9 aprile 2010

Strawberry Hill

On lofty hills like Windsor
Such heroes ought to dwell
Yet the little folk on Strawberry Hill

Like Strawberry-Hill as well.

Horace Walpole su Strawberry Hill

Carissimi, ecco che ci ritroviamo per un nuovo post.
Lo so, lo so, ho migliaia di arretrato e, credetemi, non solo per gli argomenti di cui dovrei scrivere (ho una pila di libri che aspetta di essere finita, la mia scrivania sembra il campo di Ha.ngs 1066 prima, dopo e durante la battaglia, dovrei andare in piscina due volte a settimana, fare i compiti di coreano...).

Avevo deciso che il prossimo post sarebbe stato su Hyde Park, ma visto che mi è stato espressamente chiesto qualcosa su Strawberry Hill e che un approfondimento sull'argomento avrebbe fatto bene anche a me, ho accantonato l'idea originaria e mi sono dedicata a questa, spero che non dispiaccia a nessuno ^_^

Qualcuno di voi è probabile che non abbia mai sentito parlare di questo luogo, in effetti non è molto conosciuto, ma è passato alla storia per essere, nella metà del Settecento, il primo edificio che riprese lo stile gotico, dando vita allo stile architettonico che verrà poi chiamato neogotico, di cui abbiamo già accennato qualcosa nel post riguardante lo Stile Georgiano.


Un po' di storia
La casa, simbolo stesso di Strawberry Hill, venne costruita nel 1698 dal Conte di Bradford; la forma originaria era molto più modesta di quella che possiamo vedere oggi, questo perchè nel corso degli anni fu più volte rimaneggiata.

Le opere di ammodernamento più significative arrivarono circa un secolo dopo, quando la proprietà venne acquistata nel 1742 da Horace Walpole, uomo di lettere figlio del Primo Ministro.
Walpole, come scrisse egli stesso in una confidenza, aveva trascorso un periodo di amore per la capitale, ma sopraffatto dalla vita frenetica, decise di stabilirsi un po' al di fuori dalla cerchia cittadina, acquistando il terreno di Stawberry Hill con la relativa casa che chiamò, vezzosamente "il mio piccolo castello gotico".

Con altri due amici fondò il Comitato del Gusto per il restauro e il restyling della proprietà, della cerchia facevano parte l'architetto (dilettante) John Chute e il disegnatore Richard Bentley.
Bentley lascerà ilgruppo dopo un litigio nel 1761.
A supervisionare i lavori verrà chiamato William Robinson dal Royal Office of Works, quest'ultimo era l'ente nazionale, attivo fin dal quattordicesimo secolo, che supervisionava la costruzione di immobili e i lavori, un po' un incrocio tra il catasto cittadino e il piano regolatore della città.

La prima sessione di lavori alla villa incominciò nel 1749, subito dopo l'acquisto da parte di Horace Walpole, e terminò nel 1753.
Una successiva fase di modifica venne inaugurata nel 1760 e completata nel 1776.

Dopo la scomparsa di Walpole la villa rimase ai suoi discendenti, che tuttavia non la abitarono spesso e presto venne dimenticata tra le varie proprietà e lasciata al corso degli eventi.

Dal 1923 fino allo spostamento della sede principale, la villa di Strawberry Hill ha ospitato il St. Mary's College


Stile e stili
Per la nuova presentazione della casa, i tre uomini guardarono a moltissimi esempi di architettura inglese: Westminster Abbey, Canterbury e la tomba di Edoardo il Confessore (vi ricordate di lui? Fu l'ultimo re sassone "ufficiale" prima dello scontro tra Aroldo, designato dalle lobby, e Guglielmo il Conquistatore, designato, a suo dire, per "volere di Dio").
I risultato fu un miscuglio eterogeneo e abbastanza ben amalgamato, sebbene come la maggior parte delle costruzioniche scimmiottavano il passato, risultasse un po' pacchiana, soprattutto negli interni.
In particolare questo effetto un po' kitch derivava dal fatto che Walpole avesse deciso di inglobare nello stile della mobilia moltissimi dettagli ripresi da svariate costruzioni religiose, soprattutto abbazie, capirete anche voi che lo stile scelto per la facciata di un palazzo o di una chiesa difficilmente si adatta a diventare il contorno di una libreria... lo stile esteriore è sempre più robusto e massiccio rispetto a quello degli interni che possono permettersi stucchi e dipinti. Ecco quindi che un sovvertimento di questi ruoli creò il fin troppo famoso effetto "troppo", ovvero una stanza che appariva troppo piccola per i mobili che conteneva.
Questa caratteristica è molto comune nello stile della mobilia neogotica ed è possibile accorgersene vedendo molti esempio, tra cui Neuschwanstein, il Castello delle fiabe di Ludwig, in Baviera.

L'arredamento neogotico può piacere oppure no, certo è che per Strawberry Hill forse esso risultava un pochino eccessivo.

Lo stile di Strawberry Hill, comunque, sebbene definito neogotico a tutti gli effetti quale "iniziatore della corrente neogotica" possiede ancora forti ingerenze della cultura francese rococò del tempo, ecco perchè gli storici e gli architetti più accurati preferiscono definirlo come rococò-gotico (Rococo-Gothic) piuttosto che semplicemente neogotico.

L'introduzione del neogotico negli stili non fu proprio solo dell'arredamento o dell'architettura, ma esso venne largamente adoperato anche nella risistemazione del giardino.


Le stanze
Passiamo ora ad illustrare alcune delle stanze più significative della magione

La stanza Rotonda o «Round Room»
Fa parte delle stanze "rosse" per via dello spiccato colore della tappezzeria che le accomuna. Essa fu pensata sia come stanza di rappresentanza che come studio da disegno.
Lo stile riprende quello della Galleria Grande, di cui parleremo più avanti.
Il progetto e l'arredamento furono di Robert Adam, la cui mano è facilmente identificabile: nel progetto originario essa doveva essere una camera da letto, idea poi rivista nel tempo. Caratteristica difficilmente ignorabile è l'assoluta simmetria che pervade tutto l'ambiente e porta il visitatore a sollevare istintivamente lo sguardo al soffitto, diviso meticolosamente e concepito come una copia del rosone della cattedrale di St. Paul

La camera da letto settentrionale o «Great North Bedchamber»
Si tratta della camera da letto principale o "di rappresentanza".
La stanza è decorata e arredata in stil francese, quindi con svolazzi e temi floreali.
La camera è inoltre impreziosita dalla tappezzeria stile Aubusson ornata di festoni floreali di colore vivido che risaltano su fondo pallido [come riuscissero a dormire in un posto del genere è un mistero, sarà che a me fa venire la pelle d'ora... -.-].

La Galleria Grande o «Long Gallery»
La grande galleria principale, definita "ricca come il Paradiso" è il fulcro dell'intera casa.
Ovunque il visitatore guardi, i suoi occhi vengono portati al soffitto, decorato con 57 ricchissimi disegni a volute e ventagli gotici nei colori bianco e oro. Addirittura eccessivi, per non dire senz'altro pesanti alla vista.
Le pareti sono tappezzate di damasco rosso, mentre un'intero muro di specchi si contrappone all fila di finestre sul lato opposto, per dare alla stanza un'impressione di luce e profondità. Ogni specchio era incorniciato da un inricato lavoro altraforo ripreso anche nella realizzazione del giardino sottostante, e sormontato da una baldacchino a cupola dorata [direi anche leggermente pacchiano...].

La cattedra o «Tribune»
Chiamata tribune in onore della Tribuna dei Medici, che all'epoca andava molto di moda, si trattava dell'antico centro del castello medievale dove probabilmente erano custoditi gli ori e i tesori.
Questa ha assunto diversi nomi "tribuna", "gabinetto" (in senso politico) o "cappella".

La biblioteca o «The Library»
È in questa stanza che tutto lo stile gotico che Walpole aveva sognato si riversa, rasentando addirittura il cattivo gusto.
Tutte le pareti della stanza sono coperte da scaffalature lignee in stile neogotico dove venivano ammucchiati i libri collezionati da Walpole.
Il soffitto richiama immagini della cattedrale di St. Paul, già citata nell'arredamento della stanza Rotonda.


