9 gennaio 2011

La giornata di un valletto

Il valletto, altrimenti chiamato anche attendente, è una figura della servitù incaricata di occuparsi della persona del suo padrone. Nello specifico il valletto più importante nella casa è quello del padrone di casa e svolge pressappoco delle cameriere personali della padrona.
L'etimologia della parola valletto è dal francese valet, diminutivo dell'antico vaslet, da cui deriva l'etimologia anche vassallo. Questo non significa che il vassallo fosse il lustrascarpe del suo superiore (quasi -.-), ma alle corti reali è ancora diffusa l'usanza che siano membri di alta nobiltà a servire re e regine anche nelle loro funzioni quotidiane, duchesse, contesse ecc sono spesso lady in wait della regina o delle principesse [non capisco se il titolo lo acquisiscono prima o dopo essere entrate a servizio come colf della sovrana].

Il valletto che andremo a seguire durante la sua giornata, si occupava di vestire il padrone da capo a piedi, di consigliargli determinati abbinamenti, allacciargli la cravatta, i gemelli, pettinarlo, sbarbarlo, fargli il bagno ecc.

Il valletto era una di quelle figure professionali dove la fortuna era una componente fondamentale per il proprio lavoro, perché, con la carenza di personale che si aveva dalla metà dell'Ottocento in poi, ciascun valletto poteva permettersi di cambiare lavoro in qualsiasi momento se si ritrovava a dover servire un padrone indisponente, crudele, insopportabile o che, per qualche motivo, non piaceva.

Come dice Clive Owen nel film di Gosford Park, dove interpreta la parte di Robert Parks, valletto di Lord Raymond Stockbridge:

Alla fine sono tutti uguali [i padroni], credono di essere l'Onnipotente.
Il che ci lascia ben intendere che specie di personaggi fossero i datori di lavoro, non certo tutti come Lord Grantham di Downton Abbey, disposto a prendersi in casa l'ex commilitone zoppo, Mr Bates, pur di ripagare il debito che lo lega a lui (che gli ha salvato la vita sacrificando la propria gamba).



La sveglia

La sua giornata tipo inizia molto prima di quella del suo signore, a cui di solito piace poltrire a letto; come tutta la servitù di casa, la sua sveglia suona tra le cinque e le sei e, come per gli altri, la prima cosa è una bella lavata con acqua fredda, perchè non c'è tempo di scaldarla.

Un valletto è, per esigenza di professione, sempre in ordine nell'aspetto e nei modi, ecco quindi che il nostro deve prestare una cura particolare all'abbigliamento in modo che non ci siano antiestetici fili penzolanti, macchie sulla camicia, buchi a vista nei calzini, le sue scarpe devono inoltre essere lustrate a dovere, compito che spesso tocca ai lacchè o ai sottolacchè.
Il suo tempo prosegue con la colazione in comune tra i servi nella stanza adibita a "sala comune", dove sarà servito pane e latte e, se la famiglia può permetterselo, anche uova, bacon, porridge e broccoli [broccoli al mattino? Che schifo!]
Beats, il valletto di Lord Grantham
Fatto ciò, è importante che il valletto giochi d'anticipo, il padrone ha sensi e percezioni ritardate, rispetto alle sue, ecco perchè mentre il signore ancora riposa beato nel suo letto a baldacchino tra le braccia di Morfeo, il valletto deve cominciare a discutere con la cuoca sui possibili menu da presentare al proprio "protetto" e qui andiamo nella pura fantascienza perchè, se il padrone s'inciampa nella pantofola appena sceso e decide che quel giorno mangerà solo brodo di pollo quando questi hanno optato per la fagiana arrosto, beh... sono cavoli loro, brodo di pollo sarà. Ecco, quindi, perchè un valletto non può essere solo un valletto, ma è necessario che sia un bravo valletto e questo lo si impara, come la maggior parte dei mestieri, con l'esperienza.
Verso le sette-otto di mattina arriva il garzone con i quotidiani, questi, freschi di stampa, verranno opportunamente stirati.
So che può sembrare un procedimento insensato, ma in realtà era fondamentale perchè i giornali, con la carta ancora umida e l'inchiostro giovane, avrebbero rischiato di macchiare le aristocratiche mani del signore mentre li leggeva, una cosa non esattamente consigliabile, anche considerando che la stampa con inchiostri a base di piombo era la norma... stirando i giornali i pigmenti sarebbero stati fissati alla carta in maniera molto più duratura, inoltre, si sarebbero eliminate quelle antiestetiche piegoline che si formano anche dopo il primo utilizzo: in questo modo il quotidiano sarebbe sembrato appena uscito dalla sal stampa, anzi, molto meglio di come lo ritirava il garzone delle consegne!
Naturalmente era dovere del valletto tenersi informato, ecco quindi che, mentre sistemava le varie pagine sulla scrivania dello studio, leggeva accuratamente le notizie, per poi riferirle agli altri membri della servitù che, magari, non avevano fatto in tempo mentre stirava le paginate o non sapevano leggere.


I ferri del mestiere

Con un po' d'anticipo sull'orario di risveglio del signore, il valletto si sarebbe recato al guardaroba, controllando che tutto fosse opportunamente riordinato dal lacchè, i pettini fossero puliti, i rasoi anche, le scarpe allineate, i vestiti perfettamente stirati e smacchiati.
Da sinistra:
Lacchè (col vassoio), valletto (alle tende) e
maggiordomo
Ciascun oggetto doveva trovarsi ordinato al suo posto e, come si vede spesso nei film in costume, se così non fosse il valletto si sarebbe preoccupare di riallilneare lo strumento, cambiando l'angolazione di qualche millimetro.
Doveva inoltre controllare che le cameriere addette avessero pulito a dovere la stanza, compresi gli interstizi, i bordi superiori delle porte, le mensole meno raggiungibili.


Era buona cosa, inoltre, spalancare temporaneamente la finestra e le tende in mdo da cambiare l'aria della stanza, che altrimenti sarebbe stata viziata e con odore di chiuso dopo essere rimasta sigillata tutta la notte: considerando le condizioni igieniche e il fatto che le dimore non fossero precisamente l'ultimo grido tecnologico contro muffe e umidità, era un'operazione resa assolutamente necessaria.

Il valletto avrebbe comunque provveduto a richiudere in tempo perchè si ristabilisse la temperatura che sapeva preferita dal suo signore.
Controllava anche il fuoco nel caminetto e, nel caso l'avesse trovato spento, l'avrebbe riacceso in modo da riscaldare l'ambiente [avete mai provato a dormire in un vecchio castello? Ci sono spifferi come il Canale della Manica che sembrano decapitarvi ogni volta che passate di fianco ad una finestra], accendeva le luci o le regolava a seconda della luminosità del locale e del tempo.
Davanti al fuoco avrebbe disposto gli abiti che senz'altro sapeva avrebbe indossato, ad esempio se l'aveva informato di una probabile calvalcata mattutina o se questa era sua quotidiana abitudine (molto frequente tra la nobiltà), così che fossero caldi e piacevoli da indossare una volta che fosse giunto il tempo di consegnarli al padrone.
[Insomma, non come tutte le persone normali di oggi che si alzano al trillo di una sveglia dà fa venire l'emicrania, arrivano in un bagno gelido compreso di stallattiti di ghiaccio e caloriferi spenti e si infilano jeans rigidi come baccalà]
.
Henry Denton, falso valletto di
Morris Weissman

(Gosford Park)
Naturalmente, come insegnano i film, occhio al fuoco! Era meglio che i pantaloni non prendessero fuoco perchè il costo sarebbe stato detratto da uno stipendio (e un paio di brache di sartoria potevano essere mooooolto costose).



