'istruzione, nel matrimonio e nella giurisprudenza.
La sua influenza sul marito è particolarmente evidente nella sua ultima opera: L'asservimento delle donne, così come nella sua ammissione che la moglie scrisse e redasse un intero capitolo del suo Principles of political economy, dimostrando al mondo non solo la devozione di un marito innamorato, ma anche un grande rispetto per la sua intelligenza e le sue idee.

Harriet non fu donna particolarmente prolifica, si ha infatti ben poco di suo a parte alcune parti dei libri del marito, ma come produzione propria essa è estremamente limitata. Di questa sono particolarmente significative le sue lettere di protesta contro giornali e quotidiani contro casi di vessazione e violenza domestica nei confronti delle donne o di ingiuste risoluzioni giuridiche sullo stesso tema. Il più famoso episodio è quello apparso sul Westminster Review sotto il nome di John Stuart Mill (in realtà scritto da lei) e intitolato The Enfranchisement of Women.

Harriet si spense ad Avignone nel 1857 a causa della tubercolosi e la sua perdita fu pianta inconsolabilmente dal marito.
Insieme i due coniugi avevano dato vita ad una filosofia "a due" molto progredita per il tempo e nel loro ambiente domestico erano riusciti a ricreare quella parità di cui ancora si favoleggiava nei circoli delle suffragette. Agli occhi di Stuart Mill sua moglie era a tutti gli effetti una sua pari. 

Caso più unico che raro, in Italia è stato portato da Einaudi uno splendido saggio intitolato Sull'uguaglianza e l'emancipazione femminile scritto a quattro mani dal filosofo e dalla moglie, purtroppo rimasto incompiuto a causa del decesso; lo scritto venne poi ultimato dal filosofo in collaborazione con la figlia di Harriet, Helen Taylor, a sua volta suffragetta e attiva nel campo dei diritti femminili. 
Sebbene quasi sconosciuto ai non introdotti nel campo filosofico, Sull'uguaglianza e l'emancipazione femminile è un titolo davvero molto interessante da leggere e la questione dell'emancipazione viene trattata non solo idealmente, ma anche con riscontri pratici del vantaggio che essa può portare ad un nucleo familiare, come una migliore distribuzione dei compiti domestici o lavorativi in un modo che ricorda il mondo moderno dove anche gli umini cucinano e quasi tutte le donne lavorano fuori casa e il loro ruolo non è più subordinato né relegato alla cura della casa e dei figli.
Un altro punto su cui Harriet era molto critica era la dipendenza economica delle donne che solo in pochi casi avevano la possibilità di guadagnarsi il denaro necessario per sopravvivere o per contribuire alle spese di casa. Questa forma di dipendenza era degradante per la società e per il sesso femminile che si vedeva sempre e comunque sottomesso.
Non solo ma in un clima egualitario, secondo Mill e Harriet, si potrebbero diminuire i casi di abuso e soppruso tra le mura domestiche dovuti al senso d'inferiorità che caratterizza la condizione femminile vittoriana. Se la donna ha pari diritti e dignità di un uomo, probabilmente non si sentirebbe costretta a sopportare in silenzio certe forme di violenza.

Purtroppo la stessa Storia che ci parla di Stuart e Harriet Mill è anche maestra di come questa teoria, per buona che fosse, implicava concetti difficili da accettare nella società, il Novecento ne è stato l'esempio quando finalmente le donne ottenero pari diritti degli uomini, ma questo riconoscimento non fu accettato dagli uomini dell'epoca; il passaggio e lo scambio culturale, si sa, sono temi difficili da introdurre e ancor più da applicare. Perfino oggi, anni Duemila, dove il ruolo femminile è riconosciuto al massimo, dove una donna può ricoprire tutte le posizioni di un uomo ci sono padri e mariti che costringono le mogli e le figlie a forme di mortificazione fisica o psicologica.

Se foste interessati ad approfondire l'opera di questi due personaggi così affascinanti, vi lascio diversi testi di consultazione


Bibliografia e sitografia
Harriet Taylor, John Stuart Mill, Sull'uguaglianza e l'emancipazione femminile 
John Stuart Mill, La libertà, l'utilitarismo, l'asservimento delle donne
John Stuart Mill, Saggi sulla religione
Jo Ellen Jacobs, The voice of Harriet Taylor Mill

Stanford Encyclopedia of Philosophy | Harriet Taylor Mill
Bollettino telematico di filosofia politica | J.S.Mill, H. Taylor, Sull'uguaglianza e l'emancipazione femminile
Spartacus Educational | Harriet Taylor
Macalester College | Harriet Taylor Mill
eNotes | Harriet Taylor Mill

Spero che l'approfondimento sia stato interessante e, per gli addetti del settore filosofia, spero davvero di non aver detto castronerie troppo grandi, purtroppo io non ho mai avuto la possibilità di approfondire questa materia a scuola e quindi sono vittima di gravissime lacune.

