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18 dicembre 2011

Il bacio vs Il bacio by Francesco Hayez

È l'anno in cui si celebrano i 150 anni dell'unità d'Italia, una data importante per il nostro paese che è giusto ricordare con i dovuti onori, anche se il periodo storico-socio-economico, per non dire culturale, non è dei più felici.

Sul tema del patriottismo non mi dilungherò troppo, io credo che per il semplice fatto che un Paese ci ha dato i natali, qualcosa bisogna pur riconoscergli...
Vero che fu Daniel O'Cnnell a dichiarare che se un uomo è nato in una stalla ciò non basta a fare di lui un cavallo e quindi la nostra origine deve essere attentamente considerata, ma rifiutare con deliberatezza un paese perchè non se ne condividono gli ideali penso non sia corretto, in primis perchè non esiste una cosa completamente brutta o cattiva contrapposta a qualcosa di perfetto, a parte Dio, quindi è un discorso un po' superficiale, poi perchè in quel paese non tutti sono uguali e fatti con lo stampino, basti vedere alla differenza che può correre tra me e Pamela Prati, e in secondo luogo perchè è ancora più stupido disapprovare qualcosa e fare gli snob lasciando che vada per la sua strada senza fare nulla: siamo persone, abbiamo bocca, gambe e braccia e possiamo cambiare le cose.
Il bacio by Francesco Hayez
versione 1859
Bisogna sempre credere di poter cambiare ciò che del mondo non ci piace, ma è il mondo come può essere l'abitudine degli altri condòmini di lasciare la spazzatura per la differenziata dell'umido e dell'organico affianco allo zerbino dalla sera fino alla mattina, così che l'aria si appesti bene di quell'odore di pesce andato a male e torsoli di frutta in decomposizione.
Troppe persone non si gettano sulla possibilità di un cambiamento semplicemente perchè i cambiamenti fanno paura a tutti, non cambiare mai, si dice, ma è una cosa inevitabile che succeda, ogni giorno in più un po' di fa diventare diversi da quel che eravamo il giorno prima, no? L'importante è non cambiare in qualcosa di peggio, io credo.
Che cosa terrorizza, allora? Il fatto di poter diventare qualcosa che non ci piace e purtroppo siamo disposti a vedere il risultato dei nostri cambiamenti solo dopo molti di questi, quando si tirano un po' di somme nei momenti importanti della vita, non strada facendo come il viaggiatore guarda la mappa o il navigatore con costanza.

Perchè tutto questo preambolo senza senso?
Per introdurvi uno dei pittori del romanticismo italiano forse più apprezzati, Francesco Hayez, con la sua opera forse più famosa: Il bacio.
Simbolo delle scatole di cioccolatini Perugina e dei Romanzi Mondadori (quelli d'amore che si trovano in edicola), Il bacio è un'opera che affascina ancora adesso e riesce a trasmettere emozioni e concetti fortissimi seppure nella semplicità del soggetto: due innamorati che si baciano sotto un portico. Ma che aria di sensualità e di affinità si respira quando li si guarda insieme! Il trasporto della fanciulla misto a preoccupazione, la virilità eppure la delicatezza del suo innamorato dal mantello e cappello alla Robin Hood, intorno a loro praticamente il nulla o forse la percezione che loro hanno di quel che li circonda.

La descrizione che Santa Wikipedia fa dell'opera credo sia una sintesi perfetta di tutti i concetti, la riporto quindi come si trova nella pagina dedicata a questo splendido quadro, nella speranza che riesca a rievocare tutti i significati prinpali che l'autore ha voluto trasmettere attraverso la sua arte raffinatissima
Da Wikipedia, l'Enciclopedia libera
In questo quadro l'autore riunisce le principali caratteristiche del romanticismo storico italiano, ovvero un'assoluta attenzione verso i concetti di naturalezza e sentimento puro (l'amore individuale verso gli ideali risorgimentali). Ciò che colpisce immediatamente l'osservatore è l'enorme sensualità che scaturisce dall'abbraccio dei due amanti. Per la prima volta viene espresso in un quadro un bacio passionale e carico di emotività.
Questo legame è tanto forte che riesce ad annullare ogni contrasto, come quello del freddo celeste della veste della donna e del colore caldo dell'abito dell'uomo (il quale ha le gambe posizionate in modo tale da assecondare la sensuale inclinazione del corpo femminile). L'uomo, mentre bacia la sua amata, appoggia la gamba sul gradino: Hayez comunica, con questo particolare, l'impressione che egli se ne stia andando, e dà più enfasi al bacio. La scelta dell'artista di celare i volti dei giovani conferisce importanza all'azione e le ombre che si possono scorgere dietro al muro, nella parte sinistra del quadro, indicano un eventuale pericolo. È però da non dimenticare il reale significato storico dell'opera, infatti Hayez attraverso i colori (il bianco della veste, il rosso della calzamaglia, il verde del cappello e del risvolto del mantello e infine l'azzurro dell'abito della donna) vuole rappresentare l'alleanza avvenuta tra l'Italia e la Francia (accordi di Plombières). Bisogna ricordare che questo quadro venne presentato all'Esposizione di Brera del 1859, a soli tre mesi dall'ingresso di Vittorio Emanuele II e Napoleone III a Milano.
L'intera scena, a giudicare dagli abiti e dall'architettura, si svolge in un'ambientazione medioevale, ma in realtà è del tutto immersa nel presente a causa del significato e del soggetto iconografico (il bacio) del tutto nuovo.
Inoltre quest'opera non solo esprime il concetto sentimentale, ma crea al suo interno un vero e proprio spazio intimo di coinvolgimento emotivo dell'osservatore; la presenza di mistero legata alla figura in penombra dell'androne non appare primaria alla visione globale, in quanto l'osservatore viene catturato dall'intensità degli amanti che sono posizionati sull'asse di simmetria.


Bene, adesso vi dirò che Il bacio di Hayez è un quadro patriottico.
Ma non un patriottismo velato, no no, è proprio una gigantesca, magnifica allegoria dell'Italia, la nostra Italia e che tutta questa allegoria vuole raccontarci un po' la sua storia di speranza e indipendenza.

Il dipinto, infatti, venne realizzato nel 1859, anno in cui, come saprete, non esisteva ancora l'unità d'Italia, ma si stavano prendendo i dovuti accordi per portare il nostro Paese a quell'unità tanto sognata e bramata durante tutto il Risorgimento.
L'Italia, che doveva essere unita e coesa è raffigurata nel quadro con i due amanti che si baciano teneramente, l'uonione perfetta di queste due persone come unione delle varie parti divise della nostra penisola che si toccano e baciano, eppure risultano ancora unite solo nella clandestinità. L'Italia, con i suoi colori, è rappresentata nella figura dell'uomo (che forse impersona il Piemonte), abbigliato dei colori del rosso della calzamaglia e del verde della fodera del manto, ma anche il marrone che è colore della terra.
Il bacio by Francesco Hayez
versione 1861 (inno all'Unità d'Italia)
Il nostro innamorato piemontese si china su una ragazza con un abito in bianco e blu, altri due colori, il bianco appartenente sempre a quella bandiera che al momento non raffigurava ancora il Paese, mentre il blu del vestito di lei è il simbolo della Francia, all'epoca nostra alleata che aveva promosso supporto durante le campagne anti-austriache con gli accordi di Plombiéres, quel ritrovo alle terme in cui Napoleone III, personificazione della Francia, si fece sedurre dalla bella Contessa di Castiglione, che ben rappresenta l'Italia desiderosa di accaparrarsi un'alleanza potente e lo fa con l'astuzia anzichè la potenza di fuoco.
Sì, alla fine i personaggi della storia sono tutti una grande allegoria.

E adesso vi dirò un'altra cosa: esistono due versioni del dipinto, ciascuna raffigurata in due quadri per un totale di quattro tele con lo stesso soggetto.

In cosa differiscono?
Alcuni particolari come la vividezza del rosso e del verde del mantello, ma soprattutto in un dettaglio fondamentale: il vestito della ragazza.
Noi siamo abituati ad avere a che fare solo con la versione con l'abito celeste, ma in questa seconda dipinta da Hayez la nostra ragazza che si lascia dolcemente baciare ha deciso di cambiare mise e da un azzurro cielo è passata al bianco.
Cosa spinse l'autore a cambiare questo particolare?
Il tempo che passa, oserei rispondere, e la visione degli eventi storici che si sono seguiti agli accordi di Plombieres, principalmente il voltafaccia della Francia, nostra alleata nella Seconda Guerra d'Indipendenza, che per limitare le perdite firmò di gran carriera un trattato di pace con l'Austria, nemica giurata, permettendole di portare a casa non solo i territori che l'Italia voleva per sè, ma anche la vittoria. Sì perchè lo sappiamo tutti che i pareggi esistono solo quando tutti giocano pulito...
Hayez, pittore talentuoso e poliedrico, era anche un patriota convinto e alla luce delle azioni della Francia decise di cambiare la propria posizione. Personalmente non trovo nulla di male nel cambiare idea, credo che tutti ne abbiano il diritto, lui l'ha fatto in un modo bellissimo, cioè ricostruendo ciò che era stato compiuto seguendo i suoi primi ideali e trasponendolo secondo quelli che ammirava. La coerenza prima di tutto perchè è giusto ammettere di aver sbagliato, il primo quadro non è stato distrutto, tuttavia il nostro pittore si è preso la briga di riprodurlo secondo i suoi nuovi sentimenti.
Hayez ci ha così regalato una seconda versione dove la ragazza indossa uno splendido abito candido, il bianco è quello di un vestito da sposa, l'Italia finalmente unita ufficialmente come in un vincolo matrimoniale, ma è anche uno dei colori della bandiera del nuovo stato e rimpiazza l'azzurro di quei francesi fedifraghi che hanno voltato le spalle alla prima avvisaglia della parola "perdita", fosse anche stata riferita ad un rubinetto difettoso.

