È passato un po' in sordina, ma c'è stata. La storica gara di Ascot anche quest'anno ha attirato fotografi e curiosi per la stravaganza della sua ufficiosa sfilata di cappellini.
Il 19 giugno le rappresentanti più in vista del Regno Unito si sono date battaglia a colpi di ombrellini, piume e originalità.
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22 settembre 2012
23 luglio 2012
Profumi, aromi, essenze e fragranze
Cari lettori,
chi non muore ci si rivede!
Sì, lo so che con i tempi che tengo, ormai, potrei essere facilmente creduta deceduta, ma ogni tanto ritorno e spero di continuare a farlo =)
Dopo un post bello tosto sullo sfruttamento minorile di qualche settimana fa, passiamo oggi ad un argomento decisamente più frivolo: oggi parliamo di profumi.
chi non muore ci si rivede!
Sì, lo so che con i tempi che tengo, ormai, potrei essere facilmente creduta deceduta, ma ogni tanto ritorno e spero di continuare a farlo =)
Dopo un post bello tosto sullo sfruttamento minorile di qualche settimana fa, passiamo oggi ad un argomento decisamente più frivolo: oggi parliamo di profumi.
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24 ottobre 2011
Il classico è di moda: Vogue in edwardian style
Vi ricordate l'anno scorso, quando pubblicai quel post su Yulia Tymoshenko? Ex Primo Ministro ucraino e, a giudicare dai suoi look, sponsor ufficiale del neo-vittorianesimo?La Nuova Vittoriana, l'avevo chiamata e molti erano stati d'accordo.Bene, pare che il suo stile quest'anno sia di tendenza.
O le grandi maison hanno finito le idee o quest'anno va il country, almeno secondo Vogue e, secondo le esperte di moda, Vogue è il massimo al riguardo, la pietra miliare, il faro nell'oscurità, nella bolgia di opinioni contrastanti.
Decretato lo stile dell'anno: il british che si rifà alla caccia e al primo Novecento, con qualche influenza più antica proveniente dal XIX secolo.
Ecco cosa dice il sito della famosa rivista riguardo la nuova tendenza:
O le grandi maison hanno finito le idee o quest'anno va il country, almeno secondo Vogue e, secondo le esperte di moda, Vogue è il massimo al riguardo, la pietra miliare, il faro nell'oscurità, nella bolgia di opinioni contrastanti.
Decretato lo stile dell'anno: il british che si rifà alla caccia e al primo Novecento, con qualche influenza più antica proveniente dal XIX secolo.
Ecco cosa dice il sito della famosa rivista riguardo la nuova tendenza:
Come ha fatto Madonna, anno 2001: indossando una mini scozzese nel “Drowned World Tour” di Madonna, per poi sposare Guy Ritchie, in Scozia, a dicembre. L’idea di base è di rieditare sofisticazione vittoriana, immerse nell’Inghilterra più british e più avvezza alla caccia che altro, noi più aristocratiche che mai.
Tartan e fiocchi, e poi ruches a incorniciare il collo, e a rendere regale il blu della giacca sciancrata, sinuoso avvitamento di future-retrò. Lo siete anche voi, dalla testa ai piedi, a partire appunto dalla pettinatura, passando per tutti i colori della terra, che sfoggiate nel fiocco e tra i quadretti, guanti compresi, calze e scarpe pure, in un concerto di sfumature. Oppure, giocate con il classico: con il rosso della camicia, con l’abbinata tartan/cappello da uomo, gli stivali a riportarvi sulla scia, del country più tipico che ci sia.
Eccentriche losanghe e profonda scollatura a v: ascisse e ordinate dell’abito, reso ancor più sexy dal foulard, che finge pudore, aumentando l’ardore. Da alternare al genere perbene e imperiale, polsi in pelliccia a misurarne il segnale, del cappotto che porta il tartan ovunque, trascinandolo dalla campagna più eccentrica alla più visionaria delle serate di città: da dominare come in una scacchiera, quella che indossate, ovunque, la mossa è comunque vincente.
Annamaria Sbisà
Non che Madonna sia per me un'icona di stile, i miei modelli sono altri, tuttavia il tartan scozzese mi piace, lo stile un po' campagnolo pure, i colori terrosi si confanno bene alle stagioni di riposo dell'autunno e dell'inverno, della pioggia e del calore della lana, le calze pesanti, le scarpe di pelle, i cappelli in testa. Sono felice delle tendenze AI 2011/2012 ed ecco finalmente qualche fotografia di come vorrebbero che apparissimo presto, di quello che vogliono farci comprare, di quello che quest'anno è reputato il must have dello chic.
26 settembre 2011
La «corona lombarda»
L'Italia, lo sappiamo, è un Paese che ha sempre esercitato molto fascino
sugli anglosassoni che da sempre ci sfruttano sia come luogo di villeggiatura, ma
anche come enciclopedia vivente di cultura e tradizione.
Oserei dire che basta sollevare la possibilità che un manufatto o un
tradizione provenga dallo Stivale perchè un inglese sia preda della smania di
accaparrarselo.
Scherzi e patriottismo a parte, ci sono stati sprazzi nel passato in cui gli inglesi in particolare amavano molto l'Italia ed erano affascinati dagli oggetti e dalle usanze che si portavano da noi, perfino la moda, appannaggio quasi esclusivamente francese, ebbe qualche raro esponente proveniente dall'Italia prima di Valentino, anche se i loro nomi di rado sono passati alla storia come quello dell'inventore del rosso per eccellenza.
La corona lombarda che ho nominato a titolo del post (nome
inglese), conosciuta da noi come raggiera o anche come guazza,
è proprio uno di questi casi, uno di quegli accessori di cui neppure noi
italiani, a parte i diretti interessati della regione, rammentiamo l'usanza o
ne conosciamo la provenienza, ma che continua a vantare riproduzioni in certune
circostanze (leggasi illustrazioni dei Promessi Sposi e le
classiche celebrazioni in abiti storici).
No, niente a che vedere con la famosissima Corona Ferrea conservata nel Duomo di Monza e utilizzata per l'incoronazione dei Re d'Italia e degli imperatori del Sacro Romano Impero, ma qualcosa di molto più vanitoso, sebbene proveniente dalla stessa regione.
La corona lombarda, infatti, è un accessorio femminile
utilizzato durante la storia italiana per adornare il capo, e dalla
caratteristica foggia a ventaglio che formava un'aureola intorno al capo della ragazza che l'indossava,
simile a quella delle Madonne.
Accessorio diffusissimo in Lombardia e facente a tutt'oggi parte del costume regionale delle zone del lecchese, del varesotto e della Brianza, fu per lungo tempo conosciuto solo in Italia come acconciatura popolare ed è proprio da lì che ne proviene il nome ufficiale di guazza che nel dialetto originario significava "intreccio". In altre zone, vista la sua diffusione territoriale, assume i nomi di raggiera brianzola, giron, speronada, sperada o coo d'argent.
La sua origine è avvolta nel mistero, nella leggenda e anche nelle supposizioni, si credo infatti che l'usanza provenga dalla Svizzera, probabilmente importata in Italia con i mercanti che commerciavano dai paesi d'oltralpe fino alle ricche città del nord ducato milanese.
Attraverso i walser provenienti dalla Val d'Aosta la corona è entrata nell'utilizzo collettivo lombardo per i vestiti della festa intorno al Seicento, rimanendoci fino agli inizi del Novecento, quando le particolarità e le fogge dei costumi regionali iniziarono ad essere piano piano appianate dalla moda in serie e dalla standardizzazione degli abiti, oltre che dal sempre più rapido cambio della foggia degli abiti, soppiantati da altri di fattura più mascolina.
È proprio la versione seicentesca che, grazie alla prosa immortale del Manzoni è giunta fino a noi in una famosa descrizione che senz'altro ricorderemo dai banchi di scuola, ve la riporto sperando di non suscitare troppi brutti ricordi =)
Foggia delle guazze
La raggiera, altro nome con cui veniva identificata in Italia, aveva una fattura molto particolare, era costituita da molti spilloni per capelli di lunghezza variabile tra i 10 e i 20cm disposti a ventaglio o a semicerchio; in alcune versioni, specialmente quelle italiane tradizionali e le più antiche, gli spilloni erano sistemati uno per volta nell'acconciatura, mentre in altre di fattura ottocentesca erano uniti tra loro tramite cordicelle o fili d'argento formando una struttura unica.
Quelli che noi chiamiamo semplicisticamente "spilloni" prendevano il nome di spadinn, ovvero spadini, se erano piatti, oppure cugiarett se terminavano a paletta concava. Il loro numero variava sia a seconda del della regione, nel costume tradizionale lecchese, durante il Settecento, se ne contavano da 24 a 27, mentre nel varesotto aumentavano da 30 a 40.
Con la successiva introduzione ottocentesca dell'accessorio anche in abiti non tradizionali, il numero di spadinn aumentò visibilmente fino a toccare la cinquantina.
Oltre agli spadini normali, le donne portavano fino a sei spadini decorati nella parte più bassa della pettinatura, questi erano differenti dalla forma piatta o a cucchiaio degli altri, venivano ottenuti colando l'argento fuso o il metallo sugli ossi di seppia, notoriamente resistenti al calore, e risultavano decorati in maniera raffinata, i più ricchi, invece, li facevano cesellare direttamente dagli orafi, con un costo di molto superiore.
Il metallo con cui l'intera struttura era realizzata era argento nei casi più preziosi, ma anche ottone argentato o rame per chi non poteva permettersi di meglio. I più poveri adoperavano anche il legno, i più ricchi si facevano realizzare in oreficeria delle sperada d'oro.
Gli spilloni, che nelle fogge più preziose potevano essere sormontati da una
perla o decorati e intarsiati, venivano infilzati tutt'intorno alla crocchia
che la ragazza portava sul retro del capo, nella massa di capelli tirati che si
aveva tutt'attorno, ecco il perché del caratteristico nome: una volta
indossata, infatti, sembrava che dall'acconciatura della donna si formassero
molti raggi costituiti dalla corona.
L'acconciatura non era ancora finita, la raggiera, infatti, oltre che dalla parte appena descritta era costituita anche da un ultimo spillone, più lungo, sistemato trasversalmente; questa parte della corona, chiamata spontone o guggione, andava infilzata direttamente all'interno dello chignon, trapassandolo come uno spiedo e assicurandolo per bene tramite due blocchi a forma di uovo detti olivelle, chugiar, oeuv o ball vale a dire olive, cucchiai, uova o palle, e finalmente l'intera impalcatura era conclusa.
Questa particolare usanza mi ricorda, seppur vagamente, la pettinaturanazionale coreana dove i capelli della giovane venivano intrecciati fino a formare una striscia lunga, poi con la treccia si formava una crocchia sulla nuca, infilzata con un lungo spillone decorato da un lato con smalti, inserti e pietre preziose.
Cultura della sperada
Nelle regioni brianzole, del lecchese e del varesotto la pettinatura con le guazze o con la sperada era uno status symbol; ogni ragazza sognava e costruiva nella sua mente la propria pettinatura con gli spadini un po' come certe bambine sognano l'abito del matrimonio [all'epoca l'abito del matrimonio non era diverso dal solito, si usava quello della festa, non esisteva un vestito apposta da mettersi una sola volta, che spreco!] e a volte rinunciavano all'acquisto di altri accessori o addirittura beni anche di prima necessità, risparmiando per comprarne un pezzettino ogni volta, rendendo l'insieme più ricco e bello. A noi, abituati ad avere tutto in abbondanza sembra strano, ma questo genere di mentalità era molto diffusa fino agli anni Settanta, quando le ragazze, fin dalla fanciullezza, iniziavano ad accantonare oggetti e biancheria da casa per formare il loro corredo. Con il progressivo decadimento che l'istituzione del matrimonio ha avuto nella società, anche quest'usanza è andata perdendosi.
Il passaggio di una ragazza dall'infanzia all'età adulta era sancito,
oltre che dalla maturazione fisica, leggasi menarca, proprio dalla grande concessione di non
portare più le lunghe trecce sulle spalle, ma di poter raccogliere i
capelli, ecco quindi perché la sperada aveva tanti significati importanti per loro, più del nostro moderno cellulare!
Una ragazza divenuta signorina, come si dice dalle mie parti, cioè arrivata alla pubertà, poteva raccogliersi i capelli ed era, quindi, ufficialmente maritabile e corteggiabile [non si maritavano ragazze non ancora sviluppate perché non potevano avere figli. Anche per i matrimoni di eredi al trono, principi e duchi combinati dalla culla si aspettava che entrambi gli sposi avessero raggiunto l'adolescenza per celebrare la cerimonia ufficiale nella quale erano proprio loro a pronunciare i voti e a cui seguiva la consumazione del matrimonio].
So che con la precoce età puberale odierna risulta difficile associare quest'idea del matrimonio alle bambine undicenni che giocano con le Barbie, ma bisogna tenere conto di due fattori:
Era usanza in alcune regioni acquistare uno spontone alla Prima Comunione di una bambina (all'epoca si faceva intorno agli undici-dodici anni) e uno spadinn per ogni compleanno da allora fino al diciottesimo o al ventiquattresimo, ecco anche il perché del numero 24.
Una ragazza fidanzata riceveva inoltre il giorno delle nozze uno spadinn dal suo futuro marito per ogni anno d'età, andando ad integrare il piccolo gruzzolo realizzato dalla famiglia.
La sperada era anche fatta in modo da denotare sempre la condizione della fanciulla nella società, a seconda della foggia si indicava se era nubile, sposata, con figli, ecc.
