7 febbraio 2010

La venditrice di fiori

Quest'oggi, con un po' più di tempo per l'approfondimento, vorrei analizzare questa controversa figura professionale, poco comune nella nostra società, ma diffusissima in quella passata: la venditrice di fiori.

La prima cosa da dire è una precisazione, ovvero: le venditrici di fiori non erano delle fioriste. C'è una differenza abissale tra queste due categorie di persone, sia per quanto riguarda al cultura che la vita, credo quindi sia importante non confonderle.

Le venditrici di fiori erano perlopiù donne anziane, che cercavano di guadagnare qualche spicciolo vendendo mazzolini di fiori ai passanti per pochi spiccioli. Era un lavoro svolto anche da alcune bambine, magari troppo piccole per essere sfruttate da qualche padrone schiavista o inabili per via di deformazioni e ferite.

Vi erano poi diversi uomini che svolgevano questa professione, sebbene in numero nettamente inferiore rispetto all'altro sesso: mutilati, malati, zoppi, storpi e così via. Questi sedevano su una panchina con la loro mercanzia esponendola al pubblico, ma si trattava di una minoranza.

A differenza delle fioriste, che possedevano un negozio proprio o lavoravano in quello del marito o padrone, le venditrici di fiori girovagavano per le strade delle città, specialmente quelle grandi e molto frequentate come Londra, Liverpool o Manchester, proponendo ai passanti di acquistare uno dei loro mazzetti.
I fiori che vendevano non erano belli come quelli dei fioristi, spesso erano sciupati o appassiti perché venivano tenuti per tutto il giorno nel cesto che avevano sottobraccio, a contatto con lo smog della grande metropoli, nero e pestilenziale.
I fiorellini, inoltre, non erano i migliori fin dall'inizio.
Se la venditrice guadagnava a sufficienza, poteva permettersi di andare a comperare i fiori più brutti a Covent Garden, il grande mercato di Londra, o un luogo analogo nella città dove lavorava, prendeva, insomma, quel che non compravano i fioristi, mentre se era povera o alle prime armi, di solito si doveva accontentare degli scarti o delle corolle appassite, dopo che erano state esposte per tutta la giornata, quindi ormai invendibili.

Quando la venditrice, donna o bambina che fosse, aveva a disposizione i fiori, sistemava questi in mazzolini, legati con gli scarti della canapa, i fili di corde gettati via o altro materiale, dopodiché sistemava il suo misero bottino nel cesto sottobraccio e cominciava il suo pellegrinaggio, interpellando ogni passante circa la sua mercanzia.
I mazzolini costavano pochi penny e per quel che erano, era più un gesto di carità che una reale necessità del compratore, ma a differenza della carità, non esprimeva automaticamente la pietà che si poteva provare, non ferendo quindi l'orgoglio della venditrice.
Molti, comunque, ignoravano le venditrici, a volte scacciandole in malo modo e percuotendole con pedate o bastonate, c'erano infatti borghesi che disprezzavano quella categoria e, se non riuscivano a ignorarle, sfogavano su di loro la frustrazione repressa dell'esistenza, saltuariamente rovinando il loro lavoro e i loro mazzetti; questo sfogo era rivolto a loro così come su altre categorie di derelitti che popolavano la strada nel tentativo di guadagnarsi da vivere con un lavoretto, ad esempio i famosi lustrascarpe, i venditori di giornali ecc.



A mio avvio il comportamento di questi è deprecabile da qualunque punto di vista, specialmente considerando che, nel caso non ci si fosse potuto guadagnare il pane quotidiano a quel modo, molti lustrascarpe sarebbero diventati ladruncoli e borseggiatori e molte ragazzine venditrici di fiori sarebbero state costrette ad entrare nei bordelli ad un'età in cui, generalmente, si frequentano ancora le scuole elementari.

Il guadagno di una giornata di lavoro delle venditrici era una cosa irrisoria, quanto bastava per comprarsi da mangiare (e ricordiamo che i poveri delle metropoli inglesi già mangiavano gli scarti della borghesia), a volte non era sufficiente e la ragazzina o la vecchia doveva aspettare due giorni per mettere sotto i denti qualcosa di commestibile.

Il lavoro delle venditrici di fiori era più comune di quanto oggigiorno riusciamo a credere, ogni angolo e ogni marciapiede aveva la sua piccola corte di straccione che, col paniere sotto braccio, chiamava i potenziali clienti vendendo loro i mazzetti migliori.


L'altra faccia della medaglia: prostitute e piccole ladruncole
Le venditrici di fiori, nell'immaginario collettivo Vittoriano, vengono spesso affiancate a figure di meretrici e ladre, imbroglioncelle di bassa lega, anche per questo erano a volte disprezzate.