Il risveglio del padrone

Se il signore aveva chiesto al valletto di svegliarlo, questi aveva autorità di introdursi nella camera padronale e destare delicatamente il suo signore scotendolo gentilmente, non certo spalancandogli in faccia le tende come si vede fare nei film, un gesto estremamente nervoso e malducato che nessun domestico si sarebbe permesso.
Era dovere morale del valletto, così come di qualsiasi altro domestico presente (a volte assistevano anche una cameriera e un lacchè) mantenere la compostezza qualsiasi cosa avessero visto una volta arrivata luce nella stanza: dall'amante alla moglie del fratello come compagna di letto, dall'ultimo lacchè assunto che quella mattina era misteriosamente scomparso al cane da caccia che aveva imbrattato le lenzuola.
Quello non era il luogo per sorrisetti e pettegolezzi, che dovevano essere riservati ai piani bassi, tra i servi.
Nel caso non fosse partito l'ordine, il valletto aspettava pazientemente nella stanza del guardaroba o nell'anticamera che il suo padrone si destasse.
Se invece era il signore ad alzarsi prima del solito, esistevano le classiche campanelle di chiamata per attirare l'attenzione del proprio domestico non presente, che si sarebbe affrettato a farsi trovare al proprio posto.


Lavare e vestire il proprio giovin signore

L'operazione di abluzione e rasatura del signore era seguita con grande cura e attenzione dal valletto, che tuttavia difficilmente vi prendeva parte, anche perchè la maggior parte dei gentiluomini ottocenteschi preferiva radersi da sola, avendo acquisito una certa manualità nell'operazione; se richiesto, comunque, il valletto doveva essere in grado di adempiere anche a ciò.
Il suo contributo era invece necessario se il padrone, in qualsiasi momento, richedeva un bagno: servi di rango inferiore sarebbero accorsi al richiamo del valletto per portare la tinozza e riempirla coi secchi, di solito toccava agli ultimi arrivati.
Dopodichè il valletto provvedeva a svestire il padrone, a ripiegare gli indumenti e ad aiutarlo ad accomodarsi nella vasca. Se richiesto lavava o massaggiava la schiena, ma il più delle volte i gentiluomini preferivano consumare quel momento da soli e congedavano il domestico, richiamandolo solo quando avevano concluso.


Al valletto era inoltre richiesto che fosse un buon parrucchiere e sapesse acconciare con disinvoltura e gusto i capelli del proprio padrone, era inoltre compito suo regolare le basette e pettinare baffi e mustacchi, che all'epoca erano molto presenti.
Il taglio dei capelli avveniva circa ogni tre settimane con precisione svizzera.


Si passava poi alla fase della vestizione, che non era molto meno lunga di quella delle signore, i gentiluomini indossavano infatti una quantità spropositata di capi d'abbigliamento: biancheria, canotta, calzini, reggicalze, mutandoni, pantaloni, camicia, panciotto, giaccha, fazzoletti, cravattini, colletti e polsini posticci, gemelli, spille, bretelle... non si finiva più.
L'ultima operazione della vestizione del suo signore, quando questi fosse stato pronto per uscire, era il gesto di porgere i guanti al padrone, e ricordiamo che i guanti erano un accessorio indispensabile, obbligatorio, un must della società, dell'etichetta e del buongusto.


Ecco, a questo punto il signore poteva uscire in tutta pace di essere al 100% accettabile. Il valletto apriva quindi galantemente la porta di casa, attendendo le disposizioni per la giornata, ad esempio piatti desiderati, eventuali ospiti inaspettati, determinate attività da svolgersi, riparazioni, ecc.
Isabella Beeton, nel suo libro di gestione della vita domestica, sostiene che molti gentiluomini apparirebbero ridicoli in giro per le strade, se non avessero dalla loro il valido aiuto di un valletto che scelga per loro i vestiti, coordini colori e fantasie, annodi con gusto cravatte e fazzoletti e, insomma, si occupi dei particolari.
Perchè, oltre che pigri, i gentiluomini vittoriani erano anche affetti da pessimo gusto nel vestire e i moderni uomini d'affari americani, ne sono i diretti discendenti, sfoggiando senza vergogna completi da giorni color oliva a quadretti: aiuto! Roba che, in confronto, si potrebbe quasi dire che Asia Argento veste in maniera sobria...


Clive Owen nei panni di Robert Parks, valletto di Lord Stockbridge
(Gosford Park)

Per il resto della giornata il valletto avrebbe continuato a vestire e sistemare il suo signore ogni volta che ce ne fosse stata la necessità, ad esempio per la cena o per ricevere ospiti, oppure avrebbe dedicato il suo tempo a sistemare le cose del padrone, controllando i gemelli, le spille e le cravatte e supervisionando il lavoro dei lacchè che ripulivano l'anticamera.



Da leggere

Se siete interessati ad approfondire la routine di vita di un signore di epoca settecentesca, vi consiglio caldamente un'opera di Giuseppe Parini, letterato italiano "maestro" di Foscolo che lo cita nei suoi Sepolcri.

L'opera di cui parlo è intitolata Il giorno, dove l'autore, con ironia ci racconta la vita quotidiana di un signore, un nobiletto dell'aristocrazia decaduta, e, sebbene i giudizi non compaiano, è insita nei paragoni, nel tono e nello stile la condanna per quella vita vuota e sfaccendata, contornata da servitori che provvedono a qualsiasi necessità.
Se siete interessati alla lettura, al seguente link trovate l'opera:
Giuseppe Parini, Il giorno
Fa parte di questo componimento il famoso episodio della Vergine Cuccia, la cagna del signore a cui venne calpestata la coda da un domestico; per punizione il servitore fu allontanato senza stipendio e referenze.

Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla: ed ella
Tre volte rotolò; tre volte scosse
Lo scompigliato pelo, e da le vaghe
Nari soffiò la polvere rodente:
Indi i gemiti alzando, aita aita
Parea dicesse; e da le aurate volte
A lei la impietosita eco rispose;
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
Udì la sua condanna. A lui non valse
Merito quadrilustre: a lui non valse
Zelo d'arcani ufici. Ei nudo andonne
De le assise spogliato onde pur dianzi
Era insigne a la plebe: e in van novello
Signor sperò; ché le pietose dame
Inorridìro; e del misfatto atroce
Odiàr l'autore. Il perfido si giacque
Con la squallida prole e con la nuda
Consorte a lato su la via spargendo
Al passeggero inutili lamenti:
E tu vergine cuccia idol placato
Da le vittime umane isti superba
Giuseppe Parini, Il giorno - Mattino

Se volete leggere qualcosa di più sul componimento, la sezione di Wikipedia è molto accurata; per pietà della mia anima, evitate quei quesiti abominevoli su Yahoo Answer, ogni volta che mi ci cade l'occhio mi prende un mancamento, c'è gente che si fa fare dei temi! Ridicolo... basterebbe che leggessero il link prima del loro.


Molto interessante per questa figura professionale è un libro di memorie intitolato Il valletto di Napoleone scritto da colui che fu il suo attendente di camera per sedici lunghi anni: Louis-Constant Wairy.

Constant fa ciò che sa fare, cioè raccontare giorno pergiorno il Napoleone intimo e segreto perché lontano dagli occhi estranei, chesi offriva genuino alla sua cura: così realizzando l'impresa romanzescastraordinaria di restituirci quello che il personaggio storico vela: l'uomo.


Curiosità
Nella cultura moderna valletto sta a indicare una figura dello spettacolo, contrapposto alla valletta (soubrette).

Chiamarla moderna, a dir la verità, è un po' eccessivo... ormai è preistoria, le vallette come Antonella Elia c'erano ai tempi di quando ero bambina, adesso si preferisce chiamarle veline, che rende anche meglio l'idea di quanto siano coperte.


Per i più raffinati, il valletto è anche sinonimo del servo muto, ovvero dell'appendiabiti da camera per gli uomini [la pretesa di servitù di chi non poteva permettersela], dove si ripongono camicia, giacca e pantaloni già indossati, ma ancora da mettere. So che quest'oggetto sta andando scomparendo, ma spero vivamente che non sia così.


Kuroshitsuji
Nella Commedia dell'Arte italiana, alcune maschere piuttosto famose ricoprono il ruolo di valletto, in particolare l'astuto Scapino; questa maschera si evolverà in epoca più tarda in quella del più famoso Brighella che, come dice il nome, ha un'inclinazione a brigare, cioè a organizzare e tramase, spesso alle spalle degli sprovveduti padroni.
Curiosamente, in Francia l'autore Moliere lo introdurrà, creando la maschera di Scapin, chiaramente mutuata dalla tradizione italiana, dove però era stato quasi dimenticato in favore di Brighella.