Le donne sposate, per esempio, indossavano nel semicerchio di raggi uno spadinn differente dagli altri che denotava ufficialmente la sua condizione di coniugata. Il numero e la qualità di spadini presenti nell'elaborata acconciatura era un motivo di ostentazione da parte delle donne del paese a riprova dell'agiatezza della famiglia di appartenenza, della munificenza del marito e della considerazione in cui la spùsa era tenuta.
Indossare la raggiera
Quasi indispensabile, è da premettere, erano capelli sufficientemente lunghi da poter essere raccolti almeno in trecce. All'epoca, come ricorderemo dai post sulle acconciature, non era certo una stranezza avere una folta chioma che arrivasse fino alla schiena, oggi forse non tutte le lettrici possono vantarla.
I capelli dovevano essere precedentemente spazzolati con cura e, nel caso di capigliature ricce, lisciati con l'impiego del sapone e tirati tutti nei due lati, segnando una riga centrale dalla fronte alla nuca ben scriminata, poi si formavano due trecce, da un lato e dall'altro della testa, che con perizia venivano
arrotolate intorno alla base del capo, formando un cerchio o una crocchia,
dopodiché con lo spontone erano bloccate e fissate al loro posto
(non esistono mollette e forcine, badate bene!).
Fatto ciò gli spadinn erano infilzati nel cerchio delle trecce in modo che sporgessero appena intorno al capo, lo spontone, invece, doveva essere ben visibile ai lati del viso.
Il lavoro di messa su della sperada era molto lungo e complesso, le donne la sistemavano una con l'altra, tra suocere, nuore e cognate, da sole era un'opera impensabile, e infatti una sperada storta, disordinata o asimmetrica poteva significare che i rapporti tra le donne di casa non erano molto buoni.
L'acconciatura, inoltre, non era risistemata ogni giorno, ma solo una volta ogni tanto, le donne dormivano con tutta l'impalcatura su proprio come le geishe, che andavano dal parrucchiere a rimontare la struttura una volta al mese. Per mantenere la pettinatura venivano utilizzati degli appositi poggiatesta come cuscini che sostenessero il collo, ma sollevassero la testa.
Cosa c'entra, però, questa particolare usanza lombarda con un blog
sull'epoca Vittoriana? Specialmente a fronte delle posizioni che ho preso
riguardo l'approfondimento della storia italiana...
È da dire che questo particolare accessorio, che noi conosciamo solo dalle illustrazioni dei libri di scuola, ebbe una grande risonanza all'estero, specialmente in Inghilterra e in Germania, dove venne esportato con successo, uno dei pochi casi della storia.
Nell'Ottocento, infatti, quando cominciarono ad essere di gran moda i capelli raccolti a chignon, si cercarono molti modi per adornare la propria pettinatura e le donne non si lasciarono certo sfuggire la possibilità offerta dalla corona lombarda, che in Italia, invece, era usata già da de secoli, sebbene facesse parte del costume popolare e non certo gli outfit della nobiltà. Nell'arco di un decennio, intorno al 1860, la raggiera raggiunse addirittura la vetta della classifica dei VIP, essendo portata e ostentata con orgoglio da regine e imperatrici, oltre che dalle nobili di corte.
Una delle più importanti sponsor fu la Principessa Carlotta di Baviera, successivamente conosciuta come Imperatrice Carlotta, moglie dell'Imperatore Massimiliano del Messico, fratello di Franz, che indossa questo accessorio in uno dei suoi più famosi dipinti che la ritraggono e che diede molto impulso all'acquisizione dell'usanza nei paesi germanici del sud.
Carlotta, in particolare, che prima d'essere Imperatrice del Messico era una delle Principesse austriache della casa d'Asburgo, aveva ricevuto in dono una sperada impreziosita da perle e raffinati ceselli, dalle suddite lombarde, quale omaggio alla Sua Maestà, la principessa aveva sfoggiato spesso l'accessorio in circostanze ufficiali e in dipinti di rappresentanza, scatenando un vero e proprio must have nella corte viennese e, successivamente, prussiana e monacense.
Molte delle antiche sperade realizzate prima del Novecento sono purtroppo scomparse con la Prima Guerra Mondiale, date come pegno alla patria per le esose guerre che avevano distrutto l'Italia del periodo.
Oggigiorno, ambito folkloristico a parte, le guazze sono rimaste ancora nella foggia della corona conferita a Miss Padania.
Simbolo dell'affermazione femminile in Brianza, è anche il logo di una associazione con fini femministi che porta proprio il nome di sperada e anche di un gruppo per il recupero delle tradizioni intitolato a Renzo&Lucia.
Link e fonti
Troverete parecchi link perché un po' sul web se ne parla, ma sempre con nomi e diciture differenti e quindi è difficile mettere insieme tutte le fonti di luoghi diversi, dove la chiamano chi ad un modo e chi all'altro.
Il primo passo è scoprire tutte le nomenclature di quest'oggetto...
Wikipedia IT | Guazze
Brianzolitudine | Brianza Hope
Culture Popolari e Tradizioni della Lombardia | Abiti e ornamenti | La sperada
Museo Etnologico Monza e Brianza | La sperada, ornamento dell'acconciatura femminile
Gerenzano Forum | L'eleganza dei nonni e la sperada delle nonne
MilanoFree Forum | La sperada o raggiera nella tradizione lombarda
Gruppo Renzo&Lucia | La raggiera
Gruppo Folk Bosino | La raggera
Federazione italiana tradizioni popolari | Gruppo Renzo&Lucia
Italian Folk Federation | Le guazze di Lucia
Experiments in elegance | Mystery Headdress and Lombardi National Costume
Spero davvero che il post sia stato interessante, non so se si è notato, ma ciascun titoletto utilizza un nome differente dello stesso oggetto, ci tenevo a sottolineare che, mentre all'estero la chiamano banalmente corona lombarda, da noi ha molti altri nomi specifici della regione e della foggia, così come anche le sue componenti.
Ci risentiamo al più presto, un bacione grande
Mauser
Scherzi e patriottismo a parte, ci sono stati sprazzi nel passato in cui gli inglesi in particolare amavano molto l'Italia ed erano affascinati dagli oggetti e dalle usanze che si portavano da noi, perfino la moda, appannaggio quasi esclusivamente francese, ebbe qualche raro esponente proveniente dall'Italia prima di Valentino, anche se i loro nomi di rado sono passati alla storia come quello dell'inventore del rosso per eccellenza.
La misteriosa corona lombardamodello realizzato in ottone argentato |
No, niente a che vedere con la famosissima Corona Ferrea conservata nel Duomo di Monza e utilizzata per l'incoronazione dei Re d'Italia e degli imperatori del Sacro Romano Impero, ma qualcosa di molto più vanitoso, sebbene proveniente dalla stessa regione.
Spadini a cucchiaio e intarsiati |
Accessorio diffusissimo in Lombardia e facente a tutt'oggi parte del costume regionale delle zone del lecchese, del varesotto e della Brianza, fu per lungo tempo conosciuto solo in Italia come acconciatura popolare ed è proprio da lì che ne proviene il nome ufficiale di guazza che nel dialetto originario significava "intreccio". In altre zone, vista la sua diffusione territoriale, assume i nomi di raggiera brianzola, giron, speronada, sperada o coo d'argent.
La sua origine è avvolta nel mistero, nella leggenda e anche nelle supposizioni, si credo infatti che l'usanza provenga dalla Svizzera, probabilmente importata in Italia con i mercanti che commerciavano dai paesi d'oltralpe fino alle ricche città del nord ducato milanese.
Attraverso i walser provenienti dalla Val d'Aosta la corona è entrata nell'utilizzo collettivo lombardo per i vestiti della festa intorno al Seicento, rimanendoci fino agli inizi del Novecento, quando le particolarità e le fogge dei costumi regionali iniziarono ad essere piano piano appianate dalla moda in serie e dalla standardizzazione degli abiti, oltre che dal sempre più rapido cambio della foggia degli abiti, soppiantati da altri di fattura più mascolina.
Lucia Mondella guarda dalla finestra by Eliseo Sala |
È proprio la versione seicentesca che, grazie alla prosa immortale del Manzoni è giunta fino a noi in una famosa descrizione che senz'altro ricorderemo dai banchi di scuola, ve la riporto sperando di non suscitare troppi brutti ricordi =)
Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre... I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile drizzatura. si avvolgevano dietro il capo in cerchi molteplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all' 'intorno, quasi a guisa de ' raggi d'un 'aureola, come ancora usano le contadine del Milanese.Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo II
Foggia delle guazze
La raggiera, altro nome con cui veniva identificata in Italia, aveva una fattura molto particolare, era costituita da molti spilloni per capelli di lunghezza variabile tra i 10 e i 20cm disposti a ventaglio o a semicerchio; in alcune versioni, specialmente quelle italiane tradizionali e le più antiche, gli spilloni erano sistemati uno per volta nell'acconciatura, mentre in altre di fattura ottocentesca erano uniti tra loro tramite cordicelle o fili d'argento formando una struttura unica.
Quelli che noi chiamiamo semplicisticamente "spilloni" prendevano il nome di spadinn, ovvero spadini, se erano piatti, oppure cugiarett se terminavano a paletta concava. Il loro numero variava sia a seconda del della regione, nel costume tradizionale lecchese, durante il Settecento, se ne contavano da 24 a 27, mentre nel varesotto aumentavano da 30 a 40.
Con la successiva introduzione ottocentesca dell'accessorio anche in abiti non tradizionali, il numero di spadinn aumentò visibilmente fino a toccare la cinquantina.
Disegno esplicativo della struttura della raggiera (cliccare per ingrandire) |
Il metallo con cui l'intera struttura era realizzata era argento nei casi più preziosi, ma anche ottone argentato o rame per chi non poteva permettersi di meglio. I più poveri adoperavano anche il legno, i più ricchi si facevano realizzare in oreficeria delle sperada d'oro.
Costume tradizionale lecchese in una cartolina dei primi del Novecento |
L'acconciatura non era ancora finita, la raggiera, infatti, oltre che dalla parte appena descritta era costituita anche da un ultimo spillone, più lungo, sistemato trasversalmente; questa parte della corona, chiamata spontone o guggione, andava infilzata direttamente all'interno dello chignon, trapassandolo come uno spiedo e assicurandolo per bene tramite due blocchi a forma di uovo detti olivelle, chugiar, oeuv o ball vale a dire olive, cucchiai, uova o palle, e finalmente l'intera impalcatura era conclusa.
Questa particolare usanza mi ricorda, seppur vagamente, la pettinaturanazionale coreana dove i capelli della giovane venivano intrecciati fino a formare una striscia lunga, poi con la treccia si formava una crocchia sulla nuca, infilzata con un lungo spillone decorato da un lato con smalti, inserti e pietre preziose.
Cultura della sperada
Nelle regioni brianzole, del lecchese e del varesotto la pettinatura con le guazze o con la sperada era uno status symbol; ogni ragazza sognava e costruiva nella sua mente la propria pettinatura con gli spadini un po' come certe bambine sognano l'abito del matrimonio [all'epoca l'abito del matrimonio non era diverso dal solito, si usava quello della festa, non esisteva un vestito apposta da mettersi una sola volta, che spreco!] e a volte rinunciavano all'acquisto di altri accessori o addirittura beni anche di prima necessità, risparmiando per comprarne un pezzettino ogni volta, rendendo l'insieme più ricco e bello. A noi, abituati ad avere tutto in abbondanza sembra strano, ma questo genere di mentalità era molto diffusa fino agli anni Settanta, quando le ragazze, fin dalla fanciullezza, iniziavano ad accantonare oggetti e biancheria da casa per formare il loro corredo. Con il progressivo decadimento che l'istituzione del matrimonio ha avuto nella società, anche quest'usanza è andata perdendosi.
Raffinata sperada in argento con spadini cesellati a mano |
Una ragazza divenuta signorina, come si dice dalle mie parti, cioè arrivata alla pubertà, poteva raccogliersi i capelli ed era, quindi, ufficialmente maritabile e corteggiabile [non si maritavano ragazze non ancora sviluppate perché non potevano avere figli. Anche per i matrimoni di eredi al trono, principi e duchi combinati dalla culla si aspettava che entrambi gli sposi avessero raggiunto l'adolescenza per celebrare la cerimonia ufficiale nella quale erano proprio loro a pronunciare i voti e a cui seguiva la consumazione del matrimonio].
So che con la precoce età puberale odierna risulta difficile associare quest'idea del matrimonio alle bambine undicenni che giocano con le Barbie, ma bisogna tenere conto di due fattori:
- Il primo era che una volta ci si sposava presto. Sedici anni era un'età appropriata, specialmente se ne si veniva da due di corteggiamento [Renzo e Lucia sono rimasti fidanzati una vita e mezza!].
Anche quattordici era considerata appropriata, anche se per noi è pedofilia. - Il secondo era che l'età puberale per le ragazze, non influenzata né dalla società o dalla tv, né dallo stile di vita frenetico, era molto più avanti, quindi intorno ai quindici-sedici anni (cfr. L'amante del re di Bertrice Small dove Blaze, la maggiore, viene data in sposa quasi sedicenne, appena divenuta signorina ed egual cosa accade alle gemelle Bliss e Blythe) .
Raggiera del 1840 eseguita da un argentiere di Milano, composta da: 34 spadini a cucchiaio, 2 spilloni decorati e 2 "olivette". Questa raggera è di proprietà di un componente del Gruppo Folk Bosino. |
Era usanza in alcune regioni acquistare uno spontone alla Prima Comunione di una bambina (all'epoca si faceva intorno agli undici-dodici anni) e uno spadinn per ogni compleanno da allora fino al diciottesimo o al ventiquattresimo, ecco anche il perché del numero 24.