Non si trattava di un fenomeno diffusissimo, ma comunque esistenze e non ignorabile, trattato anche nelle varie analisi sulla possibilità di eliminazione della criminalità minorile, così come nelle (fallimentari) proposte di regolamentare la prostituzione nel tentativo di debellarla.
Con l'occhio di oggi si può dire poveri sciocchi, senza aversene a male, visto che il mestiere più antico del mondo continua ad essere assai praticato ancora oggi, sia qui in Italia, come in Inghilterra, i tentativi Vittoriani, quindi produssero pochi risultati nel campo della cancellazione dello stesso, ma si deve riconoscere loro alcuni meriti, di cui, tuttavia, parleremo più approfonditamente nel posto particolareggiato che prima o poi vi scriverò sopra.

Ma ad ogni modo, è innegabile che molte venditrici di fiori utilizzassero questa professione solo come facciata.
Le ragazzine richiamavano i clienti, sottraendo poi loro portafogli e portavalori dalle tasche o dalle borsette delle signore, magari lavorando in combutta con un complice.

Le donne adulte, invece, manifestavano il loro vero lavoro andando ancheggiando verso i potenziali clienti, a volte in abiti succinti mostrando parti del corpo o in atteggiamenti provocanti.

Penso sia inutile affossare un'intera categoria di lavoratrici solo perché alcune avevano scopi loschi, il marcio sta dappertutto, mi sembra assai ingiusto, quindi, prendersela con ogni venditrice come se si trattasse di una potenziale prostituta pronta ad adescare il clienti, come saltuariamente accadeva.


Difficili condizioni di lavoro
Fare la venditrice di fiori non era un mestiere facile.
Innanzi tutto la vita era sfiancante e nel tentativo di guadagnare denaro a sufficienza per pagarsi un tozzo di pane, spesso le ragazzine o le anziane dovevano lavorare dall'alba fin oltre il tramonto.
Covent (o i luoghi analoghi) dove si compravano i fiori apriva prestissimo, come i moderni mercati e forse di più, costringendole fin dal risveglio ad una levataccia e, probabilmente, ad una bella scarpinata da una parte all'altra della città.

Alcune ragazzine che avevano le gambe agili e giovani, andavano tutti i giorni dalla periferia di Londra fino in città, esse raccoglievano nei campi i mazzolini di erbe e boccioli selvatici e poi li andavano a vendere, anche in quel caso, però, il risultato non era bellissimo perché la ragazza doveva camminare parecchio prima di arrivare in un posto dove si potessero raccogliere fiorellini graziosi e altrettanta strada doveva farla al ritorno, percorrendo un lungo tragitto.

Procurati i fiori e annodati i mazzolini, bisognava venderli ed era regola non scritta non apparire troppo miserevoli agli occhi dei clienti.
Questo era tuttavia difficile: essendo povere le venditrici spesso indossavano abiti consunti su più strati, erano scalze e sporche e di sicuro un bagno non era il loro primo pensiero, visto che non lo facevano neanche i re tanto di frequente...

Avete mai provato a camminare scalzi? Quando sono al mare e mi tocca passeggiare su quei sassolini insopportabili divento lamentevole come un animale ferito, penso quindi che fosse terribile procedere scalzi sulle strade più o meno sterrate della città, con cocchi e sporcizia ovunque, ma è mestamente conciliante sapere che non era una condizione di povertà particolarmente rara, ma anzi molto diffusa, visto che le scarpe costavano carissime.


Motivazioni socio-economiche sulla presenza delle venditrici di fiori
Le motivazioni che gli storici hanno evidenziato possono essere molte, ma credo che la maggior parte abbia a che fare con il sovraffollamento delle città.
Facendo un breve riassunto delle varie teorie espresse a riguardo, bisogna ricordare che tra Settecento e Ottocento l'Inghilterra venne investita da due Rivoluzioni Industriali.
Queste, fenomeno senza precedenti, dissestarono il millenario equilibrio agricoltura-commercio-religione che da secoli, fin dal Medioevo, regolava la vita delle persone.



Così, mentre la Chiesa tentava di mantenere l'ordine tra le sue fila, il bilancio agricoltura-commercio cominciò pian piano a deteriorarsi.
I commercianti infatti, affascinati dall prospettive di guadagno che le nuove tecnologie offrivano, divennero imprenditori e industriali, costruendo fabbriche e impiegando personale dei luoghi dove queste sorgevano.
A loro volta, moli contadini che lavoravano nelle campagne, appresa la fortuna dei lavoranti delle fabbriche, inizialmente operai specializzati, furono colpiti dalla "febbre dell'oro" e si riversarono in massa nelle grandi città alla ricerca di fortuna per una vita migliore.
Qui la sovrabbondanza di persone crebbe con ritmi insostenibili, così i molti che non riuscivano a trovare lavoro nell'industria, finivano per rimanere invischiati nel circolo della vita cittadina, tra piccoli furti e lavori più o meno legali, o al limite della legge. Ben pochi facevano ritorno al loro luogo natale, dove di sicuro non li aspettava una vita più facile o confortevole.
Animata dal desiderio di crescita sociale, ma molo più probabilmente da quello di avere qualcosa da mangiare tutti i giorni e un tetto sopra la testa, la popolazione delle città aumentò e continuò ad aumentare.
Le risorse divennero insufficienti e la povertà diffusa creò nuove figure di genti che si arrangiavano come potevano per campare. Non si può fargliene una colpa, sopravvivere era difficile a causa di malattie, difficili condizioni sanitarie, insostenibilità della vita, durissima e poco gratificante.
Le venditrici di fiori, come i lustrascarpe, i venditori di giornali, i piccoli fattorini e molte altre figure, furono solo una delle molte sfaccettature di questa società all'avanguardia, percorsa dal ritmo dell'industria e delle scoperte che crescevano, ma affetta dal male incurabile della povertà e dalla criminalità.

