30 dicembre 2011

Storia di una vedova

Cari lettori del Georgiana's Garden, siamo quasi a Capodanno e un 2012 carico di aspettative, previsioni, giornate da vivere ci attende proprio dietro l'angolo.
Nella mia personale classifica di Capodanno, la parte migliore continua ad essere quella in cui si indossano calze e mutandine rosse, la peggiore quella di un cenone in cui tra una portata e l'altra ci si strafoga di frutta secca e arachidi che finiranno per richiedere una certa dose di Digestivo Brioschi [quello col cinghiale].
Madame Clicquot con la nipote
Ma una festa, a quanto pare, non è una festa senza un buon champagne per celebrarla a dovere ed ecco da cosa ho preso spunto per il post di oggi su Madame Barbe-Nicole Ponsardin, vedova Clicquot.
Metaforicamente parlando, certo, perchè io sono un'inguaribile astemia e quindi non mi avvicinerò mai ad una bottiglia della Vedova.

La storia di uno degli champagne più famosi del pianeta si colloca esattamente nel periodo di cui noi parliamo di solito, in particolare la data ufficiale della nascita dell'impresa vinicola Clicquot risale al 1772 ad opera di Philippe Clicquot-Muiron, ricco esponente della borghesia di banca francese e appartenente all'imprenditoria e al commercio tessile.
La famiglia Cliquot aveva, nel corso della sua scalata ai vertici del commercio, accumulato molti territori nella regione della Champagne francese, questi vennero riorganizzati da Philippe che possedeva una grande passione per il vino e che, nel 1772, decise di aprire il suo primo négoce de vin. Benchè Philippe fosse coinvolto in altri affari era il commercio del vino e, in particolare, dello spumante prodotto nelle sue regioni che lo interessava maggiormente, tanto che nel corso degli anni abbandonò quasi tutti gli altri suoi incarici per dedicarsi totalmente al nuovo business che divenne parte del brand Clicquot già attivo nel tessile e nel bancario.

Come testimoniano i registri meticolosamente redatti all'epoca [quando, grazie al Cielo, SAP era solo un futuro troppo lontano] le vendite furono buone fin dall'inizio dell'attività e nel 1775 venne effettuata la prima spedizione di champagne rosé all'estero, per la precisione a Venezia, mentre è del 1780 il primo commercio della maison con la Russia, che rimarrà, nel corso della storia, la principale acquirente di questo prodotto.
L'espansione verso l'estero segue la filosofia di Philippe Clicquot che aveva intenzione di espandere il suo commercio vinicolo al di là di ogni confine.

Ma cosa c'entra tutto ciò con la Vedova?
Madame entrerà in scena più tardi come moglie del figlio di Philippe, François Clicquot che sposò, nel 1805 la ventiduenne Barbe-Nicole Ponsardin, proveniente da una delle più in vista famiglie borghesi di Reims; dotata di un grande senso per gli affari, un'eredità paterna, Barbe-Nicole acquisì una grande conoscenza del vino e delle metodologie proprio durante il periodo del suo breve matrimonio con François il quale aveva in comune con il genitore una grande passione per il vino, un certo senso per gli affari, una volontà di ferro e la ferma intenzione di portare i vini Clicquot in tutte le corti d'Europa.

François realizzò questo suo proposito aggregandosi alle spedizioni napoleoniche in giro per il continente, grazie alle quali riuscì a far conoscere il nome Clicquot al di fuori del confine francese, realizzando il sogno suo e di suo padre, ma sarà proprio la sua vedova che, dopo la sua morte, contribuirà a far sì che lo champagne Clicquot acquisisca fama e notorietà in tutto il mondo, rendendolo famoso per la sua qualità e la particolare limpidezza ottenuta tramite metodi da lei brevettati.


Barbe-Nicole, nata Ponsardin
Barbe-Nicole nacque a Reims il 16 dicembre 1777, quando il commercio Clicquot di vini era ad appena cinque anni dalla sua creazione, era una delle due figlie di Jean Nicholas Philippe Ponsardin, uno dei maggiori commercianti della città, e di Jeanne Josephe Marie-Clémentine Letertre Huart.

Scorcio delle cantine Veuve Clicquot Ponsardin
con le bottiglie inclinate in fase di remuage
I Ponsardin, come afferma la stessa Barbe-Nicole in alcune lettere e memorie, erano una famiglia con un grande senso per gli affari e ciò li portò anche ad essere estremamente lungimiranti in fatto di politica, così suo padre Nicholas, che a soli ventott'anni era entrato nel comitato per l'incoronazione di Luigi XVI, allo scoppio della rivoluzione aveva tagliato tutti i rapporti con l'aristocrazia, riuscendo a salvare sia la testa [che per l'epoca non era poco con la raffica di condanne alla decapitazione che seguì quella di Luigi XVI]. Divenne un giacobino così credibile, afferma la nostra vedova, che Napoleone lo nominò addirittura suo barone presso Reims.

Il matrimonio con François Clicquot è il primo episodio conosciuto della sua vita, in circostanze diverse, afferma Barbe-Nicole, suo padre avrebbe organizzato per lei un importante matrimonio con qualche aristocratico, ma si era nel pieno furore rivoluzionario, Napoleone non era ancora salito al potere e, al tempo, gli unici partiti considerati passabili per possedimenti e ricchezza erano i borghesi che erano riusciti a scampare alla furia.
François Clicquot, titolo mancante a parte, era un ottimo giovanotto per Barbe-Nicole, la sua famiglia di imprenditori tessili era ricca e contava notevoli altre attività di dimensioni più ridotte (tra cui quella vinicola), inoltre possedeva moltissimi territori nella regione di Champagne e la terra non era mai un male possederla.
Il matrimonio tra Francçois e Barbe-Nicole si tenne nel 1798, all'epoca la sposa aveva 21 anni e l'unica erede della famiglia, Clémentine, nacerà nel 1799.

Durante le campagne napoleoniche che si protrassero fino al 1815 François seguì l'esercito napoleonico lungo il suo peregrinare europeo tra Germania, Italia, Austra e Russia, nella speranza di realizzare il sogno di suo padre e diffondere il nome Clicquot al di là di ogni confine, ma l'Europa era devastata dalla guerra e François comprese che ciò che avrebbe fatto la differenza non era il vino torbido che commerciavano, bensì un prodotto diverso, realizzato nei vigneti francesi che possedeva e secondo criteri molto selezionati.

L'idea di François Clicquot era certo quella vincente, ma il giovane non ebbe il tempo di vederne la riuscita in quanto venne stroncato da una febbre tifoide nel 1805, anche se alcuni storici affermano che si trattò di suicidio.
Con la morte dell'erede, Philippe Clicquot decise di mettere una pietra sopra il suo sogno di viticoltore, ma la temperanza e l'ardore dimostrato dalla giovane nuova, all'epoca avvena ventisettenne, nei confronti della sua stessa passione lo convinse a mantenere aperto il business, rifiutandosi però di sovvenzionarlo oltre.
Barbe-Nicole si ritrovò a quel punto a dover attingere alle proprie personali scrte di denaro che la famiglia le aveva dato come "uscita" dalla casa paterna, un'usanza simile alla dote di cui la nostra ormai vedova beneficiava ancora, provenendo da una famiglia molto agiata.
Con il denaro a sua disposizione, poco ma presente, Barbe-Nicole rinnovò il contratto che aveva stipulato suo marito con Louis Bohne, un commesso viaggiatore che per tutti quegli anni aveva viaggiato per l'Europa tastando il mercato e mietendo anche qualche successo nell'area dei Paesi Bassi e del Belgio. La vedova decise inoltre di restringere la produzione prevista da suo marito ad un unico prodotto, lo champagne, introducendo e commissionando migliorie per renderlo quel prodotto speciale che François era certo avrebbe mandato in visibilio l'Europa.

L'etichetta di una bottiglia di champagne Veuve Clicquot Ponsardin

Madre di un impero
I primi anni di Barbe-Nicole a capo della casa vinicola Clicquot furono molto difficili, il denaro della sua rendita personale non bastava a sovvenzionare la nuova produzione di champagne che stava realizzando, il suo millesimato, una ricetta che aveva deciso di produrre era ancora in fase di realizzazione e anche se la sua annualità era di circa 100.000 bottiglie (di cui circa un quarto dedicate al mercato russo) le banche dell'impero si rifiutavano di concederle prestiti per via del fatto che fosse una donna a capo di un progetto folle che avrebbe dovuto dirigere un uomo (e averne uno altrettanto forte a tenere a freno la sua brama) ma forse e più probabilmente sobillati dal suo eterno rivale nel campo degli champagne: Jean-Rémy Moët che al tempo intratteneva ottimi rapporti coi ministri delle finanze. La cosa più triste, al giorno d'oggi, è che il Moët e il Clicquot appartengono allo stesso gruppo imprenditoriale, che tra l'altro possiede anche il brand Louis Vuitton, senza nessun rispetto per la secolare faida che divideva le due maison.
Altra aggravante per le produzioni di Barbe-Nicole fu la tensione politica che si aveva in Europa: il clima di guerra e i blocchi doganali, le tasse di importazione ed esportazioni massacravano costantemente il prodotto che subiva questa specie di embargo continentale estremamente limitante.