Qualche link
Musei di Genova
Wikipedia | Il bacio

Spero che questa piccola curiosità artistica sia stata interessante e scusatemi ancora se tra un post e l'altro trascorre così tanto tempo, purtroppo il periodo in ufficio è molto frenetico e anche io sono esaurita al massimo, ridotta agli ultimi giorni per i classici regali di Natale, di corsa per finire tutte le commissioni che mi sono rimaste da finire, intenta ad organizzare la mia chiusura che, a causa di alcuni lavori da concludere la passerò dietro una scrivania a lavorare esattamente come durante il normale periodo di ufficio.
Ma la cosa che mi manca di più è sicuramente la neve e andare a sciare: purtroppo non avendo amici che sanno farlo non si riesce mai ad oganizzare una giornata o, perchè no, una settimana sulla neve, che peccato... =[

Un bacio grande, tanto per rimanere in tema, a presto




Mauser

5 dicembre 2011

I tesori del Principe al Forte di Bard

Al Forte di Bard è presente da questo mese di dicembre una ricca mostra artistica contenente alcuni capolavori provenienti dalle collezioni private del Principe del Liechtenstein.

Le case reali di tutta europa, ricche e potenti che in passato governavano e manovravano gli stati, hanno acquisito nel corso della loro storia più o meno secolare tesori, ricchezze e beni di inestimabile valore, non solo ritratti col manto d'ermellino e castelli, quindi, sebbene quelli non manchino, ma pezzi da collezione di valore artistico inestimabile come testimonia la mostra organizzata nella piazzaforte Savoia fino al 31 maggio 2012.



La mostra è incentrata particolarmente sull'arte barocca, ma comprende quadri realizzati tra il 1500 e la metà dell'Ottocento, suddivisi a seconda delle varie corrienti stilistiche pittoriche e la loro evoluzione per un totale di 80 opere esposte nelle sale del forte che comprendono anche sculture e arazzi.

Tra i molti artisti esposti spiccano il romantico pittore italiano Hayez, il paesaggista indimenticabile Canaletto, famoso per le sue vedute veneziane di calli e corsi d'acqua da cui ha anche mutuato il suo pseudonimo, e anche nomi del calibro di Van Dyck Rembrandt e Rubens di cui il principe Hans-Adam II che ha indetto questa mostra è il più grande collezionista privato del famoso pittore e grandissimo estimatore della sua immensa arte.

Tra i quadri più famosi, anche uno studio preparatorio al famoso ritratto di famiglia del Re Ferdinando di Borbone (il Re Lazzarone) con la moglie Maria Carolina d'Asburgo (sorella di Maria Antonietta e figlia di Maria Teresa d'Austria) e la loro prole schierata.

Ecco cosa ci propone la locandina dell'evento

Locandina
La stagione espositiva invernale del Forte di Bard è nel segno della grande arte. L’imponente piazzaforte ospiterà dal 9 dicembre 2011 al 31 maggio 2012, la mostra I tesori del Principe. Rubens, Brueghel, Rembrandt, Cranach, Canaletto, Hayez... Capolavori delle Collezioni del Principe del Liechtenstein.
Mazzo di fiori in vaso
by Franz Xaver Petter
1845

Curata da Johann Kräftner, Direttore delle Collezioni del Principe del Liechtenstein e da Gabriele Accornero, Amministratore Delegato del Forte di Bard, la mostra porta in Italia una selezione di opere della più importante collezione d’arte privata esistente al mondo. I principi del Liechtenstein, una delle più antiche famiglie nobili austriache, sono collezionisti da cinque secoli con particolare attenzione per l’epoca barocca, il Classicismo e l’800.
Al Forte di Bard saranno esposte 80 opere, alcune di dimensioni monumentali: 75 oli, 3 sculture, 1 cabinet di pietre dure e un arazzo, in un percorso che attraversa sette sale negli spazi espositivi delle Cannoniere. L’esposizione presenta una straordinaria selezione di capolavori assoluti della storia dell’arte realizzati tra il 1500 e la seconda metà del XIXesimo secolo con maestri di prima grandezza: da Rembrandt ad Hayez, da Canaletto a Giambologna, da Cranach a Brueghel... 



Informazioni
Telefono: 0125 833811

Prenotazioni visite guidate per i gruppi:
Telefono: 0125 833817
Mail: prenotazioni@fortedibard.it

Orari

da martedì a venerdì dalle 10.00 alle 18.00
sabato/domenica e festivi dalle 10.00 alle 19.00
chiuso il lunedì


Biglietto mostra 
Intero: € 9,00
Ridotto: € 6,00
Ragazzi: € 6,00

Biglietto cumulativo Museo delle Alpi + Mostra

Intero: € 12,00
Ridotto: € 8,00
Ragazzi: € 8,00

Audioguide:
€ 3,00, coppie € 5,00 

Sono previste agevolazioni per gruppi e famiglie.

Nel bookshop è disponibile un catalogo sulla mostra edito dalle
Edizioni Forte di Bard con testi del Principe Hans-Adam II, del Presidente del Forte di Bard Augusto Rollandin, del curatore Johann Kräftner e del Priore della Comunità Monastica di Bose Enzo Bianchi.

Mostra ideata e promossa da
Associazione Forte di Bard per la valorizzazione del turismo culturale del Forte di Bard

Mostra realizzata in collaborazione con Liechtenstein.
The Princely Collections, Vaduz-Vienna

Curatori

Johann Kräftner
Gabriele Accornero

Organizzazione

Gabriele Accornero
Johann Kräftner
Michael Schweller
Chantal Cerise
Annalisa Cittera


Trovo che l'idea sia splendida e dalle anteprime dei quadri esposti questa mostra merita davvero una gita in Val d'Aosta.
Personalmente adoro la montagna, sia quella estiva ricca di passeggiate e campi aperti, che quella invernale dove si possono praticare tanti sport sulla neve, come lo sci o il pattinaggio, la Val d'Aosta è quindi un'ottima sintesi di tutto ciò. Spero davvero che l'iniziativa abbia successo, difficilmente riuscirò a visitare il Forte di Bard prima della prossima primavera causa impegni di lavoro assortiti che mi terranno molto occupata, ma spero comunque di riuscire ad aggregarmi ad un gruppo.
Purtroppo il brutto di essere appassionati di questo genere di esposizioni, eventi e mostre è che il numero dei partecipanti è sempre disperso su un territorio vasto e tra i miei amici non ne posso contare neanche uno che sarebbe disposto ad accompagnarmi. Che peccato...
La vendetta è già decisa
by Francesco Hayez
Mi aggregherò a qualche torpedone di ultrasettantenni del genere vendita di pentole a bordo oppure CRAL del dopolavoro, francamente non m'interessa più di tanto, l'importante è che il mio mp3 abbia le batterie cariche per la durata del tragitto.

Io però mi auguro che voi siate più fortunati e possiate andare a visitare questa splendida mostra, magari prendendola come spunto per una settimana bianca tra le vette alpine =)

Un'altra cosa che mi ha molto colpita è il fatto che un personaggio del calibro del Principe del Liechtenstein, poco conosciuto e che vive la sua regalità nell'ombra, abbia espresso il desiderio di pubblicizzare e condividere questa sua splendida collezione. Forse additarlo di eccessiva magnanimità è un po' tanto, è facile elargire ricchezze quando se ne hanno tante da non poterle neppure contare, ma è ugualmente un gesto che permette di gustare capolavori artistici spesso sconosciuti, ma non per questo meno belli o affascinanti. Di sicuro trovo assolutamente splendido quello delle due dame in maschera che fa da simbolo dell'esposizione.
Eppoi io torno sempre volentieri a Bard, la cui pubblicità vanta la voce più sexy del panorama televisivo contemporaneo senza la minima ombra di dubbio.

So che di solito non sponsorizzo eventi, specie se italiani, ma questa era indubbiamente un'iniziativa che meritava di essere ricordata, specialmente sapendo che tra i lettori del Georgiana's Garden ci sono molti appassionati di arte, pittura e storia.

Buona visita a tutti!

Forte di Bard | I tesori del Principe
Luxgallery | I tesori del Principe
Milano Arte Expo | I tesori del Principe 

Le opere raffigurate in questo articolo sono tutte esposte alla mostra.