Senza contare che la stessa popolazione inglese, in termini di numeri, era superiore a quanto il Paese riuscisse a mantenere con le sue stesse risorse. Questo purtroppo era un problema diffuso già dal passato, essendo l'Inghilterra un Paese economicamente forte, ma per lo più privo delle risorse primarie necessarie a mantenere la sua popolazione, molto numerosa a causa dell'economia forte.


Oggi
Come si è spiegato sopra, il fenomeno delle venditrici, trattandosi di una professione poco redditizia, per non dire miserabile, è sintomo di una società povera, sovraffollata, ma in via di sviluppo.
Nel mondo attuale, sebbene questo esercizio sia scomparso dalle nostre strade, lasciando il posto a mendicanti comuni e qualche venditore Made in China o di prodotti contraffatti, esso non è stato debellato dall'intero mondo.
In paesi come l'India (tra l'altro di cultura parzialmente derivata da quella inglese vittoriana), l'Indonesia, alcuni stati africani o sud americani, esso è ancora diffuso.


Riferimenti letterari e artistici
Alcune fortunate venditrici sono state protagoniste di opere di ambientazione Vittoriana o Edoardiana.
Il primo riferimento che viene in mente è Eliza Doolittle, interpretata a teatro dalla bravissima Julie Andrews e al cinema da Audrey Hepburn nella commedia (amara) My fair lady.

Il riferimento che, tuttavia, mi è più caro, è quello di Emma, il manga giapponese creato da una Kaoru Mori al limite della precisione storica.
Emma infatti, ragazzina di campagna rimasta orfana, viene rapita da commercianti di bambini che, giunti a Londra, tentano di venderla alla proprietaria di un bordello nonostante la sua giovanissima età. Sfruttando un momento di disattenzione la bambina riesce a scappare per le strade della capitale, finendo per perdervicisi, ma trovando il modo di sopravvivere confezionando mazzolini di fiori. Successivamente, animata dal desiderio di guadagnarsi un'esistenza onesta basata sul lavoro, Emma viene presa per dei lavoretti in una famiglia e qui incontra la sua protettrice, Mrs Stoner, vedova ed ex istitutrice, che la assume come cameriera e la educa secondo i dettami della moralità Vittoriana.
Il riferimento al primo lavoro di Emma si ritroverà più volte nella storia, sarà lei stessa a pagare una piccola venditrice, acquistando un mazzolino di mughetti e violette e sarà il suo innamorato, William Jones, che, dopo aver appreso la vera storia della ragazza da un amico e aver inutilmente inseguito il suo treno, avrà compassione di un'altra piccola venditrice, comprando a sua volta un mazzetto, rivendendo in lei la sua Emma di cui ha finalmente scoperto la storia (che naturalmente continua per quasi altrettanti volumi, quindi non si tratta del finale ^_^).



Anche nel variopinto ed eterogeneo universo di personaggi di Charles Dickens a volte fanno capolino le venditrici, corredo di storie come Oliver Twist oppure David Copperfield, dove vi si fanno saltuari riferimenti. Anche in altre opere le venditrici fanno capolino tra i personaggi secondari e le comparse, sintomo di quanto la loro professione fosse diffusa.

Dal punto di vista musicale, molte sono le canzoni popolari inglesi che parlano di venditrici di fiori, a voltre drammatiche come accadeva nelle canzoni di una volta; anche i grandi compositori hanno scritto pezzi e brani divenuti famosi in opere liriche, come I più bei fior comprate (anche conosciuto come La fioraia fiorentina), scritto da Gioacchino Rossini, di cui vi lascio il link.


Beh, spero che il post vi sia piaciuto,
ci vediamo presto!



Mauser

5 febbraio 2010

Choker Necklace - il girocollo

Continuiamo con un nuovo intervento il viaggio nel mondo passato dell'epoca Georgiana e Vittoriana.
Questa volta voglio dedicarmi ad una tipologia di gioiello particolarmente diffusa in entrambi i periodi storici di cui ci occupiamo: il choker necklace.