Una ragazza fidanzata riceveva inoltre il giorno delle nozze uno spadinn dal suo futuro marito per ogni anno d'età, andando ad integrare il piccolo gruzzolo realizzato dalla famiglia.
La sperada era anche fatta in modo da denotare sempre la condizione della fanciulla nella società, a seconda della foggia si indicava se era nubile, sposata, con figli, ecc.
Le donne sposate, per esempio, indossavano nel semicerchio di raggi uno spadinn differente dagli altri che denotava ufficialmente la sua condizione di coniugata. Il numero e la qualità di spadini presenti nell'elaborata acconciatura era un motivo di ostentazione da parte delle donne del paese a riprova dell'agiatezza della famiglia di appartenenza, della munificenza del marito e della considerazione in cui la spùsa era tenuta.
Indossare la raggiera
Quasi indispensabile, è da premettere, erano capelli sufficientemente lunghi da poter essere raccolti almeno in trecce. All'epoca, come ricorderemo dai post sulle acconciature, non era certo una stranezza avere una folta chioma che arrivasse fino alla schiena, oggi forse non tutte le lettrici possono vantarla.
L'elaborata acconciatura a sperada di una donna sposata in abito tipico del varesotto |
Fatto ciò gli spadinn erano infilzati nel cerchio delle trecce in modo che sporgessero appena intorno al capo, lo spontone, invece, doveva essere ben visibile ai lati del viso.
Il lavoro di messa su della sperada era molto lungo e complesso, le donne la sistemavano una con l'altra, tra suocere, nuore e cognate, da sole era un'opera impensabile, e infatti una sperada storta, disordinata o asimmetrica poteva significare che i rapporti tra le donne di casa non erano molto buoni.
L'acconciatura, inoltre, non era risistemata ogni giorno, ma solo una volta ogni tanto, le donne dormivano con tutta l'impalcatura su proprio come le geishe, che andavano dal parrucchiere a rimontare la struttura una volta al mese. Per mantenere la pettinatura venivano utilizzati degli appositi poggiatesta come cuscini che sostenessero il collo, ma sollevassero la testa.
Renzo confessa a Lucia il rifiuto di Don Abbondio di celebrare il loro matrimonio |
È da dire che questo particolare accessorio, che noi conosciamo solo dalle illustrazioni dei libri di scuola, ebbe una grande risonanza all'estero, specialmente in Inghilterra e in Germania, dove venne esportato con successo, uno dei pochi casi della storia.
Nell'Ottocento, infatti, quando cominciarono ad essere di gran moda i capelli raccolti a chignon, si cercarono molti modi per adornare la propria pettinatura e le donne non si lasciarono certo sfuggire la possibilità offerta dalla corona lombarda, che in Italia, invece, era usata già da de secoli, sebbene facesse parte del costume popolare e non certo gli outfit della nobiltà. Nell'arco di un decennio, intorno al 1860, la raggiera raggiunse addirittura la vetta della classifica dei VIP, essendo portata e ostentata con orgoglio da regine e imperatrici, oltre che dalle nobili di corte.
Una delle più importanti sponsor fu la Principessa Carlotta di Baviera, successivamente conosciuta come Imperatrice Carlotta, moglie dell'Imperatore Massimiliano del Messico, fratello di Franz, che indossa questo accessorio in uno dei suoi più famosi dipinti che la ritraggono e che diede molto impulso all'acquisizione dell'usanza nei paesi germanici del sud.
Carlotta, in particolare, che prima d'essere Imperatrice del Messico era una delle Principesse austriache della casa d'Asburgo, aveva ricevuto in dono una sperada impreziosita da perle e raffinati ceselli, dalle suddite lombarde, quale omaggio alla Sua Maestà, la principessa aveva sfoggiato spesso l'accessorio in circostanze ufficiali e in dipinti di rappresentanza, scatenando un vero e proprio must have nella corte viennese e, successivamente, prussiana e monacense.
Carlotta d'Asburgo, Imperatrice del Messico, con la sperada regalatale dalle suddite lombarde |
Oggigiorno, ambito folkloristico a parte, le guazze sono rimaste ancora nella foggia della corona conferita a Miss Padania.
Simbolo dell'affermazione femminile in Brianza, è anche il logo di una associazione con fini femministi che porta proprio il nome di sperada e anche di un gruppo per il recupero delle tradizioni intitolato a Renzo&Lucia.
Link e fonti
Troverete parecchi link perché un po' sul web se ne parla, ma sempre con nomi e diciture differenti e quindi è difficile mettere insieme tutte le fonti di luoghi diversi, dove la chiamano chi ad un modo e chi all'altro.
Il primo passo è scoprire tutte le nomenclature di quest'oggetto...
Wikipedia IT | Guazze
Brianzolitudine | Brianza Hope
Culture Popolari e Tradizioni della Lombardia | Abiti e ornamenti | La sperada
Museo Etnologico Monza e Brianza | La sperada, ornamento dell'acconciatura femminile
Gerenzano Forum | L'eleganza dei nonni e la sperada delle nonne
MilanoFree Forum | La sperada o raggiera nella tradizione lombarda
Gruppo Renzo&Lucia | La raggiera
Gruppo Folk Bosino | La raggera
Federazione italiana tradizioni popolari | Gruppo Renzo&Lucia
Italian Folk Federation | Le guazze di Lucia
Experiments in elegance | Mystery Headdress and Lombardi National Costume
Spero davvero che il post sia stato interessante, non so se si è notato, ma ciascun titoletto utilizza un nome differente dello stesso oggetto, ci tenevo a sottolineare che, mentre all'estero la chiamano banalmente corona lombarda, da noi ha molti altri nomi specifici della regione e della foggia, così come anche le sue componenti.
Ci risentiamo al più presto, un bacione grande
Mauser
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19 agosto 2011
Come il Re Sole introdusse la parrucca
Fu tutta colpa sua se ormai, all'alba dei diciassette anni, ci sono ancora ragazzi che domandano al prof di Diritto se i giudici delle varie corti italiane indossino le parrucche come nei dipinti.
Se pensate che questa conversazione sia l'ennesima esagerazione, sappiate che io ne sono stata testimone durante il secondo anno di scuola superiore quando un mio compagno di classe ebbe l'ardire di porre un simile quesito.
Indubbio è che nel Settecento le parrucche, accessorio ormai quasi completamente tramontato [salvo che nei manga giapponesi dove sono ancora adoperatissime] fossero di gran moda, sia nella foggia a boccoloni che scendeva lungo le spalle, sia nella versione "acconciata" in riccioli sulle tempie e coda da mandarino cinese sulla nuca.
Come mai tutto questo successo per un complemento che aveva perso la sua fama dai tempi dei faraoni?
L'igiene, anche nelle corti più eleganti ed evolute d'Europa, era in condizioni spaventose. Abbiamo scritto qualcosa in passato e vi rimando agli appositi post per ulteriori approfondimenti. Enrico IV di Francia fu un grande sovrano, ma puzzava letteralmente per mancanza di pulizia. Luigi XIV, il famoso Re Sole, non era un bell'esempio per i cortigiani che assistevano alle sue abluzioni mattutine, un autentico privilegio per gli abitanti della sua sfarzosa corte: forse imbarazzato dalla loro presenza, si lavava pochissimo, solo le mani e la faccia, il che vi lascia intendere quali profumi provenissero dalla sua augusta persona e quali strati di sudiciume fossero incrostati nelle zone dove non batte il sole [e non parlo solo del fondoschiena].
I velluti, i colletti a piegoline, le gorgiere, i pizzi e i merletti candidi raccoglievano in abbondanza macchie d'unto durante i pasti [santo chi ha inventato il Viavà, in ditta è l'arma speciale per tutti quelli che usufruiscono della mensa aziendale con i suoi sughi], sudiciume, polvere, pulci e altri parassiti.
E poi ci lamentiamo se qualcuno non si lava le mani prima di sedersi a tavola...
I servizi igienici esistevano soltanto in qualche grande dimora, si diffondevano lentamente suscitando grande meraviglia come in questa descrizione di una marchesa inglese che frequentava Palazzo Belgioioso:
Se pensate che questa conversazione sia l'ennesima esagerazione, sappiate che io ne sono stata testimone durante il secondo anno di scuola superiore quando un mio compagno di classe ebbe l'ardire di porre un simile quesito.
Indubbio è che nel Settecento le parrucche, accessorio ormai quasi completamente tramontato [salvo che nei manga giapponesi dove sono ancora adoperatissime] fossero di gran moda, sia nella foggia a boccoloni che scendeva lungo le spalle, sia nella versione "acconciata" in riccioli sulle tempie e coda da mandarino cinese sulla nuca.
Come mai tutto questo successo per un complemento che aveva perso la sua fama dai tempi dei faraoni?
L'igiene, anche nelle corti più eleganti ed evolute d'Europa, era in condizioni spaventose. Abbiamo scritto qualcosa in passato e vi rimando agli appositi post per ulteriori approfondimenti. Enrico IV di Francia fu un grande sovrano, ma puzzava letteralmente per mancanza di pulizia. Luigi XIV, il famoso Re Sole, non era un bell'esempio per i cortigiani che assistevano alle sue abluzioni mattutine, un autentico privilegio per gli abitanti della sua sfarzosa corte: forse imbarazzato dalla loro presenza, si lavava pochissimo, solo le mani e la faccia, il che vi lascia intendere quali profumi provenissero dalla sua augusta persona e quali strati di sudiciume fossero incrostati nelle zone dove non batte il sole [e non parlo solo del fondoschiena].
I velluti, i colletti a piegoline, le gorgiere, i pizzi e i merletti candidi raccoglievano in abbondanza macchie d'unto durante i pasti [santo chi ha inventato il Viavà, in ditta è l'arma speciale per tutti quelli che usufruiscono della mensa aziendale con i suoi sughi], sudiciume, polvere, pulci e altri parassiti.
E poi ci lamentiamo se qualcuno non si lava le mani prima di sedersi a tavola...
I servizi igienici esistevano soltanto in qualche grande dimora, si diffondevano lentamente suscitando grande meraviglia come in questa descrizione di una marchesa inglese che frequentava Palazzo Belgioioso:
V'è un gabinetto con comodo inglese ove corre l'acqua, essendo il vaso di maiolica in declivio... l'acqua scorrendo velocemente e in abbondanza porta via ogni immondezza.
Domenico Volpi, La vita e i costumi nel Sei e Settecento
Ma tornando alle parrucche. Luigi XIV di Francia aveva scarsi capelli e dei foruncoli sulla testa, perciò pensò bene di mettersi una parrucca; trovando che essa aumentava la maestosità del suo aspetto la adottò in permanenza.
La sua idea non fu malvagia, dopotutto fu dettata sì dalla vanità, ma anche dal desiderio di migliorarsi, non di fare tendenza. Peccato che i nobili di corte, desiderosi di farsi notare agli occhi del sovrano e di sfoggiare l'ultimo grido di tendenza, imitarono il re e si dotarono tutti di boccolose chiome ciondolanti. La parrucca divenne così accessorio indispensabile dell'abbigliamento dei signori e la moda dilagò oltre la Francia in tutta Europa (cfr. Sul perchè la Francia fu la passerella d'Europa) e fin nelle colonie, anche là dove, per il calore, era piuttosto scomoda (pensiamo alle isole dell'America centrali del Golfo del Messico).
Le parrucche furono nel Seicento delle coperte di riccioli che scendevano fino a metà della schiena, nel Settecento divennero imponenti, via via poi si modificando diventando sempre più corte sul dorso, ma altissime sul capo e incipriatissime, zeppe di decorazioni finte come uccellini, fiori, merletti, mollette, fiocchetti, ecc.
Ecco un'interessante illustrazione che mostra come la parrucca maschile si modificò dai primi del Settecento fino alla metà del secolo
Ecco un'interessante illustrazione che mostra come la parrucca maschile si modificò dai primi del Settecento fino alla metà del secolo
Ci volle la Rivoluzione Francese per far cadere, con le teste, le parrucche dei nobili.
A seguire c'è la scena dal film Amadeus in cui il giovane Wolfgang sceglie la parrucca per la sua presentazione a corte e il suo incontro con Salieri, il compositore ufficiale.
Link e approfondimenti
Domenico Volpi, La vita e i costumi nel Sei e Settecento
Gail Durbin, Wig, Hairdressing and Shaving Bygones
Mauser
Domenico Volpi, La vita e i costumi nel Sei e Settecento
Gail Durbin, Wig, Hairdressing and Shaving Bygones
Mauser
8 febbraio 2011
Rimedio al rafano contro le insolazioni
Le donne proteggevano la loro pelle delicata con cappellini, parasoli e guanti e anche gli uomini non erano da meno, basti ricordare gli ombrelloni di seta e i drappi coprenti con cui i gentiluomini inglesi venivano trasportati con tutti gli onori per ripararsi dal forte sole egiziano, durante le visite agli scavi archeologici o per la permanenza indiana.
In tutta questa prevenzione accurata poteva accadere ugualmente che una ragazza si scottasse, per esempio cavalcando o giocando a volano e allora che fare?
Il fastidioso rossore che rimane per un paio di giorni non era considerato propriamente fine, ecco quindi che le zie e le mamme consigliavano alla giovane di lavarsi il viso alla sera con il latte non scremato, un trattamento garantito che avrebbe cancellato la bruciatura in pochissimo tempo.