Tra molte difficoltà, il 1810 è senz'altro l'anno della consacrazione di madame a madre di un impero imprenditoriale, principalmente per la produzione del primo millesimato da lei fortemente voluto e seguito.
In quello stesso anno, mentre sta imbottigliando e fermentando lo champagne che la renderà una vera donna di successo, madame decide di cambiare definitivamente il nome della maison attribuendosi il merito di essere arrivata fino a quel punto, da Clicquot la maison cambia ufficialmente nome in Veuve Clicquot Ponsardin. Era certo una scelta coraggiosa attribuire ad uno champagne e ad una produzione vinicola non solo il nome di una donna, ma soprattutto l'appellativo di vedova, quasi che il successo fosse giunto proprio grazie alla sparizione degli uomini che imponevano a madame le lo sciocche decisioni, ma Barbe-Nicole disse sempre che la sua decisione dipese dal fatto che desiderava che ciascunp bevesse il suo champagne avesse percezione di quante erano state le difficoltà e di quanto lei, una donna, aveva dovuto lottare per affermarsi, sacrificando la propria fortuna e rischiando la propria indipendenza, quella condizione ambitissima dalle donne dell'epoca che si ottiene soltanto con la vedovanza. Madame affermò inoltre di avere massimo rispetto delle decisioni intraprese da tutti i Clicquot e che fu in loro onore che mantenne quel cognome nel nome del prodotto piuttosto che sostituirlo solo con il suo nome da ragazza.

Il successo di madame si replica l'anno seguente con il Vin de la Comète, un successo dovuto ad un'ottima vendemmia che produsse un'altrettanto eccellente annata. La specialità era dovuta al clima favorevole e, si dice, dal passaggio di una cometa fortunata sul cielo della Champagne che diede il nome anche all'annata: 1811.

Alcuni tappi marchiati dello champagne
Veuve Clicquot Ponsardin
Nel 1814 madame aveva sfidato l'embargo ed era riuscita a raggiungere San Pietroburgo per consegnare il suo champagne alla nobiltà russa che lo considerava il non plus ultra dei beveraggi. Barbe-Nicole alla conquista della Russia rimase negli anni una delle sue più grandi imprese e la sua definitiva consacrazione, ma se il suo impero commerciale, specialmente in Russia, ebbe così tanto successo fu anche grazie a Louis Bohne che nel corso degli anni era diventato il suo braccio destro, che non perse mai la fiducia in lei e che dalla Russia scrisse a madame
La zarina è incinta. Se nascerà un erede maschio, in tutta la Russia si berrà champagne a galloni. Non ne fate parola, o i nostri concorrenti saranno qui da un momento all'altro

Nel 1815, ormai alla fine dell'epoca napoleonica che aveva guerreggiato per l'Europa per circa un ventennio, madame era a capo di uno dei primi imperi internazionali, la sua produzione vinicola raggiungeva 175.000 bottiglie annue, quasi raddoppiata rispetto ad un decennio prima, la sua esportazione toccava tutti gli angoli del continente.
Il problema, a quel punto, rimaneva uno solo: la quantità.
Produrre di più si pensava fosse impossibile, ma senza un dovuto apporto l'impero di Barbe-Nicole era destinato a rimanere sempre il #2, fanalino di coda di quel Moet che durante la sua carriera aveva cercato di boicottarne il business. Fu così che madame sviluppò l'idea della table de remuage, uno speciale sistema che prevedeva la bottiglia inclinata con il tappo verso il basso e una serie di fori con cui, progressivamente, era possibile variarne l'angolazione, in modo che i sedimenti si depositassero tutti nel collo e con l'apertura fuoriuscissero. Il processo era accompagnato, oltre ad una progressiva variazione di pendenza, anche da una rotazione della bottiglia di qualche grado in senso orario.
Con questo sistema in sei settimane era possibile produrre uno champagne eccellente e cristallino e ogni giorno le bottiglie sono ruotate manualmente di un quarto di giro per staccare i sedimenti dal vetro e farli scendere sul tappo, poi sostituito. È la méthode champenoise grazie alla quale il vino resta chiaro e limpido, e che Barbe-Nicole riesce a mantenere segreta per 15 anni in una città dove tutti si conoscono, forse perché condivide i profitti con il personale.
Nell'immagine a fianco viene spiegato come si realizza questa speciale metodologia dove si variano inclinazione e rotazione.


Il successo di vendita è immediato. Tornata la monarchia, Barbe Nicole dà la figlia in sposa a un poeta squattrinato ma di vecchia nobiltà vandeana, il conte di Chevigné, e comincia ad acquistare i migliori vigneti della regione per soddisfare la domanda crescente.
Nel 1821 prende in stage il giovane Edouard Werlé che ne diverrà l'erede spirituale e al quale nel 1841 lascia la direzione dell’azienda che ormai vende mezzo milione di bottiglie all’anno (alla morte di lei saranno 760.000). Barbe-Nicole esclude volutamente l'erede Clémentine dal comando della casa vinicola, capendo che la giovane donna non possiede la forza, la tempra e soprattutto l'intuito per rendere ancora più grande la maison. Madame Clicquot, ho letto in giro, è un po' la Regina Vittoria dello champagne e con ella condivide il piglio severo di una madre che più che mamma fu un generale, ma di certo, come la sua omologa inglese, non lasciò i figli a morire di fame (la figlia e tutte le nipote saranno accasate con conti o duchi francesi).

Esige la perfezione: «una sola qualità, la primissima» e rimarrà conosciuta col nome di La Grande Dame de la Champagne ad ulteriore rispetto della sua grandiosità.

Nel 1843 Barbe-Nicole si ritira nel castello neo-rinascimentale di Boursault (su copia di quello di Chambord) e lì muore a 89 anni. 

La storia della vedova Clicquot è arcana ai più nonostante il suo nome sia ancora orgogliosamente stampigliato sulle bottiglie che fanno il giro del mono in nome di una tradizione vinicola e di un coraggio decisamente fuori dall'ordinario.


Siti, fonti e link
Wikipedia IT | Veuve Clicquot
Wikipedia EN | Madame Clicquot Ponsardin
Wikipedia EN | Barbe-Nicole Clicquot-Ponsardin Veuve Clicquot
Enciclopedia delle donne | Barbe-Nicole Clicquot-Ponsardin
Women who launch | Barbe-Nicole Clicquot Ponsardin
Wine Doctor | Veuve Clicquot
Cortigianerie | Les femmes de la Champagne: M.me Clicquot
www.veuve-clicquot.com


Tilar J. Mazzeo - The Widow Clicquot, The Story of a Champagne Empire and the Woman Who Ruled It
The New York Times | A kick from Champagne (recensione del libro sopra) 
Quadrantonline | The Widow Clicquot (recensione del libro sopra)
Susan Vinnicombe, John Bank - Women with attitude: lessons for career management


Per chi apprezza il buon vino, comunque, credo che la miglior referenza rimanga un bicchiere adatto e un sorso di questo splendido champagne.

Buon Capodanno a tutti




Mauser

24 dicembre 2011

Una volta ancora, BUON NATALE!

Cari lettori, ancora una volta ci ritroviamo per scambiarci gli auguri per questa speciale ricorrenza.
Come saprete, Natale è per me una festa molto cara, la mia preferita nonostante da qualche anno a questa parte sia allietata da eventi spiacevoli o ricordi tristi, ma anche peggio, dall'assenza di qualcuno che purtroppo è mancato. Quando ci si riunisce tutti insieme sembra facile mescolare nel grande numero le assenze, ma alla fine è una cosa che non si riesce mai a fare e anche se il tempo passa, certe mancanze le si percepiscono sempre in profondità.


Ma non voglio intristirvi con questi discorsi e pensieri lacrimevoli, sono qui per un motivo: fare a tutti voi dei

GRANDI AUGURI
DI
BUON NATALE
E
BUONE FESTE


Vi auguro di trascorrere un Natale da ricordare tra i migliori, al posto di tanti doni spesso inutili o scontati vi auguro di ricevere affetto, amore e sentimenti sinceri dalle persone che vi circondano, vi auguro di trascorrerlo in allegria con coloro che vi sono cari, accompagnando il tutto alcune belle cose della nostra vita: buona musica, buon cibo e buona compagnia.
Vi auguro che il Natale sia un'occasione per sentire almeno una volta ancora persone con cui non si ha mai occasione di incontrarsi a causa della distanza o del poco tempo che alle volte assorbe anche i pochi minuti per una telefonata di cortesia.
Vi auguro di veder spuntare il sorriso sul viso di un bimbo al ricevere un regalo desiderato, ma inaspettato.
Vi auguro di riconoscere la gioia negli occhi di un anziano, sereno nell'atmosfera di festa e circondato di persone su cui non ha paura di dover contare in caso di necessità.
Vi auguro di riconoscere l'amore di una gioovane coppia e di reincontrarla in futuro, ad un altro Natale, ancora insieme e innamorata.
Vi auguro di avere alle vostre feste tante persone sole che possano trovare tra gli altri invitati l'anima gemella.
Vi auguro che i discorsi un po' di circostanza che ci si scambia con parenti ed amici siano lo spunto per scoprire qualcosa di nuovo che non si conosceva, da una succulenta ricetta ad una interessante meta per le vacanze, da un possibile posto di lavoro ad un lieto evento accaduto di recente.