In Giappone hanno un po' di confusione nella concezione dei ruoli dei servitori e tendono a chiamare butler, cioè maggiordomo, qualsiasi domestico che porti un improbabile frack nero e si aggiri per casa in maniera servile con un vassoio d'argento.
A tal proposito, per gli appassionati facciamo qualche puntualizzazione: Kurishitsuji, erroneamente tradotto in Italia come Black Butler, dovrebbe in realtà diventare Black Valet, perchè a tutti gli effetti quello è il ruolo di un valletto, NON un maggiordomo. Pregherei, se possibile, i traduttori di fare un minimo di attenzione: se si istilla la credenza, già erroneamente radicata, che qualsiasi domestico alla fine sia un maggiordomo, finiamo alla Torre di Babele!


Ci vediamo presto con i prossimi approfondimenti, baci







Mauser





7 gennaio 2011

L’ordine di precedenza dei domestici

Qualcuno di voi ha visto il film Gosford Park?

Se sì, senz'altro ricorderà una delle scene iniziali del lungometraggio, quando i domestici dei vari ospiti di Lady Sylvia arrivano a alla residenza e lì vengono smistati nelle loro stanze, viene inoltre insegnato loro, così come a noi spettatori, che durante questi scambi di personale era usanza che la domestica di una dama o il valletto di un gentiluomo fossero chiamati col cognome o il titolo di costui o costei (generalmente c'era un solo membro della servitù di supporto per ciascun ospite, più l'autista, così non si avevano confusioni), così che fosse chiaro chi fosse il loro padrone.

Questa consuetudine si ripercuoteva su tutti gli aspetti della vita perché un domestico, oltre al cognome del suo padrone, acquisiva anche il suo titolo e, quindi, il suo nuovo rango in funzione degli altri personaggi presenti.

Poco più avanti nel film, infatti, nella scena a tavola, i domestici di Gosford Park si lamentano con Jennings, il maggiordomo, per la disposizione dei posti, poiché anche intorno al povero tavolo della servitù si rispettava il medesimo ordine di precedenza dei nobili, di conseguenza se, come ci insegna il manuale, una contessa era più importante di una baronessa e un domestico acquisisce anche il titolo del suo padrone, allora una cameriera di una contessa sarebbe stata più importante della cameriera di una baronessa e, quindi, avrebbe avuto l'onore di sedere a tavola in un posto più vicino a quello del padrone di casa, rappresentato, tra i servi, dal maggiordomo, la massima autorità.

Tenendo conto di ciò, come ci si comportava però nel caso i domestici fossero tutti della stessa famiglia?
Oppure quando la servitù era riunita?


A quale graduatoria ci si doveva affidare
?

Ecco un breve vademecum per orientarsi nell'intricato mondo di valletti, stallieri e cameriere, preparate la bussola!

Per tutte le informazioni generali circa l'organizzazione del personale di casa, rimando al post La servitù.L'ordine è decrescente, cioè va dal più importante al meno e comprende anche cariche tipiche della casa reale, come il cimabellano che è il massimo organizzatore e supervisore.

Ciambellano
- Chamberlain

Maestro di casa
- House Steward

Valletto del padrone - First Valet

Maggiordomo
- Butler

Governante
- Housekeeper

Cuoca
- Cook

Giardiniere
- Gardener

Lacchè
o valletto semplice - Footman

Sottomaggiordomo
- Under Butler

Cocchiere o Autista
- Coachman

Cameriera della padrona
- Lady's Maid

Prima balia
- Head Nurse

Capocameriera
- Upper Housemaid

Capo lavandaia
- Upper laundry-Maid

Stalliere
- Groom

Sottolacchè
- Under footman

Cameriera tuttofare
- Maid-of-all-work

Paggio
- Page o Footboy

Cameriera semplice – Under Housemaid

Cameriera di servizio – Still-room Maid

Balia semplice
– Nurse

Lavandaia
– Under laundry-Maid

Aiutante di cucina
– Kitchen Maid

Garzone di stalla – Stable boy

Sguattera
– Scullery Maid

Per maggior chiarezza ho preparato una mappa concettuale che rappresenta le dipendenze di ciascun servitore, così da capire chi fosse il suo diretto superiore.

Cliccate sull'immagine per ingrandirla a tutta pagina e leggere bene le relazioni


Vi anticipo inoltre, per vostra sfortuna, che sarebbe mia intenzione scrivere un post su ciascuna categoria di domestici, sebbene magari non tutti insieme per non annoiare troppo...


Ora vi lascio, a presto, baci




Mauser

3 gennaio 2011

Ikoku Meiro no Croisée

Recentemente, cari lettori, mi è capitato di imbattermi in questo particolarissimo manga.
Come lettrice di questa categoria di letteratura, perchè tale essa è nella mia concezione, posso dire che in tutto l'Occidente, e in Italia particolarmente, le produzioni a fumetti giapponesi e coreane sono grandemente sottovalutate, oltre che opportunamente dimenticate.

Con questo non voglio dire che tutto ciò che proviene dal Paese del Sol Levante o dalla Corea del Sud, così come da Hong Kong e Taiwan sia oro colato, ci sono porcherie come ci sono dappertutto, però non penso che si debba cadere nel tranello di pensare ai loro prodotti come a sciocchezze per bambini: ve lo dice una appassionata di Sailor Moon e che sostiene fermissimamente che Laputa, Nausicaa della Valle del Vento e Il castello errante di Howl non siano film adatti a dei bambini anche se sono indubbiamente cartoni animati, i significati e i messaggi che trasmettono sono decisamente troppo elevati e filosoficamente complessi perchè siano recepiti.

Come vedete, c'è un po' di tutto: il prodotto per ragazzi, Sailor Moon o Naruto, il prodotto per l'infanzia, ad esempio Guru Guru oppure Principesse Gemelle, e anche prodotti per adulti, Hataraki Man ecc.

Mi ritengo una persona fortunata a non avere pregiudizi in merito, perchè in questo modo posso godere del piacere della scoperta di piccole chicche che altrimenti mi perderei, Ikoku Meiro no Croisée è senz'altro una di queste.
Si tratta di un manga storico dall'ambientazione particolarissima e molto singolare che, fino ad oggi, avevo visto analizzata solo di sfuggita e tratta in maniera accurata e gentile dell'integrazione di due culture, quella europea di fine Ottocento e quella giapponese, con tutti i problemi che essa può avere, a cominciare dalla lingua, per passare al cibo e successivamente alle abitudini.


Trama
Il Giappone, Paese del Sol Levante, con la restaurazione Meiji del 1866 l'Impero del Crisantemo si è aperto ai contatti con l'Occidente, chiusi dai tempi dei commerci coi portoghesi, permettendo scambi commerciali e culturali.

In Europa cominciano a trapelare informazioni di usanze e costumi particolari e cresce la curiosità verso la cultura di questo Paese, così come le abitudini e gli oggetti: scoppia il boom delle giapponeserie, Puccini compone la Madama Butterfly e tutti si mettono in casa almeno una lampada di carta di riso o un paravento giapponese.

A Parigi, nella prestigiosa galleria di negozi per la promenade di lusso, si trova la bottega Enseignes du Roy, gestita dall'anziano Oscar e dal nipote Claude. Questo negozio di oggettistica e piccola meccanica (orologi, carrillon, ecc.) appartiene alla famiglia da molte generazioni e i vari membri sono molto orgogliosi di poter dare il loro personale contributo all'attività, così, mentre Claude si occupa di mandare avanti gli affari e le riparazioni, il nonno Oscar viaggia per il mondo alla ricerca di pezzi unici e rarissimi che possano attirare la clientela e fare dell'Enseignes du Roy un negozio alla moda, ricercato ed esclusivo.

Proprio di ritorno da uno dei suoi viaggi, questa volta nel Giappone appena aperto al pubblico, Oscar porta con sé, oltre a molti oggettini tipici della cultura nipponica, anche qualcosa di molto speciale, la cultura stessa di questo Paese, impersonata dalla gentile e dolcissima Yune.
Yune viene da una famiglia giapponese che da secoli è a servizio di grandi casate, come è tradizione: arrivata all'età del primo impiego e affascinata dal mondo occidentale che conosce solo per dicerie, accetta di diventare la tuttofare di Oscar e della sua famiglia ed egli acconsente a farla viaggiar con sé fino in Francia.