Era un'ottima soluzione perchè il latte è un idratante naturale ricco di proteine e grassi che ammorbidisce la pelle e la panna un emolliente molto efficace, insieme combattevano alla perfezione questi inconvenienti al sole.
Questo trattamento era talmente all'avanguardia che, ancora oggi, chiamiamo latte solare la crema doposole. Il latte e le mandorle sono entrambi componenti ancora presenti nei doposole e negli anti scottature che usiamo d'estate e, in linea generale, anche efficaci [la sottoscritta non fa testo, è riuscita a bruciarsi andando al mare 4
Nel caso la bruciatura fosse molto evidente, c'era però anche un composto naturale a detta di molti infallibile:
Grattate finemente una radice di rafano e lasciatela ammorbidire nel latte per alcune ore, dopodichè impastate bene le due e adoperate il composto per lavare il viso mattina e sera. Risultati garantiti!
Consiglio personale: chiudete gli occhi quando applicate la polpa, il rafano ha un sapore molto forte e a me fa addirittura lacrimare gli occhi ad effetto cipolla, quindi prestate attenzione che non ve ne finisca dentro o piangerete a lungo ^__^.
I fatti: l'autunno scorso quando sono stata a Monaco, ci hanno portato a mangiare al ristorante sotto la Rathaus, il municipio cittadino, dove hanno servito squisite salsiccette di Norimberga con purea di patate, orribili crauti e uno sconosciuto trito di erbe.
Da brava schizzinosa ho subito scartato i crauti, che puzzano troppo per il mio naso perchè io riesca ad avvicinarli alla bocca, e così anche lo sconosciuto trito; la mia migliore amica che era con me, invece, che è un'erbivora, si è subito lanciata sul rafano proposto: in cinque secondi l'ho vista passare dal rosso al viola pansè, per terminare inun verde ramarro che mi ha preoccupata notevolmente.
Per due ore la poveretta non ha parlato, ma a gesti mi ha fatto capire che non mi sarei mai dovuta avvicinare al rafano in tavola. E aveva ragione.
Bene, anche questa ricetta è ultimata, quest'estate se qualcuna ha la passione di rosolarsi al sole tipo lucertola mi faccia sapere se funziona, io cercherò di non averne bisogno... -.-'
Baci
Mauser
6 febbraio 2011
La cosmesi al tempo dei victorians
Quando ero più giovane i miei compagni di classe mi prendevano spesso in giro perchè non mi vedevano mai ai piedi le fantomatiche scarpe Nike e mi chiamavano poveraccia a causa di ciò, invero devo confessarvi che io porto avanti una campagna di boicottaggio della Nike per quelle notizie trapelate da giornalisti di frontiera che avevano scoperto l'impiego di ragazzini giovanissimi nella catena di produzione.
A chi mi dice: tanto lo fanno tutti, io rispondo secondo il principio spartano: "sì, lo fanno tutti perchè il concetto stesso di produrre in massa il superfluo (non penso sia necessario cambiare paio di scarpe una volta ogni sei mesi) è bacato, e quindi applica principi bacati, tuttavia, secondo il principio citato poc'anzi , io ti punisco perchè ti sei fatto scoprire, ergo, sei un imbecille che non merita di stare sul mercato globale, tesoro, se vuoi la globalizzazione, questa è".
Comunque le scarpe non sono state l'unica cosa e ci sono momenti nella propria vita dove si è troppo giovani o troppo stupidi per lasciare che semplicemente le prese in giro ci scivolino addosso, io tacevo e poi mi facevo le paturnie, fosse adesso li ricoprirei d'insulti, ma si sa, con l'età i difetti si accentuano.
Vediamo cosa facevano in passato...
Rococò time
Una volta dall'estetista mi è capitato di riflettere su come fossero cambiate determinate manie di bellezza nelle donne e il primo pensiero, mentre una ragazza si faceva strappare le sopracciglia, è stato il constatare come questo fosse, per esempio, completamente in antitesi con le abitudini rococò dove sopracciglia folte e crespe erano all'ultima moda nella fastosa corte francese di Maria Antonietta.
Non mi credete? Invece è così, non solo le sopracciglia non venivano rimosse come è usanza piuttosto moderna per renderle sottili e definite, ma le donne se le pitturavano volutamente per renderle più spesse e scure, le spazzolavano al contrario perchè sembrassero ulteriormente folte e, in mancanza di un aiuto da parte di Madre Natura (quella di Puffi, ovviamente), se ne applicavano di finte.
Le satire dell'epoca non sono state indulgenti con queste poverette fashion-victim del tempo, in alcune scenette satirische che erano tanto di moda venivano ritratte mentr si applicavano dei topi morti sopra gli occhi: tutta raffinatezza!
Vanità by Francois Brunery |
A me personalmente fa un po' schifo, ma visto che non ho la più pallida idea di cosa contengano realmente le creme di bellezza L'Oreal, Garnier e altro reclamizzate in tv, non mi pronuncerò sulla cosa. Posso però dire che georgians e victorians se le andavano davvero a cercare! L'arsenico nelle pitture della carta da parati, il piombo nelle creme, il mercurio nei cappelli... se non morivano giovani era davvero un di più!
L'impiego del piombo abbiamo capito che non era proprio la trovata più intelligente, ma in moltissime culture di tutto il mondo si riconosce l'impiego del guano nella preparazione dei belletti, lo si ritrova sia negli impiastri rituali delle civilta precolombiane, una fra tutte quella Incas, ma anche nell'impasto del belletto della bianchissima maschera delle geishe, dove era espressamente richiesto che la cacca in questione fosse quella di un usignolo.
Se avete lo stomaco forte, date un'occhiata al video qui sotto che parla della toeletta di una signora georgiana ^__^
Cosmetici industriali
La cosmesi come scienza è antica, ma come business e fonte di denaro un po' meno, questo perchè nel Settecento il commercio e la produzione industriale non erano ancora sufficientemente evoluti per fare delle sprovvedute donne dell'epoca un target di prodotti miracolosi, esistevano parrucchieri e profumieri che si intendevano anche di belletti, fard e matite per occhi, ma la loro professione era abbastanza limitata sebbene quasi ogni donna della corte si servisse dei loro ritrovati.
Con il brusco cambio di rotta dell'epoca regency, che abolì qualsiasi cosa non fosse naturale, anche il commercio di prodotti di bellezza ricevette un duro colpo d'arresto.
Vanità by Auguste Toulmouche |
I profumi erano di gran moda (cfr. L'acqua di Parma di Maria Luigia), non altrettanto successo avevano rossetti e ombretti, la pelle doveva essere naturale e luminosa, non castigata sotto uno spesso strato di cerone biancastro alla moda di Ridge di Beautiful, pardon, volevo dire alla maniera rococò. Qualche ardita provò con molta intenzione a rilanciare la moda, si veda per esempio la Principessa Carolina di Brunswick, sposa di Giorgio IV, ma i tentativi furono dei fallimenti che la portarono ad essere etichettata come ridicola piuttosto che chic.
Nell'Ottocento, quando invece la tecnologia e l'intenzione di fare del denaro con i prodotti di bellezza c'erano, era invece considerato sconveniente che le ragazze si impiastrassero la faccia con pitture, colori e composti come avevano fatto fino a qualche decade prima.
Questo perchè erano le donne di malaffare a tingersi i capelli, imbellettarsi di rosso le guance e le labbra ed esaltare gli occhi.
Vi riporto un passaggio da uno dei miei libri preferiti: Una ragazza fuori moda di Louisa May Alcott, la stessa autrice di Piccole donne, ma io personalmente preferisco il primo alla storia delle sorelle March, principalmente perchè ero un'accesa sostenitrice della coppia Jo/Laurie, anche se lui era un po' vanesio, ma credevo fermamente nelle capacità di lei di redimerlo, invece è toccato a quella smorfiosetta di Amy...
Maud uscì dalla stanza. Non appena la porta si fu chiusa alle sue spalle Tom rivolse una domanda a Fanny, sottovoce:
«Fan, Trix si trucca?»
L'unica risposta fu una risatina soffocata.
«Ho il diritto di saperlo» riprese Tom, irritato.
Con una punta di panico Thomas Shaw cominciava a rendersi conto che il ruolo di fidanzato non era tutto rose e fiori.
«Che cosa ti fa suppore che lo faccia?» chiese di rimando Fanny.
«Be', insomma...» Tom appariva piuttosto imbarazzato.
«Non mi permette mai di baciarla sulle guance: solo di sfiorarle appena le labbra. Poi, l'altro giorno, mentre prendevo un fiore per metterlo all'occhiello, le ho fatto inavvertitamente cadere una goccia d'acqua sul viso. Volevo asciugarla, ma lei mi ha respinto ed è corsa allo specchio tamponandosi più volte con un batuffolo d'ovatta; quando è tornata aveva una guancia più rossa dell'altra. Non ho detto niente, ma ho cominciato a sospettare. Allora: si trucca o no?»
«Sì. Ma acqua in bocca, mi raccomando: se sapesse che ho svelato il suo segreto non me lo perdonerebbe mai».
«Non me ne importa: questa storia non mi piace affatto e deve finire.»
«Non puoi farci niente. Gran parte delle ragazze si truccano con cosmetici in crema o in polvere; si scuriscono le ciglia con forcine bruciacchiate e prendono acqua di colonia su zollette di zucchero oppure un po' di belladona per avere gli occhi più lucenti. Clara ha provato anche l'arsenico per migliorare la sua carnagione, ma la made gliel'ha proibito.»
«Voi ragazze siete un mucchio di imbroglione. Ame le ragazze imbellettate come attrici non piacciono affatto» replicò Tom con aria disgustata.
Louisa May Alcott, Una ragazza fuori moda
Come si sa, comunque, la voglia di apparire migliori è inarrestabile e la diffusione di questa scienza della bellezza e del suo commercio, sebbene inizialmente malvista, continuò a svilupparsi fin tanto che si divenne sempre più tolleranti e alla fine creme, belletti e pitture, che dopo il periodo rococò erano stati dimenticati, ritornarono di moda, sebbene in maniera meno vistosa.
L'erbolario: dalla natura con terrore
Visto che la chimica stava ancora muovendo i suoi incerti passi, in passato il più fedele amico di una donna era il suo orticello di erbe officinali o, in alternativa, il farmacista.
La Toilette Autore sconosciuto |
La belladonna, per esempio, era ampiamente adoperata per far sì che gli occhi acquistassero luminosità, il che non sarebbe un cattivo effetto, se la pianta non appartenesse alla stessa famiglia di pomodori e patate. Ok, che c'è di stano? Pomodori e patate non sono tossici, li mangiamo... invece no!
Le foglie di pomodoro o di patata sono velenosissime, tanto che possono uccidere un uomo adulto in breve tempo e la stessa ingestione in quantità ridotte provoca effetti da avvelenamento evidenti e terribili.
Anche la belladonna è un veleno portentoso, inutile quindi dire che, chi eccedeva nell'impiego, rischiava una fine molto tragica.
Per schiarire la pelle un preparato casalingo a base di oppio sortiva ottimi effetti. Splendido, si diventava dei cocainomani per far sembrare la pelle più giovane...
Durante il XIX secolo iniziarono perfino a nascere dei centri di bellezza, uno particolarmente famoso in Bond Street di Madame Rachel, che prometteva la bellezza eterna [sembra la strega di Biancaneve -.-'], peccato che tra gli ingredienti delle sue rinomate creme e paste di bellezza figurasse l'arsenico, di cui abbiamo ampiamente parlato in passato, quindi forse, più che Biancaneve, bisognerebbe citare La morte ti fa bella, che ne dite?
Ma dopotutto, come dice il proverbio: se bella vuoi apparire, dal dolore devi morire, sebbene la mia estetista mi abbia assicurato che ne esista anche una versione decisamente meno violente che dice se bella vuoi apparire, un poco devi soffrire ed io apprezzo molto le sue intenzioni, sul serio...
...e Il diavolo veste Prada è maestro.
Per contro di un sempre maggior numero di ragazze che si truccavano (poco e soprattutto non vistosamente), alcune donne della vecchia guardia condannavano severamente questi comportamenti, ad esempio la giornalista Eliza Lynn Linton, che in un articolo del 1868 lancia una forte invettiva, sostenendo che questi comportamenti stavano facendo marcire da dentro la società e uccidendo la religiosità delle ragazze in un conflitto con l'apparire esteriore.
The admiring glance by Auguste Toulmouche |
Il prosieguo della storia lo conosciamo tutti: negli anni Venti del Novecento andarono di moda i capelli scoloriti verso il rosso (come le prostitute dell'Ottocento O.O), nel dopoguerra il rossetto rosso era un must di tutte le più grandi attrici: Marlene Dietrich ha fatto scuola, ma anche Joan Crawford, Marylin Monroe e anche la più grande trasgressione femminile dopo il divorzio.
Intanto la Loren e la Lollo fanno tendenza oltreoceano lanciando le supermaggiorate mediterranee stile lavandaia settecentesca prima di essere soppiantate dall'esile ed eterea, eterna Audrey Hepburn.
Negli anni Sessanta arrivano la minigonna e i capelli cotonati, Doris Day passa alla storia come la biondina della porta accanto e nel decennio dopo Brigitte Bardot come la biondona dell'altra porta lanciando la trasgressione degli occhi bistrati pesantemente di nero che saranno un cult degli anni Settanta, dovedopo Woodstock, anche gli uomini inizieranno a truccarsi e per cantare non sarà più necessaria la cravatta.
Da Marilyn, stavolta Manson, ai Tokio Hotel il passo è breve...
Detto ciò, mi sono appena rovinata l'appetito.