E poi vi auguro di ricevere un regalo brutto, ma talmente brutto ed inutile da essere indimenticabile.
Dovrà essere così brutto da non poter essere regalato a nessuno che si conosce senza vergognarsi, talmente orribile da dover essere nascosto... e vi auguro di ritrovarlo poi, nei momenti più inaspettati, strappando un sorriso per l'orrore che rappresenta, ma contenitore di ricordi di un Natale indimenticabile.

Con tanto affetto




Mauser

18 dicembre 2011

Il bacio vs Il bacio by Francesco Hayez

È l'anno in cui si celebrano i 150 anni dell'unità d'Italia, una data importante per il nostro paese che è giusto ricordare con i dovuti onori, anche se il periodo storico-socio-economico, per non dire culturale, non è dei più felici.

Sul tema del patriottismo non mi dilungherò troppo, io credo che per il semplice fatto che un Paese ci ha dato i natali, qualcosa bisogna pur riconoscergli...
Vero che fu Daniel O'Cnnell a dichiarare che se un uomo è nato in una stalla ciò non basta a fare di lui un cavallo e quindi la nostra origine deve essere attentamente considerata, ma rifiutare con deliberatezza un paese perchè non se ne condividono gli ideali penso non sia corretto, in primis perchè non esiste una cosa completamente brutta o cattiva contrapposta a qualcosa di perfetto, a parte Dio, quindi è un discorso un po' superficiale, poi perchè in quel paese non tutti sono uguali e fatti con lo stampino, basti vedere alla differenza che può correre tra me e Pamela Prati, e in secondo luogo perchè è ancora più stupido disapprovare qualcosa e fare gli snob lasciando che vada per la sua strada senza fare nulla: siamo persone, abbiamo bocca, gambe e braccia e possiamo cambiare le cose.
Il bacio by Francesco Hayez
versione 1859
Bisogna sempre credere di poter cambiare ciò che del mondo non ci piace, ma è il mondo come può essere l'abitudine degli altri condòmini di lasciare la spazzatura per la differenziata dell'umido e dell'organico affianco allo zerbino dalla sera fino alla mattina, così che l'aria si appesti bene di quell'odore di pesce andato a male e torsoli di frutta in decomposizione.
Troppe persone non si gettano sulla possibilità di un cambiamento semplicemente perchè i cambiamenti fanno paura a tutti, non cambiare mai, si dice, ma è una cosa inevitabile che succeda, ogni giorno in più un po' di fa diventare diversi da quel che eravamo il giorno prima, no? L'importante è non cambiare in qualcosa di peggio, io credo.
Che cosa terrorizza, allora? Il fatto di poter diventare qualcosa che non ci piace e purtroppo siamo disposti a vedere il risultato dei nostri cambiamenti solo dopo molti di questi, quando si tirano un po' di somme nei momenti importanti della vita, non strada facendo come il viaggiatore guarda la mappa o il navigatore con costanza.

Perchè tutto questo preambolo senza senso?
Per introdurvi uno dei pittori del romanticismo italiano forse più apprezzati, Francesco Hayez, con la sua opera forse più famosa: Il bacio.
Simbolo delle scatole di cioccolatini Perugina e dei Romanzi Mondadori (quelli d'amore che si trovano in edicola), Il bacio è un'opera che affascina ancora adesso e riesce a trasmettere emozioni e concetti fortissimi seppure nella semplicità del soggetto: due innamorati che si baciano sotto un portico. Ma che aria di sensualità e di affinità si respira quando li si guarda insieme! Il trasporto della fanciulla misto a preoccupazione, la virilità eppure la delicatezza del suo innamorato dal mantello e cappello alla Robin Hood, intorno a loro praticamente il nulla o forse la percezione che loro hanno di quel che li circonda.

La descrizione che Santa Wikipedia fa dell'opera credo sia una sintesi perfetta di tutti i concetti, la riporto quindi come si trova nella pagina dedicata a questo splendido quadro, nella speranza che riesca a rievocare tutti i significati prinpali che l'autore ha voluto trasmettere attraverso la sua arte raffinatissima
Da Wikipedia, l'Enciclopedia libera
In questo quadro l'autore riunisce le principali caratteristiche del romanticismo storico italiano, ovvero un'assoluta attenzione verso i concetti di naturalezza e sentimento puro (l'amore individuale verso gli ideali risorgimentali). Ciò che colpisce immediatamente l'osservatore è l'enorme sensualità che scaturisce dall'abbraccio dei due amanti. Per la prima volta viene espresso in un quadro un bacio passionale e carico di emotività.
Questo legame è tanto forte che riesce ad annullare ogni contrasto, come quello del freddo celeste della veste della donna e del colore caldo dell'abito dell'uomo (il quale ha le gambe posizionate in modo tale da assecondare la sensuale inclinazione del corpo femminile). L'uomo, mentre bacia la sua amata, appoggia la gamba sul gradino: Hayez comunica, con questo particolare, l'impressione che egli se ne stia andando, e dà più enfasi al bacio. La scelta dell'artista di celare i volti dei giovani conferisce importanza all'azione e le ombre che si possono scorgere dietro al muro, nella parte sinistra del quadro, indicano un eventuale pericolo. È però da non dimenticare il reale significato storico dell'opera, infatti Hayez attraverso i colori (il bianco della veste, il rosso della calzamaglia, il verde del cappello e del risvolto del mantello e infine l'azzurro dell'abito della donna) vuole rappresentare l'alleanza avvenuta tra l'Italia e la Francia (accordi di Plombières). Bisogna ricordare che questo quadro venne presentato all'Esposizione di Brera del 1859, a soli tre mesi dall'ingresso di Vittorio Emanuele II e Napoleone III a Milano.
L'intera scena, a giudicare dagli abiti e dall'architettura, si svolge in un'ambientazione medioevale, ma in realtà è del tutto immersa nel presente a causa del significato e del soggetto iconografico (il bacio) del tutto nuovo.
Inoltre quest'opera non solo esprime il concetto sentimentale, ma crea al suo interno un vero e proprio spazio intimo di coinvolgimento emotivo dell'osservatore; la presenza di mistero legata alla figura in penombra dell'androne non appare primaria alla visione globale, in quanto l'osservatore viene catturato dall'intensità degli amanti che sono posizionati sull'asse di simmetria.


Bene, adesso vi dirò che Il bacio di Hayez è un quadro patriottico.
Ma non un patriottismo velato, no no, è proprio una gigantesca, magnifica allegoria dell'Italia, la nostra Italia e che tutta questa allegoria vuole raccontarci un po' la sua storia di speranza e indipendenza.

Il dipinto, infatti, venne realizzato nel 1859, anno in cui, come saprete, non esisteva ancora l'unità d'Italia, ma si stavano prendendo i dovuti accordi per portare il nostro Paese a quell'unità tanto sognata e bramata durante tutto il Risorgimento.
L'Italia, che doveva essere unita e coesa è raffigurata nel quadro con i due amanti che si baciano teneramente, l'uonione perfetta di queste due persone come unione delle varie parti divise della nostra penisola che si toccano e baciano, eppure risultano ancora unite solo nella clandestinità. L'Italia, con i suoi colori, è rappresentata nella figura dell'uomo (che forse impersona il Piemonte), abbigliato dei colori del rosso della calzamaglia e del verde della fodera del manto, ma anche il marrone che è colore della terra.
Il bacio by Francesco Hayez
versione 1861 (inno all'Unità d'Italia)
Il nostro innamorato piemontese si china su una ragazza con un abito in bianco e blu, altri due colori, il bianco appartenente sempre a quella bandiera che al momento non raffigurava ancora il Paese, mentre il blu del vestito di lei è il simbolo della Francia, all'epoca nostra alleata che aveva promosso supporto durante le campagne anti-austriache con gli accordi di Plombiéres, quel ritrovo alle terme in cui Napoleone III, personificazione della Francia, si fece sedurre dalla bella Contessa di Castiglione, che ben rappresenta l'Italia desiderosa di accaparrarsi un'alleanza potente e lo fa con l'astuzia anzichè la potenza di fuoco.
Sì, alla fine i personaggi della storia sono tutti una grande allegoria.

E adesso vi dirò un'altra cosa: esistono due versioni del dipinto, ciascuna raffigurata in due quadri per un totale di quattro tele con lo stesso soggetto.