Mauser

5 novembre 2011

Genova, 4 Novembre 2011

Questo, cari lettori, doveva essere il 300° post del mio blog.
È un numero grande, lo so, e come molti altri blogger lo volevo festeggiare insieme ai lettori del Georgiana's Garden, per celebrare il tempo trascorso insieme, gli scambi di opinione, le mail, le curiosità, le scoperte e le ricerche. Ma soprattutto l'amicizia.

Dovevo pubblicarlo ieri, per festeggiare due anni insieme, ma dopo quello che è successo proprio ieri alla mia città non me la sono sentita.
Ci saranno altre occasioni e circostanze per questo, trovo più giusto mettere da parte l'autocelebrazione del mio hobby-lavoro sul blog per parlare di quanto è successo ieri, Genova, 4 Novembre 2011.

A Genova abbiamo avuto l'alluvione, è inutile che lo chiamino nubifragio, quello interessa il tipo di precipitazioni e la loro quantità. No, a Genova abbiamo avuto proprio l'alluvione che significa che per una quantità di motivi, la città è diventata un campo di battaglia con tanto di morti e feriti e soccorsi e militari, code, paura, terrore, strade interrotte.

Molti di voi tra ieri e oggi mi hanno scritto chiedendomi notizie, ringrazio tutti quanti dell'interessamento, fa piacere vedere tanta partecipazione anche da persone che si conoscono poco, sono orgogliosa della risonanza che la catastrofe della mia città ha avuto e, per una volta, non dobbiamo ringraziare solo Internet, ormai piazza dei pensieri che non si possono esprimere ad alta voce e libero dai bavagli (chissà per quanto), anche telvisioni e giornali, sebbene più per la classica storia lacrimevole che per reale interesse, si sono dedicati alla cola, c'erano speciali anche sulle reti nazionali, sebbene si vedessero a tratti per via del segnale debole della neonata tv digitale ligure...

Come molte altre storie, l'ascolto che si conquista quando di mezzo c'è un cadavere, e noi ne abbiamo avuti sette, è impareggiabile, l'attrazione che ha il macabro sulle persone incredibile, il fascino perverso della tragedia in ogni sua forma ha fatto sì che si perlasse di quanto accaduto. Per una volta non è un assassino che si è trasformato in un divo di Hollywood.

A chi mi dice che l'acqua è stata un'assassina letale, come titolano alcune testate di oggi, posso solo giustificarlo pensando che si tratti del solito titolone da giornale, l'acqua non sarebbe stata un'assassina se l'uomo con le sue azioni non avesse cercato di prevaricare la sua forza.
Già, non è una novità da dire che l'uomo ci ha messo lo zampino, non è una novità che abbia cercato di prevaricare la natura, finendo per pagarne le conseguenze. E non è una novità che accadano queste cose.

Per chi non lo sapesse o l'avesse dimenticato, è il terzo anno di fila che Genova è investita da un'alluvione. Io ci abito da più di vent'anni, in questa città, e garantisco nel dire che non ho mai visto fare molto per prevenire questo fenomeno.
Ormai l'alluvione è un evento eccezionale che si ripresenta con regolare scadenza.
Possiamo ancora chiamarlo eccezionale?
Io non lo so... ma da un po' di anni a questa parte il Comune affigge manifesti su come comportarsi in caso d'alluvione, comportandosi come si fa con l'esodo estivo e contro la calura: a quanto pare anche lui ha preso questi episodi come una scadenza annuale imprescindibile, l'ha fatto in maniera ufficiosa, ma è come le consuetudini, dopo un po' diventano la regola.

A mettere in ginocchio Genova ci vuole poco, è una città lunga e stretta tra il mare e le montagne, per chi non l'avesse mai visitata consiglio un giretto dal mare, ci si rende conto come la mancanza di spazio abbia costretto l'uomo ad arrampicarsi sempre di più sui monti retrostanti e non solo con le casette immerse nel verde, ma con quartieri e palazzi anche di periferia, come la zona dove abito io.
In un territorio tanto famelico di una fetta di terra, lo spazio è molto costoso, le case alte per avere più spazio da sfruttare e ciascuno fa quel che può per conquistarsi una zolla: il giardino è un optional che pochi possiedono e vivere in una casa indipendente, per un genovese, è puro terrorismo psicologico perchè non siamo abituati e ci inculcano fin da piccoli l'idea che una simile abitazione sia difficilmente difendibile e bersaglio prediletto di ladri e scassinatori. Per qualcuno questa mentalità può sembrare malata, ma se lo spazio per le casette a schiera non c'è è evidente che l'abitudine si sposta su altro. Insomma, Genova soffre dello stesso sovrappopolamento di Milano, ma non per i numeri quanto per la carenza di terra.

In un simile mondo, è impensabile che si lascino 10 metri tra il fiume e la prima abitazione, il nostro limite è arrivato a 3 metri, ma ci sono anche case a ponte costruite sopra i corsi d'acqua e non voglio dire che fine fanno di solito in occasioni come la presente. Buttarle giù non è semplice, ci sono negozie e decine di famiglie a cui occorre procurare un'altra sistemazione, bisogna indennizzare tutti con soldi che il Comune non possiede e per sbaraccare un palazzo le imprese non lo fanno certo gratis e poi? Occorre ripristinare flusso acque, viabilità, organizzazione. E la burocrazia dove la mettiamo? Con quanto avvenuto l'anno scorso sono riusciti ad avere il permesso di sfrattare un intero palazzo in un solo anno: pareva un miracolo in tempi record. Che naturalmente deve ancora avverarsi perchè le case per le persone non le hanno certo trovate di già...
Quanto costa una casa altrove? Non ho mai fatto i conti, ma da noi con 250.000€ ci compri a malapena un appartamento per una famiglia di 3 persone, 4 se si accontentano... e non è detto che bastino.

Come avrete capito, la morfologia del territorio urbano, costruito un secolo dopo l'altro sulle fondamenta del precedente, non gioca a nostro favore, tutta la Liguria, poi, è disseminata di rii e torrentelli che dalle vette alpine e appenniniche si gettano nel mare, ce ne sono centnaia, grandi e piccoli: dal gigantesco Bisagno, che ha dato il nome anche alla professione (in dialetto) del besagnino, ovvero l'orolano, al Polcevera, di medie dimensioni, per arrivare a fiumiciattoli che sono poco più di un rigo d'acqua. Questi fiumi, secchi per la maggior parte dell'anno e privi dell'acqua anche solo per ospitare fauna ornitologica come anatre di campagna, durante l'autunno s'ingrossano a dismisura perchè, arrivando dai monti, raccolgono molta acqua durante il loro percorso e, nei pressi del mare, diventano irriconoscibili flussi.

Questi fiumi sono la nostra disperazione, sono tanti e mal mantenuti dalle agenzie che si dovrebbero occupare del territorio, il loro percorso è stato deviato per costruire strade e case, alcuni sono stati intubati sotto terra e poi se ne sono dimenticati tutti, chissà che giro fanno sotto i nostri piedi, ma la maggior parte scivolano lenti in uno stato di totale degrado: il loro letto, colmo di rifiuti e detriti, è invaso dal fango e dalla terra degli anni precedenti che nessuno si è preoccupato di rimuovere, ci crescono gli alberi dentro. C'è la crisi, dicono, non ci sono soldi e non si possono assumere le persone: l'ultima volta che hanno dragato il fiume accanto a casa mia nel sottosuolo hanno estratto (completamente coperta, badate bene) una lavatrice, pensate quanta roba si era accumulata, pensate quanta immondizia da rimuovere: con gli alvei in quelle condizioni e il fondo tanto rialzato credo sia normale che i fiumi esondino.

E ieri cosa è successo?
Il Rio Fereggiano, che poi sarebbe un torrente ridicolo, è l'ennesimo esempio dell'incuria umana: con le violente precipitazioni e la grande massa di detriti, il corso d'acqua s'è diretto con forza verso il mare, rompendo gli argini in più punti e allagando i quartieri di Marassi, San Fruttuoso e San Martino. Metri di acqua che sommergeva i portoni, le auto e perfino i camper, che saltava i ponti di attraversamento e scorreva per le scalinate ripide tanto tipiche della città.

La cosa più orribile è che da anni la zona intorno al fiume è dichiarata idrogeologicamente pericolosa e sono in atto misure per la messa in sicurezza, misure che, tuttavia, con le lungaggini burocratiche si stanno protendendo per tempi biblici, purtroppo troppo a lungo per prevenire la catastrofe.

E poi?
Il torrente Bisagno, forse il più grande fiume della città, ha avuto lo stesso trattamento, solamente che verso la zona della foce del fiume si stanno eseguendo dei lavori di intubazione: il progetto è di epoca fascista, l'ennesimo grandioso spreco di denaro in nome di una modernizzazione senza senso che andava risistemato perchè ormai vecchio e cedevole e da quattro anni operai lavorano sulla copertura del torrente, sul quale transita una delle strade più importanti della città, vicino al quale si trova il più prestigioso liceo classico, il D'Oria (mi raccomando, si scrive con l'apostrofo) e affianco al quale ci sono strade e negozi e quartieri popolosi e frequentati.