Un bacio grande e alla prossima




Mauser

4 gennaio 2012

Madama Dorè e le sue figlie

Quando eravate bambini, specie se siete delle femminucce, vi è mai capitato di giocare o canticchiare alla filastrocca di Madama Dorè? Ai miei tempi ancora si usava recitarla in cerchio con altre bambine, di solito ce n'era una che faceva la parte della signora al centro e una nascosta dietro il cerchio che interpretava il messo reale.
Madama Dorè, madre di molte belle figlie e fiera di ciò si compiace del fatto che il messo e il re le trovino delle ragazze perbene e le vogliano maritare, ma la prima scelta, lo spazzacamino, non le sta tanto bene, quindi caccia lo scudiero che ritorna con una nuova proposta: al posto dello spazzacamino il re vuole maritare una delle figlie di Madama Dorè con il principe di Spagna, mica pizza e fichi, eh! E ovviamente la nostra oculata e affarista Madama Dorè, che potrebbe quasi apparire a far la parte del ruffiano, acconsente con mille salamelecchi.

Tutto il preambolo della filastrocca popolare per dire che oggi vi voglio parlare di un'autrice che è stata un po' la Madama Dorè di moltissime belle e disponibili eroine, uscite dalla sua penna e di cui lei, evidentemente, doveva essere assai fiera. Come Madama Dorè, l'autrice che vedremo non era disposta a sacrificare le sue belle per un misero partito e sapeva sempre fare in modo che per loro le cose si aggiustassero al meglio, sposassero un ricco e affascinante partito della Reggenza [che non è mai stata piena di scapoli d'oro come nei romanzi storico-sentimentali del genere] e avessero ricca dote e disponibilità.

Signore e signori, facciamo oggi la conoscenza di Clare Darcy.
Clare Darcy, prolifica autrice di molti romanzetti del genere storico-sentimentale, dove di storico c'è però solo l'ambientazione [quindi regolatevi] viene generalmente considerata come l'erede spirituale dell'osannata Georgette Heyer, per cui vi rimando al bel post scritto al riguardo su Cipria e Merletti che, guarda caso, oltre al titolo del blog è anche quello di uno dei romanzi dell'autrice GH.
Che io sappia le acque sono torbide al riguardo perchè un'altra figlia putativa di Georgette, Dame Barbara Cartland ha avuto fans accaniti che hanno avanzato pretese di legittimità spirituale in modo che fosse designata come la vera discendente.
Io credo che la Cartland e la parola "legittimo" non dovrebbero essere usate nella stessa frase, visto che sua figlia Raine, oltre che bastarda reale di Giorgio, duca di Kent, fu anche matrigna di Lady Diana e a quanto disse la figliastra, una vera strega.

Tutte queste autrici sono state particolarmente prolifiche nell'ambito della letteratura femminile tra gli anni Venti fino agli anni Settanta-Ottanta del Novecento, in particolare, riprendendo il fiorente filone delle eroine combinaguai inaugurato dal romanzo gotico, Clare Darcy non fa differenza e insieme alle atre due potrebbe facilmente appartenere al Club del Prigioniero di Zenda ispirato al romanzo di Anthony Hope che mandò in visibilio una generazione di signorine per il tormentato (e poi finito male) amore tra la principessa e il sosia del re.

Nonostante a me personalmente piaccia Clare Darcy e la sua scrittura, è innegabile che non si tratti di letteratura, sebbene, nella foga moderna di riabilitare il romance, si tenda a dare troppa importanza a certi autori, scrittori d'intrattenimento, che non sono certo penne in grado di lasciare qualcosa di miliare nella storia della letteratura.
Badate bene, io non ho assolutamente niente contro le letture d'intrattenimento, da essa è formata gran parte della mia biblioteca e sono la prima a divorarne una marea di libri, ma cerco di mantenere un grado normale di obiettività, anche se Nora Roberts mi manda in visibilio cento volte più di certi autori impegnati e difficili che fanno riconoscere i loro libri per via di titoli incredibili per cui occorre il dizionario solo per raccapezzarsi in quelle due righette sulla copertina.

Il mio consiglio, quindi, è quello di accostarsi a Clare Darcy con un certo livello piuttosto basso di aspettative. Senza contare che, essendo romance un po' datati, rispondono a canoni differenti di lettura, scrittura e plot a cui all'inizio è difficile abituarsi o entrare nell'ottica, quindi niente sesso, tanto per iniziare chiari, profusione di espedienti da sit-com di serie B come gente che cade provvidenzialmente da cavallo storcendosi una caviglia, parenti (specie zie) chiacchierone e invadenti e, soprattutto, gentiluomini così signorili e compiti che se non fossero destinatari dell'amore appassionato di certe signorine sarebbero più legnosi del Principe di Cenerenola [che, sottolineamo, è sempre un principe]. Ci sono dei momenti in cui, storia a parte, al lettore moderno cadono veramente le braccia al sentire che si usano ancora certe trovate vecchie ai tempi di Sallustio, poi però si fa mente locale e... finisce come quella delle barzellette raccontate da Napoleone: sono vecchie, sì, ma visti i tempi magari le ha inventate proprio lui =]