In cosa differiscono?
Alcuni particolari come la vividezza del rosso e del verde del mantello, ma soprattutto in un dettaglio fondamentale: il vestito della ragazza.
Noi siamo abituati ad avere a che fare solo con la versione con l'abito celeste, ma in questa seconda dipinta da Hayez la nostra ragazza che si lascia dolcemente baciare ha deciso di cambiare mise e da un azzurro cielo è passata al bianco.
Cosa spinse l'autore a cambiare questo particolare?
Il tempo che passa, oserei rispondere, e la visione degli eventi storici che si sono seguiti agli accordi di Plombieres, principalmente il voltafaccia della Francia, nostra alleata nella Seconda Guerra d'Indipendenza, che per limitare le perdite firmò di gran carriera un trattato di pace con l'Austria, nemica giurata, permettendole di portare a casa non solo i territori che l'Italia voleva per sè, ma anche la vittoria. Sì perchè lo sappiamo tutti che i pareggi esistono solo quando tutti giocano pulito...
Hayez, pittore talentuoso e poliedrico, era anche un patriota convinto e alla luce delle azioni della Francia decise di cambiare la propria posizione. Personalmente non trovo nulla di male nel cambiare idea, credo che tutti ne abbiano il diritto, lui l'ha fatto in un modo bellissimo, cioè ricostruendo ciò che era stato compiuto seguendo i suoi primi ideali e trasponendolo secondo quelli che ammirava. La coerenza prima di tutto perchè è giusto ammettere di aver sbagliato, il primo quadro non è stato distrutto, tuttavia il nostro pittore si è preso la briga di riprodurlo secondo i suoi nuovi sentimenti.
Hayez ci ha così regalato una seconda versione dove la ragazza indossa uno splendido abito candido, il bianco è quello di un vestito da sposa, l'Italia finalmente unita ufficialmente come in un vincolo matrimoniale, ma è anche uno dei colori della bandiera del nuovo stato e rimpiazza l'azzurro di quei francesi fedifraghi che hanno voltato le spalle alla prima avvisaglia della parola "perdita", fosse anche stata riferita ad un rubinetto difettoso.

Qualche link
Musei di Genova
Wikipedia | Il bacio

Spero che questa piccola curiosità artistica sia stata interessante e scusatemi ancora se tra un post e l'altro trascorre così tanto tempo, purtroppo il periodo in ufficio è molto frenetico e anche io sono esaurita al massimo, ridotta agli ultimi giorni per i classici regali di Natale, di corsa per finire tutte le commissioni che mi sono rimaste da finire, intenta ad organizzare la mia chiusura che, a causa di alcuni lavori da concludere la passerò dietro una scrivania a lavorare esattamente come durante il normale periodo di ufficio.
Ma la cosa che mi manca di più è sicuramente la neve e andare a sciare: purtroppo non avendo amici che sanno farlo non si riesce mai ad oganizzare una giornata o, perchè no, una settimana sulla neve, che peccato... =[

Un bacio grande, tanto per rimanere in tema, a presto




Mauser

5 dicembre 2011

I tesori del Principe al Forte di Bard

Al Forte di Bard è presente da questo mese di dicembre una ricca mostra artistica contenente alcuni capolavori provenienti dalle collezioni private del Principe del Liechtenstein.

Le case reali di tutta europa, ricche e potenti che in passato governavano e manovravano gli stati, hanno acquisito nel corso della loro storia più o meno secolare tesori, ricchezze e beni di inestimabile valore, non solo ritratti col manto d'ermellino e castelli, quindi, sebbene quelli non manchino, ma pezzi da collezione di valore artistico inestimabile come testimonia la mostra organizzata nella piazzaforte Savoia fino al 31 maggio 2012.



La mostra è incentrata particolarmente sull'arte barocca, ma comprende quadri realizzati tra il 1500 e la metà dell'Ottocento, suddivisi a seconda delle varie corrienti stilistiche pittoriche e la loro evoluzione per un totale di 80 opere esposte nelle sale del forte che comprendono anche sculture e arazzi.

Tra i molti artisti esposti spiccano il romantico pittore italiano Hayez, il paesaggista indimenticabile Canaletto, famoso per le sue vedute veneziane di calli e corsi d'acqua da cui ha anche mutuato il suo pseudonimo, e anche nomi del calibro di Van Dyck Rembrandt e Rubens di cui il principe Hans-Adam II che ha indetto questa mostra è il più grande collezionista privato del famoso pittore e grandissimo estimatore della sua immensa arte.

Tra i quadri più famosi, anche uno studio preparatorio al famoso ritratto di famiglia del Re Ferdinando di Borbone (il Re Lazzarone) con la moglie Maria Carolina d'Asburgo (sorella di Maria Antonietta e figlia di Maria Teresa d'Austria) e la loro prole schierata.

Ecco cosa ci propone la locandina dell'evento

Locandina
La stagione espositiva invernale del Forte di Bard è nel segno della grande arte. L’imponente piazzaforte ospiterà dal 9 dicembre 2011 al 31 maggio 2012, la mostra I tesori del Principe. Rubens, Brueghel, Rembrandt, Cranach, Canaletto, Hayez... Capolavori delle Collezioni del Principe del Liechtenstein.
Mazzo di fiori in vaso
by Franz Xaver Petter
1845

Curata da Johann Kräftner, Direttore delle Collezioni del Principe del Liechtenstein e da Gabriele Accornero, Amministratore Delegato del Forte di Bard, la mostra porta in Italia una selezione di opere della più importante collezione d’arte privata esistente al mondo. I principi del Liechtenstein, una delle più antiche famiglie nobili austriache, sono collezionisti da cinque secoli con particolare attenzione per l’epoca barocca, il Classicismo e l’800.
Al Forte di Bard saranno esposte 80 opere, alcune di dimensioni monumentali: 75 oli, 3 sculture, 1 cabinet di pietre dure e un arazzo, in un percorso che attraversa sette sale negli spazi espositivi delle Cannoniere. L’esposizione presenta una straordinaria selezione di capolavori assoluti della storia dell’arte realizzati tra il 1500 e la seconda metà del XIXesimo secolo con maestri di prima grandezza: da Rembrandt ad Hayez, da Canaletto a Giambologna, da Cranach a Brueghel... 



Informazioni
Telefono: 0125 833811

Prenotazioni visite guidate per i gruppi:
Telefono: 0125 833817
Mail: prenotazioni@fortedibard.it

Orari

da martedì a venerdì dalle 10.00 alle 18.00
sabato/domenica e festivi dalle 10.00 alle 19.00
chiuso il lunedì


Biglietto mostra 
Intero: € 9,00
Ridotto: € 6,00
Ragazzi: € 6,00

Biglietto cumulativo Museo delle Alpi + Mostra

Intero: € 12,00
Ridotto: € 8,00
Ragazzi: € 8,00

Audioguide:
€ 3,00, coppie € 5,00 

Sono previste agevolazioni per gruppi e famiglie.

Nel bookshop è disponibile un catalogo sulla mostra edito dalle
Edizioni Forte di Bard con testi del Principe Hans-Adam II, del Presidente del Forte di Bard Augusto Rollandin, del curatore Johann Kräftner e del Priore della Comunità Monastica di Bose Enzo Bianchi.

Mostra ideata e promossa da
Associazione Forte di Bard per la valorizzazione del turismo culturale del Forte di Bard

Mostra realizzata in collaborazione con Liechtenstein.
The Princely Collections, Vaduz-Vienna

Curatori

Johann Kräftner
Gabriele Accornero

Organizzazione

Gabriele Accornero
Johann Kräftner
Michael Schweller
Chantal Cerise
Annalisa Cittera


Trovo che l'idea sia splendida e dalle anteprime dei quadri esposti questa mostra merita davvero una gita in Val d'Aosta.
Personalmente adoro la montagna, sia quella estiva ricca di passeggiate e campi aperti, che quella invernale dove si possono praticare tanti sport sulla neve, come lo sci o il pattinaggio, la Val d'Aosta è quindi un'ottima sintesi di tutto ciò. Spero davvero che l'iniziativa abbia successo, difficilmente riuscirò a visitare il Forte di Bard prima della prossima primavera causa impegni di lavoro assortiti che mi terranno molto occupata, ma spero comunque di riuscire ad aggregarmi ad un gruppo.
Purtroppo il brutto di essere appassionati di questo genere di esposizioni, eventi e mostre è che il numero dei partecipanti è sempre disperso su un territorio vasto e tra i miei amici non ne posso contare neanche uno che sarebbe disposto ad accompagnarmi. Che peccato...
La vendetta è già decisa
by Francesco Hayez
Mi aggregherò a qualche torpedone di ultrasettantenni del genere vendita di pentole a bordo oppure CRAL del dopolavoro, francamente non m'interessa più di tanto, l'importante è che il mio mp3 abbia le batterie cariche per la durata del tragitto.

Io però mi auguro che voi siate più fortunati e possiate andare a visitare questa splendida mostra, magari prendendola come spunto per una settimana bianca tra le vette alpine =)

Un'altra cosa che mi ha molto colpita è il fatto che un personaggio del calibro del Principe del Liechtenstein, poco conosciuto e che vive la sua regalità nell'ombra, abbia espresso il desiderio di pubblicizzare e condividere questa sua splendida collezione. Forse additarlo di eccessiva magnanimità è un po' tanto, è facile elargire ricchezze quando se ne hanno tante da non poterle neppure contare, ma è ugualmente un gesto che permette di gustare capolavori artistici spesso sconosciuti, ma non per questo meno belli o affascinanti. Di sicuro trovo assolutamente splendido quello delle due dame in maschera che fa da simbolo dell'esposizione.
Eppoi io torno sempre volentieri a Bard, la cui pubblicità vanta la voce più sexy del panorama televisivo contemporaneo senza la minima ombra di dubbio.