Il primo incontro tra Claude e Yune è particolarissimo perchè la differenza culturale, notevole, impatta subito il ragazzo con l'inchino di cortesia che Yune rivolge al suo nuovo padrone e l'ignoranza di Clude in materia lo porta a travisare quel gesto di saluto.
Dopo diversi problemi iniziali, Claude, che alla fine è il titolare del negozio, acconsente a tenere con sé la piccola Yune, iniziando ad affezionarsi a lei, alle sue maniere e al suo svolazzante kimono dai colori vivaci che compare e scompare dalle porte nonostante sia un tantino pericoloso, così come particolare è l'usanza che ella dorma sul pavimento in un improvvisato futon anzichè sul letto che le è stato assegnato, oppure la sua avversione per il caffè, così come anche il fatto che abbia assaggiato solo raramente latte fresco o prodotti caseari in genere, che in Giappone non erano molto diffusi (l'unico formaggio prodotto è il tofu ed è preparato col caglio del latte di soia, non con quello vaccino o caprino).

In tutto questo Yune è spaesata e disorientata dalla differenza che riconosce tra Giappone ed Europa, la libertà è differente e anche i concetti di famiglia sono particolari: se per lei gli altri lavoratori del negozio rappresentano una famiglia come quella che l'ha messa al mondo, alrettanto non direbbe Claude, se non per il fatto che legami di sangue lo avvicinano a Oscar.


Rappresentazione della cultura
Il progetto che l'autrice, Hinata Takeda, si presuppone con questo manga dal tratto semplice e gentile, grazioso e femminile che richiama al primo sguardo Emma, è ambiziosissimo.
Il confronto culturale è sempre difficile da eaffigurare con obiettività, maggiore è l'ostacolo se le culture sono tanto diverse quanto radicate, partiolari e decorative come quella europea e quella giapponese, entrabe ricche di storia e di tradizioni, orgogliose del loro passato, e delle loro conquiste, dei concetti e delle idee che hanno costruito, ma allo stesso tempo affascinate le une dalle altre.

A mio avviso tutto questo è difficile da rendere senza scadere nel moralismo, privilegiandone l'una piuttosto che l'altra o dando più spazio a determinati clichè.
Certo che non poteva mancare la baguette, così come il kimono, ma per quel poco che ho avuto la possibilità di leggere, l'autrice fin'ora è stata dignitosissima in questo tratteggio, un balletto pari senza prevaricazioni.

Il sincero entusiasmo di Yune, la nostra piccola protagonista, è frutto del desiderio giovanile di conoscere, conoscere tutto: lingua, cultura, mondo... Yune non si propone di abbandonare il suo modo di essere giapponese, ma allo stesso tempo comincia ad assorbire dalla cultura francese che incontra, impara l'alfabeto e le parole, mantenendo sempre, però, le particolarità della propria.

Allo stesso modo il reticente Claude, troppo assorbito dal lavoro, dalle responsabilità e dalla routine del negozio che gli è stato lasciato, vede in questa novità una ventata d'aria fresca e un modo molto particolare di imparare, sebbene il suo orgoglio gli impedisca di ammetterlo apertamente.
Piano piano inizia a scoprire le tradizioni giapponesi di casa e famiglia, di proprietà e di regalo, di ciò che si è disposti a dare o fare per gli altri e, sebbene inizialmente critichi e giudichi duramente questo modo di comportarsi e agire, tacciandolo di arretratezza e barbaria, lentamente comincia ad assorbirne il significato più profondo, sicuramente tradizionale, ma soprattutto ideologico che determinati comportamenti hanno nella cultura orientale, come quello di ringraziare e scusarsi in continue manifestazioni fisiche di ciò, come l'inchino o il sorriso, pratiche non molto adoperate nel tardo Ottocento popolano e, tristemente, neppure oggi, ma che forse dovrebbero essere riscoperte.

Lo sconforto è di entrambi i protagonisti di fronte alla propria incapacità di capire, determinata dall'ideologia e dalle abitudini radicate dalla nascita, ma entrambi sono determinati ad esercitarsi nell'andare oltre quest'apparenza e, bisogna darne atto a questa mangaka, il prodotto che propone è delicatissimo, dolcissimo, sicuramente realistico e molto curato, non risulta offensivo o stereotipato, sebbene i cliché ci siano, ma quelli non sono un problema, se adoperati con parsimonia.


Rappresentazione della realtà
In Giappone, si sa, hanno sempre avuto un debole per l'Europa e le sue tradizioni e la sua storia, basta guardare ai manga "storici", nel senso che hanno fatto la storia di questo genere: Lady Oscar, Georgie, Heidi, Caro fratello, La valle dell'arcobaleno, Faustine.
In questo filone di appassionati filoeuropei, proseguito negli anni Duemila dalla bravissima Kaoru Mori col suo Emma, si colloca anche Ikoku Meiro no Croisée, dove, ancora una volta, la rappresentazione fedelissima della realtà, dei personaggi e del modo di fare che si vuole trasmettere è fatta con maestria, cura ed attenzione, frutto di un lungo e significativo processo di ricerca antecedente alla stesura della sceneggiatura.

La dedizione della mangaka per i dettagli del negozio di Claude, per le abitudini di Yune, per i piccoli oggetti disposti per casa è sublime e non passano neanche inosservati altri particolari come le fantasie sui vistosi cappelli delle signore a passeggio, oppure i fiori multicolori che adornano molte scene, diffusissimi come lo erano nell'Ottocento europeo agli angoli di strade e piazze, così come i variopinti decori dei kimono della ragazza: fiori, pesci, fantasie geometriche.

Il tratto dell'autrice è pulito e gentile con i suoi personaggi, di lei sappiamo che è ancora agli inizi della carriera e questo può scusare certi background un po' poveri, quando non completamente bianchi, a confronto con scene, invece, molto affollate di puntualizzazioni sceniche e retini, ma l'effetto finale è sicuramente piacevole e per nulla manchevole.


Rappresentazione dei sentimenti e delle emozioni
Trasmettere allo spettatore o al lettore emozioni e sentimenti è un'arte difficile e ciascuna ha dalla sua pro e contro.
Lo scrittore, molto avvantaggiato, può elencare parole su parole di sospiri, incertezze, sorrisi, ghigni, battiti di ciglia, descrivendo con minuzia ogni granello di polvere che cade (tipo Proust).
L'attore, a sua volta artista (la radice della parola è la stessa), ha dalla sua la mimica: bisogna essere bravi per impersonare certe emozioni, ma, se lo si è, un labbro sporgente, un broncio o un tic nervoso possono compensare fiumi e fiumi d'inchiostro.
Poi c'è il disegnatore, che deve coniugare le due cose insieme: non può scrivere più di tanto, un manga o un fumetto non è un romanzo, ma non ha a sua disposizione la dinamicità continua dell'attore, dovendosi accontentare di sequenze statiche con vari movimenti, dove però non posso proseguire all'infinito sempre uguali. Qui sta la grandezza di chi si dedica a questo mestiere e, specialmente in questo caso, la bravura del saper trasmettere le varie emozioni che si susseguono nel giovane e affascinato cuore di Yune: eccitazione, sconcerto, incertezza, curiosità, dispiacere, soddisfazione, rammarico, tristezza, senso di colpa, solitudine, felicità.
Ciascuna, con poche pennellate, ci viene proposta attraverso una smorfia o un gesto, talora con una descrizione e l'autrice è stata brava, bravissima a dispetto della sua giovinezza stilistica.

Non so ancora se questa storia prevederà un innamoramento, con conseguente storia lacrimevole in pieno stile fuilletton di fine secolo, ma mi piacerebbe riconoscere una Madama Butterfly migliore di quella operistica, meno straziante, dove l'integrazione culturale è non solo possibile, ma assimilata dai protagonisti come sublimazione del loro amore.


Ho molte aspettative per quanto riguarda questa vicenda che attualmente sto seguendo in inglese sull'ennesiomo sito di scanlations, poichè in Italia non è ancora stato pubblicato e, probabilmente, non lo sarà mai [massì! Facciamo spazio alle opere-fotocopia della Shinjo, tanto vanno anche se sono tutte uguali].