Parafrasando Cantando sotto la pioggia, comunque, oserei dire che visto uno si sono visti tutti, la Darcy non brilla certo per inventiva, quindi a parte la narrazione che si sposta, i personaggi cambiano nome e qualche altra diversità, i libri finiscono per assomigliarsi un po' tutti. Se come stile di scrittura piace, e ripeto  bisogna entrare nell'atmosfera, allora li si possono leggere anche tutti, non occupano sforzo e sono un ottimo diversivo per i momenti di buco, i pomeriggi piovosi in cui, chissà come, nessuno dei vostri amici e conoscenti ha voglia di uscire e così via.
Se invece proprio non riuscite ad entrare nell'ottica di quest'autrice, e capita a tutti e con tutti gli scrittori, non si può essere universalmente amati perchè al mondo siamo tutti diversi, allora fate un secondo tentativo e poi lasciate perdere: o siete capitati nel romanzo più brutto e diverso che la Darcy ha scritto nella sua carriera oppure non c'è speranza, non è come Ken Follett che riesce a disquisire di argomenti diversissimi e ad essere (forse) sempre lui cambiando però stile di scrittura, modo di approcciare la storia e di schierarsi con le vicende.


Biografia
Il vero nome di Clare Darcy fu Mary Deasy che nacque a Cincinnati, la città dell'acciaio in Ohio il 20 maggio 1914. Ebbe una sorella che divenne medico, ma della sua famiglia e della sua vita privata si hanno poche notizie. Abitò sempre in America e morì sempre in Ohio nel 1978.
Produsse un gran numero di romanzi, documenti, ricerche, collage, notes, appunti e plot non terminati che ad oggi sono conservati presso la Boston University, Howard Gottlieb Archival Research Center.
Nella collezione sono di particolare interesse il materiale epistolare datato dal 1936 al 1978 [eravamo ancora nell'epoca delle lettere e dei telegrammi], in particolare con i propri editori, con alcuni fans, con diverse celebrità del grande schermo che erano appassionati delle opere della Darcy (Rex Stout) e, naturalmente, con la famiglia.

Non è certo se lo pseudonimo scelto dall'autrice sia stato mutuato dalla storia della Austen e sia un omaggio all'autrice e al suo Mr Fitwilliam Darcy, ma a giudicare da tanti fattori io opterei per il sì, anche considerando il genere con cui lavorava e il tipo di storia e plot che scriveva.

Della sua bibliografia, tradotta in molte lingue, ormai si stanno perdendo le tracce e, a meno di non avere bauli di libri nascosti in soffitta, è difficile reperire i libri a parte che nelle biblioteche di quartiere o tramite amici e aste online.
Oltre ad essere quasi misconosciuta nonostante abbia avuto la sua fase di gloria letteraria (circa trent'anni fa), ormai sta finendo nel dimenticatoio a dispettodel fatto che la Mondadori avesse proposto quasi tutti i suoi rimanzi (nemancano solo un paio) e che diverse case editrici come la BUR abbiano riproposto sia la Heyer che la Childe e che la Harlequin abbia preparato un'apposita collana da edicola per i romance che hanno fatto la storia del genere, naturalmente iniziata proprio con la Cartland.

Andiamo ad analizzare ora qualche dettaglio di questa autrice e del suo stile.
Sarò un po' dissacrante perchè è un'autrice un po' leccata e non mi piacciono tanto queste piacionerie letterarie per lisciarsi il lettore e mettere tutti d'accordo, ma anche se sarò crudele, sappiate che so di che parlo essendomi sorbita quasi tutta la sua bibliografia e avendola anche apprezzata.
Ho una cultura in merito.


Il plot
Svolgimento della storia
Nei romanzi della Darcy le cose vanno sempre allo stesso modo: una signorina perbene, nubile, raramente zitella o più spesso vedova si mette a curiosare troppo dove non dovrebbe e scopre:
a) una casa che non sapeva di avere
b) il mistero di una collana
c) un complotto internazionale con Napoleone
d) una montagna di debiti
In tutti e tre i casi, anzichè lasciare l'indagine alle opportune autorità decide di mettersi a sua volta sulle tracce da lei rinvenute, imbattendosi in un figo da paura che, in un modo o nell'altro, coinvolgerà nel suo piano suicida mettendo a rischio se stessa, l'uomo di cui dice essere innamorata, anche se più spesso sospetto che stia cercando di assassinare, ma soprattutto il suo Paese rischiando di far scoppiare una crisi militare internazionale in puro stile Sherlock Holmes 2: Gioco di ombre.


Con una serie di provvidenziali botte di fortuna [ho detto fortuna eh!] e diecimila pare mentali della nostra amatissima protagonista scopriamo che:
a) in realtà si trattava di una festa di compleanno a sorpresa e ha appena rovinato il party di King George
b) il marito/padre/fratello di lei era stato raggirato e non ha mai contratto tanti debiti
c) l'uomo di cui si è innamorata durante la vicenda ha giusto le conoscenze adatte al Ministero per metterci una pezza.