Da leggere
Consiglio sicuramente la lettura del seguente libro, acquistabile su Amazon.it (sì, Amazon è ANCHE in Italia!!!), sebbene non ne esista la traduzione in italiano...
Madelene Marsh, Compacts and Cosmetics: Beauty from Victorian Times to the Present Day
Noi ci ritroviamo presto con qualche ricetta di bellezza che sono riuscita a recuperare durante le mie ricerche ^___^
Baci a tutti
Mauser
Ricetta per sapone vellutante a base di limone
Nessuno crede che queste rinunciassero a belletti e trucchetti, ma lo facevano con moderazione o, quantomeno, in modo non vistoso poichè se avessero ecceduto nel belletto, il ton si sarebbe accanito su di loro chiamandole meretrici e adescatrici.
Dovendo quindi rinunciare al fard e all'ombretto, erano molto di moda le ciprie per uniformare la colorazione del viso, antenate dei moderni fondotinta super-mega-coprenti che ti fanno assomigliare ad un cadavere imbalsamato, ma altrettanto popolari erano le creme vellutanti per rendere la propria pelle un portento.
Moltissime donne della medio-bassa borghesia avevano le mani che profumavano di limone, se si curavano, e così come loro anche le popolane e le ragazze di fabbrica: l'aroma penetrante del limone serviva non solo a pulire e purificare la pelle delle mani, ma a dare un odore piacevole, a volte coprendo quello sottostante, inoltre era molto duraturo e difficile da scacciare, a fine giornata il particolare effluvio poteva essere ancora presente.
Vi riporto una delle molte ricette che potevano essere preparate in ambito domestico per cercar di migliorare il pietoso stato delle mani di una donna che lavora: callose, dure, ruvide e sciupate.
Come dice Sophia Sydney nel libro della Kleypas L'amante di Lady Sophia, dalle mani di una donna [che lavora] si può sempre capire la sua età.
Sante parole...
Ricetta per sapone vellutante a base di limone
- 60g di succo di limone
- 30g di olio di mandorle amare
- 60g di sapone in polvere
Mescolare accuratamente il tutto finchè il composto non raggiungerà una consistenza morbida e vellutata simile a quella del miele.
Adoperare la crema così ottenuta come maschera di bellezza, applicatela sulviso e lasciatela riposare per15/30 minuti, così che si ammorbidisca la pelle e gli estratti del limone la purifichino, poi sciacquate il tutto.
Spero che l'approfondimento sia stato interessante, ci vediamo domani con la prossima ricetta.
...e prometto di cercare di trascurare eventuali rimedi a base di oppiacei, urina, sostanze tossiche assortite e schifezze varie.
Mauser
15 dicembre 2010
Piccoli gesti di igiene quotidiana
Un po' per continuare la serie di post che volevo dedicare all'igiene e un po' per rispondere all'ulteriore domanda di Sara, rieccoci a parlare della salubrità della vita.
Ad essere del tutto franchi, se quello dell'altra volta vi è sembrato un post che già metteva in luce le manchevolezze igieniche del passato attraverso l'assenza di determinati sanitari o utensili di vita, vi informo da subito del fatto che troverete all'interno delpresente particolari a dir poco raccapriccianti e che andranno ad infangare l'immagine di idilliaca società vittoriana che molti hanno nella loro testa.
Io mi auguro di essere in grado di trattare l'argomento con sufficiente finezza da non togliere il sonno a nessuno e non adoperare termini che possano essere dubbiamente interpretati oppure fastidiosi, vi prego comunque di tenere a mente l'argomento di cui parliamo: cercherò di essere professionale e adoperare un gergo prevalentemente medico/scientifico per non infastidire.
Vero, le condizioni igieniche e salutari erano indescrivibili, ma non giudicate troppo severamente i victorians, molte scoperte scientifiche e mediche dovevano ancora affacciarsi al mondo, inutile parlare di igiene, quando era molto lavarsi una volta al mese. Inutile parlare di sterilizzare gli strumenti chirurgici, se intanto non c'erano i mezzi.
L'arretratezza tecnologica era sicuramente un handicap non da poco; per il progresso dell'igiene, mancando i mezzi per ottenere le conoscenze o per portare certe abitudini nel quotidiano, c'era ben poco a cui fare appello, non per tornare sempre sugli stessi episodi, ma il
Principe Alberto morì a causa di una febbre non diagnosticata ed era un principe! Se morivano i re a quel modo, figuriamoci i poveracci, che di certo non se la passavano meglio... quante regine sono morte di parto o per complicazioni delle gravidanze? Quante di loro sono morte di vaiolo? Perfino colera e scarlattina erano comunemente diffuse tra le case imperiali e, rammento, la dissenteria era quasi mortale... il marito di Caterina II di Russia, Pietro III, si dice morì proprio di dissenteria; in realtà è quasi accertato che una cospirazione con al centro la futura zarina sia stata ordita per eliminare l'inetto Pietro, ma nessuno si scandalizzò alla notizia e, mentre oggi la cosa suscita una certa ilarità, oltre alla coscienza della responsabilità della sovrana, all'epoca sembrava trattarsi di una fine assolutamente normale.
Vediamo nel dettaglio alcuni degli esempi più classici di igiene, analizzandoli dal punto di vista vittoriano e georgiano e pensiamo a quanto la sfaccettatura che assumevano fosse diversa da quella moderna anche per via della mancanza di mezzi.
Lavarsi le mani
Quando si è bambini, fin dall'asilo, maestre e genitori predicano ai figli di lavarsi sempre le mani: dopo essere tornati a casa, dopo essere scesi dai mezzi pubblici, dopo mangiato, prima di sedersi a tavola, quando ci si macchia o sporca.
Sagge precauzioni per limitare la possibilità di infezioni o dei terribili germi di cui la Lisoform è così ghiotta, ma questo presuppone una costante non da poco: l'acqua e magari, perchè no, il sapone.
L'acqua è la base della civiltà umana, dai tempi degli Egizi e dei Sumeri, e ancor più indietro nella Preistoria, l'acqua è al centro della vita e senza è difficile sopravvivere, ma se l'acqua non è disponibile proprio in quel punto o in quel momento?
Solo le ville e i palazzi di una certa importanza possedevano un pozzo personale, gli altri si rifacevano al pozzo del paese, che magari non era proprio a due passi: come si faceva a lavarsi? Si andava al villaggio o al fiume? Ma se quando si tornava a casa bisognava ri-lavare le mani, come ci insegnano oggi, qualche conto non torna...
Ecco quindi che, soprattutto tra il popolo, si desse ben poca importanza a mangiare con le mani pulite, certo le massaie chiedevano sempre ai mariti di lavarsi, ma chi lo faceva? Ricordate la scena di Sette spose per sette fratelli, quando Milly per costringere i fratelli a lavarsi e sbarbarsi prima ruba loro i vestiti e li lava di nascisto e successivamente li minaccia di non dargli più da mangiare se questi non si fossero puliti. E allora perchè non ricordare anche Biancaneve, dove la bella principessa costringe gli scorbutici nanetti a lavarsi, con conseguente scena di Brontolo che viene costretto a farsi un bagno?
Se i contadini, quindi erano costretti ad una minima forma di igiene da parte delle mogli e delle autorevoli figlie, i nobili e i ricchi borghesi erano apparentemente più attenti: sulla tavola venivano sistemate ciotoline di acqua e limone in cui sciacquare le dita prima, dopo e durante i pasti, solo che senza sapone è un po' difficile estirpare i germi... anche loro non eccellevano in pulizia, quindi.
Il maggior sponsor della pulizia delle mani, comunque, sarà il colera che si diffonderà in Inghilterra nel 1831 e che scatenò il panico tra la popolazione, che per salvarsi era disposta a qualsiasi cosa, anche a lavarsi!
Lavarsi i denti
Fatevi due risate, giusto per non morire dal raccapriccio. Gli spazzolini super-ulta-mega-fantasmagorici Oral-b e AZ dovevano ancora nascere, semplicemente non esisteva l'abitudine di lavarsi i denti, tanto a che serve? [io ne vengo oggi da una visita dal mio dentista che, di solito, fa più male al mio portafoglio che ai miei denti].
L'immagine più disgustosa al riguardo che potete immaginare è quella di una tavola di contadini o piccoli commercianti che, dopo il pranzo di Natale si puliscono i denti dai rimasugli di tacchino con un ossicino o un pezzettino di legno pescato dal primo cespuglio di passaggio.
Dalla metà dell'Ottocento si comincerà a dare una certa importanza al sorriso, una ragazza doveva sorridere con grazia e senza far morire il proprio corteggiatore per la bruttezza dell'espressione, ecco quindi nascere l'igiene orale: un composto a base di bicarbonato di sodio e limone faceva le veci del dentifricio e, posso assicurare, funzionava alla grande!
Peccato che il bicarbonato, oltre allo sporco, togliesse anche lo smalto dei denti... ancora oggi per alcune persone e per determinati problemi alla dentatura, bicarbonato e limone vengono consigliati dal dentista al posto del più comune dentifricio, che è un concentrato di sostanze chimiche non sempre benevole verso il nostro organismo, per questo è assolutamente sconsigliato ingurgitarlo, così come anche le gomme da masticare.
Certo, la dieta povera preservava i più fortunati, grazie all presenza di molte verdure e poco grasso o zucchero (anche gli orientali che consumano molte verdure e riso hanno denti bianchissimi), ma ad ogni modo, fino a dopo la Seconda Guerra mondiale era cosa assolutamente normale avere denti giallastri o anneriti, alcuni mancanti, così come lo era farsi fare la dentiera a trent'anni oppure farsi rimpiazzare quelli marci con i classici denti d'oro.
Era la medesima storia sia per gli uomini che per le donne e, se tra le persone borghesi cominciava a diffondersi l'uso dello spazzolino, certo non tra il popolo che rimarrà a combattere problemi odontoiatrici e carie fino ad oggi.
Un valido aiuto alla propria bocca era apportato dalla radice di liquirizia che aveva notevoli proprietà: antiulcera, emolliente, rinfrescante, espettorante, corticostimolante ed antiflogistica. I
contadini la masticavano in continuazione e questo favoriva un certa pulizia della dentatura, oltre a diversi altri meriti.
La radice di liquirizia era l'antenata del chewing gum, solo che era molto più salutare, visto che il primo favorisce nervosismo, acidità di stomaco, problemi di fegato, urlcera e induce al bruxismo, la pratica di digrignare i denti durante il sonno. Anche per i denti, le migliorie che può apportare non hanno paragone rispetto ai mali. Ciò che non viene detto è che le sostanze contenute nelle moderne gomme da masticare corrodono lo smalto dei denti, non, come dicono nelle pubblicità, lo rinforzano, inoltre aumentano il ph della bocca e contribuiscono a inibire temporaneamente le papille gustative situate al centro della lingua, col risultato che, a lungo andare, si perda la percezione del gusto, che risulterà sempre più blando e insipido.
Senza contare che rappresentano un problema ambientale non di secondo piano e anche antiestetico.
Per approfondimenti ilGiornale.it,BenessereBlog.it.
Alito cattivo
L'alito cattivo, si dice, è una peculiarità degli inglesi.
Partendo da questo presupposto, lasciate ogni speranza, o voi che entrate.
Esattamente.
Se l'igiene orale era praticamente inesistente, era conseguenza inevitabile che ne risentisse l'alito, ma non solo per via della mancata pulizia, che certo faceva la sua parte, anche una dieta non proprio corretta, specie tra i ricchi, contribuiva a peggiorare la situazione, così come anche il consumo di alcolici: l'alcolismo nell'Ottocento era un problema diffuso specie tra le classi operaie, dove uomini e donne di bassa estrazione affogavano la loro disperazione nel gin e nel rum, i liquori più economici, spendendovi tutti i loro averi e, spesso, mandando sul lastrico la propria famiglia.
Se avete visto il film Il marchese del grillo di Mario Monicelli, da poco scomparso, con Alberto Sordi nella parte del personaggio del Marchese Onofrio, ricorderete una scena in cui il compare di Sordi, Ricciotto, fa notare all'amico
Riferendosi alla sorella di lui, Camilla; il marchese, tuttavia, ostinatamente fa finta di non accorgersene per "non darle la soddisfazione". Qui il link, l'episodio è al minuto 1:32.
Quindi, cara Sara che mi hai chiesto informazioni al riguardo, rinuncia pure ai sogni dei romance, che non descrivono mai gli aspetti più schifosi dell'esistenza: nei libri gli eroi e le eroine hanno sempre una batteria di denti definiti bianchissimi, ma in realtà le cose erano ben diverse.
Tali ottimistiche descrizioni derivano dal fatto che i romance sono prodotti moderni dove se uno ha i denti un poco storti viene mandato di filato dal dentista per farsi torturare quattro anni con un apparecchio a tiranti, molle e campate che neanche il ponte di Messina sarebbe tanto... ma una volta le realtà erano altre.
Il bagno
Era usanza lavarsi una volta a settimana, sia per le signore che per i gentiluomini, ma le abitudini variavano da persona a persona.
Solitamente si richiedeva un bagno ai propri servitori dopo essere usciti a cavallo per qualche passeggiata o battuta di caccia, poichè lo sforzo fisico fa sudare, e inoltre ci si sporcava non poco di fango ed erba. La cosa che, personalmente, mi fa più ridere è quando, nei libri, gli eroi che hanno a che fare coi cavalli o nelle stalle hanno sempre un odore di cuoio, misto ad un virile aroma speziato.