È mio personalissimo consiglio di assumerne la lettura, qualora decidiate di imbarcarvi, a piccole dosi, poichè l'eccesso potrebbe portarvi a noia, a volte capita con i prodotti storici, parola di esperta ^__^

So che alcuni di voi storceranno il naso di fronte a questa mia ennesima segnalazione, principalmente perchè si tratta di un manga, alcuni lo faranno perchè sostengono che un libro non sia un approfondimento: ebbene, a costoro posso dire in assoluta pace del mio spirito che i libri di narrativa mi hanno insegnato tanta storia quanta i saggi.
Se i manga non vi fanno schifo e le letture in lingua non vi spaventano, allora leggete almeno un capitolo di quest'opera e poi fatemi sapere, non pretendo di dire che piacerà a tutti, l'apprezzamento è soggettivo, tuttavia i consiglio di provare, poichè senza provare è difficile esprimere un giudizio e, ribadisco, un pregiudizio non lo valuto come un giudizio vero e proprio.

Qui il promo dell'anime, data da definirsi, che però vi presenta un po' i disegni (è in giapponese, ma per guardare non serve capire che si dice)

Comics blog - Promo anime

Con affetto, vostra





Mauser

1 gennaio 2011

Premio Sunshine Award!

Ieri sera sono entrata quasi per caso sulla mail per controllare gli ultimi aggiornamenti, tra i soliti messaggi di spam (quelli non mancano mai ¬_¬) ho trovato una mail inattesa quanto piacevole da parte di Claire, ve la riporto, la potete trovare anche nei commenti del post Intrighi a Penny House by Miranda Jarrett perchè si tratta del servizio automatico di inoltro dei commenti alla mia mailbox:

Leggo con piacere questo carinissimo blog e l'ho inserito fra i 12 scelti per il premio Sunshine Award!
Ti prego di leggere il post in cui ti ho premiato e le regole del premio a questo link:

http://lacollezionistadidettagli.blogspot.com/2011/01/innanzitutto-grazie-carissima-emanuela.html

Complimenti ancora per il tuo blog e tantissimi auguri!

Sono quasi cascata dalla sedia: un premio?
Oddio, per poco non entro in tachicardia! Un premio per il Georgiana's Garden!
Non me l'aspettavo, davvero, non so che dire, solo un immenso

GRAZIE Claire!
Grazie per il
Sunshine Award che hai conferito a questo blog.


Non sono certa che il Georgiana's Garden lo meriti più di quelli che hai messo nella lista, ma lo accetto comunque volentieri, sperando anche che sia di buon auspicio per questo 2011 appena incominciato e già con questi risultati, sono commossa, specialmente dai livelli a cui questo blog nato per scherzo e anche un po' per sfogo punta ora, sapere di avere un lettore un più è sempre una consapevolezza piacevole e ottimista, il ricevere un premio per il lavoro fatto è una gratificazione immane.

Ho letto con attenzione il post e il regolamento, questi sono gli adempimenti quando si riceve il premio:
1) Ringraziare coloro che ci hanno premiato.
2) Scrivere un post per il premio
3) Passarlo a 12 blog che riteniamo meritevoli
4) Inserire il link di ciascuno dei blog che abbiamo scelto
5) Dirlo ai premiati

E così mi accingo a mia volta a distribuire questo premio a 12 blog meritevoli, spero di averne a sufficienza, chissà se vanno bene anche quelli inglesi? Visto che il premio è originario della Spagna, spero di sì perchè alcuni blog meritano davvero...



12 blog meritevoli

1. Cipria e Merletti
2. Fastidious Notes on Morbid Fanfictions
3. Victorian & Edwardian Painting
4. La mia biblioteca romantica
5. Scandalous Women
6. Japanese Streets - Fashion in Japan
7. Che cosa si manga oggi?
8. Rapunzel's Resource
9. Bunny Chan Monogatari
10. Ma ti sei vista? Blog di una zitella acida
11. Isn't it romantic?
12. Immergiti in un mondo... rosa!

Ancora grazie a Claire per la splendida opportunità che ci ha dato, provvedo adesso a comunicare a tutti i miei premiati il passaggio di consegna del premio citato e, temo, non sarà una passeggiata, specialmente per il mio inglese non propriamente oxfordiano.

A presto e Buon 2011!





Mauser

31 dicembre 2010

Misteri a Penny House by Miranda Jarrett

Sottotitolo: il vero mistero è come abbiano avuto il coraggio di pubblicarlo.

Da un po' di tempo non scrivevo recensioni di libri per la mia rubrica letteraria.
Meno male... dirà sicuramente qualcuno.
Avrebbe ragione, ma consapevole del mio errore, ecco che ritorno per metterci una pezza sopra e farvi ridere un po' con un libercolo che più insignificante non si può e le mie disavventure al seguito, perchè io sono una di quelle persone che non riesce a leggere normalmente come fanno tutti ^__^

Dire che dall'esperienza non si impara niente, è una banalità che tutti conosciamo fin troppo bene. Per amore di autrici e generi letterari, così come per dar loro una seconda possibilità, ci ritroviamo a cascare negli stessi errori già commessi, questa volta perseverando diabolicamente sulla strada del male.

La sostanza è in realtà un favore che vi chiedo: impeditemi assolutamente di leggere romanzetti da supermercato o brucerò un libro per la prima volta nella mia vita senza sentirmi in colpa.

Questo è stato il mio madornale errore: dopo aver avuto la batosta con la Saga dei Dilhorne, di cui avevo già ampiamente parlato in precedenza, ho dato una seconda possibilità a quel genere di romanzi, ottenendo l'ennesima delusione. Alè, vai con le campane a morto!

Anche stavolta è stata tutta colpa mia, perchè sono davvero specialista nel ricascare nelle trappole dell'editoria: stavo camminando bella bella tra gli scaffali dell'edicola mentre l'edicolante serviva la solita vecchietta centenaria che paga dieci euro di giornali con gli spiccioli da 1, 2 e 5 cent e mi sono imbattuta nella libreria dei romance.
Avrei dovuto imparare qualche mese fa ad ignorarli con ostinazione, invece ne ho preso uno in mano e ho letto la trama, poi l'ho posato e via dicendo finchè la vecchietta non ha finito.
Quando è stato il mio turno di pagare avevo in mano la Trilogia degli intrighi di Penny House, ovvero l'edizione integrale dei tre libri di Miranda Jarrett con protagoniste le tre sorelle Penny in un'edizione rispettabile (niente amplessi in copertina, per intenderci), tipo quelle dei Passione che sono assai discutibili.

Felice di me ho dimenticato il libro su uno scaffale per qualche mese, in attesa di terminare gli arretrati di anni di acquisti sconsiderati: quanto sono giovane e ingenua...
Così sotto Natale, con qualche giorno di tempo per leggere, l'ho ripreso in mano: mamma mia!
Mi ci mancavano gli ABBA che canticchiavano la canzone in sottofondo e poi ero proprio ridotta male, non per gli ABBA, che mi piacciono, ma per il libro!
Oddio che noia!

Facciamo una breve analisi (e a questo punto vi consiglio davvero di tenere gli ABBA come sottofondo, giusto per non aprirvi una vena mentre leggete, il link è poco sopra).


Trama e Personaggi
Il libro sarebbe costituito da tre storie, ovvero quelle delle tre sorelle Penny [Penny? Ma un cognome normale?] rimaste casualmente (e provvidenzialmente per la narrazione) orfane.
Visto che però l'introduzione è la medesima per tutte e tre le vicende vista da tre paia di occhi diverse, stringerò un po', come avventura invece ve ne racconterò solamente una, perchè le altre due sono esattamente uguali, sembrano fatte con lo stampino, basta sostituire ai puntini [...] il nome della protagonista e del suo boy e avrete la trama dei tre libri, trama intercambiabile, la nuova frontiera della narrativa conteporanea, parbleu!
Neanche gli stampi per torte in silicone hanno fatto fortuna quanto questa geniale trovata!