Il Salone Grande o «Great Parlour» detto anche Refettorio
Assieme alla biblioteca, il refettorio fa parte delle due nuove ali introdotte con le modifiche architettoniche del 1754 da Walpole.
Come vuole la tradizione settecentesca, i tavoli per il desinare non si trovavano direttamente nella stanza, ma erano montati e smontati dalla servitù all'occorrenza, ecco quindi perchè essi non figurino nelle illustrazioni.
Il grande camino gotico è opera di Richard Bentley, situato esattamente a metà del muro più lungo, mentre i divani addossati alle pareti probabilmente dovevano provenire dalla casa di Horace Walpole in Arlington Street.

L'ingresso e la scalinata
Gli ingressi erano moltissimi, ma si trattava perlopiù di porte di servizio da cui entrava e usciva la servitù della casa. Gli ospiti si facevano ricevere passando dal portone principale e poi fatti salire attraverso una scalinata che faceva assomiglia il percorso all'ascesa in una torre gotica.
La notte l'atrio era illuminato esclusivamente da una lanterna in stile giapponese che pendeva al centro della tromba delle scale.

Il chiostro o «Great Cloister» poi stanza da tè
Ai piedi della torre il visitatore si ritrova nel Chiostro grande, un'introduzione fatta in modo da dare l'impressione di trovarsi in un'antica abbazia gotica. Fatto costruire nel 1760-1761, i suoi portici verranno poi chiusi e nei muri aperte grandi finestre: il camminamento verrà trasformato nella stanza da tè della villa.


Le idee di Walpole e il progetto originario
Oltre a riammodernare l'intera struttura architettonica della casa, Horace Walpole importò diverse idee importanti: prima fra tutte l'instaurazione di una propria editoriale all'interno della villa, dove stampava diversi testi a carattere storico o artistico, molti dei quali erano stati scritti proprio da lui.
Non solo, nella villa si ambientò anche una delle prime novelle "gotiche" che giocheranno un ruolo fondamentale nell'editoria di passaggio tra Settecento e Ottocento, letture ambitissime dalle ragazze che potevano scovare i crudeli quanto affascinanti percorsi dell'animo umano alla ricerca della propria grandezza.

Non solo Walpole fu letterato e scrittore, ma anche collezionista: la sua mania di raccogliere testi, oggetti, reperti provenienti da qualsiasi parte fu definita quasi ossessiva.
La villa di Strawberry Hill fu il luogo dove egli raccolse con meticolosa precisione tutte le sue collezioni; sfortunatamente, durante il periodo di abbandono e le aste della mobilia della casa, molte sue opere raccolte, così come altri oggetti andarono dispersi in collezioni private.


Strawberry Hill oggi
La villa di Strawberry Hill è ancora al suo posto, miracolosamente risparmiata dai bombardamenti tedeschi che durante la Seconda Guerra mondiale rischiarono di distruggerla.
Purtroppo per molti anni la casa è rimasta inabitata, abbandonata all'aggressione da parte degli agenti atmosferici e naturali, causando danni molto gravi alla struttura, specialmente alle parti in legno.

Un gruppo di appassionati, denominato Strawberry Hill Friends si è però preoccupato di recuperare l'edificio e la zona del parco circostante.
Il processo è stato molto lungo, durato negli anni e portato avanti grazie al contributo e alle donazioni di appassionati e associazioni benefiche o culturali; ancora oggi i lavori di restauro dello stabile e della tenuta vanno avanti.

Grazie all'opera di recupero, la casa è stata alla Restoration, una rosa di location compilata dalla BBC come possibili candidate per la rappresentazioni di interni o esterni delle loro fiction in costume, i cosiddetti Period Dramas oppure Bonnets Dramas per via del cappellino ottocentesco chiamato appunto "bonnet" che indossano la maggior parte delle eroine Regency.

Attualmente Strawberry Hill è un’area del London Borough of Richmond upon Thames nei pressi di Twickenham. Per chi volesse visitare la villa, essa non è molto distante dall'omonima stazione ferroviaria di Strawberry Hill, in perfetto stile vittoriano, costruita verso la fine del diciannovesimo secolo.

Patron della villa
A sovrintendere i lavori di restauro e pubblicizzare Strawberry Hill ci sono diversi patron del progetto e del parco, eccone una lista, alcuni sono dei diretti discendenti di Horace Walpole.
  • Il Marchese di Cholmondeley (7° Marchese di Cholmondeley)
  • La Contessa di Derby
  • Lady Rose Cholmondeley (moglie del marchese)
  • Lord Walpole
  • Lord Waldegrave of North Hill
  • Lady King
  • Mrs Mavis Batey
  • Mrs Lynn Fitzwater
  • Mrs James Teacher
  • Professor John Wilton-Ely
Per chi fosse interessato alla villa, ecco il sito ufficiale da cui è possibile ricavare moltissime informazioni utili sullo stato dei lavori e sulle visite:
Friends of Strawberry Hill

A questo indirizzo, invece, è possibile reperire un sunto della storia di Strawberry Hill tramite le lettere che Horace Walpole indirizzò a diversi suoi amici
Strawberry Hill Letters

Posto anche un interessante libro riguardante la villa scritto davvero divinamente:
Strawberry Hill: Horace Walpole's Gothic Castle

Io vi saluto, a presto e bacioni a tutti!



Mauser

7 aprile 2010

...sui corsetti di balena

Era da un po' che volevo fare questo approfondimento sui corsetti fabbricati con materiali provenienti dalla balena.
Ovunque si legga, specialmente nei romance, essi vengono più o meno citati e nella stragrande maggioranza dei casi si fa effettivo riferimento a corsetti con stecche di balena.

Questo modo di descrivere leggermente inappropriato ha portato, nel corso della lettura e degli anni, ad una serie di fraintendimenti più o meno evidenti, incominciamo quindi a sfatare subito il mito che i busti fossero fabbricati con parti dell'ossatura della balena, questo è anche facilmente intuibile visto che la costola di uno di questi animali, grandi come sono, sarebbe decisamente troppo lunga e ingombrante per poter essere adoperata in un capo d'abbigliamento.
Bisognerebbe tagliare l'osso, ma come? Ci sarebbero comunque parti più o meno nobili? Chissà, non so rispondervi visto che, come già detto, non erano fatti di scheletro.

Senza contare che le ossa sono rigide e dure, non si adatterebbero a sufficienza ai normali movimenti corporei come la respirazione, la tosse, lo starnuto e, perchè no, il singhiozzo (che altri non è se non una contrazione spasmodica del torace): se esso fosse imprigionato in una imbragatura troppo rigida e il petto non potesse espandersi a sufficienza, per esempio durante uno starnuto, si rischierebbe di comprimere i polmoni fino a lacerarli, senza contare che alcune leggende metropolitane sostengono addirittura che la pressione causata rischierebbe di far saltar via gli occhi dalle orbite (ve la butto lì come l'ho letta, ma non chiedetemi se sia vera o no >_>).

In realtà i corsetti erano fabbricati con supporti rigidi ma elastici detti baleen, ovvero fabbricati con i fanoni della balena.
I fanoni sono i "denti" della balena, essi sono fabbricati in materiale legnoso, disposto in fusti come le canne di uno stagno. Poichè questo mammifero non mastica e non mangia altri esseri di grandi dimensioni, ma si nutre di pancton, che è un composto di organismi molto piccoli e parti organiche sospese in mare, i fanoni servono da filtro e rimpiazzano i denti, che sarebbero del tutto inutili.

I fanoni erano, e sono tutt'ora, adattissimi come supporti. Fatti in larga parte di cheratina, essi hanno una consistenza rigida, ma flessibile e adattabile sia alla sagomatura del corsetto che ai movimenti, erano quindi i prescelti per la struttura interna di busti d'ogni tipo.
Senza contare che la loro struttura sagomabile e flessibile li voleva preferiti a legno e simili perchè non si spezzavano con la stessa facilità.

I fanoni di balena rappresentavano, nei secoli passati, il supporto che adesso diamo con listarelle di plastica, ad esempio erano adoperati per crinoline e tournure, nei cappelli, sebbene raramente, nei modelli e nei manichini, ma, come già detto, il loro impiego n° 1 era nell'industria della lingerie.

Lavorare e creare un corsetto era un'arte (e lo è tutt'ora), essa era complessa e necessitava di grande forza e pazienza, erano soprattutto gli uomini a praticarla, perchè occorreva avere una resistenza e muscolatura sufficiente a piegare e sagomare i fanoni nelle forme e dimensioni voluti e mantenerli "in posa" finchè non fossero stati cuciti nella loro posizione.
In un corsetto di quelli adoperati tra Settecento e Ottocento potevano esserci dozzine di stecche, ciascuna accuratamente scelta tra i mucchi di fanoni, rifinita, disposta nella struttura, cucita a doppia riga e, successivamente, rifinita una seconda volta in modo che le "bave", cioè i filacci rigidi e non netti che si ottengono tagliando materiale molto fibroso, non rovinassero la stoffa e la struttura.