So che di solito non sponsorizzo eventi, specie se italiani, ma questa era indubbiamente un'iniziativa che meritava di essere ricordata, specialmente sapendo che tra i lettori del Georgiana's Garden ci sono molti appassionati di arte, pittura e storia.

Buona visita a tutti!

Forte di Bard | I tesori del Principe
Luxgallery | I tesori del Principe
Milano Arte Expo | I tesori del Principe 

Le opere raffigurate in questo articolo sono tutte esposte alla mostra.








Mauser

2 dicembre 2011

Jeanie dai lunghi capelli

I capelli della nostra Jeanie in origine erano castani, poi sono diventati biondi, anche se questa volta non è colpa di un hair styler particolarmente creativo con la passione per La rivincita delle bionde.
No, non stiamo neppure parlando di qualche Barbie o sua omologa. Qui le persone sono in carne ed ossa, non di plastica e silicone.

Jeanie McDowell
Con questo post forse esulerò un poco dal mio abituale ambiente di approfondimento, l'epoca vittoriana inglese, per spostare l'attenzione in un continente diverso, l'America ottocentesca della prima indipendenza.
Scordatevi Scarlett O'Hara, non è lei che merita questo cambio di attenzione, ma un personaggio a cui sono molto più affezionata e che considero decisamente più simpatica. Non che ci voglia molto...

Come saprete mi sono sempre tenuta distante dal discorso americano, a parte qualche accenno nel post di approfondimento della politica coloniale di Giorgio III, tuttavia questo è un caso che ci tenevo a trattare.
Vorrei parlarvi della bella Jeanie, di una storia che probabilmente qualcuno conosce, ma di cui non si entra mai nei dettagli.
Jeanie McDowell, pronunciato rigorosamente alla francese, quindi con la J dolce di di Jean-Baptiste e non di John, fu un personaggio realmente vissuto, infermiera e medico durante i primi periodi dell'indipendenza Americana, amata dai suoi degenti per l'umanità che prestava nelle sue cure e poi passata alla storia grazie al marito, Stephen Foster, noto autore di canzoni patriottiche americane, tra cui l'intramontabile Oh Susanna, che gliene dedicò una particolarmente toccante, ritraendola in tutta la sua dolcezza e bellezza [e con i capelli castani].
Dalla canzone sono stati tratti, negli anni del secondo Novecento, due cartoni animati, di cui uno anche giunto in Italia e divenuto famoso tra le generazioni anni '80 e '90 con il nome di Fiocchi di cotone per Jeanie.

Ammetterò che il motivo per cui ho deciso di approfondire questo personaggio è puramente ed esclusivamente personale, riassumibile nel fatto che sono una fan molto più che sfegatata di quell'anime, al limite dell'ossessione otaku, lo seguivo mentre andavo alle elementari e poi alle medie, innamorata persa delle avventure della nostra ragazza di campagna come, forse, mi era accaduto solo con Sailor Moon, e poichè il cartone, naturalmente, era dato alle otto e mezzo del mattino, così che tanti bambini potessero vederlo e non alle quattro appena usciti da scuola come quelle porcherie tipo il cartone degli scarafaggi, costringevo i miei due genitori ad interminabili battaglie col videoregistratore per avere la puntata al mio ritorno da scuola. Adoravo Jeanie e le sue vicende, soprattutto perchè l'eroina, sebbene all'epoca non sapessi si trattasse di una storia vera, era una ragazza qualsiasi, dotata però di molta buona volontà e una tenacia di ferro, era consolante, in un mondo di maghette e di majokko, una personcina che non aveva superpoteri e piangeva a catinelle.
Oltretutto il cartone era molto piacevole alla vista senza quei colori fin troppo accesi delle Mermaid Melody o delle Winx o di altri prodotti più recenti, talmente violenti da bucare la retina dei poveri spettatori. E non si tratta solo dei capelli improbabili, dopotutto Creamy fu una delle prime a sfoggiare una chioma lilla negli anni Settanta, ma proprio di quelle tonalità evidenziatore che piacciono tanto oggi, rosa shocking, verde fluorescente e blu elettrico sono solo la base del guardaroba delle nuove eroine made in XXI century. No, Jeanie era della vecchia scuola dei cartoni come Pollyanna e Piccole donne, Heidi e compagnia, abbigliata in modo consono al periodo e con qualche pettinatura stravagante fatta di trecce e codini come piaceva molto nei primi anni '90.


L'anime
La storia di Jeanie (Jane è il suo nome di battesimo) è una delle più commoventi e, allo stesso tempo, istruttive che possa ricordare.
La nostra ragazza nacque in una benestante famiglia di coltivatori della Pensylvania, nei pressi di Pittsburgh, nella prima metà dell'Ottocento e crebbe [bionda] in un ambiente agiato e sereno, educata come una signorina alla moda di Rossella O'Hara e appassionata di musica, talento ereditato dalla mdre che le insegnò ella stessa a suonare il pianoforte.
Bill, Jeanie e Stephen
Jeanie però era figlia unica e soffriva di solitudine, iniziò così la sua amicizia con due bambini che bazzicavano la casa paterna e che con lei condividevano la passione per note e pentagramma: Stephen, che suonava con lei l'armonica ed era figlio dell'amministratore, e Bill, un bambino di colore figlio di alcuni braccianti con un vero talento per il banjo, il simbolo musicale degli stati del Sud (Oh Susanna oh don't you cry for me, I come from Alabama with my banjo on my knee...).

Con la morte prematura della madre, dopo una lenta, ma inesorabile malattia, Jeanie rimane sola insieme al padre che presto si risposta con una giovane donna di nome Helen, i rapporti sono inizialmente tesi in quanto la nuova matrigna è una donna abituata agli agi di cui i ricchi possidenti terrieri si circondavano (di nuovo si veda Rossella) ed entra subito in conflitto con la liberalità di cui l'educazione della figliastra era pervasa. In realtà le intenzioni di Helen non erano cattive -quando mai lo sono nei cartoni?- perchè la donna voleva solo preparare la bambina per farla entrare nel rigido mondo da cui ella proveniva.
Jeanie, tuttavia, ha già deciso da sé che vita vuole vivere e riesce a convincere il padre e la matrigna della sua vocazione di diventare medico.
Aiutata da entrambi si trasferisce a Pittsburgh in una scuola per infermiere dove ha la possibilità di studiare. Qui le difficoltà non mancano, le scuole private dei cartoni si somigliano un po' tutte con episodi di bullismo e nonnismo a volontà; avendo frequentato a mia volta un collegio simile posso garantire che la vita tra quelle mura non è una passeggiata se qualcuno ti prende in antipatia, altro che Caro fratello... o Hana yori dango.
Jeanie e le compagne del collegio e Stephen
Grazie comunque alla sua forza di volontà e al sostegno di Bill che lavora come tuttofare nell'istituto, Jeanie riesce a diplomarsi e accetta un apprendistato presso un piccolo ospedale annesso ad una struttura per accogliere gli orfani. Qui Jeanie inizia la sua esperienza insieme al burbero medico che le fa da tutor ed ha la possibilità di entrare in contatto con ammalati e bisognosi, mettendo alla prova la sua vocazione e uscendone temprata e ancor più desiderosa di darsi da fare per il mondo.
Alla sua storia si riallacciano quelle dell'amico d'infanzia Stephen, col quale inizia una storia d'amore, e di Bill che è entrato a far parte di una band, ma che purtroppo ha perso la sua ispirazione e il tocco magico.
Insieme i tre amici riallacceranno non solo la loro amicizia, ma lavoreranno insieme per un futuro migliore.

Ecco la sigla originale italiana, tra l'altro un piccolo capolavoro che parla di fratellanza e uguaglianza, di amicizia e di ideali non indifferenti. Secondo me TUTTI i bambini dovrebbero guardare questo cartone e ascoltarne la sigla, non è certo così smielata da essere insopportabile. Io ho conosciuto una sola persona che la disprezzava ed era una ragazza orribile, bugiarda e piena di sè, forse questa sigla è una specie di cartina a tornasole per comprendere la natura delle persone prima che le loro azioni parlino fin troppo esplicitamente e feriscano qualcuno?




La storia animata di Jeanie, per quanto pervasa di messaggi educativi e buoni sentimenti, non è comunque molto distante dalla realtà, tanto che la nostra infermiera viene spesso associata alla figura di Florence Nightingale, famoso personaggio della medicina inglese di cui avevamo parlato qualche tempo fa.
Entrambe accomunate dal desiderio di migliorare le condizioni dei malati e da una encomiabile dedizione al loro lavoro di infermiere, queste due donne hanno contribuito in maniera significativa a portare avanti non solo la parte medica, ma anche quella umana dei pazienti, preoccupandosi delle loro condizioni e dei loro bisogni, oltre delle cure. Si tratta di un aspetto importante per chi è costretto ad una lunga degenza e, ricordiamoci, una volta le malattie non erano solo più gravi e pericolose, dato che si moriva di banali raffreddori, ma anche estremamente lunghe, esisteva infatti la quarantena, l'interminabile periodo di convalescenza che i malati trascorrevano a letto dopo essere usciti dalla fase critica del male.