Dunque... siamo nell'Ottocento [clichè n°1] e in campagna, dove vivono le tre sorelle Penny: Amariah (la saccente), Bethany (l'insignificante) e Cassia (la lagna), le figlie del vicario di uno sconosciuto paesello povero che potrebbe apparire su Country Living, dove tutti stravedono per 'sti tre pesci lessi.

Le tre sono (provvidenzialmente) appena rimaste orfane del padre, dopo aver perso la madre già da un pezzo e stanno aspettando la lettura del testamento, dove si afferma che il padre non ha lasciato praticamente nulla, le tre demoralizzate pensano già di dover andare a lavorare, quando si scopre che in verità, una cosa il padre l'ha lasciata: una casa da gioco a Londra.

Perchè tutti i padri e, soprattutto, tutti i vicari inglesi possiedono un casinò nella capitale all'insaputa della famiglia, vero?

Le tre belle [perchè brutte non lo sono di certo, sono le eroine!] si fingono sconvolte dai maneggi del genitore, poi prendono i bagagli e partono a rotta di collo per Londra.

Tanto di corsa che tra un po' si inciampano anche nelle sottane.

Crowd at roulette table
by Leslie Saalburg
Giustamente le tre ragazze, educate alle buone maniere e alla modestia, in un'impeto di coerenza pensano subito che le intenzioni del genitore dovessero essere delle migliori: devolvere tutte le ricchezze del casinò alle opere pie.

Come no, tesori! È la prima cosa che penso anche io!
Ma certo, cosa credevate, che il proprietario del Casinò del Pincopallino Paradiso Fiscale fosse invece un riciclatore di denaro sporco oppure un faccendiere?
Andiamo, che animi malpensanti!
Confronto a loro Madre Teresa di Calcutta era una principiante! Loro fanno del bene!


Evidentemente, però, il padre delle ragazze era davvero in buonafede, non si è neanche arricchito, infatti ha lasciato le figlie in miseria, che animo nobile. Questo genitore è un po' come all'idraulico che gli si allaga la cucina...

Naturalmente la prima cosa che le tre fanno è ristrutturare il casinò, attualmente lasciato all'incuria per via del padre malato e, per attestarne la proprietà gli cambiano nome in Penny House.

Ok gente, cosa sono quelle risate?
Perchè ridacchiate?
Penny House è perfettamente accettabile per una casa da gioco!
Non importa se penny richiama alla povertà, è solo un caso!
E anche house, lo so che sembra un cottage del Suffolk, ma dovete capire che le belle ragazze intedevano dare un taglio più umano al casinò, più caldo e accogliente, come di... casa!
Certo, perchè alla fine è questo che i clienti vanno a cercare in una stanza da gioco con donne e dadi truccati.

Non è mica colpa loro se il nome sembra quello di un supermercato, la Coop dei poveri...

Non per essere moralista, ma una digressione la devo fare, senno qualcuno mi verrà a dire che questo post non l'ho scritto io:


In italiano la casa da gioco, che in inglese si chiama gambling house, si chiama casinò e, guarda un po', richiama la parola casino, sinonimo di bordello, non precisamente il posto dove tre ragazzette perbene che non sanno neanche da che parte sono girate dovrebbero stare, almeno per l'integrità della loro effimera virtù.


Dunque, eravamo rimaste che le tre erano arrivate a Penny House e decidono di riaprirla al pubblico, Cassia, la minore e la più effervescente delle tre è dedicata all'arredamento, insomma fa l'arredatrice del posto, come se sapesse cosa ci va in un casinò...
Prima cosa: accaparrarsi un quadro all'asta, una bellissima Indovina (qualcosa del genere) dall'enigmatico sorriso [ma che è, la Gioconda?] che starebbe benissimo sopra chissà quale tavolo.
Così, mentre le sorelle sfregano e strofinano perchè anche il personale è poco, lei fa shopping e si fa soffiare il quadro da Richard Blackely dopo una battaglia serratissima, neanche si stessero accaparrando l'ultimo Caravaggio.

L'espressione dell'eroina
Immaginate un po' chi è costui?
Ehi! Come avete fatto a scoprire che è proprio l'eroe?
Avete i poter ESP tipo È quasi magia Johnny?

In un impeto di anacronimo [ah, mi mancava...] la ragazza e il signore danno scandalo litigando come al mercato in mezzo agli acquirenti dell'asta e lei se ne va inviperita pestando i piedi e facendo i capricci.

Pfui! Tsk, mezza tacca.

Lui è l'eroe, quindi, per quanto dispotico, è anche un bel quarto di manzo, denti bianchissimi e passato avventuroso nella Marina di Sua Maestà e poi alle Barbados.

Andiamo, quanti di voi non sono andati alle Barbados almeno una volta nella vita...

Blackley, che vuole elevare la sua condizione sociale [un borghese, chiamatelo col suo nome] ha due obiettivi: sposare un'aristocratica ed entrare nella nobiltà.
Punta Lady Anne, una marchesina insignificante, peccato che la famiglia non sia tanto contenta del fatto che lui voglia portare la novella sposa in una specie di catapecchia abbandonata nella brughiera inglese.
Per una serie di circostanze che non sto a raccontarvi, Blackley chiede a Cassia Penny [ogni volta che lo sento è peggio! Che scelta infelice questo cognome, abbinato ai nomi poi èanche peggio...] di fargli da designer e a dispetto del fatto che detesti cordialmente il fusto in questione, si ricicla come arredatrice d'interni abbattendo pareti [O.o] e innalzando colonne doriche, acquistando tappeti pregiati e rovistando nei fienili alla ricerca di statue di Ercole mezzo svestito che una brava ragazza non dovrebbe mai vedere.
In tutto questo si innamora di Blackely.

Più figo di me? Devi solo provarci,
Blackely, io sono Mr Darcy!

Perchè è naturale innamorarsi di un uomo che si detesta, no? Dopotutto bisogna lsciar perdere i pregiudizi e guardare oltre l'apparenza. Credetemi, l'eroina ha colto in pieno questa parte e, infatti, lo sbircia nudo un paio di volte, bisogna guardare, e allora guardiamo!

Combinazione vede addominali da atleta, petto scolpito, peluria assortita, capelli da shampoo Pantene e fascino a mille.
Naturalmente gli ormoni le partono in rotta verso la luna e comincia a sbavare innamorarsi.

Ah, l'avevo già detto, vabbè, meglio ribadire il concetto che lei non si concederebbe a nessuno che non fosse l'uomo che ama, anche se non lo ammetterebbe sotto tortura.

Nella scena seguente sta già allargando le gambe.
E mica una volta!

Santa pazienza, se si fa una cosa bisogna farla bene, no? Carpe diem!
Miranda: Che volevate aspettare? Il matrimonio? Ma insomma, mica siamo nell'Ottocento! Ops, lo siamo davvero... vabbè, tanto l'eroina è già anacronistica, qualcosa in più non potrà certo peggiorare le cose... Scene da porno film, la ragazza non sembra neanche vergine, Moana in confronto era una pivellina.

Segue scenata di gelosia da parte di lei che si sente usata. Fa una piazzata quando lui rimanda la dichiarazione e la proposta a Lady Anne, perchè anche lui si sta innamorando, e quando cerca di regalarle una collana di ametiste lei dice a Blackley che non vuol essere la sua amante.

Un po' tardi, non credi tesoro?

Poi riparte per Londra abbandonando casa finita e innamorato al loro destino insieme a Lady Anne, che non è certo una sgualdrinella bollente borghesuccia senza status come Cassia, ma una nobile titolata.
Confidenze con le sorelle che scoprono il misfatto in un battito di ciglia: hanno l'occhio lungo le altre due, mica svampite come questa Cassia...

Sapete, è una deformazione professionale che viene quando si diventa direttori di un casinò. Anche Andy Garcia/Terry Benedict in Ocean's Eleven aveva lo stesso problema, rammentate?

Blackley si fa prendere dai sensi di colpa per come ha trattato Cassia.

Ma se era stata lei a buttarsi svestita nel suo letto?
Per una volta che un uomo non ragiona in base al sesso...
E abbandona tutti i suoi princìpi di scalata sociale, prende la prima carrozza e si mette in viaggio per Londra dove incontra una sciupatissima Cassia, malata d'amore immaginario, che gli scoppia a piangere tra le braccia.
Proposta di matrimonio e successive nozze al casinò.
Speculzioni da parte della stampa scandalista.