Naturalmente il fatto che molti corset makers fossero uomini diede adito, nella puritanissima epoca vittoriana, ad una serie infinita di battute e storielle salaci che li vedevano protagonisti assieme a giovani donne in posa in negozio mentre l'artigiano sistemava loro il corsetto con movimenti, sguardi e carezze decisamente equivoche.
Questi raccontini osceni erano tipici del Settecento, nell'Ottocento, poi, i corsetti cominciarono ad essere fabbricati in misura standard ed era poi la signora a sistemarsi da sè o con l'aiuto di una cameriera la larghezza del girovita.

Verso la fine dell'Ottocento le stecche di balena iniziarono il loro lento e inesorabile declino.
L'acciaio e le stecche fabbricate in questo materiale erano altrettanto flessibili, ma molto più resistenti e meno costose, specialmente per procurarsele: ecco quindi che le storiche stecche cominciarono a scomparire sostituite da supporti metallici.

Per la fortuna delle balene e la gioia degli ambientalisti, ormai sono lontani i tempi della caccia selvaggia a questi animali, così come l'utilizzo dell'olio di balena come combustibile e delle stecche per i corsetti. Anche il capitano Ahab dal libro Moby Dick è ormai solo un brutto ricordo.

Il commercio di materiali provenienti dalla caccia alla balena è regolamentato in maniera molto rigida da diversi protocolli internazionali sottoscritti dalla maggioranza degli stati (tranne Norvegia e Giappone).
Ormai solo popoli "storici" come le tribù dell'Alaska o gli Esquimesi hanno il permesso di caccia all'animale, anche perchè l'impatto che generano sull'ecosistema è comunque minimo.

Fonte dell'approfondimento: More about corsets, Balen Ho!

Spero che questo approfondimento sia stato interessante, io vi saluto, a presto!



Mauser

6 aprile 2010

Margaret Bryan: fulgida stella

Bentornati!
Eccoci ad ampliare un pochino la nostra rubrica dei VIP di una volta.
Non so quanto possa essere piacevole questo passare continuamente di palo in frasca come argomenti e soprattutto come periodi storici, visto che una volta si parla di vittoriano, poi di georgiano, ancora georgiano, vittoriano... insomma, sono un po' confusionaria, ma questa non è una novità! Dopotutto me la lascerete l'euforia della giovinezza? =P

Ad ogni modo parto con un antefatto: oggi ho scoperto una miriade di ottimi blog di approfondimento di persone che, come noi, apprezzano la storia e quello che fu nel passato: non si tratta di blog solo sui periodi vittoriano o georgiano, io personalmente sono molto appassionata anche di Medioevo, ma mi hanno dato lo spunto per scrivere diversi post interessanti.
Per chi volesse approfondirne qualcuno, nella barra a sinistra, sezione Friends e Approfondimenti ne protrete trovare diversi nuovi che consiglio caldamente con l'unica raccomandazione, però, di munirsi di un buon dizionario d'inglese, perchè averli in italiano sarebbe stato troppo bello.

Come ho detto, ho scoperto moltissime cose interessanti che ignoravo e altrettanti personaggi. Ora, quando ho iniziato a parlare di VIP e biografie ricorderete che più che i grandi, di cui tutti sanno tutto, compreso quanti calzini cambiavano a settimana, mi sarebbe piaciuto dire qualosa di persone un po' meno famose, o meglio, famose sì, ma sconosciute ai più.
Il mio peregrinare mi ha portato a questa donna, Margaret Bryan, una astrologa di epoca georgiana di cui andrò ora a discutere.

Se la cercherete su Wikipedia o sui motori di ricerca, di lei uscirà moltissimo... peccato che non sia davvero lei.
Controllando meglio infatti vi accorgerete che la Margaret Bryan trovata non somiglia molto ad una donna tardo settecentesca, bensì ad una Tudor. Non avete sbagliato a scrivere, è proprio così, la storia ci consegna due grandi donne con questo nome: in ordine cronologico, la prima fu la balia, "Governante di corte", dei figli di Enrico VIII Re d'Inghilterra, quindi il futuro re Edoardo, la futura regina Maria la Sanguinaria e la successiva grandissima regina Elisabetta I, magari con qualche incursione da parte della famosa cugina Jane Grey, nipote di Charles Brandon, decapitata dopo la morte di Edoardo e un brevissimo regno di appena 16 giorni. Una regale prole davvero di che andare fieri!
Non male, vero, essere la tata di queste tre altezze reali ^_^ altro che Madame Campan che scrisse la Vita segreta di Maria Antonietta, puah, in confronto ha fatto una vita da poveraccia, sempre in balia di quei rivoluzionari napoleonici... ma la prima Margaret Bryan no di certo! Pensate che ebbe addirittura il privilegio di scegliersi da sola il marito! E questi dovette accettare perchè era un grande favore quello che gli stava facendo [insomma, per dirla in parole povere, Enrico fece le dovute pressioni affinchè il ragazzo accettasse].

Ma non è di lei che andremo a parlare, bensì della seconda Margaret Bryan, molto meno conosciuta, forse addirittura neanche citata su Wikipedia, ma decisamente più importante per il mondo attuale.
Poco si sa delle circostanze in cui nacque questa donna, si sa solo che nel 1797 aveva già scritto un trattato di astronomia e fisica, presumibilmente, quindi, contando che all'epoca aveva già due figlie, ella doveva essere nata intorno al 1740-1750.
Margaret Bryans fu una fisica e astronoma di grande importanza, in netta contrapposizione con la crescente filosofia (siamo quasi in periodo Regency) che voleva le donne gentili e svenevoli.
Margaret si sposò ed ebbe due figlie (forse gemelle), ma continuò a mantenere la sua indipendenza ideologica; ella condusse una scuola femminile a Blackheath, Londra, dove insegnava alle sue allieve anche discipline scientifiche come la matematica, la fisica, la biologia e quant'altro, certa che esse fossero utili al gentil sesso quanto lo fossero per i maschietti. Un comportamento davvero controtendenza rispetto a quello che si stava strutturando come metro di giudizio dell'educazione femminile.
Nonostante questa sua caratteristica che poteva essere definita quasi "rivoluzionaria" per l'epoca, Margaret fu un'insegnante molto popolare e stimata sia dalle allieve che dai loro genitori, che la incoraggiarono a scrivere un saggio al riguardo come materiale di studio, fu così che nacque il Compendium System of Astronomy.
Per la copertina del libro venne utilizzata un'acquaforte ritraente la donna assieme alle sue due figlie.

Il libro fu un autentico bestseller, per quanto potesse esserlo all'epoca, considerando che i volumi, specialmente quelli di studio e non di narrativa, erano estremamente costosi.

La popolarità della donna, dei suoi studi e delle sue teorie, specialmente riguardo i sistemi planetari, crebbe ulteriormente quando Charles Hutton, noto matematico britannico dell'ultimo Settecento, raccomandò caldamente le sue scritture.
Il caso di una donna che riuscisse ad essere tanto meritevole in campo scientifico da guadagnarsi il rispetto e la stima di un uomo divenne un autentico boom di marketing e contribuì all'aumento di immagine di Margaret che, tuttavia, non partecipò mai a convegni e ritrovi (andava comunque contro alcuen antiquate leggi scientifiche, come quella che vietava alle donne di essere validi medici, ma solo infermiere).

Grazie a ciò, ella potè continuare i propri studi, la popolarità le portò nuovi fondi per l'acquisto di materiale e strumenti e potè pubblicare ulteriori saggi come il Lectures on Natural Philosophy in 1806, che comprendeva anche elementi importanti della fisica moderna, come studi di idrostatica, riflesso ottico, acustica e molto altro.
Le sue tesi e i suoi scritti, fatti appositamente per le sue lezioni di astronomia, vennero largamente utilizzati anche in scuole maschili dove prima era stata messa da parte come una "saccente donnetta di campagna".
Il suo pensiero scientifico fu molto illuminato, sebbene nel corso del diciannovesimo secolo le sue tesi vennero pian piano dimenticate e i suoi testi dismessi come materiale scolastico.