Il nome choker necklace potrebbe essere tradotto, per affinità di concetto, con l'italiano girocollo, ovvero una collana che non pende eccessivamente sul davanti; questa caratteristica, tuttavia, cozza in maniera abbastanza vistosa con il concetto di girocollo moderno che abbiamo in mente, cioè un filo di materiale prezioso (oro o perle), che si adaga elegantemente alla base del collo, posandosi appena sulle spalle e sulla clavicola. Ultimamente esso è stato tradotto anche come collarino, ma preferisco non utilizzare questo termine che mi ricorda davvero troppo il collare per i cani... -.-'

In età Georgiana soprattutto e Vittoriana poco, la forma del girocollo era abbastanza differente, per questo preferisco riferirmi al monile chiamandolo col suo nome inglese, in questo modo non si generano confusioni inutili su quello che è e quello che dovrebbe, passando per quello che era, ma non è più =P

La foggia del choker necklace era "a fascia", ovvero una collana piatta, alta mediamente due dita, che avvolgeva la parte inferiore del collo, accentuandone la lunghezza e la forma aggraziata.
Realizzato sia in materiali chiari che scuri, questo tipo di gioiello era pensato per slanciare la curva del collo e, allo stesso tempo, ornare determinati tipi di scollature non troppo profonde (dove sarebbe scomparso nel tripudio di carni al vento).



Molto importante è differenziare il chocker con la torque, quest'ultimo è un monile di origine celtica proveniente dall'età del bronzo, caratterizzato da una sagoma rigida che si fermava alla base del collo, praticamente era un grosso anello aperto per far passare la testa, il choker, invece, è necessariamente morbido: la collana può essere di stoffa o metallo o altre forme e, purchè la sua struttura sia molle, essa sarà un choker e non una torque.

L'idea di questo monile è antica, medievale, forse, e non passò mai di moda da allora fino all'alba vittoriana, quando, dopo il periodo di decadenza avuto con Maria Antonietta, era stato relegato al ruolo di "collanina".
Il choker necklace, nelle sue molte forme, diventerà ornamento da giorno e da sera, a volte considerato volgare, altre il massimo dell'eleganza.

Una caratteristica che di sicuro ha mantenuto per tutta la durata della storia che andremo ad analizzare era il saper esaltare la sensualità femminile, fornendo un contrasto tra il candore latteo della pelle e quello della striscia di oro o di tessuto pregiato che correva lungo la colonna, ricordiamoci che la gente di quel tempo si faceva dei viaggi mostruosi su un bellissimo collo e le orecchie potevano essere il feticcio nascosto di un uomo...

La particolarità del choker, comunque, è quella di essere molto fasciante, senza rivoli di diamanti e perle e maglie d'oro che cadono sul petto e sulle spalle.
La sua storia nella moda Georgiana nacque quando le signore (forse meno abbienti) cominciarono ad adottare l'usanza di legarsi fiocchi intorno al collo, magari adorni di un semplice pendente, al posto delle collane costose.
Benchè questa moda rimase piuttosto in sordina durante il regno di Luigi XVI e Maria Antonietta (quest'ultima implicata nello scandaloso Affare della collana che voleva i gioielli vistosi, appariscenti e molto costosi), essa fu ripresa durante la Rivoluzione Francese dagli inglesi, in particolare dalle ragazze che usavano indossare un fiocco rosso intorno alla gola in memoria di coloro che erano caduti sotto la scure della ghigliottina.

Secondo diversi pareri, quest'usanza dei fiocchi rossi è il primo esempio nella storia di simpatia nei confronti delle vittime anche quando queste non sono conoscenti o amici, insomma, qualcuno a cui siamo legati affettivamente.

Successivamente, passato il periodo rivoluzionario, il rosso del fiocco venne sostituito dal nero e dal blu, o dal bianco, a seconda dell'abbinamento con l'abito.
In epoca Vittoriana i colori scuri erano molto diffusi per la striscia di stoffa, anche perchè facevano risaltare la carnagione pallida ed esaltavano la forma del collo distogliendo l'attenzione da altre parti, magari non altrettanto delicate.
Abbinato al collarino in stoffa era quasi sempre un pendente significativo, ad esempio un cammeo o una perla a goccia piuttosto vistosa.

La perla o il cammeo erano studiati appositamente perchè scendessero sullo sterno della donna, mettendo così in evidenza la scollatura [sebbene esse fossero molto castigate in alcuni periodi].
Il colore era molto importante per esaltare la carnagione e le forme della donna e lo stesso pendaglio era spesso un piccolo capolavoro di arte orafa, abilmente cesellato in oro o argento e, in alcuni casi, rifinito con pietre preziose.
Se si escludono gli esempi citati sopra, esistevano ciondoli di qualsiasi forma; in epoca tardo Vittoriana prese particolarmente campo la moda equestre e così si rintracciano facilmente una moltitudine di ciondoli con riferimenti ai cavalli, come miniature di questi, teste, ferri e così via.
Anche i fiori erano molto in voga, essi erano più apprezzati per le signorine, che dovevano avere grazia e decoro, bellezza e raffinatezza, proprio come i fiori stessi.