Oltre a questo, abbiamo accennato ad un altro anime intitolato Jeanie dai lunghi capelli, di produzione decisamente più antica; qui il tratto è quello tipico dei cartoni anni Settanta/Ottanta e rimanda a Charlotte o a Lady Oscar, in particolare quella della prima parte dell'anime [prima che i produttori la dotassero di una chioma alla Crescina, occhi sottili e pieni di ciglia e di venti centimetri in più].
L'abbigliamento infiocchettato e i cerchietti che condividono molte protagoniste, daMimì e la nazionale di pallavolo a Georgie a Candy e tante altre del periodo denota chiaramente da quale epoca provenga e, ovviamente, la storia è molto più strappalacrime, anche se poco si discosta da quella dell'altro cartone o del soggetto fosteriano, ma era la moda del momento e piaceva agli spettatori.
Ormai questo anime è condannato ad andare in onda solo sulle emittenti locali insieme alla Balena Giuseppina e alla versione anime dei Miserabili, per altro miserabile a sua volta. La cosa bella di questi cartoni e della loro versione anni '70 era il fatto che all'epoca si perdesse poco tempo a rifare le sigle e venissero lasciate le originali complete di improponibili scritte nipponiche, l'editing è cosa inventata da Mediaset in seguito e dato che il sangue dell'Uomo Tigre non è mai stato censurato, così come Kenshiro che si strappa la camicia, bisogna crederlo.
Ecco la videosigla del cartone




La canzone
Jeanie e Stephen adulti
La canzone originale che Stephen Foster compose riferisce chiaramente nel titolo che Jeanie aveva lunghi capelli castano chiaro, sebbene questo particolare sia stato sovvertito nell'anime, dove la protagonista è stata trasformata in una insospettabile bionda, è indubbio che questa sia la sorgente a cui si siano ispirati.
La cosa buffa è che anche nell'altro anime direttamente ispirato dalla canzone, chiamato Jeanie dai lunghi capelli, la protagonista è bionda.
Dite che si tratta del fatto che il canone di bellezza, dall'Ottocento ad oggi, è cambiato quasi radicalmente?
Ecco il testo
I dream of Jeanie with the light brown hair,
Borne like a vapor on the sweet summer air;
I see her tripping where the bright streams play,
Happy as the daisies that dance on her way.
Many were the wild notes her merry voice would pour,
Many were the blithe birds that warbled them o'er:
I dream of Jeanie with the light brown hair,
Floating, like a vapor, on the soft summer air.
I long for Jeanie with the daydawn smile,
Radiant in gladness, warm with winning guile;
I hear her melodies, like joys gone by,
Sighing round my heart o'er the fond hopes that die:
Sighing like the night wind and sobbing like the rain,
Waiting for the lost one that comes not again:
I long for Jeanie, and my heart bows low,
Never more to find her where the bright waters flow.
I sigh for Jeanie, but her light form strayed,
Far from the fond hearts round her native glade;
Her smiles have vanished and her sweet songs flown,
Flitting like the dreams that have cheered us and gone.
Now the nodding wild flowers may wither on the shore
While her gentle fingers will cull them no more:
Oh! I sigh for Jeanie with the light brown hair,
Floating, like a vapor, on the soft summer air.


Io la trovo graziosa, molto doce e piena dell'ammirazione, dell'amore e dell'orgoglio che quest'uomo provava nei confronti della moglie, che senz'altro non era persona comune.
Dicono che scrivere canzonette non sia un mestiere onorevole, per un uomo, ma che mondo sarebbe senza Oh Susanna e chi si ricorderebbe di Jeanie se Foster non avesse scritto questi due testi?

Spero davvero di non dovermi mai porre il problema perchè entrambe sono tra le mie canzoni country preferite e io ho una certa propensione al country con camicia a quadri, jeans, cappello e scarpe sporche di terra, un pianoforte sgangherato che suona in sottofondo e le ragazze che ballano sulle note allegre mostrando le caviglie non proprio filiformi, ma con una grazia allegra e travolgente che nessuna bostoniana sarebbe in grado di replicare.




Mauser

24 novembre 2011

La stampa, il crimine e il sensazionalismo macabro

Che i victorians avessero dei problemi con la criminalità, credo non sia una scoperta grandiosa, già solo a nominare Epoca Vittoriana e la parola Crimine insieme viene fuori un nome, quel nome, che ancora oggi fa rabbrividire, fa accapponare la pelle, fa pensare a quanto disgustosa possa essere la natura umana, perversa la sua mente e abominevole il suo agire. Ovviamente Jack lo Squartatore è il personaggio in questione e, forse, potrebbe anche essere considerato il primo criminale illuminato dai riflettori della popolarità grazie ai mass media, una specie di Annamaria Franzoni più Amanda Knox dell'Ottocento, per intenderci; la sua macabra collezione di omicidi rimase confinata nel sobborgo londinese di Whitechapel, quartiere proletario tra i più degradati, tuttavia il panico che scatenò fu di portata nazionale.
In un'esemplificazione forse eccessiva, la storia di Jack the Ripper seguì la stessa evoluzione della paranoia dell'influenza suina, altrimenti detta AH1N1, che sembrava dovesse sterminare l'umanità più della peste e, invece, era poco più di un banale raffreddore, ma è il caso sensazionale che fa scalpore e che richiama l'attenzione, l'ordinario attira poco. In due secoli l'essere umano è ancora troppo attratto dal fascino del fuoriserie, qualcosa di inspiegabile e più grande di lui, e districarsi nel mondo delle PR mediatiche, dell'editoria giornalistica e delle news online è come attraversare il labirinto di Dedalo senza filo di Arianna [no comment, please, sto aspettando Percy Jackson e la mia pazienza è ai minimi storici].

Con l'aiuto del caso di Whitechapel e altri esempi, vorrei sondare insieme a voi le cause di allora e di oggi che portano a questa brama di sensazionalismo, sia quelle sociologiche e antropologiche che quelle prettamente economiche. Non mi addentrerò troppo nei crimini per due motivi: 1) mi mettono raccapriccio e 2) non sono abbastanza ferrata in psicologia per riuscire ad analizzare correttamente la psiche deviata di queste persone.



La stampa
ovvero: l'evoluzione del concetto di comunicazione e la nuova necessità di comunicare
La stampa è la figlia prediletta dell'epoca Vittoriana, la sua creatura.
In poco più di un secolo e mezzo si passò da una diffusione di carta stampata di poche migliaia di libri ad un vero e proprio boom della lettura e della letteratura.
Ritratto si donna che
legge il giornale

by
Stanislaw Debicki


Tra Seicento e Settecento possedere dei libri era considerata una forma di ricchezza, non solo dello spirito, ma anche materiale perchè i libri, per quanto non fossero più copiati, ma stampati, erano comunque costosissimi e l'intero processo denotava la produzione di un prodotto di lusso. Per chi ancora rammenta i Promessi Sposi forse avrà memoria anche della biblioteca personale di Don Ferrante, tra l'altro anche citata da Eco.
Poi però le cose cambiarono, l'apporto culturale avutosi durante il Secolo dei Lumi, il 1700, diede una spinta notevole alla produzione letteraria e poetica e l'avanzamento tecnologico mise a disposizione dei tipografi e degli stampatori le tecniche e le conoscenze necessarie a migliorare in modo notevole il lavoro e la tiratura (cfr. La rotativa e il giornale quotidiano). Tra una sempre maggiore richiesta e la possibilità di metterla in pratica, la produzione cartacea che aveva sempre avuto un'emissione costante e lineare, conobbe il primo picco della sua storia.

Durante il XIX secolo la situazione mutò ulteriormente: produrre giornali, libri e riviste divenne sempre più facile grazie al contributo della rotativa e della linotype, ciò portò un aumento esponenziale del numero di persone che si inserivano nel settore, sia come scrittori che come editori.
I giornali assunsero finalmente la connotazione di quotidiani, non più editi una volta ogni 15 giorni, ma con una cadenza regolare e ravvicinata e anche il target di destinazione si diversificò quanto più possibile: cultura, scienza, politica, letteratura, storia, economia domestica...
Benchè ciascuno cercasse il suo modo per sopravvivere, la concorrenza era spietata e, specialmente nel campo delle notizie le testate giornalistiche fioccavano come nespole. In un clima di guerra dichiarata anche i giornalisti e la stampa assunsero il ruolo di veri cacciatori di scoop, alla ricerca di notizie che fanno tendenza.
E quali sono, da sempre, gli argomenti di cui si parla? I drammi.



Il fascino del macabro, dell'occulto e dell'ignoto
ovvero: la curiosità morbosa  verso il proibito
I reporter dell'Ottocento erano esperti seguigi abili quasi quanto gli investigatori con un particolare fiuto per la storia lacrimevole, per la vicenda straziante, per una descrizione macabra in più che avrebbe attirato i lettori soggiogati dal perverso fascino della morte, dell'occulto, dell'ignoto, ma soprattutto del proibito.
Adamo ed Eva non vi ricordano nulla?