Il fatto che per molto tempo ancora, in Hyde Park, si continuarono a tenere seminari di astronomia e fisica col suo nome, dimostra che, in realtà, ella poteva essere stata dimenticata dalla scienza ufficiale, ma che molti la rammentavano ancora come una grande scienziata.
Molte ragazze, con genitori sufficientemente intelligenti da dare all'istruzione femminile il giusto peso, continuaro, per passione o per hobby, a studiare i testi di lei e a proseguire le sue osservazioni.

Margaret Bryan rimase una luce, nell'oscuro mondo di repressione dell'intelligenza femminile come minaccia dell"ordine naturale delle cose" che vedeva l'uomo come capo e mente della casa che si instaurò durante l'Ottocento, questa donna fu una fulgida scintilla, un esempio non solo di scienza e di saggezza, ma anche di forza e di coraggio per tutte le ragazze che ebbero la fortuna di essere sue allieve.

Science and Society Picture Library



Mauser

La medicina

Bentornati a tutti voi che seguite questo blog e benvenuti a quelli che leggono adesso per la prima volta uno dei miei post.
Argomento odierno: la medicina.
Mi sembrava doveroso affrontare l'argomento, visto che la salute, dopotutto, è un fattore importantissimo della nostra esistenza.

Tendenzialmente si pensa all'epoca vittoriana con un misto sentimento di nostalgia e invidia. Per quanto mi affascini quell'epoca, devo dire che sono cose piuttosto ipocrite da pensare perchè in realtà l'epoca vittoriana è stata costellata di problemi grandissimi, catastrofi e disastri. La vita era difficile e sopravvivere non era scontato, i mali superavano quasi sempre i beni che una persona riusciva a ricevere nella sua esistenza.
Povertà, malattia, disperazione, abbandono erano fattori all'ordine del giorno, non commettiamo quindi gli errori degli ingenui pensando che all'epoca andasse tutto bene, si stava molto peggio di adesso e questo malessere, queste difficoltà erano diffuse per tutte le classi sociali, perfino i figli di re non era detto che sopravvivessero e non solo da bambini! Figuriamoci come doveva essere l'esistenza di una persona qualunque per l'epoca...

Ecco quindi che la salute e le cure, piuttosto che l'emblematica figura del medico, assumono un significato molto più importante di quello che possiamo figurarci inizialmente.

Con questo però, bisogna anche ammettere che la medicina del tempo non era molto evoluta, in special modo se paragonata alla odierna: niente antibiotici, niente antidepressivi, zero ibuprofene, antinfiammatori, antidolorifici e così via, ma uno stile di vita un po' più sano per quanto riguarda alimentazione e movimento contribuiva a rendere meno diffuse malattie che ad oggi sono presenti quasi in ogni individuo.

Una malattia non era riconosciuta tale se una persona non stava almeno tre o quattro giorni con la febbre, a meno che questa non fosse alta, ma mancando gli strumenti per misurarla, spesso non si dava troppo peso ai sintomi di influenze e raffreddori. Entrambe queste malattie, che noi ormai consideriamo un male stagionale guaribile in una settimana al massimo, a quel tempo erano mortali nel 70% dei casi.
Un'infreddatura non era da prendere mai sottogamba, perchè a causa delle conoscenze mediche scarse e dell'atteggiamento comune nei confronti dello "stare male", essa spesso si trasformava in qualcosa di molto grave: broncopolmonite, tisi e quant'altro.
Qualcuno potrebbe pensare che questi problemi, però, si avessero solo da una certa classe sociale in giù, dopotutto i ricchi hanno sempre avuto ottimi dottori e diritti migliori degli altri: SBAGLIATO!
In realtà per i ricchi, per i re addirittura, il mondo girava esattamente come epr gli altri.
Pensate che il marito della Regina Vittorian, il Principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, morì nel 1861 proprio per una febbre tifoide non diagnosticata in tempo dal medico di corte [e vuoi farmi credere che i sintomi della febbre non si vedono? Aspettano che uno si ricopra di pustole rosse e verdi prima di dire: "è malato"?].

Un grande campo, adesso in via di estinzione, in cui i medici lavoravano era quello dell'amputazione degli arti e del rimpiazzo di questi con mani, piedi o altre articolazioni; una volta, infatti, era comune trovare persone mancanti di alcuni arti o prive di un occhio o orecchio, essi venivano rimpiazzati da supporti, arti finti, occhi di vetro e quant'altro (basta ricordare Capitan Uncino, il cattivo di Peter Pan, oppure i due marinai al soldo di Barbossa nel film Pirati dei Caraibi).


L'arte di curare
Durante il periodo Georgiano e Vittoriano era meglio non ammalarsi, di questo ne siamo sicuri.
Ma non solo perchè le prospettive di vita erano misere, ma anche perchè le cure erano oltremodo inefficaci, quando non dannose a loro volta.
La medicina dell'epoca, si può dire, era un bel miscuglio di Fede cristiana, sciamanesimo e rimedi della nonna.
La prima cosa, come l'ultima che si faceva quando c'era un malato in casa, era pregare: non che io disprezzi questa pratica, tuttavia penso che alcuni medici più che pregare avrebbero dovuto concentrarsi un po' di più sui sintomi e sulle cure, piuttosto che sulla redenzione del malato, compito che spettava, semmai, al pastore o al prete (nel caso dei papisti), ma non a un laureato in medicina. E già così erano piuttosto imprecisi nella diagnosi quando non la ceffavano del tutto...

Secondo punto da non dimenticare erano i rimedi della nonna: vino e aceto per l'ubriachezza, intestino di cinghiale per la sifilide (O.o), svariati composti naturali a base di piante e radici triturate con cui si impiastravano le ferite infette e suppurate, oppure brodaglie fatte decantare in decotti dall'odore puteolente, ma, a dire di molti, efficacissimi.
Questa era forse la parte migliore della medicina, visto che composti e cataplasmi a base di foglie e alghe e simili erano effettivamente utili in alcuni casi, peccato che essi non fosse molto diversi dai rimedi del Medioevo, specialmente nelle campagne, e sì che ci dovrebbe aspettare qualche passetto avanti dopo 300 anni...

Il tutto, naturalmente, applicato con una serie di rituali imprescindibili come imposizione delle mani e massaggi inutili degni del più celebre ciarlatano.
La maggior parte dei rimedi naturali, per quanto potessero essere efficaci (ancora molte medicine moderne sono a base di estratto di salice, ortica e così via) erano applicati nelle circostanze sbagliate, per questo risultavano poco utili ai fini della guarigione, senza contare che uno dei principi stessi dell'omeopatia (sciena nella quale io credo assai poco) è ancora che se assumi un rimedio per un male che non hai, questo generalmente te lo fa venire: il massimo per un malato!

I farmacisti, in particolare, erano molto esperti in questo genere di cure (all'epoca facevano più da erboristi che da veri farmacisti, dato che le medicine in serie e le case farmaceutiche non esistevano) e potevano consigliarne moltissimi.
Il farmacista era la prima persona a cui ci si rivolgeva in caso di malesseri non gravi: mal di schiena, mal di testa diffuso, dolori articolari e muscolari.
Nel caso il farmacista prescriveva o preparava qualche mistura strana. Se poi i suoi rimedi erano dei veri e propri bidoni, ci si rifaceva al medico vero e proprio.

Ricordiamo inoltre, sebbene con raccapriccio, che uno dei metodi di cura più utilizzati nel Settecento, e ancora adoperatissimo nell'Ottocento, era il salasso, praticato tramite sanguisughe.
Inutile indugiare nel descrivere questa pratica disgustosa quanto inefficace, se non addirittura dannosa. Molti reali, e moltissime persone comuni, sono morte a causa dell'utilizzo sconsiderato di questa metodologia, tra questi molto famosi sono i casi delle figlie di Maria Teresa d'Austria che, ammalate di vaiolo, vennero più volte salassate per far scomparire il sangue marcio della malattia. Suppongo sia superfluo dire che molte di loro, poverette, non ce la fecero a causa dell'indebolimento.


Medicine dell'epoca
Le medicine adoperate nel periodo passato erano largamente tratte da piante e radici. Si trattava di infusi, tisane, impacchi e cataplasmi che dovevano servire da lenitivo, disintossicante, purgante, antidolorifico e così via. Molti di questi erano efficaci per il loro scopo, tuttavia servivano a poco nel caso di malattie più gravi come influenze, malattie esantematiche, infezioni, cancri e così via.