Arrivato quasi alla foce il Bisagno si è trovato il cammino ostruito dall'intubazione e ha finito per rompere a sua volta gli argini inondando il quanrtiere della Foce, Piazza Rossetti, Corso Torino e Corso Sardegna, Buenos Aires e l'inizio di Via XX Settembre, strada dello shopping.
È strato un disastro perchè Genova, essendo lunga e stretta, ha poche strade che l'attraversano e tutte passano sui ponti che valicano i fiumi: se un fiume esonda e allaga tutto, persone e auto non possono più attraversarlo e la città si blocca definitivamente, formando code interminabili, panico e blocco.
Quando è accaduto io mi trovavo in ufficio, distante dal centro, ci sono giunte telefonate da parte dei parenti dei colleghi che abitano a Est: i quartieri di Sturla, Quarto e Quinto erano allagati dalle piogge, il Centro completamente inagibile.
Panico anche tra di noi e pure chi abita nel ponente, memore di quanto accaduto l'anno passato con la semi-distruzione di Sestri Ponente: io ho impiegato 4 ore e mezza per tornare a casa, per una distanza di neanche 10km e lo scempio che vidi è solo un ricordo rispetto a quello di quest'anno, altrettanto distruttivo, altrettanto desolato.

La colpa dell'uomo in tutto questo è innegabile, così come una penosa organizzazione che ci fa ricordare, una volta di più, quanto il nostro Paese rimanga sempre basito un attimo di troppo: lo stato di allerta annunciato dalle autorità aveva delle controindicazioni evidentissime, come l'aver lasciato le scuole aperte e permesso ai negozi di alzare le serrande nonostante l'alluvione fosse annunciata.
Già, lo sapevamo tutti che sarebbe arrivata, che fosse qualche chilometro più avanti o indietro, ma lo sapevamo, chi poteva ha posteggiato in cima ai monti, è rimasto a casa (i dipendenti però hanno degli obblighi nei confronti dei propri datori non sempre derogabili per un po' di pioggia), ha tenuto i bambini chiusi al caldo anzichè mandarli ad affogare. Era cosa nota, lo sapevano tutti, i miei genitori chiusi in casa e anche io che sono andata in ufficio, per il secondo anno, con questi annunci nelle orecchie. Ora tutti colpevolizzano la sindaco Marta Vincenzi, ha le sue colpe, è stata ingenua, piaciona nella speranza di non scontentare commercianti ed imprenditori in un periodo di estrema crisi economica, ha cercato di non inimiccarsi troppa gente, ma purtroppo la linea poco solida adottata dai Municipi ha avuto risultati tremendi facendo in modo che i cittadini considerassero quei cartelloni il solito allarmismo politico di chi vuole pararsi le chiappe a tutti i costi. E invece era vero.
A fuoria di gridare al lupo al lupo e di non credere alla politica si finisce per pagarne le conseguenze.

Chi abitava a Levante ha cominciato a controllare siti della viabilità, abbiamo ricevuto le mail dei servizi pendolari, le inquietanti fotografie di quanto avvenuto nelle zone dette poc'anzi, ci siamo fiondati sulle webcam del centro per controllare la situazione e abbiamo telefonato senza successo alle Autostrade per conoscere la disastrada situazione del traffico.

Uno dei miei colleghi abita a San Fruttuoso, non ho idea di cosa abbia trovato.
Un altro abita molto più a levante, si è fatto tre ore di coda allo svincolo, ma è riuscito a rientrare.
Il collega che lavora insieme a me abita a ponente ed è andato in moto, credo senza particolari problemi.
Una mia collega ed io, memori dell'anno passato, abbiamo fatto la strada dei monti, una scorciatoia che passa a mezzacosta e che permette di tagliare i quartieri più problematici: abbiamo rischiato di metterci il doppio perchè la strada attraversa due fiumi e ne costeggia altri due, ma siamo sopravvissute e la coda per noi è durata solo un'oretta.
I miei colleghi delle altre sedi si sono tutti preoccupati per noi e hanno contribuito ad intasare le linee telfoniche chiamandoci a turno tutti quanti, accertandosi dell'entità dei danni e della nostra salute.
Grazie a tutti.

Una specie di sopravvissuta,



Mauser

14 ottobre 2011

Il telefono, una storia di emigrati e processi

Tra i figli dell'elettricità che vennero disseminati nell'Ottocento come i sovrani assoluti disseminavano di bastardi il loro regno, è anche il telefono con cui la telegrafia acustica ha raggiunto il suo più ambito traguardo: nella lingua greca, infatti, "telefonare" significa parlare a distanza.Come quella di altre invenzioni, la storia del telefono è, allo stesso tempo, entusiasmante ma anche patetica: è una storia tutta americana, ma di quell'America costruita dagli emigrati.
 

Telefono dei primi del Novecento a manovella
Sì, lo so che questo post sembra arrivare dritto dritto dall'approfondimento di Superquark di sabato scorso, ma vi assicuro che lo stavo preparando da parecchio tempo, inoltre non credo sarei in grado di buttare giù delle idee riguardo un argomento tanto difficile da studiare in così breve tempo, o almeno pensieri con senso compiuto.
Parlare del telefono fuori dall'Italia, che parteggia apertamente per Meucci, genera sempre qualche controversia o dissapore, molti Paesi, infatti, non accettano il verdetto americano che lo designa come padre dell'invenzione ed essendoci stati molti uomini che in tempi simili hanno sviluppato l'idea telefonica c'è solo che l'imbarazzo della scelta.

Nel 1851 era giunto negli Stati Uniti un fiorentino, Antonio Meucci, costretto ad abbandonare il Granducato di Toscana [già,un'invenzione come il telefono che sembra così moderna e recente... e ci si accorge che mancavano ancora dieci anni all'Unità d'Italia] a causa delle sue pericolose idee mazziniane di rivoluzionario: stabilitosi a New York, che non era certo quella che immaginiamo noi, ma poco più di una città di pionieri con strade in terra battuta e neanche un grattacielo [e soprattutto gli affitti molto più bassi], aveva aperto una fabbrica di candele nella quale trovò lavoro per qualche anno un altro e ben più famoso rifugiato politico: Giuseppe Garibaldi.
Dopo numerosi tentativi di trasmissione a distanza delle parole, nel 1857 Meucci potè finalmente descrivere il funzionamento di un apparecchio di sua invenzione, ecco le parole che adoperò egli stesso:
Consiste in un diaframma vibrante [il microfono che trasforma i suoni dell parole in impulsi elttrici] e in un magnete elettrizzato da un filo che lo avvolge [la linea, o circuito elettrico, che trasmette gli impulsi.
Il diaframma vibrando altera la corrente del magnete e queste alterazioni, trasmettendosi all'altro capo del filo, imprimono analoghe vibrazioni al diagramma ricevente, riproducendo la parola.
Ma Antonio Meucci era privo dei mezzi necessari per diffondere quel rivoluzionario apparecchio.
Emigrato era anche Graham Bell, di origine scozzese [le due etnie più inventive e affariste del mondo si incontrano nella storia del telefono]; giunto negli Stati Uniti vent'anni dopo l'arrivo di Meucci, nel 1876 aveva fatto brevettare un telefono di sua invenzione: quando lo venne a sapere, l'italiano cercò di far valere la propria priorità, ma la Corte Suprema gli diede torto; la medesima sorte toccò al... terzo inventore del telefono, l'americano Elisha Gray, che aveva varcato la soglia dell'ufficio brevetti solo due ore dopo che ne era uscito Bell!
Gray accusò quest'ultimo di avergli rubato l'idea, ma per la seconda volta la Corte Suprema si pronunciò a favore dell'ex emigrato scozzese.

Tra un processo e l'altro, il nuovo mezzo di comunicazione si affermò con una velocità prodigiosa, tanto che nel 1880, a pochi anni dalla sua nascita ufficiale, nei soli Stati Uniti ne funzionavano già 50.000 apparecchi telefonici e il primo centralino telefonico del mondo, situato ad Hartfort e inaugurato due anni prima.

In breve si eliminarono anche le lungaggini burocratiche cui erano soggetti coloro che volevano telefonare, in precedenza, infatti, la procedura prevedeva che si contattasse il centralinista, dopodichè questo smistava la telefonata e si otteneva la linea diretta verso la zona della persona desiderata, all'altro capo una nuova centralinista metteva in comunicazione la linea principale con quella del cliente desiderato e quindi si poteva finalmente parlare; il problema venne risolto da un ingegnoso meccanismo detto selettore che si sostituì al lavoro dei e delle centraliniste [vai con la disoccupazione!] intermedie; il suo inventore, l'italiano Giambattista Marzi, nel 1886 dotò di un centralino automatico gli uffici della Biblioteca Vaticana, ma la prima centrale automatica aperta al pubblico venne installata negli USA nel 1892.
In Italia, patria dello sfortunato Meucci riabilitato solo di ricente quale primo inventore del telefono, l'apparecchio fece la sua comparsa solo nel 1877.