Rileggendo alcuni romanzi dopo tanto tempo e scrivendo questo post mi rendo proprio conto che la struttura potrebbe essere quella di uno di quei libri-gioco dove, a seconda di come agisci, ti mandano a pagina venticinque, alle trentadue o alle centodieci con una miriade di finali alternativi, svolgimenti e plot che si dipanano dalla medesima sequenza di opzioni.
Forse la grandezza della Darcy sta nell'aver inventato i libri-gioco?



I protagonisti
Piaga 1 e Piaga 2 alla riscossa
Credevate di esservi lasciati le eroine piagnone e in perenne cerca di perdere qualcuna delle loro vite con il romanzo gotico e invece no!
A quanto pare, vista l'ingenuità di certe fanciulle di inizio secolo, questo tipo di protagonista spopolava nelle librerie.


Piaga 1 è generalmente il nomignolo per la LEI della storia. Le ho dato il numero 1 perchè è sempre la prima a comparire dei personaggi e dei protagonisti, ovviamente è bella, spiritosa e interessante. A volte è un'ereditiera e a volte senza un penny, ma ciò non cambia la conclusione della vicenda.
Spesso ha a che fare con sorelle fin troppo esuberanti e desiderose di scappare sul continente [ricordiamo che è invaso da Napoleone] con l'uomo sbagliato che, nel 90% dei casi sposerà l'altra sorella sorella andata a conoscerlo per metter loro i bastoni tra le ruote.
Se non ha sorelle ha qualche fratello stile Piccolo Lord a cui deve garantire un futuro, magari nel lusso vestito d'ermellino e con una corona in testa, erede di un ducato e sposato ad una principessa [su certi sogni sono prive di qualunque pudore], per quanto mi riguarda i fratelli cresciuti nella bambagia alle spalle di volenterose sorelle dovrebbero lasciare il nido, ho odiato Richard ne I pilastri della terra per come stava attaccato alle gonne di Aliena e aveva pure il coraggio di rimproverarle che non faceva abbastanza per lui, figuriamoci se tollero questi bambinetti!


Il primo passo di Piaga 1 è generalmente quello di recarsi nella capitale dove si metterà nei guai, mai una a cui si avveri la profezia lanciata dal Billy Crystal di Harry ti presento Sally:
Metti che non ti succeda niente.
Metti che vai a New York e passi tutta la vita senza che ti succeda niente e alla fine muori come tutti i newyorkesi che nessuno se ne accorge finchè i vicini non sentono la puzza dal pianerottolo.
Nossignore, le eroine della Darcy sono rapidissime a infilarsi in qualche complotto internazionale o viaggio in partenza per terre pericolose, in quello sono più veloci di Flash Gordon e a volte sono addirittura capaci di cacciarsi nei pasticci prima ancora di riuscire a raggiungere la capitale, roba che neanche la Woodiwiss era arrivata a tanto...


Generalmente mentre sono nei pasticci o stanno cercando di districarsi da qualche situazione ingarbugliata incontrano Piaga 2, ovvero l'eroe, il LUI a tutto tondo.
L'eroe della Darcy è proprio un eroe d'altri tempi, di quelli che non se ne fanno più perchè ormai va di moda l'uomo tormentato, rude fuori, ma tenero dentro come il tartufo al cioccolato. L'eroe della Darcy è sempre un pezzo d'uomo molto avvenente (avvenente secondo il senso comune del primo Novecento), indossa abiti costosi, di solito ha due o tre titoli altisonanti, è pettinato con raffinatezza ed è una persona tutta d'un pezzo, magari scavezzacollo, ma comunque una persona che, paragonata a Piaga 1 possiede ancora buonsenso e istinto di conservazione.
Se la sfortuna non avesse giocato a suo sfavore e non l'avesse mandato nelle trame dell'eroina aveva buone possibilità di vivere fino alla vecchiaia, ma il destino ha voluto diversamente.


Piaga 1 e Piaga 2, in qualunque situazione si trovino si guarderanno fissamente negli occhi, prenderanno atto di dettagli assolutamente irrilevanti (lei ha un neo sul lobo sinistro dell'orecchio, parzialmente nascosto dagli orecchini, lui ha una piccola abrasione al polso detro leggermente nascosta dalla camicia), l'elettricità scorrerà in mezzo a loro più che nella pila di Volta e scoccherà la scintilla.
Queste cose succedono sempre così, magari impiegheranno duecento pagine prima di dirselo e chiarirsi, ma il colpo di fulmine, vero protagonista eletto dall'autrice, è immancabile: un nanosecondo e... zac! Andato! Peggio che prendersi l'influenza sull'autobus.
A questo punto, però, secondo la teoria del caos, Piaga 2 che fino a quel momento aveva trascorso un'esistenza relativamente lontana dal pericolo di perdere la vita, si ritroverà coinvolto nel raggio d'azione della classica sfiga da eroina e per induzione sarà trascinato in eventi incredibili dei quali avrebbe fatto volentieri a meno [tanto di sottane in Inghilterra ce n'erano per i beati].
La parte del colpo di fulmine, lo ammetto, a volte è un po' noiosa, intanto perchè sembra sempre di assistere ad una scena già vista e poi perchè ci si perde in descrizioni stupidissime e assolutamente inutili che dovrebbero dare romanticismo alla scena, ma che invece la allungano a dismisura portando il lettore in stato vegetativo nella speranza che tutto si conclusa presto.
L'effetto è un po' quello che le scene di danza fanno a chi detesta il musical: si spera sempre che finiscano il prima possibile e si soffre silenziosamente stringendo i denti.