Qui autori e autrici devono proprio infiocchettarla bene la cosa, perchè tra sforzo fisico e contatto coi cavalli, non era certo cuoio l'odore che si sentiva, ma sterco di animale, paglia che marcisce e pastone per gli animali. Insomma, non esattamente eau de toilette...
Quando leggete queste descrizioni così rosee, vedetela dal punto di vista di allora (spero sempre che questo sia quello che volevano ottenere gli autori): un uomo che puzza di cavallo, cuoio e sudore dopo una cavalcata in campagna o aver lavorato nella stalla e nei recinti era cosa assai normale, neanche l'eroina sarebbe stramazzata a terra disgustata, visto che anche per i ricchi era cosa normale, semplicemente.
Pensate che molti gentiluomini in visita alle amate arrivavano a cavallo, figuratevi che effluvio... ecco perchè era cosa buona e giusta farsi un bagno appena rientrati alla propria tenuta.
Inoltre molti signori e signore a volte richiedevano un bagno dopo un ballo o un ricevimento, questo principalmente per rilassare le membra affaticate da tutto quel ballare e dallo stare in piedi, che è estenuante, specie con le scarpe sbagliate: l'acqua tiepida è assolutamente una manna del cielo e un'usanza anche moderna.
Il bagno comune era fatto dopo la cena, ci si immergeva nella tinozza e ci si crogiolava nel tepore dell'acqua, che più che tepore non era, visto che era scaldata col fuoco...
D'altra parte, i ricchi avevano la possibilità di un bagno caldo, i loro servi si sarebbero lavati dopo di loro, nella tinozza con l'acqua ormai raffreddata (per non sprecarne altra) e i poveri avrebbero optato per un bel tuffo nel locale fiume.
Igiene dei capelli
Note dolentissime. Pidocchi e pulci erano comunissimi non solo tra il popolino, ma anche tra i ricchi e le elaborate parrucche settecentesche erano un ottimo veicolo, pensate che molte signore usavano nascondere nella miriade di riccioli speciali attrezzi per grattarsi la cute o la schiena!
Perchè i capelli erano così sporchi? Perchè ci si lavava poco, ma la capigliatura ancora meno perchè con le tonnellate di capelli lunghissimi e la mancanza di phon, lavarli e asciugarli era un'impresa ciclopica.
Se gli uomini potevano permettersi di andare da un parrucchiere, le donne possedevano domestiche e cameriere che spazzolavano e acconciavano loro i capelli, ma avevano anche qualche problema in più.
Una donna che avesse deciso di lavarsi i capelli dopo cena, quando era abitudine lavarsi, sarebbe stata costretta ad andare a dormire tardi e inevitabilmente con la chioma ancora umida, un buon punto di partenza per raffreddori e simili, specie durante il rigido inverno.
La chioma veniva lavata nella tinozza o in una bacinella con sapone e poi con composti che la rendessero lucida e splendente (cfr. Consigli vittoriani per i capelli), profumata con oli a base di rosa, caprifoglio e mughetto (principalmente per profumarla, ormai i moderni shampoo possiedono già profumatori per tutti i gusti) oppure lino e visone (per renderla lucidissima, per chi volesse provarli, l'olio ai semi di lino si acquista in profumeria o erboristeria, ma usatelo con moderazione!) che andavano mescolati all'acqua o applicati alle ciocche, dopodichè il tutto era infagottato in un telo di lino e strofinato con foga per eliminare l'acqua in eccesso, infine ci si sedeva sole o in compagnia della propria sorella o dama di fronte al caminetto e si iniziava a spazzolare le chilometriche ciocche con una spazzola naturale finchè non fossero state asciutte e voi avreste avvertito una
disarticolazione muscolare di spalla, deltoidi e muscoli assortiti; quest'abitudine è ben visibile nello sceneggiato BBC del 1996 di Orgoglio e Pregiudizio dove spesso le sorelle Bennet discorrono davanti al fuoco, spazzolandosi le chiome.
Se era d'estate e la ragazza si era lavata nel fiume, come nel caso di contadine, lattaie ecc, allora poi si sarebbe potuta stendere al sole nei campi, lasciando che i raggi asciugassero le ciocche, non so se qualcuno la ricorda, ma quando ero bambina ascoltavo una canzone tratta da Carosello che si chiama Susanna verso il sole che era molto graziosa, era cantata da Elisabetta Viviani, colei che poi darà la voce alla splendida sigla di Heidi, anche se quella che sentivo io, ancora su musicassetta, era del Coro Fonola: se volete ascoltarla cliccate qui; tenete conto che per metà della mia vita io avrei voluto chiamarmi Susanna proprio per questa canzoncina ^__^
Inoltre quando ero bambina e portavo anche io i capelli lunghi, che al tempo mi arrivavano fino in fondo alla schiena, asciugarli dopo la piscina o il bagno era sempre un supplizio infinito, bisognava stare ore e ore sotto l'asciugacapelli, mi immagino che vita dovessero fare le bambine dell'Ottocento in una analoga situazione, visto che la lunghezza della capigliatura era pressappoco la medesima.
I capelli lunghi, d'altra parte, sono considerati femminili nella maggior parte delle culture e acconciarli è un'arte in tutto il mondo, basta pensare alle elaborate trecce africane, alle capigliature delle principesse indiane o alle nobildonne dell'epoca Tang in Cina. In Giappone erano di moda sciolti e si vedono stupende pitture del periodo Nara o Heian.
Ancora oggi, se siete appassionati di anime e manga come la sottoscritta, saprete che molte volte i protagonisti delle storie presentano capelli fantasmagoricamente lunghi, leggete: Sailor Moon, Wedding Peach, Inuyasha (sebbene questo sia abbastanza attinente con la reale lunghezza delle chiome dell'epoca Sengoku), Chobits, Vampire Knight, Ufo Baby, Perfect Girl Evolution, Haruhi Suzumiya, ecc.
Direi comunque che il discorso capelli lunghi sia in tema, visto che è uscito da poco il nuovo film Disney intitolato Rapunzel dove la principessa protagonista ha capelli magici lunghi cento braccia (secondo la fiaba originaria)!

I propri bisognini: urina e feci
Qui andiamo veramente sul difficile, spero che voi abbiate il pelo sullo stomaco... i propri bisogni all'epoca erano fatti nel vaso da notte, lo si adoperava al mattino, alla sera e ogni volta che se ne aveva la necessità, era usato sia per l'urina che per le feci, quindi immaginatevi che profumi... proprio per questo il vaso era provvisto di coperchio. Questo era valido sia nel caso di uomini che di donne.
Per le donne esisteva anche il bourdaloue, da adoperarsi in quelle occasioni dove non ci si poteva recare alla ricerca di un vaso e si era infagottate in chilometri di vestiti da cerimonia, il bourdaloue era un utensile a forma di 8, simile alla seduta di un bidet, ma più piccolo e sprovvisto di gambe, realizzato in materiale leggero come legno o ceramica, era fatto per le occasioni mondane e veniva fatto passare sotto le innumerevoli gonne e sistemato da una solerte (e sfortunata) cameriera tra le cosce della signora dove, nascosta dalle crinoline, questa avrebbe fatto i propri bisogni, dopodichè avrebbe fatto un cenno alla serva, che in maniera discreta avrebbe tolto il bourdaloue e l'avrebbe fatto rapidamente sparire insieme al suo contenuto.
Ma se la signora in questione fosse stata in giro a passeggio? In mancanza di vaso, la soluzione era una sola e non mi sto riferendo al darsi alla macchia tra i cespugli, accucciate con le gonne tra i denti. Nossignore, quelli erano comportamenti da popolane e mungitrici, le donne vittoriane di una certa classe avevano sviluppato un senso del disgustoso molto particolare: avvertito lo stimolo mentre si era a passeggio ci si fermava un attimo, magari fingendo di conversare con l'amica (le passeggiate erano molto lente e raramente da sole) e si faceva i propri bisogni lì, sul posto: in piedi!
Vi scandalizza la cosa? A me personalmente sì perchè tutti questi vittoriani pieni di fisime sul corpo, maniaci della rispettabilità erano controsensi viventi.
E pensate che la cosa fosse diversa nel caso si dovesse fare altro, oltre la pipì?
No, tristemente il procedimento era identico. Si faceva il bisognino e poi si proseguiva come se niente fosse, mentre lo strascico passava elegantemente sopra il ricordino che si era lasciato sul ghiaietto: la punizione divina.
...e poi ci lamentiamo di quelli che portano i cani a sporcare nelle aiuole...
Mi immagino che meraviglia dovessero essere calze, scarpe e mutande.
Ma, vi potreste chiedere, come facevano le signore a lasciar cadere il tutto senza che questo rimanesse nei mutandoni o non imbrattasse il tutto? Bene, bisogna fare un salto indietro al post riguardante la Biancheria intima, in quell'intervento avevo descritto come erano strutturati i mutandoni da signora e, sicuramente, ricorderete che i mutandoni erano costituiti da due gambe di tessuto unite in vita da una fettuccia, ma non esisteva il cavallo: le due estremità non erano cucite assieme, di conseguenza esisteva un buco proprio lì in mezzo [non proprio un sistema anticoncezionale d'eccellenza, ma vabbè].
Per gli uomini, grazie al cielo, le cose erano migliori, esistevano bagni pubblici con orinatoio oppure alla turca dove, sotto pedaggio, si entrava a fare i propri bisogni quando si aveva necessità, il che era un bene perchè non sarebbe stato molto raffinato trovarsi di fronte un duca o il marchese di Carabas che, preso dal bisogno, si era appena fatto la pipì nei calzoni come un bambinetto la notte.
Anche i vestiti erano concepiti meglio, infatti l'abbigliamento maschile prevedeva la cosiddetta patta, quel quadrato di tessuto ripiegato all'insù che partiva dal cavallo e arrivava fino in vita, chiuso da bottoni sui due lati, ecco, era sufficiente abbassare la serranda e si era pronti per il proprio lavoro.
Igiene intima
Qui stavamo messi anche peggio dell'igiene dentale.
Toccare i propri genitali, anche con intenzioni serie di pulizia, era considerato sconveniente, sia per gli uomini che per le donne, al limite dell masturbazione [che a mio modo di vedere è un'altra cosa].
Terrorizzati dal fanatismo religioso, i victorians non si lavavano.
Durante l'epoca Regency la diffusione di un rudimentale bidet aveva portato qualche progresso, progresso però destinato a fossilizzarsi per molti anni finchè, passato il boom del terrore indotto dal commettere peccato, le persone riprenderanno a lavarsi.
Il minimo sindacale di pulizia di certe zone era una strofinata con uno straccio bagnato durante l'immersione nella tinozza, non ci si soffermava troppo a lungo, casomai potessero pensar male... inutile dire che, anche per questo, la qualità dei rapporti sessuali non era eccellente e non solo tra marinai e donnacce di strada.
Cambiarsi i vestiti
Abitudine molto moderna, derivante soprattutto dalla moltitudine di abiti a buon mercato che tutti possono acquistare, quindi anche i più poveri possono possedere un guardaroba ben rifornito di capi d'abbigliamento.
In passato uomini e donne avevano ben poco con cui abbigliarsi, ecco quindi che il vestito che indossavano poteva essere anche l'unico che possedevano: nel film Sette spose per sette fratelli, ambientato tra i rudi abitanti del West, quando Adamo sposa Milly, ella non ha che l'abito azzurro che porta, infatti lui le suggerisce di adattarsi la cassa di vestiti che fu di sua madre: ora, se i vestiti di una donna, di tutta la vita, stanno in una cassa... beh, non erano poi così tanti, credo.
Questa era la situazione dei poveri, non si faceva molto caso alle macchie di fango e ai rattoppi, anche a vista o di fortuna, un vestito veniva rammendato e rattoppato sempre, non si buttava qualcosa solo perchè si era sgualcito e la mia nonna è ancora capace di eseguire il rammendo su rammendo, ovvero rammendare un rammendo ormai scucito e rovinato.
Per i ricchi le cose erano diverse: se si aveva la disponibilità economica si cambiavano diversi abiti al giorno e ci si rifaceva parte del guardaroba una volta all'anno, sempre nell'ottica di non apparire a troppi ricevimenti o eventi mondani con lo stesso abito, che avrebbe fatto molto poveraccio.
Una ragazza che veniva presentata per la Stagione mondana doveva avere una fornitura fresca e completa per l'occasione, una bella spesa, con i prezzi che avevano le sarte.
Ma le donne meglio vestite, di solito, non erano le regine o le mogli di ricchi gentiluomini, bensì vedove e le amanti, che solitamente erano la stessa cosa perchè molte vedove desiderose di mantenere il loro posto in società, ma anche di tenere stretta la libertà conquistata col lutto, se giovani e piacenti si offrivano come amanti di annoiati signori. Mentre i re mandavano in giro le loro consorti quasi abbigliate di stracci alla maniera di Cenerentola, invariabilmente fuori moda rispetto alla corte che le criticava apertamente, le amanti possedevano l'ultimo grido in fatto di vestiti e gioielli e conti aperti presso sarte e orafi.
Questi ricchi abiti di cui si adornavano le donne in passato, spesso intessuti di filo d'oro o d'argento, decorati con pietre preziose incastonate nella trama e nei ricami e guarniti con pizzi pregiati provenienti da monasteri di suore belghe, non erano da buttare in lavatrice a 40°C, non venivano neanche lavati, ma semplicemente spazzolati con cura dalle dame del guardaroba dopo ogni utilizzo, venivano apposti impacchi zuppi d'acqua profumata per eliminare l'odore del corpo e del sudore e anche dei profumi particolarmente aggressivi di cui ci si innaffiava, erano rammendati se necessario e smacchiati con bicarbonato, limone, talco o olio e infine riposti nuovamente. Per gli abiti di gala, questa era la procedura.