Sebbene la tecnologia per automatizzare completamente un apparato telefonico esistesse, i centralini, con le centraliniste che smistavano spinotti in quadri di dimensioni enormi e strutturati come un'astronave rimasero almeno fino al dopoguerra.
Foto storica che ritrae una stanza di centraliniste telefoniche impegnate a ricevere e smistare le telefonate della
Compagnia Telefonica.
Il telefono è ormai, nelle sue molte forme, un elemento indispensabile delle nostre vite, la sua connotazione sta cambiando rapidamente e oramai i moderni telefonini si può dire che facciano davvero di tutto... a parte telefonare. Con uno smartphone, che non fa chic chiamarlo banalmente cellulare, si naviga, si chatta, si mandano email... e volendo si telefona pure (ma male).

Il primo telefono
L'evoluzione che questo aggeggio ha subito in poco più di un secolo di esistenza è portentosa, affascinante, testimone del progresso tecnologico di cui siamo figli, ma a nostra volta anche padri.
Se dopo la Rivoluzione Industriale, con le sue invenzioni e scoperte, la scienza e la tecnologia hanno messo la quinta, procedendo a ritmi speditissimi, la crescita non ha fatto che aumentare vertiginosamente nel Novecento e più si scopre e inventa, più questa sembra destinata a crescere rapidamente.
Durante la mia infanzia una musicassetta era ancora lo strumento migliore per registrare musica, quando avevo dodici anni circa il CD masterizzato è entrato a forza nelle nostre vite, ci sono voluti circa quindi anni per scardinare il mangianastri e le musicassette, ma adesso di anni ne sono passati meno, eppure il cd, che si chiamava ancosa compact disk, sembra un'invenzione remotissima, scomoda, ingombrante... come vivere senza un lettore mp3?
Tre giorni senza la posta elettronica mandano nel pallone, due giorni senza Facebook a quanto pare creano crisi di astinenza: la tecnologia di cui siamo figli e padri è per noi ormai una malattia al punto che non sappiamo più farne a meno, tanto per praticizzare il detto che:
Ciò che per una generazione è una grande conquista, per quella successiva diventa una necessità.

Con affetto,
sperando di non eccedere con troppo hi-tech



Mauser





Schema di come era fatta una telefonata

26 settembre 2011

La «corona lombarda»

L'Italia, lo sappiamo, è un Paese che ha sempre esercitato molto fascino sugli anglosassoni che da sempre ci sfruttano sia come luogo di villeggiatura, ma anche come enciclopedia vivente di cultura e tradizione. Oserei dire che basta sollevare la possibilità che un manufatto o un tradizione provenga dallo Stivale perchè un inglese sia preda della smania di accaparrarselo.

Scherzi e patriottismo a parte, ci sono stati sprazzi nel passato in cui gli inglesi in particolare amavano molto l'Italia ed erano affascinati dagli oggetti e dalle usanze che si portavano da noi, perfino la moda, appannaggio quasi esclusivamente francese, ebbe qualche raro esponente proveniente dall'Italia prima di Valentino, anche se i loro nomi di rado sono passati alla storia come quello dell'inventore del rosso per eccellenza.

La misteriosa
corona lombardamodello realizzato in ottone argentato
La corona lombarda che ho nominato a titolo del post (nome inglese), conosciuta da noi come raggiera o anche come guazza, è proprio uno di questi casi, uno di quegli accessori di cui neppure noi italiani, a parte i diretti interessati della regione, rammentiamo l'usanza o ne conosciamo la provenienza, ma che continua a vantare riproduzioni in certune circostanze (leggasi illustrazioni dei Promessi Sposi e le classiche celebrazioni in abiti storici).
No, niente a che vedere con la famosissima Corona Ferrea conservata nel Duomo di Monza e utilizzata per l'incoronazione dei Re d'Italia e degli imperatori del Sacro Romano Impero, ma qualcosa di molto più vanitoso, sebbene proveniente dalla stessa regione.
Spadini a cucchiaio e intarsiati
La corona lombarda, infatti, è un accessorio femminile utilizzato durante la storia italiana per adornare il capo, e dalla caratteristica foggia a ventaglio che formava un'aureola intorno al capo della ragazza che l'indossava, simile a quella delle Madonne.

Accessorio diffusissimo in Lombardia e facente a tutt'oggi parte del costume regionale delle zone del lecchese, del varesotto e della Brianza, fu per lungo tempo conosciuto solo in Italia come acconciatura popolare ed è proprio da lì che ne proviene il nome ufficiale di guazza che nel dialetto originario significava "intreccio". In altre zone, vista la sua diffusione territoriale, assume i nomi di raggiera brianzola, giron, speronada, sperada o coo d'argent.

La sua origine è avvolta nel mistero, nella leggenda e anche nelle supposizioni, si credo infatti che l'usanza provenga dalla Svizzera, probabilmente importata in Italia con i mercanti che commerciavano dai paesi d'oltralpe fino alle ricche città del nord ducato milanese.
Attraverso i walser provenienti dalla Val d'Aosta la corona è entrata nell'utilizzo collettivo lombardo per i vestiti della festa intorno al Seicento, rimanendoci fino agli inizi del Novecento, quando le particolarità e le fogge dei costumi regionali iniziarono ad essere piano piano appianate dalla moda in serie e dalla standardizzazione degli abiti, oltre che dal sempre più rapido cambio della foggia degli abiti, soppiantati da altri di fattura più mascolina.
Lucia Mondella guarda dalla finestra
by Eliseo Sala

È proprio la versione seicentesca che, grazie alla prosa immortale del Manzoni è giunta fino a noi in una famosa descrizione che senz'altro ricorderemo dai banchi di scuola, ve la riporto sperando di non suscitare troppi brutti ricordi =)
Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre... I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile drizzatura. si avvolgevano dietro il capo in cerchi molteplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all' 'intorno, quasi a guisa de ' raggi d'un 'aureola, come ancora usano le contadine del Milanese.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo II


Foggia delle guazze
La raggiera, altro nome con cui veniva identificata in Italia, aveva una fattura molto particolare, era costituita da molti spilloni per capelli di lunghezza variabile tra i 10 e i 20cm disposti a ventaglio o a semicerchio; in alcune versioni, specialmente quelle italiane tradizionali e le più antiche, gli spilloni erano sistemati uno per volta nell'acconciatura, mentre in altre di fattura ottocentesca erano uniti tra loro tramite cordicelle o fili d'argento formando una struttura unica.
Quelli che noi chiamiamo semplicisticamente "spilloni" prendevano il nome di spadinn, ovvero spadini, se erano piatti, oppure cugiarett se terminavano a paletta concava. Il loro numero variava sia a seconda del della regione, nel costume tradizionale lecchese, durante il Settecento, se ne contavano da 24 a 27, mentre nel varesotto aumentavano da 30 a 40.
Con la successiva introduzione ottocentesca dell'accessorio anche in abiti non tradizionali, il numero di spadinn aumentò visibilmente fino a toccare la cinquantina.
Disegno esplicativo della
struttura della raggiera

(cliccare per ingrandire)
Oltre agli spadini normali, le donne portavano fino a sei spadini decorati nella parte più bassa della pettinatura, questi erano differenti dalla forma piatta o a cucchiaio degli altri, venivano ottenuti colando l'argento fuso o il metallo sugli ossi di seppia, notoriamente resistenti al calore, e risultavano decorati in maniera raffinata, i più ricchi, invece, li facevano cesellare direttamente dagli orafi, con un costo di molto superiore.

Il metallo con cui l'intera struttura era realizzata era argento nei casi più preziosi, ma anche ottone argentato o rame per chi non poteva permettersi di meglio. I più poveri adoperavano anche il legno, i più ricchi si facevano realizzare in oreficeria delle sperada d'oro.

Costume tradizionale lecchese
in una cartolina dei primi del
Novecento
Gli spilloni, che nelle fogge più preziose potevano essere sormontati da una perla o decorati e intarsiati, venivano infilzati tutt'intorno alla crocchia che la ragazza portava sul retro del capo, nella massa di capelli tirati che si aveva tutt'attorno, ecco il perché del caratteristico nome: una volta indossata, infatti, sembrava che dall'acconciatura della donna si formassero molti raggi costituiti dalla corona.
L'acconciatura non era ancora finita, la raggiera, infatti, oltre che dalla parte appena descritta era costituita anche da un ultimo spillone, più lungo, sistemato trasversalmente; questa parte della corona, chiamata spontone o guggione, andava infilzata direttamente all'interno dello chignon, trapassandolo come uno spiedo e assicurandolo per bene tramite due blocchi a forma di uovo detti olivelle, chugiar, oeuv o ball vale a dire olive, cucchiai, uova o palle, e finalmente l'intera impalcatura era conclusa.
Questa particolare usanza mi ricorda, seppur vagamente, la pettinaturanazionale coreana dove i capelli della giovane venivano intrecciati fino a formare una striscia lunga, poi con la treccia si formava una crocchia sulla nuca, infilzata con un lungo spillone decorato da un lato con smalti, inserti e pietre preziose.