Per duecento pagine i due bisticceranno (perchè siamo in romanzi di un certo periodo e una ragazza che litiga e sfoga la sua rabbia non sta bene), si innamoreranno, si guarderanno languidamente per interminabili secondi [il tempo scorre più o meno secondo il cronometro di Holly e Benji e Dragon Ball] e dovranno risolvere il problema ch avete scelto nell'area plot.
Guardarsi è la parte di maggiore intimità che raggiungono [e dire che all'epoca scriveva pure D'Annunzio che, invece, di perversioni non se ne lasciava scappare neanche una] perchè siamo nel primo  Novecento e di combinare non se ne parla neanche, quindi quelle duecento pagine d'amore risulteranno spesso e volentieri un po' ripetitive. Se risultassero particolarmente noiose le si possono saltare, tanto si guardano, al massimo si prendono la mano e non fanno assolutamente niente di minimamente divertente [e non parlo solo di sconcezze, non hanno un minimo di verve neanche se gli si dà una scossa con la 230V].


A questo punto siamo più o meno arrivati alla fine.
Vi aspettavate qualcosa di più, ammettetelo, e invece no!
I romanzetti da edicola, quelli sì che hanno dello spessore narrativo se paragonato a questi ¬_¬
Tutti i personaggi denigrati sono stati pienamente riabilitati, la sorella fuggitiva è tornata e non ce l'ha neppure un po' con l'altra che le ha rubato il fidanzato, il marito defunto di lei ha riacquistato la sua dignità di manico di scopa che non farebbe mai qualcosa di avventato (gli ex mariti sono così noiosi che perfino l'autrice si concede di dire che la protagonista non era felice di come si era messo il suo matrimonio, insomma non è che fossero così brillanti, avvincenti, simpatici e interessanti ed, evidentemente, pure scarsi sotto le coperte, per maggiori info si veda Gwendolen).
Grazie alla brillante cooperazione tra le due Piaghe il problema scelto nel plot è stato brillantemente risolto e i due, arricchiti dal compenso della soluzione del caso stanno giusto per convolare a nozze. Tutto il parentado schierato, ad uno per volta mi raccomando, si prodigherà in giubilo e tripudio per la coppia felice che, al culmine della gioia, si bacerà sotto un romantico arco di rose/portale di pietra/giardino cittadino/casa storica.

Bene, abbiamo appena finito di descrivere la trama di circa quindici libri che l'autrice ha pubblicato in trent'anni di carriera da scrittrice.
So che detta così sembra un'autrice mediocre, in realtà manca un po' di fantasia ma non è malvagia, ho letto di molto peggio ambientato nello stesso periodo...
Una delle cose che sicuramente amo di più di quest'autrice sono le copertine che le hanno assegnato nel corso delle sue pubblicazioni, a differenza di quelle moderne tutte editate in computer grafica con la pelle di plastica e le espressioni innaturali, quando si dipingevano ancora a mano venivano fuori degli autentici capolavori! Ho sempre ammirato le copertine da romance prima degli anni novanta =)
In particolare l'edizione americana della Darcy vanta splendide pitture di Allan Kass, di cui una delle mie preferite è senza dubbio quella del libro Gwendolen.

Provate e, se ci riuscite, passate sopra il mio sarcasmo pesante, da come l'ho descritta mi rendo conto che non sembra molto brava come autrice, ma a me è piaciuta a dispetto di quel che posso dire di cattivo, un autore può piacere anche se è il più mediocre del mondo, guardate che caso editoriale ha scatenato la Meyer?!


Fatemi sapere se avete letto la Darcy, se vi è piaciuta e se vi sentite di condividere la mia posizione riguardo la sua scrittura.

Un bacio a tutti, a presto,




Mauser

30 dicembre 2011

Storia di una vedova

Cari lettori del Georgiana's Garden, siamo quasi a Capodanno e un 2012 carico di aspettative, previsioni, giornate da vivere ci attende proprio dietro l'angolo.
Nella mia personale classifica di Capodanno, la parte migliore continua ad essere quella in cui si indossano calze e mutandine rosse, la peggiore quella di un cenone in cui tra una portata e l'altra ci si strafoga di frutta secca e arachidi che finiranno per richiedere una certa dose di Digestivo Brioschi [quello col cinghiale].
Madame Clicquot con la nipote
Ma una festa, a quanto pare, non è una festa senza un buon champagne per celebrarla a dovere ed ecco da cosa ho preso spunto per il post di oggi su Madame Barbe-Nicole Ponsardin, vedova Clicquot.
Metaforicamente parlando, certo, perchè io sono un'inguaribile astemia e quindi non mi avvicinerò mai ad una bottiglia della Vedova.