In alcuni casi , la striscia di stoffa che formava il legaccio era sostituita da un collare a placche o a maglia in metallo, oppure da uno o più giri di perle. Nelle immagini allegate trovate molti esempi di questo tipo; in particolare i collari di perle furono ripresi sul finire dell'Ottocento e rimasero in voga per tutta l'epoca Edoardiana fino agli anni dieci e venti del Novecento, quando vennero sostituiti dalle perle ad un solo giro che cadevano lungo il corpo sinuoso della donna fin quasi al bacino.


Dettagli e accorgimenti
La regola fondamentale, quando si indossava (e si indossa ancora) un choker necklace è badare ai dettagli.
Quindi scordiamoci pure Jennifer Lopez nel film The wedding planner quando dice "NAAD: Non Attenti Ai Dettagli".
Essendo piccolo, un gioiello come il choker deve o risaltare o far risaltare qualcosa, controllare le raffinatezze è un'ordine.

Per esempio, un choker di stoffa molto raffinato non avrà mai una chiusura a gancetto come quella delle collane, bensì si annoderà con un fiocco. Se la donna che lo indossa è sufficientemente frizzante, non occorre neanche il ciondolo perchè il fiocco, sufficientemente elaborato, può svolgere anche quel ruolo.
Le donne dell'epoca, tuttavia, consideravano questo espediente poco signorile, poichè esaltava troppo il collo facendo sembrare la donna "a caccia di uomini", per questo era invece molto adoperato dalle prostitute. Era comunque sempre buona cosa aggiungere un fermaglietto per non sembrare proprio una gatta, ecco...

Poi c'è il ciondolo. E qui si fanno le distinzioni: il cammeo deve essere alto almeno il doppio della striscia di tessuto e non deve essere troppo rosso (di cattivo gusto, lo usavano le prostitute, quindi attenzione!), esso può essere fermato come pendente alla fettuccia oppure è la striscia che passa dietro, fiddandolo direttamente sulla pelle, in quel caso bisognava fare attenzione quando si beveva, è probabile bloccarsi il cibo in gola con questo sistema: voi rischiereste un attacco poco signorile di singhiozzo in mezzo ai pezzi da 90 della buona società, mentre siete a caccia di marito?

Se invece si tratta di un ciondolo a perla, la forma è interessante: solitamente si usano splendide perle a goccia, magari grigie (secondo me sono splendide!), ma la perla non deve essere troppo vistosa, a differenza del cammeo, non deve sembrare un uovo di struzzo, insomma!
L'esagerazione deve essere su altre cose. Invece è importante notare come essa èsistemata con la stoffa: se un gancetto metallico è stato infilzato nel bulbo madreperlaceo, allora è un chocker di poca qualità, almeno artistica, sennò lo stile più raffinato pretende che la perla sia incastonata in una specie di nido e sia poi questo che, a sua volta, sarà agganciato alla fettuccia.

La perla è importante che finisca direttamente nell'incavo tra le clvicole, in questo modo sembrerà nata con la proprietaria, per fare questo le ragazze tenevano deliberatamente più laschi i loro chocker necklace.

Per finire i materiali della stoffa.
Solitamente era usata la seta, il raso dava ottimi effetti di lucentezza anche a distanza facendo apparire lucida la superficie. Molto usato era anche il velluto.
Tutti gli altri materiali sono da escludere dalle raffinatezze vittoriane, si tratta solo di tentativi di riproduzione moderni, per lo più di stampo steampunk (assolutamente non utilizzato il pizzo).

Beh, per oggi scappo, mi spiace di scrivere solo post sull'abbigliamento, ma sono i più veloci e molti li ho già pronti nel cassetto che non aspettano altro che di essere tirati fuori e, visto il poco tempo che possiedo, è un bene averli, sennò aggiornerei ad ogni morte di papa!

Baci a tutti, spero di esservi stata utile, purtroppo le immagini sono quello che sono perchè in giro si trova davvero poco sull'argomento =(



Mauser

3 febbraio 2010

Rai4: il giovedì dei period dramas

Che sia una appassionata di questa categoria di adattamenti televisivi, trasposizioni e storie, credo che ormai non sia più mistero.

È per questo che seguo sempre con molto interesse le varie uscite cinematografiche e televisive di questa categoria.
E così, girovagando per i forum, i blog e le mail di altri appassionati come me, ho scoperto che Rai4, il canale RAI visibile tramite digitale terrestre, avrebbe intenzione di iniziare la messa in onda di alcuni period dramas di origine BBC inglese, più qualche indimenticabile film.
Il giorno sussurrato per questo progetto storico sembra essere il giovedì: con cadenza settimanale, se saremo fortunati, potremo assistere al meglio delle pubblicazioni denominate period dramas.

Naturalmente si tratta di indiscezioni, ma pare che la notizia sia abbastanza vicina alla verità.

Stando a quel che ho potuto apprendere, l'iniziativa comincerà tra la fine di febbraio e i primi di marzo, con la serializzazione di 5 diversi film e telefilm tratti dalle opere di Jane Austen.
Scontato che volessero iniziare con una autrice di questo spessore, per vedere un po' come butta la cosa, insomma, granatirsi un pubblico e assicurarsi che questa cerchia di appassionati continui a seguire in futuro. Jane Austen è senz'altro una, se non LA, autrice inglese più conosciuta, facile quindi che possa riuscuotere più successo di altre e questo è da imputare anche al genere di storie, abbastanza leggere a differenza di una Jane Eyre, di Cime tempestose e così via.