Più semplice con gli abiti da giorno: i completi da amazzone o da cavallerizzo erano spazzolati vigorosamente con una spazzola di setole dure in cinghiale per eliminare le tracce di fango ed erba e, solo se necessario, lavati, quest'ultima operazione era eseguita solo se indispensabile perchè la tecnologia di tessitura della lana faceva sì che, anche quella pettinata, si infeltrisse, mentre il velluto perdesse la sua lucentezza.
Camicie, camicette e camiciole erano invece lavate spesso, settimanalmente erano mandate alla lavandaia del paese oppure alle donne della casa adibite al bucato e smacchiati con cura a mano una per una.
I corsetti non si lavavano, perchè questo avrebbe rovinato la forma e la sagoma rigida interna, così come non si toccavano le crinoline, sebbene si lavassero le imbottiture in tessuro, i cosiddetti cùl, giusto per essere fini...
Venivano lavati anche guanti, fazzoletti e colletti finti, calze, calzini e biancheria in genere.
Pulizie in casa
Forse la qualità della vita non era eccellente, forse non era il massimo dividere la propria branda con gli animali della fattoria, ma sicuramente in passato anche i più poveri si prodigavano maggiormente nelle pulizie domestiche, molto più di quanto si faccia oggi o si immagini anche solo di fare.
Se nei moderni appartamenti è concesso alla massaia di lavare in terra una volta a settimana, cambiare le tende una volta all'anno e passare la cera ogni sei mesi, in passato queste erano attività molto più ricorrenti.
In certune case la biancheria del letto viene mantenuta per un mese intero, in passato mai più di una settimana, le tende cambiate una volta al mese, la cera stesa quasi tutti i giorni, o almeno una volta la settimana. Utilizzando spesso i caminetti per riscaldarsi, un'attività frequente era quella di rimuovere la cenere che si accumulava nei focolari, compito solitamente attribuito al gradino più basso delle cameriere o alle sguattere.
Certo, le donne moderne hanno una scusante perchè la maggior parte di loro lavora 8 o 10 ore al giorno, uscendo di casa la mattina alle sette e non rimettendoci piede se non dopo 12 ore, una volta invece la donna viveva, più o meno metaforicamente, incatenata al focolare e la sua giornata comprendeva, come lavori, proprio pulire e rassettare. Almeno una spazzata in casa e rifare i letti erano cose quotidiane. Si mettevano i copriletti e i guanciali a prendere aria, si sbattevano i tappeti e si toglievano le ragnatele, da questo punto di vista, l'esosità delle donne delle pulizie ha portato ad un peggioramento delle nostre condizioni, sebbene nessuno si sia ancora ritrovato a dormire, senza metafore, a letto con un maiale.
Il sapone
Il sapone oggigiorno è un composto chimico. Le sue proprietà rasentano l'acido cloridrico e non è più in forma di saponetta. Il sapone moderno non è sapone, è alchimia.
Il sapone di una volta non era sapone, era finto.
Il sapone di una volta va distinto in due categorie: il sapone da poveri e il sapone da ricchi.
I poveri erano così poveri che non si potevano permettere l'acquisto di una saponetta profumata e un po' meno aggressiva, così lo preparavano manualmente in casa sfruttando le proprietà della cenere di legna, come abbiamo visto in questi post:
La cenere e la liscivia
Ricette per i saponi di una volta
Il sapone casalingo, tuttavia, era molto aggressivo e, anche se lavava lo sporco lasciava le mani ruvide e rovinate.
Chi poteva comprava sapone economico.
Ma il meglio era il sapone da ricchi, il sapone da ricchi era un'opera d'arte di colori pastello, intagli graziosi e decorazioni, era rifasciato in carta raffinata, profumato alla rosa e al mughetto e come sapone valeva poco. Ma era graziosissimo.
Bene, credo con questo che sia tutto, spero di non avervi sconvolti troppo...
ora scappo, bacioni a tutti!

Mauser
PS: se non si fosse notato, di recente ho guardato Rapunzel ~ L'intreccio della Torre ed è stato bellissimo! Finalmente la Disney torna alla vecchia scuola! Hurrà!
Bacile e brocca |
Io mi auguro di essere in grado di trattare l'argomento con sufficiente finezza da non togliere il sonno a nessuno e non adoperare termini che possano essere dubbiamente interpretati oppure fastidiosi, vi prego comunque di tenere a mente l'argomento di cui parliamo: cercherò di essere professionale e adoperare un gergo prevalentemente medico/scientifico per non infastidire.
Vero, le condizioni igieniche e salutari erano indescrivibili, ma non giudicate troppo severamente i victorians, molte scoperte scientifiche e mediche dovevano ancora affacciarsi al mondo, inutile parlare di igiene, quando era molto lavarsi una volta al mese. Inutile parlare di sterilizzare gli strumenti chirurgici, se intanto non c'erano i mezzi.
L'arretratezza tecnologica era sicuramente un handicap non da poco; per il progresso dell'igiene, mancando i mezzi per ottenere le conoscenze o per portare certe abitudini nel quotidiano, c'era ben poco a cui fare appello, non per tornare sempre sugli stessi episodi, ma il
Vediamo nel dettaglio alcuni degli esempi più classici di igiene, analizzandoli dal punto di vista vittoriano e georgiano e pensiamo a quanto la sfaccettatura che assumevano fosse diversa da quella moderna anche per via della mancanza di mezzi.
Lavarsi le mani
Quando si è bambini, fin dall'asilo, maestre e genitori predicano ai figli di lavarsi sempre le mani: dopo essere tornati a casa, dopo essere scesi dai mezzi pubblici, dopo mangiato, prima di sedersi a tavola, quando ci si macchia o sporca.
Donna che si lava le mani by Gerard Der Borch |
L'acqua è la base della civiltà umana, dai tempi degli Egizi e dei Sumeri, e ancor più indietro nella Preistoria, l'acqua è al centro della vita e senza è difficile sopravvivere, ma se l'acqua non è disponibile proprio in quel punto o in quel momento?
Solo le ville e i palazzi di una certa importanza possedevano un pozzo personale, gli altri si rifacevano al pozzo del paese, che magari non era proprio a due passi: come si faceva a lavarsi? Si andava al villaggio o al fiume? Ma se quando si tornava a casa bisognava ri-lavare le mani, come ci insegnano oggi, qualche conto non torna...
Ecco quindi che, soprattutto tra il popolo, si desse ben poca importanza a mangiare con le mani pulite, certo le massaie chiedevano sempre ai mariti di lavarsi, ma chi lo faceva? Ricordate la scena di Sette spose per sette fratelli, quando Milly per costringere i fratelli a lavarsi e sbarbarsi prima ruba loro i vestiti e li lava di nascisto e successivamente li minaccia di non dargli più da mangiare se questi non si fossero puliti. E allora perchè non ricordare anche Biancaneve, dove la bella principessa costringe gli scorbutici nanetti a lavarsi, con conseguente scena di Brontolo che viene costretto a farsi un bagno?
Se i contadini, quindi erano costretti ad una minima forma di igiene da parte delle mogli e delle autorevoli figlie, i nobili e i ricchi borghesi erano apparentemente più attenti: sulla tavola venivano sistemate ciotoline di acqua e limone in cui sciacquare le dita prima, dopo e durante i pasti, solo che senza sapone è un po' difficile estirpare i germi... anche loro non eccellevano in pulizia, quindi.
Il maggior sponsor della pulizia delle mani, comunque, sarà il colera che si diffonderà in Inghilterra nel 1831 e che scatenò il panico tra la popolazione, che per salvarsi era disposta a qualsiasi cosa, anche a lavarsi!
Lavarsi i denti
Fatevi due risate, giusto per non morire dal raccapriccio. Gli spazzolini super-ulta-mega-fantasmagorici Oral-b e AZ dovevano ancora nascere, semplicemente non esisteva l'abitudine di lavarsi i denti, tanto a che serve? [io ne vengo oggi da una visita dal mio dentista che, di solito, fa più male al mio portafoglio che ai miei denti].
Dalla metà dell'Ottocento si comincerà a dare una certa importanza al sorriso, una ragazza doveva sorridere con grazia e senza far morire il proprio corteggiatore per la bruttezza dell'espressione, ecco quindi nascere l'igiene orale: un composto a base di bicarbonato di sodio e limone faceva le veci del dentifricio e, posso assicurare, funzionava alla grande!
Peccato che il bicarbonato, oltre allo sporco, togliesse anche lo smalto dei denti... ancora oggi per alcune persone e per determinati problemi alla dentatura, bicarbonato e limone vengono consigliati dal dentista al posto del più comune dentifricio, che è un concentrato di sostanze chimiche non sempre benevole verso il nostro organismo, per questo è assolutamente sconsigliato ingurgitarlo, così come anche le gomme da masticare.
Certo, la dieta povera preservava i più fortunati, grazie all presenza di molte verdure e poco grasso o zucchero (anche gli orientali che consumano molte verdure e riso hanno denti bianchissimi), ma ad ogni modo, fino a dopo la Seconda Guerra mondiale era cosa assolutamente normale avere denti giallastri o anneriti, alcuni mancanti, così come lo era farsi fare la dentiera a trent'anni oppure farsi rimpiazzare quelli marci con i classici denti d'oro.
Era la medesima storia sia per gli uomini che per le donne e, se tra le persone borghesi cominciava a diffondersi l'uso dello spazzolino, certo non tra il popolo che rimarrà a combattere problemi odontoiatrici e carie fino ad oggi.
Un valido aiuto alla propria bocca era apportato dalla radice di liquirizia che aveva notevoli proprietà: antiulcera, emolliente, rinfrescante, espettorante, corticostimolante ed antiflogistica. I

La radice di liquirizia era l'antenata del chewing gum, solo che era molto più salutare, visto che il primo favorisce nervosismo, acidità di stomaco, problemi di fegato, urlcera e induce al bruxismo, la pratica di digrignare i denti durante il sonno. Anche per i denti, le migliorie che può apportare non hanno paragone rispetto ai mali. Ciò che non viene detto è che le sostanze contenute nelle moderne gomme da masticare corrodono lo smalto dei denti, non, come dicono nelle pubblicità, lo rinforzano, inoltre aumentano il ph della bocca e contribuiscono a inibire temporaneamente le papille gustative situate al centro della lingua, col risultato che, a lungo andare, si perda la percezione del gusto, che risulterà sempre più blando e insipido.
Senza contare che rappresentano un problema ambientale non di secondo piano e anche antiestetico.
Per approfondimenti ilGiornale.it,BenessereBlog.it.
Alito cattivo
L'alito cattivo, si dice, è una peculiarità degli inglesi.
Partendo da questo presupposto, lasciate ogni speranza, o voi che entrate.
Esattamente.
Donna che si pettina by Edgar Degas |
Se avete visto il film Il marchese del grillo di Mario Monicelli, da poco scomparso, con Alberto Sordi nella parte del personaggio del Marchese Onofrio, ricorderete una scena in cui il compare di Sordi, Ricciotto, fa notare all'amico
A sor Marche' [sua sorella] c'ha un sorcio morto in bocca!
Riferendosi alla sorella di lui, Camilla; il marchese, tuttavia, ostinatamente fa finta di non accorgersene per "non darle la soddisfazione". Qui il link, l'episodio è al minuto 1:32.
Quindi, cara Sara che mi hai chiesto informazioni al riguardo, rinuncia pure ai sogni dei romance, che non descrivono mai gli aspetti più schifosi dell'esistenza: nei libri gli eroi e le eroine hanno sempre una batteria di denti definiti bianchissimi, ma in realtà le cose erano ben diverse.
Tali ottimistiche descrizioni derivano dal fatto che i romance sono prodotti moderni dove se uno ha i denti un poco storti viene mandato di filato dal dentista per farsi torturare quattro anni con un apparecchio a tiranti, molle e campate che neanche il ponte di Messina sarebbe tanto... ma una volta le realtà erano altre.
Il bagno
Mother and child bathing by Paul Emile Chabas |
Solitamente si richiedeva un bagno ai propri servitori dopo essere usciti a cavallo per qualche passeggiata o battuta di caccia, poichè lo sforzo fisico fa sudare, e inoltre ci si sporcava non poco di fango ed erba. La cosa che, personalmente, mi fa più ridere è quando, nei libri, gli eroi che hanno a che fare coi cavalli o nelle stalle hanno sempre un odore di cuoio, misto ad un virile aroma speziato.
Qui autori e autrici devono proprio infiocchettarla bene la cosa, perchè tra sforzo fisico e contatto coi cavalli, non era certo cuoio l'odore che si sentiva, ma sterco di animale, paglia che marcisce e pastone per gli animali. Insomma, non esattamente eau de toilette...
Quando leggete queste descrizioni così rosee, vedetela dal punto di vista di allora (spero sempre che questo sia quello che volevano ottenere gli autori): un uomo che puzza di cavallo, cuoio e sudore dopo una cavalcata in campagna o aver lavorato nella stalla e nei recinti era cosa assai normale, neanche l'eroina sarebbe stramazzata a terra disgustata, visto che anche per i ricchi era cosa normale, semplicemente.
Pensate che molti gentiluomini in visita alle amate arrivavano a cavallo, figuratevi che effluvio... ecco perchè era cosa buona e giusta farsi un bagno appena rientrati alla propria tenuta.