La storia di uno degli champagne più famosi del pianeta si colloca esattamente nel periodo di cui noi parliamo di solito, in particolare la data ufficiale della nascita dell'impresa vinicola Clicquot risale al 1772 ad opera di Philippe Clicquot-Muiron, ricco esponente della borghesia di banca francese e appartenente all'imprenditoria e al commercio tessile.
La famiglia Cliquot aveva, nel corso della sua scalata ai vertici del commercio, accumulato molti territori nella regione della Champagne francese, questi vennero riorganizzati da Philippe che possedeva una grande passione per il vino e che, nel 1772, decise di aprire il suo primo négoce de vin. Benchè Philippe fosse coinvolto in altri affari era il commercio del vino e, in particolare, dello spumante prodotto nelle sue regioni che lo interessava maggiormente, tanto che nel corso degli anni abbandonò quasi tutti gli altri suoi incarici per dedicarsi totalmente al nuovo business che divenne parte del brand Clicquot già attivo nel tessile e nel bancario.

Come testimoniano i registri meticolosamente redatti all'epoca [quando, grazie al Cielo, SAP era solo un futuro troppo lontano] le vendite furono buone fin dall'inizio dell'attività e nel 1775 venne effettuata la prima spedizione di champagne rosé all'estero, per la precisione a Venezia, mentre è del 1780 il primo commercio della maison con la Russia, che rimarrà, nel corso della storia, la principale acquirente di questo prodotto.
L'espansione verso l'estero segue la filosofia di Philippe Clicquot che aveva intenzione di espandere il suo commercio vinicolo al di là di ogni confine.

Ma cosa c'entra tutto ciò con la Vedova?
Madame entrerà in scena più tardi come moglie del figlio di Philippe, François Clicquot che sposò, nel 1805 la ventiduenne Barbe-Nicole Ponsardin, proveniente da una delle più in vista famiglie borghesi di Reims; dotata di un grande senso per gli affari, un'eredità paterna, Barbe-Nicole acquisì una grande conoscenza del vino e delle metodologie proprio durante il periodo del suo breve matrimonio con François il quale aveva in comune con il genitore una grande passione per il vino, un certo senso per gli affari, una volontà di ferro e la ferma intenzione di portare i vini Clicquot in tutte le corti d'Europa.

François realizzò questo suo proposito aggregandosi alle spedizioni napoleoniche in giro per il continente, grazie alle quali riuscì a far conoscere il nome Clicquot al di fuori del confine francese, realizzando il sogno suo e di suo padre, ma sarà proprio la sua vedova che, dopo la sua morte, contribuirà a far sì che lo champagne Clicquot acquisisca fama e notorietà in tutto il mondo, rendendolo famoso per la sua qualità e la particolare limpidezza ottenuta tramite metodi da lei brevettati.


Barbe-Nicole, nata Ponsardin
Barbe-Nicole nacque a Reims il 16 dicembre 1777, quando il commercio Clicquot di vini era ad appena cinque anni dalla sua creazione, era una delle due figlie di Jean Nicholas Philippe Ponsardin, uno dei maggiori commercianti della città, e di Jeanne Josephe Marie-Clémentine Letertre Huart.

Scorcio delle cantine Veuve Clicquot Ponsardin
con le bottiglie inclinate in fase di remuage
I Ponsardin, come afferma la stessa Barbe-Nicole in alcune lettere e memorie, erano una famiglia con un grande senso per gli affari e ciò li portò anche ad essere estremamente lungimiranti in fatto di politica, così suo padre Nicholas, che a soli ventott'anni era entrato nel comitato per l'incoronazione di Luigi XVI, allo scoppio della rivoluzione aveva tagliato tutti i rapporti con l'aristocrazia, riuscendo a salvare sia la testa [che per l'epoca non era poco con la raffica di condanne alla decapitazione che seguì quella di Luigi XVI]. Divenne un giacobino così credibile, afferma la nostra vedova, che Napoleone lo nominò addirittura suo barone presso Reims.

Il matrimonio con François Clicquot è il primo episodio conosciuto della sua vita, in circostanze diverse, afferma Barbe-Nicole, suo padre avrebbe organizzato per lei un importante matrimonio con qualche aristocratico, ma si era nel pieno furore rivoluzionario, Napoleone non era ancora salito al potere e, al tempo, gli unici partiti considerati passabili per possedimenti e ricchezza erano i borghesi che erano riusciti a scampare alla furia.
François Clicquot, titolo mancante a parte, era un ottimo giovanotto per Barbe-Nicole, la sua famiglia di imprenditori tessili era ricca e contava notevoli altre attività di dimensioni più ridotte (tra cui quella vinicola), inoltre possedeva moltissimi territori nella regione di Champagne e la terra non era mai un male possederla.
Il matrimonio tra Francçois e Barbe-Nicole si tenne nel 1798, all'epoca la sposa aveva 21 anni e l'unica erede della famiglia, Clémentine, nacerà nel 1799.

Durante le campagne napoleoniche che si protrassero fino al 1815 François seguì l'esercito napoleonico lungo il suo peregrinare europeo tra Germania, Italia, Austra e Russia, nella speranza di realizzare il sogno di suo padre e diffondere il nome Clicquot al di là di ogni confine, ma l'Europa era devastata dalla guerra e François comprese che ciò che avrebbe fatto la differenza non era il vino torbido che commerciavano, bensì un prodotto diverso, realizzato nei vigneti francesi che possedeva e secondo criteri molto selezionati.