I titoli in programma paiono essere i seguenti, praticamente l'opera omnia della Austen che spazia nella sua pubblicazione più conosciuta:

Ragione e sentimento
In particolare l'adattamento che vede protagonisti Hugh Grant ed Emma Thompson. Questo film non è una novità per chi segue il digitale, infatti è capitato più volte di vederlo in onda sul canale IRIS.
Questo adattamento aveva avuto molto successo al momento della sua uscita e viene addirittura consigliato ai puristi di Jane Austen.

Northanger Abbey
In questo caso la produzione è recente, si tratta infatti dell'adattamento del 2007 con Felicity Jones, ancora inedito in Italia; io stessa, curiosa di vederlo causa la mia passione incontenibile, ho dovuto prendere la versione sottotitolata, che leva parte del piacere, visto che si perdono passaggi importanti leggendo le scritte. Si tratta comunque di un film interessante, specialmente per la caratterizzazione dei personaggi che ho apprezzato molto.

Orgoglio e pregiudizio
E qui casca l'asino. Forse qualcuno mi detesterà, ma io odio la versione con Keira Knightley, per me è un O&P apocrifo, un'eresia! Preferisco addirittura quei romanzetti tipo "Le indagini di Mr & Mrs Darcy" a questa trasposizione dove la recitazione è un optional e i personaggi sono totalmente anacronistici, specie quello di lei. Ache se posso passare oltre l'attore che fa Darcy, la Knightley in questa parte non la posso soffrire, le sue sorelle sono insopportabili e Jane in confronto è il ciospo del villaggio. Spiacente ma questo salto. Se il film ha diviso i fans, io sto con quelli che danno contro.

Persuasione
Il percorso tra i period dramas di Rai4 prosegue con l'adattamento del romanzo omonimo; l'adattamento scelto, in particolare, pare essere quello dove Anne è interpretata da Sally Hawkins. Questa realizzazione ha come pregi una ricostruzione storica maniacale e il miglior capitano Wentworth che una appassionata di Jane Austen possa auspicare (davvero da rifarsi gli occhi). Lo consiglio vivamente!

Emma
Conclude la saga della cara Jane l'ultimo adattamento del romanzo Emma, stranamente non è stata scelta la versione del 1996 con Gwyneth Paltrow come, invece, mi sarei aspettata, bensì la realizzazione con Romola Garai, già conosciuta nel film Vanity Fair per il ruolo di Amelia (di cui abbiamo parlato qui).
Non ho visto questo film/telefilm, ma mi è stato molto raccomandato, quindi mi dedicherò alla visione con spirito critico e chissà che, se mi scappa la voglia, ci scriva un post sopra =P

Io aspetto con ansia spulciando come una matta i giornaletti con la programmazione televisiva, incrociando le dita e pregando che Rai4 abbia più sale in zucca di quanto ne abbiano le sue consorelle "in chiaro".
E una volta che il progetto sarà andato in porto (tipregotipregotiprego <- alla maniera de La principessa e il ranocchio), mi concederò di sperare in qualche titolo che sogno da un pezzo, uno su tutti... North & South!
E quale altro sennò? Ho stressato mezzo mondo con questa storia ^_^

Per la fonte originale da cui ho preso le informazioni:
Isn't it romantic



Mauser

2 febbraio 2010

La cravatta

Oggi parliamo della cravatta.
Questo accessorio della moda ha senza dubbio una storia che ne testimonia la crescente importanza come segno distintivo di importanza e raffinatezza. Essa passò infatti da "fazzoletto" a simbolo di debolezza, per essere poi ripresa in considerazione, e direi anche rivalutata, durante il Seicento.
Nel Settecento era già un capo di grande importanza nel guardaroba, ma era per lo più adoperata dai damerini più affettati, i dandy.

Passato il secolo dei tumulti, verso la fine dell'Ottocento la cravatta è un elemento imprescindibile dell'eleganza maschile e, in parte, anche di quello femminile che aveva iniziato ad attingere idee e tagli dal guardaroba virile, mutuando accessori come il cilindro, la cravatta appunto, i polsini rigidi, il colletto con bordo arrotondato e molto altro.


Storia e Origini
La storia della cravatta, come si è detto, risale al periodo romano, quando essa non era altro che un fazzoletto di stoffa (di cattiva qualità) che i legionari si legavano al collo.
Passeranno molti secoli prima che l'utilizzo del focale, nome antico della cravatta, si estenda oltre l'ambito contadino dove era stata relegata.