Inoltre molti signori e signore a volte richiedevano un bagno dopo un ballo o un ricevimento, questo principalmente per rilassare le membra affaticate da tutto quel ballare e dallo stare in piedi, che è estenuante, specie con le scarpe sbagliate: l'acqua tiepida è assolutamente una manna del cielo e un'usanza anche moderna.
Mr Darcy (Colin Firth) al bagno |
D'altra parte, i ricchi avevano la possibilità di un bagno caldo, i loro servi si sarebbero lavati dopo di loro, nella tinozza con l'acqua ormai raffreddata (per non sprecarne altra) e i poveri avrebbero optato per un bel tuffo nel locale fiume.
Igiene dei capelli
Note dolentissime. Pidocchi e pulci erano comunissimi non solo tra il popolino, ma anche tra i ricchi e le elaborate parrucche settecentesche erano un ottimo veicolo, pensate che molte signore usavano nascondere nella miriade di riccioli speciali attrezzi per grattarsi la cute o la schiena!
Blonde girl combing her hair by Pierre Auguste Renoir |
Se gli uomini potevano permettersi di andare da un parrucchiere, le donne possedevano domestiche e cameriere che spazzolavano e acconciavano loro i capelli, ma avevano anche qualche problema in più.
Una donna che avesse deciso di lavarsi i capelli dopo cena, quando era abitudine lavarsi, sarebbe stata costretta ad andare a dormire tardi e inevitabilmente con la chioma ancora umida, un buon punto di partenza per raffreddori e simili, specie durante il rigido inverno.
La chioma veniva lavata nella tinozza o in una bacinella con sapone e poi con composti che la rendessero lucida e splendente (cfr. Consigli vittoriani per i capelli), profumata con oli a base di rosa, caprifoglio e mughetto (principalmente per profumarla, ormai i moderni shampoo possiedono già profumatori per tutti i gusti) oppure lino e visone (per renderla lucidissima, per chi volesse provarli, l'olio ai semi di lino si acquista in profumeria o erboristeria, ma usatelo con moderazione!) che andavano mescolati all'acqua o applicati alle ciocche, dopodichè il tutto era infagottato in un telo di lino e strofinato con foga per eliminare l'acqua in eccesso, infine ci si sedeva sole o in compagnia della propria sorella o dama di fronte al caminetto e si iniziava a spazzolare le chilometriche ciocche con una spazzola naturale finchè non fossero state asciutte e voi avreste avvertito una
Se era d'estate e la ragazza si era lavata nel fiume, come nel caso di contadine, lattaie ecc, allora poi si sarebbe potuta stendere al sole nei campi, lasciando che i raggi asciugassero le ciocche, non so se qualcuno la ricorda, ma quando ero bambina ascoltavo una canzone tratta da Carosello che si chiama Susanna verso il sole che era molto graziosa, era cantata da Elisabetta Viviani, colei che poi darà la voce alla splendida sigla di Heidi, anche se quella che sentivo io, ancora su musicassetta, era del Coro Fonola: se volete ascoltarla cliccate qui; tenete conto che per metà della mia vita io avrei voluto chiamarmi Susanna proprio per questa canzoncina ^__^
Inoltre quando ero bambina e portavo anche io i capelli lunghi, che al tempo mi arrivavano fino in fondo alla schiena, asciugarli dopo la piscina o il bagno era sempre un supplizio infinito, bisognava stare ore e ore sotto l'asciugacapelli, mi immagino che vita dovessero fare le bambine dell'Ottocento in una analoga situazione, visto che la lunghezza della capigliatura era pressappoco la medesima.
I capelli lunghi, d'altra parte, sono considerati femminili nella maggior parte delle culture e acconciarli è un'arte in tutto il mondo, basta pensare alle elaborate trecce africane, alle capigliature delle principesse indiane o alle nobildonne dell'epoca Tang in Cina. In Giappone erano di moda sciolti e si vedono stupende pitture del periodo Nara o Heian.
Ancora oggi, se siete appassionati di anime e manga come la sottoscritta, saprete che molte volte i protagonisti delle storie presentano capelli fantasmagoricamente lunghi, leggete: Sailor Moon, Wedding Peach, Inuyasha (sebbene questo sia abbastanza attinente con la reale lunghezza delle chiome dell'epoca Sengoku), Chobits, Vampire Knight, Ufo Baby, Perfect Girl Evolution, Haruhi Suzumiya, ecc.
Direi comunque che il discorso capelli lunghi sia in tema, visto che è uscito da poco il nuovo film Disney intitolato Rapunzel dove la principessa protagonista ha capelli magici lunghi cento braccia (secondo la fiaba originaria)!
I propri bisognini: urina e feci
Vaso da notte |
Per le donne esisteva anche il bourdaloue, da adoperarsi in quelle occasioni dove non ci si poteva recare alla ricerca di un vaso e si era infagottate in chilometri di vestiti da cerimonia, il bourdaloue era un utensile a forma di 8, simile alla seduta di un bidet, ma più piccolo e sprovvisto di gambe, realizzato in materiale leggero come legno o ceramica, era fatto per le occasioni mondane e veniva fatto passare sotto le innumerevoli gonne e sistemato da una solerte (e sfortunata) cameriera tra le cosce della signora dove, nascosta dalle crinoline, questa avrebbe fatto i propri bisogni, dopodichè avrebbe fatto un cenno alla serva, che in maniera discreta avrebbe tolto il bourdaloue e l'avrebbe fatto rapidamente sparire insieme al suo contenuto.
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Bourdaloue |
Vi scandalizza la cosa? A me personalmente sì perchè tutti questi vittoriani pieni di fisime sul corpo, maniaci della rispettabilità erano controsensi viventi.
E pensate che la cosa fosse diversa nel caso si dovesse fare altro, oltre la pipì?
No, tristemente il procedimento era identico. Si faceva il bisognino e poi si proseguiva come se niente fosse, mentre lo strascico passava elegantemente sopra il ricordino che si era lasciato sul ghiaietto: la punizione divina.
Bagni pubblici vittoriani (per uomini) |
Mi immagino che meraviglia dovessero essere calze, scarpe e mutande.
Ma, vi potreste chiedere, come facevano le signore a lasciar cadere il tutto senza che questo rimanesse nei mutandoni o non imbrattasse il tutto? Bene, bisogna fare un salto indietro al post riguardante la Biancheria intima, in quell'intervento avevo descritto come erano strutturati i mutandoni da signora e, sicuramente, ricorderete che i mutandoni erano costituiti da due gambe di tessuto unite in vita da una fettuccia, ma non esisteva il cavallo: le due estremità non erano cucite assieme, di conseguenza esisteva un buco proprio lì in mezzo [non proprio un sistema anticoncezionale d'eccellenza, ma vabbè].
Pantaloni con la patta |
Anche i vestiti erano concepiti meglio, infatti l'abbigliamento maschile prevedeva la cosiddetta patta, quel quadrato di tessuto ripiegato all'insù che partiva dal cavallo e arrivava fino in vita, chiuso da bottoni sui due lati, ecco, era sufficiente abbassare la serranda e si era pronti per il proprio lavoro.
Igiene intima
Qui stavamo messi anche peggio dell'igiene dentale.
Toccare i propri genitali, anche con intenzioni serie di pulizia, era considerato sconveniente, sia per gli uomini che per le donne, al limite dell masturbazione [che a mio modo di vedere è un'altra cosa].
Bidet vittoriano |
Durante l'epoca Regency la diffusione di un rudimentale bidet aveva portato qualche progresso, progresso però destinato a fossilizzarsi per molti anni finchè, passato il boom del terrore indotto dal commettere peccato, le persone riprenderanno a lavarsi.
Il minimo sindacale di pulizia di certe zone era una strofinata con uno straccio bagnato durante l'immersione nella tinozza, non ci si soffermava troppo a lungo, casomai potessero pensar male... inutile dire che, anche per questo, la qualità dei rapporti sessuali non era eccellente e non solo tra marinai e donnacce di strada.
Cambiarsi i vestiti
Abitudine molto moderna, derivante soprattutto dalla moltitudine di abiti a buon mercato che tutti possono acquistare, quindi anche i più poveri possono possedere un guardaroba ben rifornito di capi d'abbigliamento.
In passato uomini e donne avevano ben poco con cui abbigliarsi, ecco quindi che il vestito che indossavano poteva essere anche l'unico che possedevano: nel film Sette spose per sette fratelli, ambientato tra i rudi abitanti del West, quando Adamo sposa Milly, ella non ha che l'abito azzurro che porta, infatti lui le suggerisce di adattarsi la cassa di vestiti che fu di sua madre: ora, se i vestiti di una donna, di tutta la vita, stanno in una cassa... beh, non erano poi così tanti, credo.
Vestito da spazzolare per via dei preziosi ricami |
Per i ricchi le cose erano diverse: se si aveva la disponibilità economica si cambiavano diversi abiti al giorno e ci si rifaceva parte del guardaroba una volta all'anno, sempre nell'ottica di non apparire a troppi ricevimenti o eventi mondani con lo stesso abito, che avrebbe fatto molto poveraccio.
Una ragazza che veniva presentata per la Stagione mondana doveva avere una fornitura fresca e completa per l'occasione, una bella spesa, con i prezzi che avevano le sarte.
Ma le donne meglio vestite, di solito, non erano le regine o le mogli di ricchi gentiluomini, bensì vedove e le amanti, che solitamente erano la stessa cosa perchè molte vedove desiderose di mantenere il loro posto in società, ma anche di tenere stretta la libertà conquistata col lutto, se giovani e piacenti si offrivano come amanti di annoiati signori. Mentre i re mandavano in giro le loro consorti quasi abbigliate di stracci alla maniera di Cenerentola, invariabilmente fuori moda rispetto alla corte che le criticava apertamente, le amanti possedevano l'ultimo grido in fatto di vestiti e gioielli e conti aperti presso sarte e orafi.
Più semplice con gli abiti da giorno: i completi da amazzone o da cavallerizzo erano spazzolati vigorosamente con una spazzola di setole dure in cinghiale per eliminare le tracce di fango ed erba e, solo se necessario, lavati, quest'ultima operazione era eseguita solo se indispensabile perchè la tecnologia di tessitura della lana faceva sì che, anche quella pettinata, si infeltrisse, mentre il velluto perdesse la sua lucentezza.
I fenomenali capelli di Sailor Moon |
I corsetti non si lavavano, perchè questo avrebbe rovinato la forma e la sagoma rigida interna, così come non si toccavano le crinoline, sebbene si lavassero le imbottiture in tessuro, i cosiddetti cùl, giusto per essere fini...
Venivano lavati anche guanti, fazzoletti e colletti finti, calze, calzini e biancheria in genere.
Pulizie in casa
Forse la qualità della vita non era eccellente, forse non era il massimo dividere la propria branda con gli animali della fattoria, ma sicuramente in passato anche i più poveri si prodigavano maggiormente nelle pulizie domestiche, molto più di quanto si faccia oggi o si immagini anche solo di fare.
Se nei moderni appartamenti è concesso alla massaia di lavare in terra una volta a settimana, cambiare le tende una volta all'anno e passare la cera ogni sei mesi, in passato queste erano attività molto più ricorrenti.
In certune case la biancheria del letto viene mantenuta per un mese intero, in passato mai più di una settimana, le tende cambiate una volta al mese, la cera stesa quasi tutti i giorni, o almeno una volta la settimana. Utilizzando spesso i caminetti per riscaldarsi, un'attività frequente era quella di rimuovere la cenere che si accumulava nei focolari, compito solitamente attribuito al gradino più basso delle cameriere o alle sguattere.
Certo, le donne moderne hanno una scusante perchè la maggior parte di loro lavora 8 o 10 ore al giorno, uscendo di casa la mattina alle sette e non rimettendoci piede se non dopo 12 ore, una volta invece la donna viveva, più o meno metaforicamente, incatenata al focolare e la sua giornata comprendeva, come lavori, proprio pulire e rassettare. Almeno una spazzata in casa e rifare i letti erano cose quotidiane. Si mettevano i copriletti e i guanciali a prendere aria, si sbattevano i tappeti e si toglievano le ragnatele, da questo punto di vista, l'esosità delle donne delle pulizie ha portato ad un peggioramento delle nostre condizioni, sebbene nessuno si sia ancora ritrovato a dormire, senza metafore, a letto con un maiale.
Il sapone
Il sapone oggigiorno è un composto chimico. Le sue proprietà rasentano l'acido cloridrico e non è più in forma di saponetta. Il sapone moderno non è sapone, è alchimia.
Il sapone di una volta non era sapone, era finto.
I poveri erano così poveri che non si potevano permettere l'acquisto di una saponetta profumata e un po' meno aggressiva, così lo preparavano manualmente in casa sfruttando le proprietà della cenere di legna, come abbiamo visto in questi post:
La cenere e la liscivia
Ricette per i saponi di una volta
Il sapone casalingo, tuttavia, era molto aggressivo e, anche se lavava lo sporco lasciava le mani ruvide e rovinate.
Chi poteva comprava sapone economico.
Ma il meglio era il sapone da ricchi, il sapone da ricchi era un'opera d'arte di colori pastello, intagli graziosi e decorazioni, era rifasciato in carta raffinata, profumato alla rosa e al mughetto e come sapone valeva poco. Ma era graziosissimo.
Bene, credo con questo che sia tutto, spero di non avervi sconvolti troppo...
ora scappo, bacioni a tutti!
Mauser
PS: se non si fosse notato, di recente ho guardato Rapunzel ~ L'intreccio della Torre ed è stato bellissimo! Finalmente la Disney torna alla vecchia scuola! Hurrà!
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