L'idea di François Clicquot era certo quella vincente, ma il giovane non ebbe il tempo di vederne la riuscita in quanto venne stroncato da una febbre tifoide nel 1805, anche se alcuni storici affermano che si trattò di suicidio.
Con la morte dell'erede, Philippe Clicquot decise di mettere una pietra sopra il suo sogno di viticoltore, ma la temperanza e l'ardore dimostrato dalla giovane nuova, all'epoca avvena ventisettenne, nei confronti della sua stessa passione lo convinse a mantenere aperto il business, rifiutandosi però di sovvenzionarlo oltre.
Barbe-Nicole si ritrovò a quel punto a dover attingere alle proprie personali scrte di denaro che la famiglia le aveva dato come "uscita" dalla casa paterna, un'usanza simile alla dote di cui la nostra ormai vedova beneficiava ancora, provenendo da una famiglia molto agiata.
Con il denaro a sua disposizione, poco ma presente, Barbe-Nicole rinnovò il contratto che aveva stipulato suo marito con Louis Bohne, un commesso viaggiatore che per tutti quegli anni aveva viaggiato per l'Europa tastando il mercato e mietendo anche qualche successo nell'area dei Paesi Bassi e del Belgio. La vedova decise inoltre di restringere la produzione prevista da suo marito ad un unico prodotto, lo champagne, introducendo e commissionando migliorie per renderlo quel prodotto speciale che François era certo avrebbe mandato in visibilio l'Europa.

L'etichetta di una bottiglia di champagne Veuve Clicquot Ponsardin

Madre di un impero
I primi anni di Barbe-Nicole a capo della casa vinicola Clicquot furono molto difficili, il denaro della sua rendita personale non bastava a sovvenzionare la nuova produzione di champagne che stava realizzando, il suo millesimato, una ricetta che aveva deciso di produrre era ancora in fase di realizzazione e anche se la sua annualità era di circa 100.000 bottiglie (di cui circa un quarto dedicate al mercato russo) le banche dell'impero si rifiutavano di concederle prestiti per via del fatto che fosse una donna a capo di un progetto folle che avrebbe dovuto dirigere un uomo (e averne uno altrettanto forte a tenere a freno la sua brama) ma forse e più probabilmente sobillati dal suo eterno rivale nel campo degli champagne: Jean-Rémy Moët che al tempo intratteneva ottimi rapporti coi ministri delle finanze. La cosa più triste, al giorno d'oggi, è che il Moët e il Clicquot appartengono allo stesso gruppo imprenditoriale, che tra l'altro possiede anche il brand Louis Vuitton, senza nessun rispetto per la secolare faida che divideva le due maison.
Altra aggravante per le produzioni di Barbe-Nicole fu la tensione politica che si aveva in Europa: il clima di guerra e i blocchi doganali, le tasse di importazione ed esportazioni massacravano costantemente il prodotto che subiva questa specie di embargo continentale estremamente limitante.

Tra molte difficoltà, il 1810 è senz'altro l'anno della consacrazione di madame a madre di un impero imprenditoriale, principalmente per la produzione del primo millesimato da lei fortemente voluto e seguito.
In quello stesso anno, mentre sta imbottigliando e fermentando lo champagne che la renderà una vera donna di successo, madame decide di cambiare definitivamente il nome della maison attribuendosi il merito di essere arrivata fino a quel punto, da Clicquot la maison cambia ufficialmente nome in Veuve Clicquot Ponsardin. Era certo una scelta coraggiosa attribuire ad uno champagne e ad una produzione vinicola non solo il nome di una donna, ma soprattutto l'appellativo di vedova, quasi che il successo fosse giunto proprio grazie alla sparizione degli uomini che imponevano a madame le lo sciocche decisioni, ma Barbe-Nicole disse sempre che la sua decisione dipese dal fatto che desiderava che ciascunp bevesse il suo champagne avesse percezione di quante erano state le difficoltà e di quanto lei, una donna, aveva dovuto lottare per affermarsi, sacrificando la propria fortuna e rischiando la propria indipendenza, quella condizione ambitissima dalle donne dell'epoca che si ottiene soltanto con la vedovanza. Madame affermò inoltre di avere massimo rispetto delle decisioni intraprese da tutti i Clicquot e che fu in loro onore che mantenne quel cognome nel nome del prodotto piuttosto che sostituirlo solo con il suo nome da ragazza.

Il successo di madame si replica l'anno seguente con il Vin de la Comète, un successo dovuto ad un'ottima vendemmia che produsse un'altrettanto eccellente annata. La specialità era dovuta al clima favorevole e, si dice, dal passaggio di una cometa fortunata sul cielo della Champagne che diede il nome anche all'annata: 1811.