Cultura della sperada
Nelle regioni brianzole, del lecchese e del varesotto la pettinatura con le guazze o con la sperada era uno status symbol; ogni ragazza sognava e costruiva nella sua mente la propria pettinatura con gli spadini un po' come certe bambine sognano l'abito del matrimonio [all'epoca l'abito del matrimonio non era diverso dal solito, si usava quello della festa, non esisteva un vestito apposta da mettersi una sola volta, che spreco!] e a volte rinunciavano all'acquisto di altri accessori o addirittura beni anche di prima necessità, risparmiando per comprarne un pezzettino ogni volta, rendendo l'insieme più ricco e bello. A noi, abituati ad avere tutto in abbondanza sembra strano, ma questo genere di mentalità era molto diffusa fino agli anni Settanta, quando le ragazze, fin dalla fanciullezza, iniziavano ad accantonare oggetti e biancheria da casa per formare il loro corredo. Con il progressivo decadimento che l'istituzione del matrimonio ha avuto nella società, anche quest'usanza è andata perdendosi.

Raffinata sperada in argento con spadini cesellati a mano
Il passaggio di una ragazza dall'infanzia all'età adulta era sancito, oltre che dalla maturazione fisica, leggasi menarca, proprio dalla grande concessione di non portare più le lunghe trecce sulle spalle, ma di poter raccogliere i capelli, ecco quindi perché la sperada aveva tanti significati importanti per loro, più del nostro moderno cellulare!
Una ragazza divenuta signorina, come si dice dalle mie parti, cioè arrivata alla pubertà, poteva raccogliersi i capelli ed era, quindi, ufficialmente maritabile e corteggiabile [non si maritavano ragazze non ancora sviluppate perché non potevano avere figli. Anche per i matrimoni di eredi al trono, principi e duchi combinati dalla culla si aspettava che entrambi gli sposi avessero raggiunto l'adolescenza per celebrare la cerimonia ufficiale nella quale erano proprio loro a pronunciare i voti e a cui seguiva la consumazione del matrimonio].
So che con la precoce età puberale odierna risulta difficile associare quest'idea del matrimonio alle bambine undicenni che giocano con le Barbie, ma bisogna tenere conto di due fattori:
  • Il primo era che una volta ci si sposava presto. Sedici anni era un'età appropriata, specialmente se ne si veniva da due di corteggiamento [Renzo e Lucia sono rimasti fidanzati una vita e mezza!].
    Anche quattordici era considerata appropriata, anche se per noi è pedofilia.
  • Il secondo era che l'età puberale per le ragazze, non influenzata né dalla società o dalla tv, né dallo stile di vita frenetico, era molto più avanti, quindi intorno ai quindici-sedici anni (cfr. L'amante del re di Bertrice Small dove Blaze, la maggiore, viene data in sposa quasi sedicenne, appena divenuta signorina ed egual cosa accade alle gemelle Bliss e Blythe) . 
Raggiera del 1840 eseguita da un argentiere di Milano,
composta da: 34 spadini a cucchiaio, 2 spilloni decorati e 2 "olivette".
Questa raggera è di proprietà di un componente del Gruppo Folk Bosino.

Era usanza in alcune regioni acquistare uno spontone alla Prima Comunione di una bambina (all'epoca si faceva intorno agli undici-dodici anni) e uno spadinn per ogni compleanno da allora fino al diciottesimo o al ventiquattresimo, ecco anche il perché del numero 24.
Una ragazza fidanzata riceveva inoltre il giorno delle nozze uno spadinn dal suo futuro marito per ogni anno d'età, andando ad integrare il piccolo gruzzolo realizzato dalla famiglia.
La sperada era anche fatta in modo da denotare sempre la condizione della fanciulla nella società, a seconda della foggia si indicava se era nubile, sposata, con figli, ecc.
Le donne sposate, per esempio, indossavano nel semicerchio di raggi uno spadinn differente dagli altri che denotava ufficialmente la sua condizione di coniugata. Il numero e la qualità di spadini presenti nell'elaborata acconciatura era un motivo di ostentazione da parte delle donne del paese a riprova dell'agiatezza della famiglia di appartenenza, della munificenza del marito e della considerazione in cui la spùsa era tenuta.


Indossare la raggiera
Quasi indispensabile, è da premettere, erano capelli sufficientemente lunghi da poter essere raccolti almeno in trecce. All'epoca, come ricorderemo dai post sulle acconciature, non era certo una stranezza avere una folta chioma che arrivasse fino alla schiena, oggi forse non tutte le lettrici possono vantarla.

L'elaborata acconciatura a sperada
di una donna sposata in abito tipico
del varesotto
I capelli dovevano essere precedentemente spazzolati con cura e, nel caso di capigliature ricce, lisciati con l'impiego del sapone e tirati tutti nei due lati, segnando una riga centrale dalla fronte alla nuca ben scriminata, poi si formavano due trecce, da un lato e dall'altro della testa,  che con perizia venivano arrotolate intorno alla base del capo, formando un cerchio o una crocchia, dopodiché con lo spontone erano bloccate e fissate al loro posto (non esistono mollette e forcine, badate bene!).
Fatto ciò gli spadinn erano infilzati nel cerchio delle trecce in modo che sporgessero appena intorno al capo, lo spontone, invece, doveva essere ben visibile ai lati del viso.

Il lavoro di messa su della sperada era molto lungo e complesso, le donne la sistemavano una con l'altra, tra suocere, nuore e cognate, da sole era un'opera impensabile, e infatti una sperada storta, disordinata o asimmetrica poteva significare che i rapporti tra le donne di casa non erano molto buoni.
L'acconciatura, inoltre, non era risistemata ogni giorno, ma solo una volta ogni tanto, le donne dormivano con tutta l'impalcatura su proprio come le geishe, che andavano dal parrucchiere a rimontare la struttura una volta al mese. Per mantenere la pettinatura venivano utilizzati degli appositi poggiatesta come cuscini che sostenessero il collo, ma sollevassero la testa.


Renzo confessa a Lucia il
rifiuto di Don Abbondio di
celebrare il loro matrimonio
Cosa c'entra, però, questa particolare usanza lombarda con un blog sull'epoca Vittoriana? Specialmente a fronte delle posizioni che ho preso riguardo l'approfondimento della storia italiana...
È da dire che questo particolare accessorio, che noi conosciamo solo dalle illustrazioni dei libri di scuola, ebbe una grande risonanza all'estero, specialmente in Inghilterra e in Germania, dove venne esportato con successo, uno dei pochi casi della storia.
Nell'Ottocento, infatti, quando cominciarono ad essere di gran moda i capelli raccolti a chignon, si cercarono molti modi per adornare la propria pettinatura e le donne non si lasciarono certo sfuggire la possibilità offerta dalla corona lombarda, che in Italia, invece, era usata già da de secoli, sebbene facesse parte del costume popolare e non certo gli outfit della nobiltà. Nell'arco di un decennio, intorno al 1860, la raggiera raggiunse addirittura la vetta della classifica dei VIP, essendo portata e ostentata con orgoglio da regine e imperatrici, oltre che dalle nobili di corte.
Una delle più importanti sponsor fu la Principessa Carlotta di Baviera, successivamente conosciuta come Imperatrice Carlotta, moglie dell'Imperatore Massimiliano del Messico, fratello di Franz, che indossa questo accessorio in uno dei suoi più famosi dipinti che la ritraggono e che diede molto impulso all'acquisizione dell'usanza nei paesi germanici del sud.
Carlotta, in particolare, che prima d'essere Imperatrice del Messico era una delle Principesse austriache della casa d'Asburgo, aveva ricevuto in dono una sperada impreziosita da perle e raffinati ceselli, dalle suddite lombarde, quale omaggio alla Sua Maestà, la principessa aveva sfoggiato spesso l'accessorio in circostanze ufficiali e in dipinti di rappresentanza, scatenando un vero e proprio must have nella corte viennese e, successivamente, prussiana e monacense.

Carlotta d'Asburgo,
Imperatrice del Messico, con
la sperada regalatale dalle
suddite lombarde
Molte delle antiche sperade realizzate prima del Novecento sono purtroppo scomparse con la Prima Guerra Mondiale, date come pegno alla patria per le esose guerre che avevano distrutto l'Italia del periodo.

Oggigiorno, ambito folkloristico a parte, le guazze sono rimaste ancora nella foggia della corona conferita a Miss Padania.
Simbolo dell'affermazione femminile in Brianza, è anche il logo di una associazione con fini femministi che porta proprio il nome di sperada e anche di un gruppo per il recupero delle tradizioni intitolato a Renzo&Lucia.


Link e fonti
Troverete parecchi link perché un po' sul web se ne parla, ma sempre con nomi e diciture differenti e quindi è difficile mettere insieme tutte le fonti di luoghi diversi, dove la chiamano chi ad un modo e chi all'altro. 
Il primo passo è scoprire tutte le nomenclature di quest'oggetto...
 