Si dice che il merito di aver riportato in auge questo accessorio sia da attribuire ai francesi, ma non è loro l'idea originale perchè, infatti, i veri sponsor di questo indumento furono i mercenari jugoslavi, croati in particolare, che la indossarono durante la Guerra dei Trent'anni.
Il Re Sole e Carlo II si contendono il primato del primo sovrano a pubblicizzarla, entrambi infatti rimasero famosi per le cifre da capogiro che spendevano nei loro accessori preferiti, istintuendo cariche come quella del "caravattaio di corte", non da confondersi con un semplice sarto...

La cravatta di quel tempo era molto differente da quella attuale, si trattava di fazzoletti ornati di pizzi e merletti pregiati girati una o più volte intorno al collo e annodati con un fiocco piano, che permetteva al pizzo di ricadere sul petto ostentando la ricchezza del gentiluomo.

Dopo i re, la moda si diffuse a macchia d'olio e anche i borghesi iniziarono ad utilizzare questo accessorio, sebbene con dettagli meno sfarzosi e ostentati, prediligendo tuttavia colori scuri come nero, grigio, blu e verde bosco. I motivi si ricercano nella praticità (pochi fronzoli che sarebbero finiti tra le mani mentre si lavorava e colori spenti che si sporcassero difficilmente).
Poi, si sa, quando un indumento diventa parte della vita quotidiana, quindi adoperato da mercanti e commercianti, è difficile estirparlo, le abitudini sono dure a morire.
Quindi sarà la cravatta che, col passare del tempo, si adatterà alle esigenze e ai canoni estetici delle epoche in cui era adoperata, senza tuttavia scomparire mai definitivamente dalla scena modaiola.

Al giorno d'oggi, XXI secolo, essa è ancora una parte importante che determina l'eleganza maschile e la bellezza dello stile androgino per la moda femminile.

L'origine del nome "cravatta" è singolare.
Come si è detto, essa era stata importata in Francia dai mercenari croati della Guerra dei Trent'anni e proprio da "croato" deriva il vero nome di questo accessorio, originariamente definito croatta e poi, per estensione, cravatta.


Foggia, forme, nodi e colori
In origine la cravatta non possedeva la silhouette oiderna, lunga e affusolata, ma si trattava invece di un fazzoletto ed era spesso identificata come una sciarpa.
Essa era fatta di mussola e ornata alle estremità da pizzi e ricami importanti.
Spesso era corredata da spilloni che la fermassero a diversa altezze e la impreziosivano con pietre preziose incastonate.

Sia Carlo II, Re d'Inghilterra, che il Re Sole, sovrano di Francia, furono degli appassionati di questo accessiorio, spendendo per esso gran parte del loro denaro.
A quel tempo la cravatta era esclusivamente bianca. Essa poteva girare una o due volte intorno al collo (o al colletto) dell'uomo, per annodarsi poi sul davanti in modo che fossero evidenziati i ricchi ricami.
Siamo nel 1660 e la strada per questo indumento è ancora lunga e difficile per essere accettata unanimemente.

Nella prima metà del Settecento entra ufficialmente nella vita borghese con colori più scuri, nero, blu e verde, con forme più castigate e decorazioni meno vistose.
Essa tuttavia, rimane inizialmente utilizzata in ambiti strettamente formali come cene di gala, ricevimenti importanti ecc.

Il vento della rivoluzione francese porta scompiglio anche nel guardaroba: ci si scontra pure a colpi di cravatte: di colore nero quelle dei rivoluzionari e nella tonalità bianca quella dei controrivoluzionari. La cravatta esce vittoriosa dalla battaglia e conquista l’uomo romantico dell’800. L’accessorio si complica, nascono veri trattati sull’arte di fare i nodi e c’è chi pensa addirittura ad inventare quello alla “gastronoma”, scorrevole e per questo più sensibile ai peccati di gola.
Ma abbiamo anche la variante "A la Byron", con la classica dicitura francesizzante, oppure quella "Sentimentale".

È questo il periodo di massimo splendore dell'accessorio. Esso viene adottato dai dandy inglesi, che ne forgiano la forma e gli stili. Essa si allunga fino a fare diverse volte il giro del collo del gentiluomo, andando poi a fermarsi appena sotto il mento con un fiocco, conferendo al damerino un'aria affettata e un po' snob.

In questi decenni interi manuali vengono scritti sull'arte di annodare la cravatta, in particolare il più famoso è la Neckclothitania, di cui potete vedere un assaggio a fondo pagina. In questo documento vengono elencati i nodi più famosi, le circostanze in cui impiegarli, il loro significato e, naturalmente, come realizzarli.


Passata la Reggenza, essa ha un momento di crisi, i colori bianchi dei girocolli Regency lasciano il posto a tonalità più scure e, per la prima volta nella sua storia, il tessuto di cui è fabbricata diventa "fantasia", ovvero adorno di disegni e trame.

Oltre a righe e pois che diventando quasi subito di gran moda, si creano anche molti nuovi nodi, alcuni adoperatissimi ancora adesso e conosciuti come il Prince Albert Knot, dedicato al principe consorte d'Inghilterra, o il Victorian Knot, ispirato proprio in quel periodo.