Alcuni tappi marchiati dello champagne
Veuve Clicquot Ponsardin
Nel 1814 madame aveva sfidato l'embargo ed era riuscita a raggiungere San Pietroburgo per consegnare il suo champagne alla nobiltà russa che lo considerava il non plus ultra dei beveraggi. Barbe-Nicole alla conquista della Russia rimase negli anni una delle sue più grandi imprese e la sua definitiva consacrazione, ma se il suo impero commerciale, specialmente in Russia, ebbe così tanto successo fu anche grazie a Louis Bohne che nel corso degli anni era diventato il suo braccio destro, che non perse mai la fiducia in lei e che dalla Russia scrisse a madame
La zarina è incinta. Se nascerà un erede maschio, in tutta la Russia si berrà champagne a galloni. Non ne fate parola, o i nostri concorrenti saranno qui da un momento all'altro

Nel 1815, ormai alla fine dell'epoca napoleonica che aveva guerreggiato per l'Europa per circa un ventennio, madame era a capo di uno dei primi imperi internazionali, la sua produzione vinicola raggiungeva 175.000 bottiglie annue, quasi raddoppiata rispetto ad un decennio prima, la sua esportazione toccava tutti gli angoli del continente.
Il problema, a quel punto, rimaneva uno solo: la quantità.
Produrre di più si pensava fosse impossibile, ma senza un dovuto apporto l'impero di Barbe-Nicole era destinato a rimanere sempre il #2, fanalino di coda di quel Moet che durante la sua carriera aveva cercato di boicottarne il business. Fu così che madame sviluppò l'idea della table de remuage, uno speciale sistema che prevedeva la bottiglia inclinata con il tappo verso il basso e una serie di fori con cui, progressivamente, era possibile variarne l'angolazione, in modo che i sedimenti si depositassero tutti nel collo e con l'apertura fuoriuscissero. Il processo era accompagnato, oltre ad una progressiva variazione di pendenza, anche da una rotazione della bottiglia di qualche grado in senso orario.
Con questo sistema in sei settimane era possibile produrre uno champagne eccellente e cristallino e ogni giorno le bottiglie sono ruotate manualmente di un quarto di giro per staccare i sedimenti dal vetro e farli scendere sul tappo, poi sostituito. È la méthode champenoise grazie alla quale il vino resta chiaro e limpido, e che Barbe-Nicole riesce a mantenere segreta per 15 anni in una città dove tutti si conoscono, forse perché condivide i profitti con il personale.
Nell'immagine a fianco viene spiegato come si realizza questa speciale metodologia dove si variano inclinazione e rotazione.


Il successo di vendita è immediato. Tornata la monarchia, Barbe Nicole dà la figlia in sposa a un poeta squattrinato ma di vecchia nobiltà vandeana, il conte di Chevigné, e comincia ad acquistare i migliori vigneti della regione per soddisfare la domanda crescente.
Nel 1821 prende in stage il giovane Edouard Werlé che ne diverrà l'erede spirituale e al quale nel 1841 lascia la direzione dell’azienda che ormai vende mezzo milione di bottiglie all’anno (alla morte di lei saranno 760.000). Barbe-Nicole esclude volutamente l'erede Clémentine dal comando della casa vinicola, capendo che la giovane donna non possiede la forza, la tempra e soprattutto l'intuito per rendere ancora più grande la maison. Madame Clicquot, ho letto in giro, è un po' la Regina Vittoria dello champagne e con ella condivide il piglio severo di una madre che più che mamma fu un generale, ma di certo, come la sua omologa inglese, non lasciò i figli a morire di fame (la figlia e tutte le nipote saranno accasate con conti o duchi francesi).

Esige la perfezione: «una sola qualità, la primissima» e rimarrà conosciuta col nome di La Grande Dame de la Champagne ad ulteriore rispetto della sua grandiosità.

Nel 1843 Barbe-Nicole si ritira nel castello neo-rinascimentale di Boursault (su copia di quello di Chambord) e lì muore a 89 anni. 

La storia della vedova Clicquot è arcana ai più nonostante il suo nome sia ancora orgogliosamente stampigliato sulle bottiglie che fanno il giro del mono in nome di una tradizione vinicola e di un coraggio decisamente fuori dall'ordinario.


Siti, fonti e link
Wikipedia IT | Veuve Clicquot
Wikipedia EN | Madame Clicquot Ponsardin
Wikipedia EN | Barbe-Nicole Clicquot-Ponsardin Veuve Clicquot
Enciclopedia delle donne | Barbe-Nicole Clicquot-Ponsardin
Women who launch | Barbe-Nicole Clicquot Ponsardin
Wine Doctor | Veuve Clicquot
Cortigianerie | Les femmes de la Champagne: M.me Clicquot
www.veuve-clicquot.com


Tilar J. Mazzeo - The Widow Clicquot, The Story of a Champagne Empire and the Woman Who Ruled It
The New York Times | A kick from Champagne (recensione del libro sopra) 
Quadrantonline | The Widow Clicquot (recensione del libro sopra)
Susan Vinnicombe, John Bank - Women with attitude: lessons for career management


Per chi apprezza il buon vino, comunque, credo che la miglior referenza rimanga un bicchiere adatto e un sorso di questo splendido champagne.

Buon Capodanno a tutti




Mauser


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