Alcuni tipi di droghe erano largamente utilizzati come antidolorifici e per "aprire i sensi", come dice lo stesso Sherlock Holmes, protagonista dei libri di sir Arthur Conan Doyle, Sherlock era un cocainomane convinto.
Cocaina, oppio, morfina e così via erano adoperati nei campi più disparati, la cocaina era usata dai dentisti durante le loro sedute più dolorose (ad esempio estrazione di un dente), la morfina era addirittura somministrata, a volte, alle donne incinte!
Altre droghe più o meno famose erano il laudano, un antidolorifico molto potente, peccato che avesse la stessa composizione del moderno assenzio, cioè una bevanda alcolica che supera i 40°.



I batteri e le spore
Verso la metà del Settecento le recenti scoperte scientifiche che riguardavano le creature invisibili ad occhio nudo come i batteri scatenarono una vera e propria guerra a questi microrganismi.
Per un lungo periodo si credette che ogni malattia fosse portata da queste subdole creature e spesso si utilizzarono metodi di cura decisamente inefficaci. Questa credenza era furviante, perchè impediva ai medici di ricercare le vere cause di un malessere.


Il controverso caso dei vaccini
Dei vaccini bisogna parlare sempre con cautela, specialmente riferendosi ai periodi passati. Si tratta di scoperte (o invenzioni, a seconda dei punti di vista) molto recenti e aggiunti all scibile umano quasi per caso.
Un vaccino è un ceppo della malttia opportunamente indebolito e innestato nel corpo di persone sane, in modo che, con una decorrenza rapida, essi potessero sviluppare le difese immunitarie necessarie per combattere quella malattia quando questa si sarebbe ripresentata in forma normale o acuta.
Al giorno d'oggi ci si vaccina troppo, è un dato di fatto, basta pensare a quanto accaduto con l'influenza suina che ha colpito il mondo lo scorso autunno, scatenando una vera e propria ondata di panico quando, a dirla tutta, si trattava di banale influenza, credete alle parole di una che se l'è presa in barba ai consigli di Topo Gigio.
Non solo, a volte ci si vaccina per motivazioni sbagliate, come adesempio per non ammalarsi e non fare assenza dal lavoro, senza contare che questo comportamento sconsiderato indebolisce non poco il nostro fisico.
Risultato? Alla prima mutazione devono fare un nuovo vaccino e, comunque, ci si ammala lo stesso. Bisognerebbe pensare, prima di vaccinarsi.
Nell'Ottocento, invece, le cose erano molto differenti, le persone si vaccinavano in numero troppo inferiore rispetto alla portata di malattie quali la rosolia, la tbc e quant'altro, questo perchè anche il vaccino poteva risultare pericoloso per coloro a cui era somministrato, portando alla morte nel caso esso fosse stato preparato troppo aggressivo o se impiantato in soggetti deboli o già malati.
Se avete visto uno sceneggiato canadese denominato La valle delle rose selvatiche, che quest'estate è andato in onda su Rai1 al pomeriggio della domenica, forse ricorderete che in uno degli episodi un medico di città si trasferiva in questo villaggio dove era ambientata la storia e cercava appunto di promuovere una campagna di vaccinazioni contro la tubercolosi, dovendo però scontrarsi con la ritrosia delle persone e la paura generalizzata, persino con la donna amata, che anni addietro, a causa di una vaccinazione sconsiderata, aveva perso l'amata figlioletta.
Naturalmente finisce tutto bene: per provare ai nuovi compaesani quanto egli è competente e buono, si inietta il vaccino prima su di sè, rischiando di andare vicino alla morte, ma salvandosi in corner grazie all'aiuto dell'amata e della figlia e convincendo tutto il paese.


Malattie diffuse
In passato erano diffuse malattie che oggi dimentichiamo facilmente a causa della loro scarsa diffusione nel mondo civilizzato in cui viviano, ma che sfortunatamente sono ancora presenti in zone sottosviluppate del pianeta, come l'Africa centrale o l'America Latina.
Scabbia, rachitismo e scorbuto erano all'ordine del giorno in ogni paese europeo e dipendevano da un'alimentazione scorretta (o insufficiente allo sviluppo) e priva di determinati elementi fondamentali, ad esempio le proteine, che si trovavano in cibi di difficile consumazione in circostanze particolari come viaggi o povertà estrema.
La sifilide era diffusa quasi quanto l'AIDS adesso e aveva gli stessi effetti, in particolare essa era particolarmente dilagata nelle città di mare, dove il continuo afflusso di persone straniere provenienti da porti e paesi lontani ricchi di altre malttie contribuiva ad una difusione rapida e terribile.
La tisi era la malattia più comune, di cui muoiono moltissime persone, ad esempio Violetta la protagonista della Traviata, Musetta dall'opera Boheme, Satin nel musical Moulin Rouge, la stessa Lady Oscar dell'omonimo manga e anime ad opera di Ryoko Ikeda [maledetta!!! Non dovevi ammazzarmela e neanche André! Io li volevo assieme, assassina! ehm... scusate lo sfogo] oltre che svariati poeti e scrittori famosi.

Il vaiolo e il colera, che ormai non sappiamo neanche cosa sono, erano invece oltremodo diffuse anche in paesi con notevoli progressi industriali e scientifici, come Germania, Inghilterra o Sati Uniti d'America.

Poi c'era la gotta, che a differenza di scabbia e scorbuto era una malattia "da ricchi" perchè provocata dall'assunzione eccessiva di determinate proteine grasse, specialmente quelle della carne. Il colesterolo a cui adesso facciamo così attenzione era niente se confrontato con questa malattia diffusissima.


Cause
Molte malattie di allora, come di oggi, erano causate da una vita sregolta, spesso a causa della povertà che impediva l'assunzione di proteine e vitamine utili, se non indispensabili all'organismo.
Sebbene alcuni tipi di proteine fossero assumibili tramite i legumi, oltre che tramite carne di manzo, esse non erano comunque sufficiente.
In una larga porzione della popolazione l'alcool e il fumo erano vizi di cui non si riusciva a fare a meno e ciò portava a varie malattie come il cancro o l'epatite.
I rapporti sessuali senza protezione, che all'epoca era pressocchè inesistente, erano inoltre mezzo di trasmissione di malattie veneree.

Anche la mancanza di riposo per quanto riguarda le classi meno agiate della popolazione comportava un indebolimento del fisico e un aumento dell'incidenza della malattia.

Senza contare che le condizioni igienico-sanitarie in cui si viveva all'epoca, circondati dalle bestie in campagna e da moltissime altre persone in città, erano deplorevoli e, naturalmente, aumentavano il diffondersi di patologie di sorta.

La mancanza di denaro per curarsi, di certo non era un fattore da sottovalutare, sebbene a volte si tenda a dimenticarsene.



Curiosità
  • InItalia la medicina è sempre stata una scienza molto avanzata fin dall'epoca rinascimentale
  • L'ateneo di Parma vanta una vastissima collezione di cere anatomiche, ovvero ricostruzioni del corpo umano e delle sue parti, sia singole che nell'insieme, per gli studenti di medicina del passato, quando eseguire tagli e prove sui cadaveri era considerato fuorilegge (perchè si violava terreno consacrato per motivazioni non sufficienti e perchè si distruggeva il riposo di un defunto)
  • Anche l'Università di Bologna ha una preziosa collezione di ceroplastiche di epoca settecentesca e vittoriana. In entrambi i casi sono visitabili.
  • Sia la raccolta dell'ateneo di Parma che di Bologna sono apparse in alcuni servizi di Ulisse (programma che adoro) sulla ceroplastica, sulla medicina e sulle tombe.
  • Il più importante museo italiano di ceroplastica è il Clemente Susini di Cagliari ed è famoso a livello mondiale per l'accuratezza delle sue riproduzioni (vedi. Wikipedia - Museo Cere Anatomiche Clemente Susini)


Riferimenti letterari e cinematografici
Chi ha letto Il giardino segreto, il mio libro preferito, sa che Colin Craven, il cugino della protagonista, sta per morire "di tutto" [diagnosi quantomeno azzardata, oserei dire], che poi sarebbe una debolezza diffusa alla nascita a causa del parto prematuro. Avendolo sempre tenuto segregato a causa di quanto detto sopra, il piccolo Colin non ha mai visto il mondo, è debole e magrolino a causa della mancanza di vitamina D e di luce, ha occhi pesti e ossa fragili, muscoli atrofizzati dalla mancanza di moto ecc.
In più è terrorizzato dalle "spore", una paura indotta dai medici e dalla governante che pensano che distruggerebbero il suo fisico malato se esposto a luce e aria [ma che è, un vampiro???], per questo le finestre sono tutte sbarrate. Ma ci penserà Mary a mettere in riga tutti!