Illustrazione vittoriana di uno degli
omicidi commessi da Jack lo
Squartatore
Fare qialcosa che va contro le regole, ci dicono, è sbagliato, quindi non si può a meno che non si vogliano pagarne le conseguenze (o sperare di evitarle).
Leggere le vicende che esulano le regole di comportamento a cui ci atteniamo è, in qualche modo, una forma di trasgressione passiva, o così mi ha spiegato una mia amica che frequenta i corsi universitari di psicologica e criminologia, di conseguenza esercita un fascino enorme sulle persone, specialmente quelle eccessivamente represse da convenzioni sociali e norme che ne regolamentano l'intera esistenza.Trasgredire coscientemente genera adrenalina, che ti manda su di giri e ti senti come se potessi volare o conquistare il mondo. Sentir parlare di qualche trasgressione, piuttosto che leggerne in giro non è esattamente come se l'avessi fatto tu, ma ti consente una dose minima di brivido che ti eccita quel che basta, senza strafare.
Come il vino, non è che chi beve allora è automaticamente un ubriacone o passerà alla cocaina o  chissà quale schifezza tossica, a differenza di eroina, LSD e quant'altro gli effetti di un bicchiere a pasto sono più blandi.
Nessuno pensa che l'adrenalina sia una droga perchè non la si introduce nel corpo come la nicotina o le varie droghe, è il nostro fisico che la produce, tuttavia in piccole dosi ha ottimi effetti, quasi benefici, mentre se assunta in dosi eccessive porta a non avere più il controllo di sé.
Il paragone con l'alcool credo sia il più azzeccato.
Quindi è la trasgressione perchè ci dà adrenalina che cerchiamo nel mondo dell'horror, del thriller e che ottenevano i victorians con i lugubri e macabri romanzi gotici, evolutisi poi nei racconti del terrore come quelli scritti da quel sadico di Poe oppure di Lovecraft.

Non è cambiato molto da allora, Saw è una fortunata serie horror/splatter di un fortunato filone, l'ultima volta che sono andata al cinema facevano i trailer si Paranormal Activity 3 e quindi anche noi siamo soggetti al fascino del proibito e desiderosi di adrenalina da liberare senza rischiare davvero la vita, ingabbiati nella routine come i nostri antenati lo erano nelle regone del bon ton, basti pensare a quanti telefilm crime circolano sulle nostre emittenti: CSI (in tutte le sue declinazioni), Bones, Cold case, The Mentalist, True Calling... sangue a volontà, morti come se piovessero e casi apparentemente irrisolvibili, ci sono serie che fanno paura, quando non disgusto, che rimescolano i visceri.

Ma non solo il sangue che scorre ha questa presa su di noi.
La paura ci fa produrre adrenalina e di cosa ha paura l'uomo? Tante cose... specialmente quello che non capisce
E i programmi tv che indagano su misteri irrisolti e ipotetici casi paranormali sono la risposta a quello che già state pensando: Mistero ha un indice di ascolti molto elevato, ma niente in confronto a Voyager, il programma che nutre i suoi spettatori di sano terrore a fronte di (dubbie) prove su civiltà scomparse, fantasmi e spettri, tecnologie aliene... per poi liquidare il tutto con un'alzata di spalle. Il mistero fa audience ancora oggi.
 
Ecco come i giornali inglesi dell'Ottocento
titolarono uno degli omicidi di Jack
lo Squartatore
Chi produce le serie televisive e i format tv tutto questo lo sa e continua a proporre ciò che il pubblico chiede (da un bel po'), analogamente in passato, quando la tv non esisteva, l'intrattenimento era dato da giornali e narrativa ed entrambe si gettarono, specialmente durante l'Ottocento, su questi argomenti per aumentare i lettori.
Se la stampa inglese vivisezionò, letteralmente, Jack the Ripper e la sua vicenda, non fu certo un caso isolato, mai come allora killer seriali, uxoricidi, impiccagioni e, soprattutto, violenze sessuali ebbero risalto sulle prime pagine del Times come degli altri periodici.
La gente voleva la storia tragica, dolorosa e piena di sangue, il tormento come forma di sperimentare emozioni forte e i giornalisti gliele procuravano andando alla continua ricerca di questi fenomeni di bassezza morale.
Più ne trovavano e più la gente comprava, quindi gli editori erano ancora più invogliati a proporre le suddette vicende. Ricordate una delle scene di Spiderman quando lo scorbutico capo di Parker ritratta tutte le affermazioni sull'Uomo Ragno dedicandogli una prima pagina e spostando la pubblicità di un importante finanziatore solo perchè il super eroe gli aveva fatto finire la prima tiratura nelle poche ore del mattino? Ecco, la politica di marketing è quella.


Perchè tanti casi?
L'inurbamento e la concentrazione criminale
Non è che i Victorians fossero più cattivi degli altri, commettessero più delitti o ci fossero più criminali, era la statistica a giocare contro di loro perchè il progresso industriale aveva concentrato in poche aree, città come Londra, Manchester, Liverpool, ecc. un fiume di persone. Tra queste c'erano anche bruti ed assassini arrivati per sopravvivere alle spalle degli altri (pensiamo a magnaccia, schiavisti, capi criminali) o giunti per caso alla ricerca di un impiego e poi mutati in bestie dalle condizioni di vita che, riuniti tutti insieme, aumentavano l'indice di criminalità facendolo volare alle stelle. Se buona parte della feccia umana inglese del tempo si trovava nello stesso luogo era fin troppo semplice prevedere che nel suddetto si verificassero episodi orribili con una frequenza decisamente maggiore.
E visto che era proprio nelle città che i giornalisti andavano a caccia, come i vampiri della Ward, era facile che si imbattessero in questi casi e li proponessero.
Risultato?
Il girone dell'Inferno.
Teniamo conto, poi, di due importanti fattori.

Lo stato sociale
Ovviamente il detto a mali estremi, estremi rimedi non è stato coniato di recente.
Wentworth Street, Whitechapel
Una famiglia proletaria vittoriana nei
sobborghi dell'East End
La società vittoriana era ricca perchè l'imprenditoria e l'industria fiorivano, ma la classe proletaria che controbilanciava l'indice di ricchezza individuale a stento riusciva a sfamarsi, le condizioni di lavoro erano disumane (cfr. Il lavoro nelle miniere), gli orari di dodici o diciotto ore al giorno, la paga miserevole, le case cadenti e, comunque, il tasso di disoccupazione rimaneva senza eguali. Naturalmente non c'era nessuna facilitazione per la classe lavoratrice né tutele in caso di malattie e infortuni o decessi, peraltro frequentissimi, il sindacato non era riconosciuto e ammettere di farne parte, oltre ad essere una motivazione validissima per il licenziamento, era anche causa di ripercussioni sulla persona e sulla sua casa; una famiglia rimasta senza il padre che portasse a casa lo stipendio per infortunio, morte o licenziamento era condannata all'accattonaggio, facendola ricadere nel turbine della malavita, costringendo le donne a prostituirsi e prestare servigi sgradevoli, a lavorare per pochi spiccioli, mentre gli uomini indigenti e inabili al lavoro si davano all'alcool, aggravando il tutto.

Tanti, per riacquistare quel minimo di stile di vita, cercavano vie alternative nel crimine, altri non avevano scelta per riuscire a mantenersi.
C'era chi lo faceva perchè la disonestà era un modo più semplice per arricchirsi e chi aveva bisogno di soldi per le cure mediche (pensiamo al bambino di Bob Cratchit nell'opera dickensiana Canto di Natale) per la moglie o i figli, i quali erano sempre numerosissimi come le malattie (si veda Piccole Donne dove la dolce Beth muore proprio di scarlattina), c'era chi doveva saldare debiti, non necessariamente propri.
Qualcuno di voi condannerebbe Oliver Twist? Io direi che lo farebbero in pochi, Oliver ruba per mangiare e sfuggire alle percosse, non lo si colpevolizza così facilmente, al suo posto ciascuno di noi probabilmente farebbe altrettanto, per buoni che siano i nostri valori morali.
Ma ricordiamoci una cosa: quando si tratta di sopravvivere, la moralità dura poco.
L'ambizione può essere frenata da alcuni principi, ma la fame no.
Quanti Oliver Twist c'erano a Londra?
Migliaia.
Oliver Twist dall'omonimo film

Inutile chiedersi come mai le notizie di criminali, scippi e borseggi fossero tanto frequenti. Scontato, oserei dire, che comparissero in ogni edizione.
E in tutto questo il sistema sociale, il welfare di cui oggi ci riempiamo la bocca, era il grande assente. La società non era pronta per il boom che ha affrontato, non c'erano norme, leggi e tutele che regolamentassero il mondo del lavoro che stava nascendo, che ancora si basava su consuetudini di epoche medievali, non c'erano strutture per accogliere orfani, anziani senza casa né famiglia e tantomeno entrate.
Questo perchè non si era mai visto nulla di tutto ciò prima. La nascita dell'industria ha cambiato il mondo il quale, a sua volta, ha avuto bisogno di tempo per adattarvicisi, i cambiamenti planetari, si sa, raramente avvengono in fretta.