Fine primo libro.

A questo punto avrei anche potuto commettere un omicidio libresco.
E il peggio è che gli altri due sono esattamente uguali! Sembrano uno la copia dell'altro, Cassia nel secondo si chiama Amariah e nel terzo Bethany, di mezzo c'è sempre una scommessa e un fustacchione da modello Postalmarket.
Il casinò compare sempre di sfuggita.

Ed io mi domando: ma dopo che 'ste tre scervellate si sono opportunamente maritate, i consorti hanno continuato a permettere loro di gestire una sala da gioco piena di uomini che scommettono e giocano d'azzardo e vanno in cerca di donne?
Ma sono più sceme loro o i mariti?

Ma in quale realtà distorto è stato ambientato questo romanzo?
La prima "coppia col botto", Darcy e Lizzie
Non per essere pignola, ma in copertina c'è scritto 1805!
Eravamo in piena epoca napoleonica, andavano gli abiti stile impero e il pudore di Jane Austen, che non descrisse mai una scena tra soli gentiluomini perchè non sapeva come si comportassero tra di loro, essendo una tipica ragazza del Settecento.
Insomma, in confronto a queste ragazze da romanze, Lizzie Bennet è senza carattere ed iniziativa.
In fondo ci ha messo due dichiarazioni d'amore e una proposta di matrimonio prima di riuscire a vivere il suo happy ending con Darcy, mentre qui prima le eroine fanno un po' di esperienza, che nella vita non fa mai male, lavorano [come se all'epoca si potesse fare più dell'istitutrice] e si concedono anima e, soprattutto, corpo all'uomo che bramano [a dir la verità sembrano un po' delle ninfomani, ma lasciamo perdere la malizia], eppoi chi vuoi che si preoccupi della verginità di una ragazza che di mestiere lavora ad un casinò, andiamo... che mentalità sorpassata.


Considerazioni
  1. La mia prima considerazione è che l'autrice ha bisogno di un bravo analista.
  2. La seconda che necessiti urgentemente di un consulente storico, magari, chessò, un laureato in storia.
  3. La terza che abbia urgentissimo bisogno di un correttore di bozze, un editor, se vi piacciono gli anglicismi. Va bene anche la cugina incinta, se non c'è uno che lo fa di mestiere, basta che controllino le cretinaggini che scrive.
Miranda, la nostra cara mente perversa che ha partorito tutto questo popò di roba, è una ragazza indecisa se ambientare la sua vicenda ai giorni nostri o nel passato, ma visto che i costumi hanno sempre un grandissimo fascino sull'immaginario di una scrittrice, così come dei lettori, ecco che presto l'enigma è risolto. Peccato che le protagoniste, a parte un'ingombrante verginità e qualche barlume di pregiudizio ottocentesco, siano ragazze del XX secolo senza fallo, complete di istruzione superiore [tutte le ragazze lo erano, su, non date retta a chi dice il contrario] e desiderio d'indipendenza economica e psicologica.

In secondo luogo la nostra Miranda dovrebbe leggersi o farsi leggere, se non potesse altrimenti, qualche testo riguardo le buone maniere e i comportamenti accettati nel 1805.
Il meglio che riesce a mettere insieme sono tre ragazzette affette da falsa modestia che alla prima occasione... zac!
I pantaloncini inguinali di Simone, la Stella della Senna
Mandano a bagno tutti i loro bei principi, allargano le gambette e ci danno dentro come conigli insieme ad un uomo che di solito detestano, non fanno che litigarci, ma che amano da morire, perchè le coppie col botto fanno sempre tendenza e anche la più mite delle eroine diventa una pantera quando c'è da litigare col protagonista, sennò il lettore si suicida ben prima della metà del libro, quando inevitabilmente si accorgerà che questa trama è uguale a mille altre dei mille altri romanzetti da supermercato letti fino ad ora, con una costruzione caratteriale che non sta in piedi neanche nella Dimensione Parallela della Stella della Senna, dove in piena Rivoluzione Francese Simone indossa coulotte inguinali e maglietta stretch come divisa del suo costume da paladina che veste alla marinaria, no, pardon, quella era un'altra... rewind!

Comunque sia, oltre che anacronistiche queste tre buone a nulla sono addirittura disposte a prendersi un casinò in rovina e riportarlo alla gloria, per il bene delle opere pie delle carie suore, come faceva il loro amato genitore vicario, che non voglio sapere cosa faceva nel tempo libero, tantomeno se la madre di queste tre svampite fosse la stessa, e quindi la stupidità l'abbiano ereditata dal padre, oppure se invece erano tre diverse, e allora si scoprirebbero molte cose.
Un vero peccato che la Jarrett si sia dimenticata di informarci su questa interessantissima questione, non pensate?

Insomma, qui siamo ben oltre la svampitezza, Io sono svampita, ma queste tre, a parte una fortuna cosmica, sono deficienti!

Ok, lasciamo perdere.
Se per caso Miranda Jarrett oppure Misteri a Penny House dovessero capitare nel vostro campo visivo, ognoratelo ostinatamente come avrei dovuto fare anche io, io che la lezione non l'ho imparata, ma avrei dovuto per risparmiarmi l'ennesima batosta letteraria.
Questa collezione di romanzi non è stata capace neanche di tenermi compagnia in un momento in cui ne avevo bisogno, è assolutamente stupido oltre che inutile.
Una vera bidonata.
Il presente romanzo appartiene all'ulima categoria
Lasciatelo perdere e con lui anche la Jarrett, fidatevi che è meglio, io ci sono già passata, se quelo che volete sono romanzi storici o romance storici, puntate su Euroclub, lo so che è un salasso, ma almeno avrete meno brutte sorprese e un minimo di attendibilità in più, poi c'è sempre ebay, non è il caso che andiate al negozio specifico ^__^

Qui la scheda del libro su aNobii.





Mauser

29 dicembre 2010

Francesismi demodé e inglesismi trendy

Inghilterra e Francia dall'anime Hetalia

Nella nostra vita abbiamo quotidianamente a che fare con parole provenienti da altre lingue, la sorte di queste parole, a seconda dell'epoca e della circostanza in cui sono state assimilate nella lingua scritta e parlata, è molto differente.
Ci fu un tempo molto antico in cui i nostri avi latini esportarono la loro lingua in tutto il mondo, poi le cose combiarono e con le conquiste arrivarono anche i verbi irregolari e le parole strane; se noi, al giorno d'oggi, abbiamo l'abitudine di parlare impiegando termini spesso mutuati dalla lingua inglese, ciò non significa che sia sempre stato così, tutt'altro! Fino a non molti decenni fa, l'epoca dei miei genitori per intendersi, era cosa assai comune adoperare francesismi a tutto spiano che erano di moda.

In alcuni (tristissimi) casi la parola francese viene soppiantata da quella inglese.
Qualche esempio
essere à la page (primo Novecento)
essere glamour (anni Ottanta del '900)
essere trendy (anni Duemila)
per dire alla moda

Fuseaux
E non è l'unico caso!
Quando mia mamma era ragazza si indossavano i fuseaux, nient'altro che ciò che le moderne generazioni chiamano leggings. Sembrerà loro di aver inventato l'acqua calda...

Che poi le lingue siano piene di parole trasportate, è cosa normale, vi faccio un esempio: la parola tacchino è di origine mongola: avete presente, Gengis Khan e compari?
Questa parola è comune, con poche varianti, a tutte le lingue indoeuropee, al turco e al coreano, eppure nessuno si sognerebbe di pensare che venga dal mongolo, non trovate? Specialmente perchè il mongolo non è diffusissimo o di rilevanza internazionale, eppure con le grandi conquiste delle pianure dell'Asia centrale alcuni aspetti culturali sono rimasti.