Col senno di oggi sappiamo che i metodi di cui sopra e le idee che avevano erano completamente fuori strada, ma che cosa si pensava allora?
Difficile entrare nella mente delle persone, che erano letteralmente terrorizzate dalla malattia. Esistevano epidemie di scarlattina e varicella che uccidevano moltissime persone, il morbillo era considerato fratello gemello del vaiolo, neanche fosse stato peste e, nel libro di Louisa May Alcott, una delle sorelle March protagonista di Piccole donne muore appunto di queste malattie.
Non solo, per chi ha seguito la vita de La signora del West, la narrazione della coraggiosa dottoressa che curava i malati del West, ricorderà perfettamente che si avevano molti casi gravi di queste malattie.
Senza contare che contro altre come il tetano, il tifo, la tubercolosi e così via non esistevano i vaccini.

Un altro caso famoso è quello dell'amichetta tedesca di Heidi, Clara, che è immobilizzata su una sedia a rotelle fin dalla nascita, ma che grazie alle amorevoli cure della protagonista e all'aria delle Alpi riuscirà ad acquistare l'utilizzo delle gambe.

In moltissimi romanzi si fa cenno alla figura del medico o al fatto che la medicina dell'epoca non fosse in grado di salvare le donne partorienti o gli ammalati, questi riferimenti io li ho più volte riscontrati nei seguenti titoli: L'amante di Lady Sophia di Lisa Kleypas, Nodi d'amore sempre di Lisa Kleypas, Via col vento di Margareth Mitchell, con relativi seguiti, ovvero Rossella di Alexandra Ripley e Il mondo di Rhett di David McCaig.
Inoltre, nell'anime giapponese Fiocchi di cotone per Jeanie la protagonista, dopo una serie di avventure e disavventure sceglie di intraprendere la carriera di medico e infermiera nell'America del dopo Guerra di Secessione.
Ci sono poi i classici come Lo strano caso del Dr. Jeckyll e Mr Hyde di Robert Louis Stevenson e anche il capolavoro di Mary Shelley, cioè Frankestein. Anche in Dracula abbiamo la stravagante figura di Van Helsing che è un medico olandese decisamente sopra le righe.

Naturalmente ci saranno migliaia di romanzi che trattano del tema e che al momento mi sono dimenticata... se ve ne viene in mente qualcuno sarò lieta di aggiungerne.


Consigli di lettura
Poichè la medicina del Settecento e Ottocento era una vera e propria atrocità, consiglio le letture di seguito solo per coloro che sono forti di stomaco.
Io stessa non sono riuscita ad arrivare in fondo ad alcuni testi accademici al riguardo e non voglio neanche pensare di leggere dei volumi dell'epoca, dove parlano di cose che oggi definiremmo barbare con assoluta nonchalance.
I libri di cui sopra, a parte di romance spudoratissimi, presentano comunque una panoramica interessante della professione e del ruolo della medicina nel passato.
  • Sherlock Holmes, Doctor Watson, and Victorian Medicine: A Medical Review and Critique for the New Sherlockian by J. E. Anthony, James E. Anthony
  • Medical Profession in Mid-Victorian London by M. Jeanne Peterson
  • Antivivisection and Medical Science in Victorian Society by R. d. French
  • The Fasting Girl: A True Victorian Medical Mystery by Michelle Stacey
  • Medical women and Victorian fiction by Kristine Swenson
  • Health, Medicine, and Society in Victorian England by Mary Wilson Carpenter
  • Victorian Pharmacy and Remedy Recipes by Jane Eastoe, Ruth Goodman
  • The Victorian Chemist and Druggist by W.A. Jackson

Personalmente la medicina vittoriana è qualcosa che mi fa rizzare i peli delle braccia, mi terrorizza e capisco perfettamente come mai la gente avesse tanto timore di ammalarsi. Spero di non aver turbato troppo i vostri sogni,
A presto, buona serata a tutti!



Mauser

2 aprile 2010

Pamela e Shamela: eroine a confronto

Carissimi lettori e carissime lettrici, è da un po' che non ci sentiamo.
Mi scuso per aver lasciato passare così tanto tempo, ma sto faticosamente raccogliendo il materiale per un post degno di questo nome sulla medicina vittoriana e, purtroppo, non è lavoro da farsi in un giorno soltanto. Ho dovuto cominciare da zero e quindi ci sto impiegando più del solito.

Per farmi perdonare, ecco un post su un libro, una recensione, laprima, a dir la verità, che scrivo; spero non l'ultima (e mi sento quasi di dirlo chiaramente) perchè sono una vera ingorda letteraria che legge, legge e legge tantissimo, spenderei tutto il mio stipendio in libri e quando entro in quei giganteschi megastore Feltrinelli o Mondadori, piuttosto che nella biblioteca Coop di periferia, sono pronta a comprare.

Leggere è una droga, nessuno ha mai fatto un club su questo? Mi stupisce che su Facebook non ne parlino, ma dopotutto non lo posso sapere perchè io sono l'anti-facebook e per Facebook probabilmente io rappresento l'Anticristo.

Ma parliamo di Shamela. So che sarei dovuta partire da Pamela, il romanzo per eccellenza, il sunto delle virtù borghesi vittoriane, l'esempio da seguire che ancora oggi conta migliaia di fans e a cui Cinzia TH Torrini si è ispirata per scrivere il celeberrimo Elisa di Rivombrosa, più seguiti.
Però Samela l'adoro, perchè è il ribaltamento della morale, perchè è un'eroina quanto moderna e calcolatrice, di quelle che io adoro. Le donne coi fiocchi e i controfiocchi che piuttosto che dirti "La mia anima val come quella di una principessa" confidano al lettore che "meno male che è arrivata la governante, sennò sì che sarei finita nei guai, come lo fermavo quel bove in calore?" più o meno...
Ecco quindi che con l'aiuto di un critico a cui devo fare tanto di cappello, posso ora mettere a confronto i due romanzi.

Questa recensione, però, non è tutta farina del mio sacco, bensì mi rifaccio a quanto scritto da Sertoli nel lontano 1998, un giornalista de L'indice, che ne fa una recension decisamente degna di nota, senz'altro molto più alta, ragionata, letteraria e zeppa di citazioni di quanto io potrei mai pensare di fare.

Ma chissà anche che, animata da spirito suicida, mi lanci nell'analisi di questo che non è un romanzo, non solo, ma una parodia, una satira sociale, un ritratto e un ragionamento. Non privo della sua morale... magari lo farò... ma non oggi.
In compenso ho messo note a margine a gogo per questa recensione, specialmente nei punti più significativi.

Ecco quindi che vi lascio ad una breve trama tratta dal risvolto di copertina di Shamela, casa editrice Marsilio, scritta dall'adorabile quanto tagliente penna di Henry Fielding, già lo stesso Fieling che a metà del Settecento, tra una piéce teatrale e l'altra decise di fondare il primo corpo di polizia inglese, i Bow Street Runners.

ATTENZIONE: la lettura di questo romanzo è conigliata a chi ha già avuto a che fare col romanzo di Richardson: Pamela, o la virtù premiata. Per chi ancora non l'avesse fatto, andate subito a procurarvi il libro!
Perchè non s'è mai sentito di un appassionato di epoca Georgiana e Vittoriana che non abbia avuto incontri ravvicinati del terzo tipo coi grandi autori inglesi vittoriani: Dickens, Thackeray e Richardson.
La recensione seguente contiene una miriade di spoilers, quindi non dite che non vi avevo avvisati.

Trama
Uscito prudentemente anonimo nel 1741, solo un anno dopo la popolarissima "Pamela" di Samuel Richardson, che era divenuto immediatamente un vero e proprio libro di culto della piccola e media borghesia, oggetto di pubbliche letture e di calde raccomadazioni da parte di parroci, educatori e buone signore, "Shamela" ne è una graffiante parodia. Trasformando la pudica e trepida Pamela in una Shamela sfacciata e aggressiva, pronta a tutto pur di compiere la sua scalata sociale, Fielding scrisse un controcanto sarcastico di quell'eroina virtuosa che trionfa ancor oggi nei romanzi rosa, nelle soap operas televisive o nelle rubriche di piccola posta.


Ci voleva dunque Aldo Busi per convincere un editore italiano che non era un suicidio finanziario pubblicare tremilacinquecento pagine di Samuel Richardson, l'ultimo grande romanziere settecentesco assente negli ipertrofici cataloghi nostrani. [e che cataloghi! ci trovassi almeno qualcosa di interessante... tra l'altro sto ancora aspettando la Gaskell, non è per dire -.-'].