La cravatta perde la sua essenza di sciarpa, mantenendo il giro intorno al colletto e il nodo davanti, a volte prefabbricato, tuttavia mantiene la forma di "fazzoletto" nella sua parte terminale, tagliata di netto in orizzontale, che veniva rimboccata nel panciotto o nella giacca, dando all'accessorio la caratretistica forma a palloncino. Sarà proprio da questo dettaglio che essa sarà soprannominata puff tie.

Parlando di nodi, non si può non menzionare una citazione di Oscar Wilde tratta da uno dei suoi libri, dove viene esaltata l'importanza di annodare bene e con gusto la propria cravatta:

Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita.
Oscar Wilde, L'importanza di chiamarsi Ernesto

Dopotutto il nodo ha sempre avuto una grande importanza nell'iconografia, essendo simbolo d i unione, matrimonio e vita.

La cravatta rimase un elemento fondamentale per tutta la moda dell'Ottocento, ma subirà altri grandi cambiamenti durante i primi decenni del Novecento a causa della pressante richiesta del pubblico di avere un accessorio pratico ma elegante allo stesso tempo.

Negli anni venti nascerà la cravatta come la conosciamo oggi, composta da tre parti cucite insieme, di forma allungata, con una estremità più larga e una più sottile e dalla punta tagliata di sbieco.

Nel Novecento, ancora, essa muterà fino a diventare una semplice striscia di stoffa, senza punta, ma completamente tagliata.

Al giorno d'oggi matura sempre più nei giovani un sentimento anti-cravatta come "guinzaglio" sociale che costringe alle rigide regole del passato.
Non condivido affatto questo pensiero.
Benchè l'ideologia sia profondamente sbagliata, visto che la cravatta non è altro che un vezzo della moda che non implica nessuna regola da seguire, a parte quella di portarla con gusto, [ma questo è più per se stessi che per gli altri], la filosofia anti-cravatta ha trovato molti sostenitori e al giorno d'oggi è difficile trovare ancora persone che la indossano quotidianamente.
Neanche per il lavoro d'ufficio è contemplata tra l'abbigliamento, ma solo qualche veterano della vecchia scuola anni '80 la porta ancora.
Per il resto è un tripudio di maglie di cattivo gusto, visto che anche la camicia sta conoscendo il suo declino.

Ad essere onesta questo mi dispiace.
Camicia e cravatta davanto un autentico tocco di classe agli uomini e sacivano, per così dire, il passaggio dall'età scolare fatta di maglie e maglioni, a quella adulta di giacche, camicie e cravatte.
Naturalmente il tutto dovrebbe essere fatto con moderazione, visto che in Giappone, due o tre estati fa, il Parlamento ha dovuto promulgare una leggere che obbligasse gli impiegati ad andare a lavorare senza, per risparmiare sull'aria condizionata, dato il clima tropicale che si era abbattuto sul paese del Sol Levante.
Oltre a quello era consentito lavorare in maniche di camicia e senza giacca, cose inaudite!

D'altro canto sono forse meglio quelle orripilanti cravatte in plastica (loro ci danno qualche nome altisonante, ma alla fine plastica è) con disegnini a ripetizione idioti e il nodo già fatto?
Personalmente le detesto, come odio quei tripudi di cravatte a zucchette la sera di Halloween, il pessimo gusto fatto abbigliamento, ma è un'opinione, certo, quindi discutibile.
Certo è che nel secolo odierno la cravatta sta avendo il suo secondo momento di declino dopo la fine dell'Impero Romano.

Ad ogni modo, utilizzata molto o poco, l'arte di annodare la cravatta è rimasta. Quando ero bambina guardavo affascinata il mio papà mentre, la mattina, si annodava la cravatta davanti allo specchio e invidiavo gli uomini che la portavano.



Trattandosi di una tradizione e, senz'altro, di un patrimonio culturale importante, mi auguro che questo accessorio non vada scomparendo del tutto, ma che anzi venga preservato oltre la classica cerimonia di nozze, quando poi il cravattino viene tagliuzzato secondo una non meglio identificata tradizione e sparso tra gli invitati che elargiscono, in cambio, una somma di denaro per gli sposi (ad un mio amico che non se l'aspettava l'hanno fatto e lui c'è rimasto davvero malissimo perchè quella cravatta era fantastica e gliel'avevano annodata davvero divinamente!).

E adesso un po' di libri di approfondimento, lascio qualche titolo, sperando che possano interessare.

Devo davvero ringraziare questo blog, lo so che sono io che scrivo e ciò che sto per dire può apparire come una stupidaggine, ma questo post mi ha dato la possibilità di approfondire il tema della cravatta, che mi incuriosiva da molto tempo e, anche, di vedere delle immagini di nodi e fogge davvero raffinate e bellissime. Non sono certa che le foto che ho postato rendano l'idea della mia ammirazione al riguardo, probabilmente no, ma mi auguro che questo intervento piaccia ugualmente.
Nel frattempo saluto tutti che devo scappare di corsissima!

Bacioni,



Mauser








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