Ma se un tempo piaceva trasporre le parole nella propria lingua, nomi compresi (celebre il caso di Luigi Vanvitelli, architetto della Reggia di Caserta il cui vero nome era Lodewijk Van Wittel), principalmente per spirito campanilistico, con l'inizio della globalizzazione settecentesca si diffuse il gusto dell'esotico, di una parola straniera, che faceva molto più colto; ciò fece in modo che il termine venisse lasciato intatto nella sua forma originaria, così da conferire alla frase un qualche tono ricercato [e creando, tristemente, i casi di un sacco di gente che non sapeva scrivere ciò che pronunciava, ma purtroppo quello ancora oggi...].

Così, se oggi l'inglese la fa da padrone nella vita, era il francese a dettare la legge, perchè era la Francia a dettare la moda (cfr. Sul perchè la Francia fu la passerella d'Europa).
Il parlato georgiano, ma ancor di più quello vittoriano, era quindi infarcito di termini mutuati da oltre Manica, si avevano i nomi delle fogge degli abiti: robe à l'anglaise e robe à la française, per dire due abiti tipici del periodo rococò, naturalmente con la loro bella provenienza esplicitata direttamente nel nome, poi c'era la polonaise, il rigonfiamento posteriore della gonna del Settecento, fatto di drappeggi e ripieghi come usavano le contadine polacche perchè i vestiti non fossero d'intralcio, foggia che gli inglesi più sarcastici chiamavano noble milkmaid dress. Nonostante la polonaise fosse polacca, visto che eravamo in campo modaiolo si preferiva francesizzare il tutto.
Idem con patate nel campo culinario, perchè, almeno qui, gli inglesi erano davvero scarsi con quell'orribile porridge.

Un Parisian Cafe
by Pierre Auguste Renoir
Poi c'era la tournure, ovvero la crinolina della seconda metà dell'Ottocento caratterizzata da una campana solo posteriore, c'era la promenade, cioè la passeggiata, sia come movimento che come luogo, che poteva essere sia al parco che in città [io vi consiglio di vedere la promenade plantée di Parigi costruita sull vecchia linea dei binari].
Sempre in tema ricreativo si avevano i dehors, cioè gli spazi all'aperto di un bar o di un ristorantino come erano di moda nell'Ottocento e lo stesso bar era chiamato café, che faceva molo bohémien (nella foto esponenti della Scapigliatura, movimento letterario italiano dell'Ottocento vicino allo stile di vita dei decadenti scrittori e pittori francesi, la foto ritrae, tra gli alri, Emilio Praga), dove si accedeva tramite le tourniquet, le porte girevoli.
Se invece si andava a cenare in un localino non troppo ricercato, l'usanza era quella di chiamarlo bistrot, che non era un posto d'élite e non c'era bisogno di sfoggiare certe maniere bon ton, e quando ci si era sistemati si chiedeva il menu (levate immediatamente quell'accento dalla U! Menu si scrive SENZA accento in tutte le lingue: inglese, francese, tedesco e anche italiano, quindi fate scomparire quegli errori madornali dai ristoranti, anche dai più raffinati, ve ne prego!), quindi si procedeva ad ordinare à la carte: l'omelette ai funghi champignon con baguette, specialità dello chef per lei e paté de foie gras con consomme, accompagnata da uno champagne per festeggiare l'evento; e per dessert una squisita creme brulè, detta anche crema catalana, o un dolce creme caramel come quelli Elah che si mangiano da bambini, magari, perchè no, con marrons glacé e bignè ripieni, una brioche o croissant sarebbero statati inappropriati.
E magari, mentre erano al ristorante, le signore avrebbero raccolto la loro pochette e sarebbero andate un attimo alla toilette a incipriarsi il naso, contendendosi il poco spazio con il bidet.
Per l'occasione sarebbero state dal loro coiffeur, che oggi chiamiamo hair styler, avrebbero indossato il loro nuovo abito color bordeaux ornato di ruches al colletto, per il quale bisognava davvero possedere il phisique du role, come quello di una mannequin (il modo un po' sorpassato per chiamare le top model), realizzato dalla propria couturière così da far risaltare il collier della parure di bijoux che avevano recentemente avuto in dono; sotto l'abito portavano una avveniristica e audace guepiere in pizzo.
L'opera di un coiffeur
E i gentiluomini coi loro papillon e foulard e la camicia con le pence che spunta sotto il gilet sarebbero stati elegantissimi, sfoggiando un savoir faire ineccepibile mentre facevano accomodare le dame alla luce delle moderne abat-jour tardo-ottocentesche, incantando le signore col loro charme.
Dopo l'intrepido gentiluomo tardo-vittoriano avrebbe potuto accompagnare la sua dama ad una kermesse oppure ad un vernissage, l'ardito avrebbe proposto un tour notturno per la città per un tete-a-tete, scordatevi un possibile menage a trois, un giro da soli senza chaperon era scandaloso.
Possibile una puntata al casinò per un giro alla roulette.

Mia mamma ed io ogni tanto rimaniamo interdette di fronte a certi francesismi che lei adopera con nonchalance e che io minimamente comprendo, molti sono rimasti ancora nel modo di dire comune, sebbene debba ammettere che la parola boudoir non ricorra con chissà quale frequenza, ma di certo lo fa biberon; almeno tutti nella vita avremo fatto una gaffe scegliendo una parola sbagliata nel contesto, no?
Una parola molto comune, sebbene quasi in disuso in favore di "pubblicità" è réclame che personalmente sento ancora in dialetto genovese. Ancora in auge, dello stesso campo semantico, sono brochure, oppure depliant, e coupon, come quello da ritagliare dai prodotti.
Parola ancora utilizzatissima, specie dopo l'arrivo nel mondo dellavoro è tailleur che, disgraziatamente, ho visto scritto anche come "tayer" e, confesso, ci ho impiegato quindici minuti a capire che caspita fosse a causa della...come posso dire... trascrizione molto letterale, dopodichè avrei volntieri insultato la ragazza che scriveva, se non fosse che ero troppo impegnata a vomitare dallo schifo.
Sotto il tailleur, perchè non mettere un paio di collant?
Ogni tanto ci si può concedere una manicure o una pedicure mentre settimanale è la visita in palestra dove corriamo sul tapis roulant o ci sfianchiamo sulla cyclette guardando le replice del cabaret (che dalle mie parti singnifica anche vassoio, probabilmente perchè questo genere di spettacoli erano fatti nei café e nelle sale di intrattenimento dove si poteva anche bere alcolici) oppure i reportage in televisione, cerchiamo qualche escamotage per entrare nei vestiti nuovi le cui taglie odierne sono davvero mignon, insomma, è la nostra routine.
E una volta a casa si crolla sul sofà che abbiamo fatto sistemare sul nuovo parquet del soggiorno, non senza una piccola querelle per il monopolio della televisione.
E non mangiamo forse le uova alla coque?

Foulard
(di Hermés e color cielo!)
Sono parole francesi anche stage e vintage, quest'ultima spesso associata al burlesque, che però le persone pronunciano male, non si dice "steig" o "vinteig" all'inglese perchè parole inglesi non sono, ma si pronunciano tutte le lettere alla francese, aprendo bene le A, prendiamo nota (cliccando sul link potrete ascoltare la pronuncia corretta); la prima giornalista che dice male vintage la facciamo cacciare.

Scherzi a parte, giocherellando e cercando di costruire una situazione immaginaria ambientata a metà tra moderno e Ottocento, è facile vedere come c'erano davvero molte parole prese in prestito dal francese. Escludendo dalla lista le più recenti, messe un po' anche per divertirci, vi renderete conto di quanto abbiamo mutuato dalla Francia e, come nell'italiano, anche così l'inglese.

Perchè? Perchè era di moda il francese e lo rimase, perchè la Francia era la capitale dello chic e dell'esclusività e di tutto ciò che era in, vedere per esempio il caso della redingote, questo capo d'abbigliamento, per quanto il suo nome provenga da due parole inglesi, raining coat oppure riding coat, ha assunto una cadenza francofila sospetta, proprio perchè non era di moda se non aveva sapore esotico.
Se l'Inghilterra governava gran parte del mondo, motivo per cui, nella nostra epoca basata sul commercio e gli affari l'inglese è la lingua per eccellenza, la Francia dettava la bella vita perchè l'apparenza era quello che si ostentava, che delineava la propria classe sociale di appartenenza e la ricchezza disponibile.

Miei cari, le jeux sont faits, ormai.




Mauser


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