Così, nel giro di un solo anno, abbiamo avuto sia una nuova traduzione di "Pamela" (la precedente risaliva al 1953 da definirsi: recente) sia - soprattutto e finalmente - l'"impossibile" traduzione di quel "classico classico" "europeo" che fu, due secoli fa, "Clarissa" (la precedente risaliva al 1784-95 qualcosa come "traduzione d'epoca").
Dico "impossibile" perché avendo provato io stesso a proporla a diversi editori, me la son sempre sentita rifiutare più o meno con queste parole: "Oh sì certo, bisognerebbe farla, ma i costi, lei capisce...".

Devo confessare che no, non capivo [neanche io -_-], perché a un profano nell'ardua scienza del marketing come il sottoscritto sembrava, al contrario, che l'editore che l'avesse "fatta" avrebbe scoraggiato chiunque dal "rifarla" per almeno un paio di generazioni, sicché avrebbe avuto tutto il tempo - se ci sapeva fare - di gestirsi al meglio il suo piccolo monopolio.

Ingenuità mia o incompetenza dei troppo temuti uffici commerciali delle case editrici? [la 2! voto la 2!]
Comunque sia, tanto di cappello a Frassinelli per aver osato l'inosabile.
E tanto di cappello, naturalmente, anche a Masolino d'Amico, il traduttore maratoneta che, dopo aver reso in un bell'italiano scorrevole le seicentocinquanta pagine di "Pamela", ha proseguito d'un fiato per le quasi duemilanovecento di "Clarissa", senza perdere un colpo né lasciarsi prendere dalla disperazione ritirandosi prima del traguardo (e impiccandosi magari a un albero, come aveva pronosticato quel pessimista del Dottor Johnson).

In confronto, le cinquanta paginette di "Shamela" sono davvero un'inezia - e quindi si capisce che Daniela Fink abbia avuto tutto il tempo di limarsele ben bene, con gusto ed eleganza (vorrei dire) femminili. Cinquanta paginette, d'altro canto, che, almeno per il lettore inglese, sono diventate inseparabili dalle seicentocinquanta di "Pamela".
Inseparabili perché complementari.
I due romanzi sono infatti il rovescio l'uno dell'altro e le due protagoniste - come suggerisce Guido Fink nella sua ampia e acuta introduzione [fin troppo, direi...] - sono "sorelle siamesi" che dobbiamo abituarci a vedere sempre insieme: una figura unica "riflesss da uno specchio a due luci, l'uno fin troppo compiacente, l'altro grossolanamente deformante".

Pam e Sham: la cenerentola virtuosa ricompensata con la mano del principe azzurro, e il suo "doppio" vizioso e intrigante, trionfante su quel "cretino ben provvisto di denaro" che è il suo padrone e punita solo "in extremis" per ossequio alla regola della giustizia poetica (e questa è l'unica "défaillance" che mi sentirei di rimproverare a Fielding).

Ma procediamo con ordine. Quando "Pamela" uscì, nel novembre del 1740, Fielding si trovava in un momento critico della sua vita.
Costretto ad abbandonare la carriera teatrale dal ripristino della censura preventiva sui testi (ripristino a cui egli stesso aveva non poco contribuito con le sue aggressive satire politiche), era in cerca di una nuova "provincia" in cui esercitare quella brillante e prolifica penna che aveva fatto di lui, se non il più grande "homme de théâtre "dopo Shakespeare (come lo avrebbe definito, esagerando, G.B. Shaw), certo l'autore più rappresentato sui palcoscenici londinesi del tempo.

Due anni dopo, nel 1742, "Joseph Andrews"avrebbe segnato l'avvio della sua - ancor più grande - carriera di romanziere.

Ma "Joseph Andrews", che nei capitoli iniziali rifà il verso a "Pamela" mettendo in scena il fratello dell'eroina richardsoniana intento a difendere la propria castità dalle insidie di una non più giovanissima ma procace e vogliosa padrona (che è poi, guarda caso, la zia di Mr B.), non è altro che il seguito dell'operazione burlesca compiuta con "Shamela". La quale dunque, benché l'autore ne negasse sempre (inutilmente) la paternità, deve dirsi il vero esordio del Fielding narratore [scusatemi ma questa sarebbe la prima volta che vedo un uomo respingere delle avance per mantenere la sua castità... al giorno d'oggi nessun uomo si potrebbe più definire casto e anche quelli che lo sarebbero dicono di non esserlo... è proprio letteratura d'altri tempi ^_^].

Un esordio, d'altra parte, che si riallaccia strettamente alla sua precedente esperienza teatrale. Non tanto - o non solo - per le ragioni illustrate da Guido Fink ("teatrino di marionette"), quanto perché "Shamela" nasce dallo stesso "progetto" e adotta la medesima strategia a cui si erano già ispirate alcune delle più riuscite - e spassose - "pièces" fieldinghiane: la parodia satirica di matrice scribleriana.
Firmandosi "Scriblerus Secundus", Fielding si era presentato come l'erede e il continuatore della battaglia intrapresa da Pope, Swift e compagni contro "Grub Street", cioè contro il cattivo gusto e l'incultura degli scribacchini e pennivendoli "moderni".

Ora, quale maggior monumento d'incultura e cattivo anzi pessimo gusto (non solo letterario) che l'osannato romanzo di Richardson?

Ecco dunque Fielding impugnare la penna e riscriverlo per rovesciarlo come un guanto. Riscriverlo: perché non c'è pagina di "Shamela" che non derivi da "Pamela": stessa tecnica (epistolare), stessi personaggi, stesse situazioni e scene - persino la medesima prefazione autoelogiativa (aggiunta da Richardson alla seconda edizione e purtroppo omessa nella traduzione italiana).

Ma la riscrittura è un rovesciamento, perché la virtuosa servetta si trasforma in una "impudente sgualdrinella" avida e furba che proprio difendendo con le unghie e con i denti - e con tantissime lacrime, svenimenti l'inesistente "gioiello" della sua verginità, riesce a incastrare quel "babbeo'' del suo padrone ("Booby" = "citrullo" ribattezza Fielding il Mr B. di Richardson) facendosi sposare e diventando così una gentildonna ricca e rispettata.

"Shamela", insomma, è la "storia vera "di Pamela, laddove "Pamela" ne era la "storia falsa": un trucco, una finzione ("sham"), una bufala venduta alla stampa (commissionata dalla protagonista stessa a un pennivendolo!) per turlupinare il pubblico dei lettori, non meno babbei di suo marito [in pratica è Shamela che paga uno scrittore perchè scriva di lei un'avventura da donna virtuosa e questi gli propone Pamela].

Ma perché Fielding ce l'aveva tanto col romanzo di Richardson? [beh, perchè è bigotto, semplice no?].
Per tre motivi, principalmente. [e vediamoli, sentiamo un po' se l'essere beghini non c'entra >_>].
Anzitutto, non condivideva l'equazione virtù (femminile) = verginità. Non perché fosse di più larghe vedute in tema di sessualità (lo era, ma solo quando si trattava di sessualità "maschile" eh già, e quando mai?), bensì perché quell'equazione gli appariva una pericolosa "riduzione" della moralità a scapito di altri e più alti valori/doveri (per esempio la carità: in "Joseph Andrews" uno dei personaggi moralmente più positivi è una sguattera d'osteria non avara del proprio corpo ma caritatevole).
Inoltre, ostentata com'è, reiterata in ogni pagina, sbattuta in faccia a parenti, colleghi di servizio e illustri sconosciuti, la "virtù" di Pamela ("morire piuttosto") suonava a Fielding sospetta: tradiva l'affettazione, se non addirittura l'ipocrisia.
Cioè risvegliava nei lettori (nelle lettrici!) - una pruriginosità, un'equivoca "fissazione" sul sesso che Fielding non fu l'unico tra i contemporanei a percepire [io non la definirei neppure tanto occulta, ogni personaggi maschile cerca di farsi questa serva, peggio di Candy Candy e Georgie messe assieme!] nel romanzo di Richardson.
Egli non aveva bisogno della psicoanalisi per intuire che dietro la Pamela "manifesta'' c'era una Pamela "latente'' [una ninfomane?]: ed è questa "altra", svergognata ("shame "= vergogna) Pamela che mette in scena col nome di Shamela (cit: e lui mi ha baciato ancora, tutto ansimante [...] ma, "per sfortuna" è arrivata la Signora Jervis, e in pratica "mi ha rovinato la festa").