Wikipedia IT | Guazze
Brianzolitudine | Brianza Hope
Culture Popolari e Tradizioni della Lombardia | Abiti e ornamenti | La sperada
Museo Etnologico Monza e Brianza | La sperada, ornamento dell'acconciatura femminile
Gerenzano Forum | L'eleganza dei nonni e la sperada delle nonne
MilanoFree Forum | La sperada o raggiera nella tradizione lombarda
Gruppo Renzo&Lucia | La raggiera
Gruppo Folk Bosino | La raggera
Federazione italiana tradizioni popolari | Gruppo Renzo&Lucia
Italian Folk Federation | Le guazze di Lucia
Experiments in elegance | Mystery Headdress and Lombardi National Costume


Spero davvero che il post sia stato interessante, non so se si è notato, ma ciascun titoletto utilizza un nome differente dello stesso oggetto, ci tenevo a sottolineare che, mentre all'estero la chiamano banalmente corona lombarda, da noi ha molti altri nomi specifici della regione e della foggia, così come anche le sue componenti.

Ci risentiamo al più presto, un bacione grande





Mauser

5 settembre 2011

Il duro inverno nella baita di Heidi

Cari lettori,
la tematica delle dimore, costruzioni, case e arredamenti è per me estremamente interessante, ormai è stata sviscerata in maniera, a mio avviso, abbastanza approfondita ed è per questo che volevo dare un ultimo tocco alla descrizione fatta nel post Nelle case di contadini e poveri.
Nello specifico vorrei approfondire un minimo il problema delle case dei contadini. Quando noi persone del XXI secolo pensiamo ai contadini ci vengono in mente le immense fattorie americane, i ranch di Montana Sky [tra l'altro un film che adoro e spero che pubblichino presto il libro anche in Italia], oppure i grandi cascinali della pianura padana.
L'ingresso dell'abitazione con un piccolo
focolare nel pavimento
In realtà la situazione era piuttosto diversa e decisamente più modesta di quanto la raffiguriamo.
La mia vacanza in Val d'Aosta, meta di ripiego dopo aver dovuto abbandonare l'idea di Vienna, mi ha portata a scoprire un interessante Museo Etnografico, la Maison Gerard Dayné, che ha aperto gli occhi anche a me: sebbene io mi approcci alla storia con sufficiente disillusione da non credere a tutte le favole che ci raccontano i romanzi o che la televisione vuole passarci [badate bene che la televisione è un nemico subdolo], neppure io immaginavo la vita in modo così spartano.

La situazione dei contadini negli anni tra il Settecento e l'Ottocento era drammatica e questo è già un indizio per capire come mai la rivolta della Rivoluzione Francese sia avvenuta in città, mentre nella Vallonia si rifiutavano di riconoscere la nuova autorità repubblicana: avevano pensieri più pressanti di cui occuparsi, tipo lavorare per sfamarsi.
Se il tempo dei servi della gleba era ormai trascorso e il Medioevo lontano, altrenttanto non si poteva dire della situazione, a tutti gli effetti i contadini erano una proprietà del latifondista, feudatario, visconte o vescovo locale, che possedeva l'appezzamento di terreno che coltivanao o dove pascolavano i loro animali. Il loro signore riscuoteva periodicamente i frutti della terra privandoli non di viveri extra, ma di quel poco che, già così, avrebbe a stento sfamato tutti. Le figlie dei contadini andavano a lavorare i campi o a servizio presso la casa del padrone e sposavano altri contadini della zona a loro volta agli ordini di qualche signore. Nel Settecento, prima della svolta ideologica illuminista e dell'avvento borghese, la ricchezza era ancora basata sulla quantità di terre possedute perchè dalla terra veniva il denaro.



La casa di un contadino, come abbiamo visto, era poco più di una stalla, ma vorrei farvi entrare con me per mostrarvi come era strutturata all'interno: la costruzione che comprendeva in sé sia la parte abitativa che la stalla, sebbene le due spesso si confondessero.

Tutti i membri della famiglia abitavano la stessa casa che passava dal patriarca al suo figlio maggiore, i figli maschi secondogeniti solitamente lasciavano l'abitazione per costruire la propria e la loro vita altrove, mentre le figlie la abbandonavano con il matrimonio, rimanevano le figlie zitelle e i figli fantini, cioè celibi, più i parenti vedovi e indigenti come zii e nonni, in questo modo la quantità di persone in casa era sempre equilibrata, grossomodo non si era mai meno di quattro, fino ad un massimo di una quindicina, più che altro dovuto allo spazio fisico.

Un armadio a muro per risparmiare spazio
Lo spazio, infatti, era sempre poco, conteso tra tutti coloro che abitavano nell'edificio, uomini e bestie, ma soprattutto tra gli abitanti e i loro mobili che erano minimalisti, infatti l'arredamento più consueto di questo genere di abitazione era costituito da stipi ed armadietti a muro scavati nella spessa parete domestica.
Una casa di contadini benestanti era strutturata su due piani, l'abitazione più il fienile, raramente si saliva oltre in quanto la possibilità di costruire dimore tanto alte e architettonicamente complesse andava oltre le conoscenze sia culturali che finanziarie dei paesi contadini.
Le costruzioni erano sempre sistemate sopra massi, pietre e muraglioni rocciosi: potrebbe apparire una scelta inconsueta o scomoda, ma molto coerente in quanto sfruttando le zone morte si sarebbero trovati al di fuori dei terreni fertili e pianeggianti, per non privarsi di un appezzamento, anche piccolo, in cui si poteva coltivare. Le rocce, inoltre, formavano solide fondamenta delle abitazioni su cui far crescere i muri delle case che potevano arrivare fino a 80cm di spessore e rendevano molto più solida e stabile l'intera struttura.

I due piani dell'abitazione erano adibiti a funzioni differenti: il piano terreno, a contatto con il pavimento, era per le persone e gli animali, il sottotetto, invece era adibito a fienile e a ripostiglio per le provviste che non sarebbero marcite (pane, oggettistica, attrezzi, legumi) se si aveva la fortuna di possederne; nel caso dei più ricchi esistevano anche delle cantine scavate nel sottosuolo a cui si accedeva tramite ripide scale scavate nella terra o nella roccia. Le cantine erano sempre più d'una e ciascuna aveva una propria destinazione: nella casa da me visitata se ne incontravano tre destinate rispettivamente alle provviste di vegetali, ai formaggi e al vino, questa scelta era fatta per far sì che i sapori non si mescolassero, contaminando profumo e gusto degli alimenti. Le tre cantine erano comunicanti tramite porte, ma costruite a livelli differenti (3-4 cm di dislivello) che conferivano a ciascuna un grado di temperatura differente (uno sbalzo termico di 3-5 °C): le più fredde erano per il formaggio, le più calde per il vino. Un particolare interessante è che il soffitto delle cantine non era intonacato, in questo modo la pietra in cui era costruito poteva respirare e assorbire l'umidità rilasciata dagli alimenti, se invece si passava la malta sulle pietre l'ambiente rimaneva forzatamente impermeabilizzato e i cibi finivano con il marcire.

Focolare di una stanza del fuoco
L'ingresso della casa aveva il pavimento in terra battuta e questo suggerisce che lì passavano anche gli animali e alcuni, come muli o asini, vi stazionavano anche, se la famiglia era sufficientemente fortunata da possederne. Avere un asino era una gran ricchezza, se ne avevano un paio per ogni villaggio e se avete letto I Malavoglia di Giovanni Verga sapete bene che la povera Mena è costretta a rifiutare Alfio prima per la sua povertà e poi, quando arriva con l'asino, perchè le malefatte di Lara avevano contaminato anche la sua reputazione [non certo un'eroina moderna, il canone odierno vuole che per amore si passi sopra a qualunque trascorso].


Per riscaldarsi in casa i camini erano poco efficaci, erano spesso singoli, a volte anche solo miseri focolari nel pavimento, e il loro potere calorifico decisamente ridicolo, per questo le stanze dove erano posti, chiamate stanze del fuoco, venivano adoperate per i lavori invernali, per esempio il ricamo, ma soprattutto la preparazione di prodotti caseari.
Lo strumento più efficace per avere un po' di tepore era dividere il proprio spazio con altri mammiferi, meglio se grossi e pelosi: le pecore erano quotatissime.