La povertà dilagante era il primo problema di questo mare di crimini e criminali e le donne della carità che periodicamente versavano soldi o prestavano aiuto e si vantavano di essere misericordiose con i meno fortunati, come se nascere poveri e derelitti fosse un'espiazione per colpe passate, erano un'istituzione piuttosto bigotta, non si aiutavano le prostitute perchè peccatrici [non sia mai che il peccato sia contagioso come il raffreddore! Neanche si prostituissero per lussuria], non si faceva altrettanto agli orfani senza casa e famiglia [erano figli del Demonio e di una peccatrice! Meritavano di morire] e persistevano un'infinita lista di persone e professioni che non meritavano l'attenzione di chi si degnava di prestare soccorso, come ci insegna George Orwell nel suo 1984, c'erano persone più uguali di altre.


Infinite regole
Questa è anche una motivazione secondaria, ma desidero ugualmente approfondirla.
La quantità di regole determina anche la frequenza con cui si rischia di imbattersi in una loro violazione. Più ce ne sono e più è semplice infrangerne qualcuna.
Mera statistica: se io ho un sacchetto pieno di palline e ce ne sono 90 rosse e 10 verdi la probabilità di pescare una rossa è molto più alta.
Ciò assume subito altre connotazioni se ci spostiamo dal piano criminale a quello sociale, ovvero non più nell'ambito della violenza, ma dello scandalo che, come sappiamo, di secondo nome fa sesso da almeno qualche decina di secoli. L'argomento più scabroso del mondo ancora oggi [basti vedere Amici di letto]. Non che all'epoca ci fossero leggi più severe di oggi, era addirittura consentito vendere la propria moglie, ma le norme sociali, come tutti ben sappiamo, erano un reticolo fittissimo che governava ogni passo.
Il rigido protocollo di comportamento
vittoriano regolamentava ogni aspetto
della vita quotidiana delle persone
Cosa non si poteva fare? Quasi tutto.
Il sesso, parola impronunciabile, era il grande regista dietro tutti questi scandali e scandaletti, tutto in qualche modo si riconduceva a quella parola che nessuno doveva dire, ma che immagino facesse parlare tanto se non più di oggi.
Parlare con un giovanotto era tabù. Non andarci a letto o baciarlo, ma parlargli era scandalo, specie se non si avevano rapporti di parentela o antica amicizia. Troppa confidenza sottintendeva una certa intimità. Il passo dal parlare al concedersi, secondo i Victorians era fin troppo breve e un sacco di signorine furono snobbate dal ton solo per questo motivo, figuriamoci cos'era perdere la verginità, rimanere incinte o abortire!
Eppure l'aborto era più praticato di oggi. Segretamente perchè era vietato. Con o senza la legge al riguardo, la percentuale non si è certo alzata o abbassata, è rimasta la stessa, solo che oggi che la cosa è dovutamente tutelata si può praticarla con la sicurezza di un medico e di personale competente, non in un sottoscala puzzolente con mezzi empirici, pericolosi e al limite della stregoneria, alcuni erano tanto disgustosi che non sto neanche a raccontarli.
Ma il paradosso era che non si poteva neanche nominare il petto di pollo, troppo osceno, sapete, la parola petto potrebbe essere fraintesa... continua ad essere pollo, ma poco conta.
Uno strillone annuncia nuove e
interessanti notizie sull'edizione
in vendita del quotidiano
Tante regole, molte stupide, facevano sì che lo scandalo fosse lo sport nazionale.


Tutta questa sequenza di motivazioni fece in modo che il pettegolezzo, il piatto più ghiotto di sempre che uomini e donne consumano con avidità, si spostasse dalla bocca alla pagina scritta e stampata.
L'obiettivo era vendere la storia così che la gente comprasse il giornale o il periodico e per fare ciò veniva servito proprio quello che era richiesto, un argomento che non passa mai di moda.
Signore e signori è nata la stampa di concetto moderno.
Benvenuti.



Mauser





PS: scusatemi se ci ho messo tanto a scrivere questo post, alcune riflessioni mi hanno preso molto tempo e fino alla fine non sono stata sicura di volerlo pubblicare perchè certe posizioni sono opinabili da qualcuno, spero di non sollevare un polverone, ho cercato di mettere ipotesi a supporto della mia tesi.
Tutte le riflessioni non sono in prestito da qualcuno o da lavori altri, quindi non metterò bibliografia perchè i temi della criminalità, della prostituzione, della povertà, dell'inurbamento e della classe proletaria sono trattati (o lo saranno) in appositi post decentemente documentati, questo è solo uno scritto di riepilogo e di riflessione.

16 novembre 2011

Nord&Sud finalmente tra noi

Non volevo dare questa notizia prima d'essere certa a cento per cento, anzi, al mille per mille, di quando e se questo romanzo sarebbe stato pubblicato, ma è così.

Il tanto atteso, bramato, bistrattato Nord&Sud è sbarcato in Italia, dove di Nod e di Sud ne sappiamo qualcosa e ancora combattiamo con una certa fastidiosa forma di razzismo nazionale.

Elizabeth Gaskell, la mia amata Elizabeth è arrivata tra noi con la sua opera forse matura e completa, articolata e costruita. Un lavoro maestoso, appagante per il lettore e un bagno di sentimenti al quale è difficile sottrarsi.
Dopo tanti forse e tanti no l'agenzia letteraria Jo March, evidentemente intraprendente quanto l'eroina da cui prende il nome, ci ha finalmente regalato questo prezioso volume nella nostra lunga.

Grazie.

Sono contenta che sempre maggiori case editrici sconosciute appaiano negli scaffali delle librerie e vengano portate agli onori.
Non posso dire che l'esordio della Baldini Castoldi Dalai, che grazie al Cielo nel corso della sua breve vita ha già abbreviato il tutto in Dalai Editore, sia stato dei più felici, Soulless è, a tutti gli effetti, un caso letterario di indubbio horror grammaticale, ma la Leggereditore, sebbene costola della Fanucci (per altro poco nota se non di recente) si è guadagnata con titoli interessanti ed edizioni economiche il suo posto al sole. Hurra. All'inizio pure lei peccava parecchio di mancanza di editing e rilettura, ma ultimamente sta migliorando a vista d'occhio, in La cacciatrice di anime quasi non si notano gli errori da pochi sono e ancora in Dark forever ha replicato, dimostrando che non si è trattato di una svista, ma di una seria intenzione di redenzione sul piano ortografico. Doppio hurra!

La Jo March nessuno, o comunque pochi, di noi l'aveva sentita nominare prima di N&S, ma se il tam-tam viene da Internet, allora sono felice di sponsorizzarla un po' e ripetere il nome ogni due righe. Non ho idea di quali siano i progetti futuri del gruppo, la presentazione, che ora vi riporto, la trovo promettente al massimo
Non avremmo potuto scegliere, tra eroine ed eroi letterari che ci appassionano, una figura più appropriata per rappresentare la nostra attività. La seconda, la più ribelle, talentuosa e volitiva delle sorelle March è sempre stata il nostro alter ego immaginario, con la sua smodata passione per la lettura e la sua convinta determinazione per affermarsi come scrittrice.
In lei ci siamo immedesimate quando, nei primi mesi del 2009, abbiamo dato vita a un duplice sogno chiuso nel cassetto: andare in cerca di narrativa originale, in grado di dare espressione linguistica e poetica alla nostra contemporaneità, e riportare alla luce narrativa lontana, nel tempo o nello spazio, a torto dimenticata o mai tradotta in lingua italiana.
Immaginateci, dunque, come novelle Jo, chine sul tavolo della nostra soffitta, a spulciare fogli nuovi e carte ingiallite, all’avvincente e scrupolosa ricerca di quei rari scrittori capaci di smascherare e interpretare aspetti della natura umana, della vita e del mondo sui quali, senza stimolo, non rifletteremmo mai.
Indubbiamente vedere N&S tra noi non ha prezzo e per acquistarlo posso usare una Mastercard. CartaSi dovrebbe prendere il caso come emblematico della sua pubblicità.

Oggi, se andrete in libreria, potrete finalmente vedere questo libro di cui vi ho così assiduamente martellato parlato, non vi dirò di comprarlo, lo stile ottocentesco della Gaskell un po' si nota e non tutti potrebbero apprezzarlo, ma buttateci un'occhiata, questo sì, giusto per vedere se si tratta di amore al primo sguardo, colpo di fulmine libresco.

Io purtroppo devo aspettare ancora qualche giorno prima di passare dalla libreria di fiducia, preferisco attendere l'uscita di altri titoli previsti per la prossima settimana e attenderò anche sapendo che il nuovo Percy Jackson è già sugli scaffali che chiama il mio nome. Sono una persona morigerata, non cederò alla tentazione.

Questo è un post d'informativa, ma vorrei tramite esso celebrare anche la vittoria della cultura sul marketing, sperando che sia l'emblema di una nuova politica a favore dei libri più bistrattati del passato e dimostri come i buoni libri non temano rivali.

Con affetto e un po' di commozione




Mauser


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