Ma tradiva anche, quell'affettazione (o ipocrisia), un calcolo opportunistico di piccola arrampicatrice sociale che vuole vendere al meglio la propria merce (autentica o contraffatta che sia) in un mercato dove la Virtù sta diventando l'articolo più richiesto [lo diventerà anche da noi? ormai i tempi sembrano maturi per tornare al puritanesimo...].

Ed ecco allora il secondo motivo di ostilità. Fielding non poteva accettare le implicazioni di una vicenda il cui "happy ending "coincide con una "mésalliance".
Facendo sposare a un gentiluomo la propria domestica, una domestica che afferma orgogliosamente che la sua "anima'' vale quanto quella "di una principessa" e, addirittura, che tutti gli uomini sono "alla pari in origine", Richardson aveva riproposto il caposaldo dell'ideologia borghese-puritana: la virtù, non il sangue (o il denaro), come unica vera forma di "grandezza" e, quindi, fondamento di legittimazione sociale [ma sono tonna io? c'era bisogno di Pamela per dire questo???]

È la virtù che legittima Pamela a diventare una gentildonna, così come è la virtù che legittima Mr B., "dopo la conversione", a fregiarsi di quel titolo di gentiluomo che prima usurpava.
"Signori'', insomma, si è o si diventa per "diritto morale".
Questo è il "messaggio" che Richardson affidava alla storia di Pamela; e che esso fosse centrale nel suo progetto narrativo è dimostrato dal fatto che quasi tutto il secondo volume è dedicato alla "questione matrimoniale". È qui che Richardson gioca la sua carta più impegnativa.
La gioca con grande prudenza (non sufficiente comunque a evitare l'imbarazzo di alcune tra le sue stesse più fervide ammiratrici): perché mentre Pamela, nonostante le dichiarazioni di uguaglianza, rimane ossequiosamente ligia alle differenze di classe - prima accusando Mr B. di "degradarsi" cercando di sedurre una "serva" come lei, poi rammentandogli la disdicevolezza di un matrimonio fra disuguali (lo status, dopotutto, non è l'anima), infine, davanti all'altare,
facendogli una riverenza e dicendogli "Grazie, signore" -, chi compie il vero atto "sovversivo" trasgredendo le regole e infrangendo il codice sociale è Mr B.
Che sia lui, naturalmente, non è dettaglio irrilevante: l'uguaglianza (di status se non di anima) deve essere "concessa" - dal superiore all'inferiore, dall'uomo alla donna -, non già deve essere pretesa o, tanto meno, conquistata [quanto odio quelli che dicono così!].

Richardson, insomma, ci teneva a non passare per rivoluzionario.
Se la borghesia - ecco quanto voleva far capire ai suoi (più ricchi e magari blasonati) lettori - aveva il diritto di salire socialmente "perché" detentrice di una più alta moralità, l'aristocrazia non aveva nulla da temere per il proprio rango "purché" facesse sua quella stessa moralità.
E tuttavia, la cautela di Richardson non bastò a tranquillizzare Fielding, la cui ideologia sociale era molto più "statica "e conservatrice. L'ordine della società si regge su una gerarchia che non deve essere violata, su distinzioni che devono restare nette e salde, pena la caduta nel disordine o, come si suol dire, nel caos.
Amare ci si può anche fra disuguali ma sposare ci si può - e ci si deve - solo fra uguali (e infatti nei romanzi di Fielding l'agnizione interviene sempre, provvidenzialmente, a evitare la "mésalliance").

Il terzo motivo di rigetto ha a che fare con la grafomania di Pamela. Carta penne e inchiostro stanno in cima ai suoi pensieri (appena un gradino sotto la "virtù"), e qualunque cosa le accada, dalla più inoffensiva alla più terrificante (o che tale le sembra), eccola precipitarsi in camera per scriverla a qualcuno: al "caro padre" e alla "cara madre", a Mr B. e al parroco Williams, a chiunque insomma si presti a fungere da destinatario [Caro Fratello no? Già che ci siamo...]; e se non c'è nessuno a portata di penna, allora la scriverà a se stessa, trasformando la lettera in diario, salvo, poi, ritrasformare il diario in lettera - perché ciò che scrive "deve" essere mostrato, la sua intimità "deve" essere esibita.
Lettere su lettere, lettere proprie e lettere altrui, lettere spedite (o non spedite) e ricevute, copiate e ricopiate, messe da parte registrate e inventariate come in un gigantesco archivio: l'archivio - il mausoleo - di Pamela Andrews.
Ma se la scrittura è per lei una vera e propria ossessione (narcisistica e persecutoria come tutte le ossessioni), lo è perché ogni cosa, ogni gesto, ogni evento devono trasformarsi in parola, in segno grafico, per essere, non già (come voleva la tradizione puritana) analizzati e giudicati dalla coscienza, ma semplicemente "vissuti"."

"La scrittura non trascrive la vita: la sostituisce, la "fa". E questo è un elemento di straordinaria novità/modernità (o postmodernità?) del romanzo di Richardson.
Lo è anzitutto dal punto di vista narrativo, perché qui per la prima volta - come osserva Guido Fink - la lettera diventa ciò che esemplarmente (benché diversamente!) sarà nelle "Liaisons dangereuses": motore dell'azione, generatrice del "plot" (è infatti leggendo le lettere di Pamela che Mr B. si pente, ed è leggendo la lettera del pentito Mr B. che Pamela decide di amarlo).
Ma lo è anche per le prospettive che apre su un tema, quello dell'"écriture", oggi (o già ieri?) fin troppo discusso, discettato e delibato dai più sofisticati (e spericolati) critici "teorici".

Con buona pace, naturalmente, di Fielding, che nella grafomania dell'eroina richardsoniana vedeva solo, più prosaicamente, l'ombra lunga della mistificazione. Sostituendo i segni alle cose, ricoprendo i fatti con un reticolo di parole, la scrittura crea una realtà "fittizia", una vita "falsa", che alla fine viene però scambiata per quella vera.
Artefice e al tempo stesso prigioniera del suo monumentale archivio di "lettere" (nel senso alfabetico ed epistolare del termine), Pamela si costruisce un'identità immaginaria che è, propriamente, un'identità "romanzesca". "Oh, mia brava ragazza!", le dice a un certo punto Mr B., "vedo che hai fatto buone letture; fra tutti e due prima di aver finito metteremo insieme una bella trama per un romanzo".
Una trama da romanzo: paziente e tenace, meticolosamente sistematica, con le sue lettere Pamela (che prima di troppo scrivere ha troppo letto) ricama un grandioso, fantastico scenario all'interno del quale lei stessa e Mr B., i genitori e il parroco William, Mrs Jervis e Mrs Jewkes, insomma "tutti quanti", diventano protagonisti di un'avvincente love story che è solo il frutto dell'uso allucinatorio - e manipolatorio - della scrittura.
Lo stesso che abbacina e irretisce i suoi lettori, rendendoli incapaci di distinguere, nel "dolcissimo, adorabile, graziosissimo libretto" che ne racconta l'edificante (e gratificante) vicenda, ciò che è vero da ciò che è (cattiva) letteratura.
Di qui la "controscrittura" di "Shamela": che non solo pone "nella giusta e veridica luce" le "arti sopraffine di quella giovane intrigante", ma "svela[ndo] e debitamente confuta[ndo]" le "svariate e famigerate menzogne e distorsioni" contenute nel libro che a lei s'intitola, ne demistifica la retorica letterarietà.
Ma di qui anche, nei posteriori romanzi di Fielding, la scelta di esibire sempre, alla luce del sole, l'"artificio "della narrazione: proprio per evitare che i suoi lettori - come le lettrici di "Pamela" - dimentichino di avere fra le mani un libro e finiscano a scambiare le finzioni della letteratura con le realtà della vita.

La grafomania di Pamela non è però, da ultimo, quella stessa di Richardson: narcisistica, ossessiva, persecutoria, e soprattutto indecentemente prolissa.
Ecco allora le cinquanta pagine di "Shamela" contrapposte alle seicentocinquanta di "Pamela" (che il terzo e il quarto volume, usciti l'anno seguente e per il momento risparmiati al traduttore e al lettore italiano, avrebbero raddoppiate!): una lezione di "stile" (classico) impartita all'insegna del motto "mega biblion mega kakon."



Bacioni a tutti quanti e auguri di Buona Pasqua!



Mauser


Hai qualche idea?
Vorresti approfondire un argomento particolare?
Ci sono curiosità di cui vorresti scrivessimo?

Manda una mail a
georgianagarden@gmail.com