La stanza più importante della casa, quindi, non era quella con il camino, ma quella con gli animali, una stalla comune a uomini e bestiame.
Si trattava della più grande dell'edificio, interamente rivestita in legno come coibentante ed era costituita da due o più ambienti comunicanti: nel più grande sedevano le persone, lavorando e parlando e conducendo la vita di famiglia, le donne cucivano, ricamavano o lavoravano i merletti al tombolo, sgrossavano, filavano e tessevano la lana mentre gli uomini approntavano gli strumenti per la primavera e il lavoro dei campi, solitamente questo ambiente era costituito da un tavolo centrale e da alcune panche addossate alla parete, la scelta è da ricercarsi proprio nella mancanza di spazio di cui abbiamo detto poc'anzi.
Una stanza comune con alcuni attrezzi da lavoro
Notate con attenzione che non ci sono sedie, troppo ingombranti, ma panche alle pareti


Gli altri ambienti comunicanti erano destinati agli animali: pollaio, stalla e recinto chiuso.
Avere delle pecore nel recinto era estremamente comodo d'inverno, insieme ad esse venivano sistemate le culle dove dormivano fino a tre neonati l'una, mentre sopra le teste degli animali era sistemato un ripiano di legno simile ad una mensola molto larga dove dormivano i padroni di casa in quanto quello era l'ambiente più caldo. Gli altri si sistemavano sul pavimento della stanza, che era di legno e, quindi, meno gelido.
Il fienile, per quanto comodo, era usato come giaciglio solo d'estate perchè, essendo aperto per arieggiare paglia e fieno, d'inverno era anche estremamente freddo.

Una vista degli ambienti della casa con stalla e recinto.
La zona delimitata dalla tendina e con la culla era il recinto dove erano tenute le pecore, solitamente chiuso da una cassapanca che fungeva anche da mangiatoia. Sopra le loro teste era posta una trave dove dormivano le persone.
Dietro al recinto c'era la stalla delle vacche, mentre l'angolo di pavimento che spunta proprio al centro appartiene alla stanza della foto precedente, la sala comune (angolo in basso a sinistra), che come vedete era comunicante col recinto e la stalla.


La scelta di vivere insieme agli animali può forse non sembrare estremamente igienica, ma era la migliore in quanto la presenza di tanti mammiferi insieme creava un'atmosfera più calda rispetto alle altre camere, certo non i 20°C a cui siamo abituati [dimentichiamoci gli scioperi bianchi fatti a scuola quando i caloriferi non funzionavano], ma comunque meglio della media al di fuori, che arrivava anche a -20°C.
Certo questi animali con i loro parassiti, pulci, zecche, ecc erano estremamente pericolosi per i neonati il cui sistema immunitario non era ancora sviluppato, ecco quindi spiegato come mai molti bimbi morivano giovanissimi o non superavano l'inverno, le temperature freddissime e l'igiene domestica erano le principali cause di mortalità.
Se la cosa stupisce, comunque, basta pensare a quante malattie si sono debellate da quando Florence Nightingale, la signora con la lanterna, ottenne che fosse obbligatorio per il personale medico di lavarsi le mani prima di operare su un paziente...

Come avrete capito, la vita era difficilissima, anche terminato il rigido inverno sopravvivere era arduo; in primavera si piantavano molte colture come segale e ortaggi nei campi, patate e granoturco, ma nessuna di queste avrebbe dato i suoi frutti prima dell'estate, come fare quindi a sopravvivere?
Beh, si usciva di casa e si andava alla ricerca di vegetali selvatici, nei mesi primaverili i contadini che si occupavano di lavorare la terra e di coltivare mangiavano spinacio selvatico, cardo, ortica, ecc. come i topolini di Boscodirovo, con quelli si preparavano contorni e confetture, composte e minestroni.
Questa fissazione per il verde era dovuta principalmente al fatto che durante l'inverno si era consumato solamente carne essiccata, latte e derivati e pane duro e secco (perchè il pane si faceva una o due volte l'anno e lo si ammollava nel brodo, nel latte o nel vino), usciti finalmente alla luce, quindi, i contadini avevano necessità di consumare delle fibre piuttosto che zuccheri o proteine.
Il fienile (ristrutturato e visitabile)


L'inverno non era semplicemente un periodo di freddo fastidioso, patendo il freddo lo si temeva molto di più, cadevano fino a 8m di neve l'anno, coprendo quasi del tutto le case e i loro ingressi, le persone rimanevano confinate nelle mura domestiche dai 3 ai 7 mesi l'anno e dovevano essere provviste di tutto il necessario per sopravvivere come ad un assedio, a primavera poi si contavano quelli rimasti e si aggiornavano i registri o si celebravano i funerali.
Riuscite ad immaginare 7 mesi in compagnia dei propri parenti senza privacy né diversivi alle noiose serate?
Ascoltare favole, racconti di guerra o vicende della valle o del luogo era il massimo divertimento, chiusi in una stanza così a lungo rendeva i legami non sempre buoni, i rapporti tra le varie donne di casa erano spesso tesi a causa della gerarchia che imponeva l'età, la data del matrimonio e il componente a cui si era sposati come una scala rigida. La suocera aveva potere illimitato sulla giovane nuora, per questo molte figliole che prendevano marito ponevano come condizione di non avere la madre di lui tra i piedi, l'ex fidanzata del mio defunto nonno rifiutò apposta la sua proposta di matrimonio perchè lui, rimasto solo con la madre, si rifiutò di abbandonarla e la giovinetta, a quanto pare, non era disposta a dividere il suo scettro del comando con nessuno. Bell'ipocrita, la signorina!
Anche tra le nuore la rivalità spesso era molto sentita, si scatenavano piccole faide in cucina o al tavolo e le donne di casa concorrevano nel ricamare il pizzo più pregiato o tessere il tessuto più raffinato.
Inutile dire che in una realtà e in una società come quella essere inabili al lavoro era una morte. Gli anziani vivevano poco, le condizioni erano estreme, i menomati spesso impazzivano per l'inedia e le persone con problemi fisici o mentali non sopravvivevano a lungo, le malattie erano un terrore e la peste non era che una delle tante, ma si moriva per un banale raffreddore.

Quando pensiamo al passato, non immaginiamoci soltanto l'affolata sala da ballo di Almack's, perlaltro fredda, ma soffermiamoci un attimino a figurarci a dormire abbracciati ad un segugio pulcioso, sopra le teste di pecore, sposate ad un caprone montanaro o ad una bisbetica di villaggio con la penetrante voce da trogolo e le maniere di uno scaricatore.
Due porta-tombolo, deliziosamente rifiniti
con colori e disegni.
Sulle sbarrette erano posti dei cilindri
imbottiti usati per fare il pizzo chiacchierino
Il vestito della povera gente era uno solo per sempre, per le donne era composto da una scamiciata informe che doveva appositamente nascondere le forme femminili, per gli uomini pantaloni e bolero, cardigan e cappello; ad entrambi era abbinata una camicia bianca: si riconosceva facilmente la camicia del giorno di festa perchè aveva il pizzo anche sui polsini, che altrimenti mancava per non intralciare il lavoro.
La camicia la si lavava una volta al mese, i più fortunati ne avevano due o tre, il vestito mai e quando era troppo sudicio lo si tingeva, lavarlo era impensabile, la stoffa si sarebbe rovinata e avrebbe impiegato troppo tempo per asciugare, frangente nel quale la persona non aveva altro con cui andare in giro e svolgere le proprie faccende. Il grembiule del vestito era fissato in vita con una fettuccia colorata, se questa era interamente verde significava che la donna era nubile, altrimenti se aveva la terminazione rossa voleva significare che era già sposata [come le nostre magliette con scritto Sono single oppure Cerco boyfriend].

Per gli uomini l'unica decorazione era sul cappello, dove era posto uno specchietto contornato di fiori: è da lì che viene il modo di dire specchietto per le allodole, dove allodole sono le ragazze, in quanto la decorazione doveva essere posta sul fronte del cappello e il riverbero luccicante avrebbe dovuto attirare l'attenzione delle pulzelle sostenendo la condizione di celibe dell'uomo.
Ai piedi di queste persone c'erano scarpacce di pelle scadente, più spesso ancora zoccoli in legno, i cosiddetti sabot scavati nel tronco fresco, duri e scomodi e non certo caldi per camminare nella neve.

Dopo tutto questo, vorreste davvero andare a vivere nel Settecento?
Tanto per informazione, la gente ha vissuto così fino agli anni '40 del Novecento, non troppo tempo fa per guardarli con disprezzo, chiamarli trogloditi e villani come mi è capitato di sentire: erano persone apprezzabilissime e piene di dignità e voglia di vivere che faceva loro onore, è umiliante riconoscere nella nostra facilitata società moderna, invece, così tanti morti viventi, persone senza sugo, senza scopi e senza voglia di vivere nonostante la felice esistenza che è stata data loro.
Questa non è una predica, né una ramanzina, chi legge questo blog so che lo fa anche per imparare e questo fa onore a loro, anche io imparo facendo ricerche e non voglio essere né ipocrita né paternalista, non mi si addice nessuna delle due etichette, ma credo sia giusto sfrondare le figure storiche di tutti i falsi miti che sono stati appiccicati sopra nel corso del tempo come i liceni agli alberi, stratificandosi fino a nascondere completamente la forma originaria. Apriamo gli occhi e guardiamo il passato per quello che era, non solo una bella favola: questo, purtroppo (e parlo per esperienza) ci farà apprezzare un po' meno certe letture piuttosto superficiali, ma darà nuovo slancio alla bellezza della nostra vita e nuova passione per i contenuti validi della cultura con cui entriamo in contatto.

Con affetto,




Mauser


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