Come promesso, ecco finalmente la tanto sospirata bibliografia/sitografia e co.
Ho preferito dividere tutti i libri e siti consultati al riguardo in diverse categorie in modo che ciascuno possa decidere liberamente dove direzionarsi, come sapete non sono una fan del saggio ad ogni costo, credo ci siano opere di narrativa e documentari altrettanto validi nella descrizione della società e delle condizioni sociali del tempo.
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18 giugno 2012
16 giugno 2012
Riforme sociali e di legge sul lavoro minorile
Proseguiamo il discorso iniziato in precedenza che riguarda il lavoro minorile nell'Inghilterra vittoriana, aggiungendo in questo capitolo la parte legale riferita alle riforme che, nel corso della storia, si sono susseguite.
9 giugno 2012
Lo sfruttamento minorile
Qualche tempo fa (che per essere politically correct e mantenere il buon nome del blog non specificherò) mi è stato chiesto un approfondimento a proposito dello sfruttamento minorile durante l'epoca vittoriana ed è con grande piacere che mi accingo ad affrontare questo argomento, anche se estremamente dispiaciuta di aver lasciato trascorrere tanto tempo tra la richiesta e la sua conclusione: purtroppo, come vi accennavo nel post passato, sono un bel po' assillata dal lavoro, scadenze che incombono, progetti in partenza imminente (speriamo! incrociate le dita per me) e problemi gravissimi sono purtroppo all'ordine del giorno e mi portano spesso a viaggiare, sebbene sia sempre stata una persona piuttosto incline alla dormita, ormai convivo col sonno cronico e sto cominciando a trovare piuttosto comodi anche i sedili del treno o dell'autobus, ma se vi dicessi che mi sono letteralmente addormentata in piedi appoggiata ad una porta...
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24 novembre 2011
La stampa, il crimine e il sensazionalismo macabro
Che i victorians avessero dei problemi con la criminalità, credo non sia una scoperta grandiosa, già solo a nominare Epoca Vittoriana e la parola Crimine insieme viene fuori un nome, quel nome, che ancora oggi fa rabbrividire, fa accapponare la pelle, fa pensare a quanto disgustosa possa essere la natura umana, perversa la sua mente e abominevole il suo agire. Ovviamente Jack lo Squartatore è il personaggio in questione e, forse, potrebbe anche essere considerato il primo criminale illuminato dai riflettori della popolarità grazie ai mass media, una specie di Annamaria Franzoni più Amanda Knox dell'Ottocento, per intenderci; la sua macabra collezione di omicidi rimase confinata nel sobborgo londinese di Whitechapel, quartiere proletario tra i più degradati, tuttavia il panico che scatenò fu di portata nazionale.
In un'esemplificazione forse eccessiva, la storia di Jack the Ripper seguì la stessa evoluzione della paranoia dell'influenza suina, altrimenti detta AH1N1, che sembrava dovesse sterminare l'umanità più della peste e, invece, era poco più di un banale raffreddore, ma è il caso sensazionale che fa scalpore e che richiama l'attenzione, l'ordinario attira poco. In due secoli l'essere umano è ancora troppo attratto dal fascino del fuoriserie, qualcosa di inspiegabile e più grande di lui, e districarsi nel mondo delle PR mediatiche, dell'editoria giornalistica e delle news online è come attraversare il labirinto di Dedalo senza filo di Arianna [no comment, please, sto aspettando Percy Jackson e la mia pazienza è ai minimi storici].
Con l'aiuto del caso di Whitechapel e altri esempi, vorrei sondare insieme a voi le cause di allora e di oggi che portano a questa brama di sensazionalismo, sia quelle sociologiche e antropologiche che quelle prettamente economiche. Non mi addentrerò troppo nei crimini per due motivi: 1) mi mettono raccapriccio e 2) non sono abbastanza ferrata in psicologia per riuscire ad analizzare correttamente la psiche deviata di queste persone.
La stampa
ovvero: l'evoluzione del concetto di comunicazione e la nuova necessità di comunicare
La stampa è la figlia prediletta dell'epoca Vittoriana, la sua creatura.
In poco più di un secolo e mezzo si passò da una diffusione di carta stampata di poche migliaia di libri ad un vero e proprio boom della lettura e della letteratura.
Tra Seicento e Settecento possedere dei libri era considerata una forma di ricchezza, non solo dello spirito, ma anche materiale perchè i libri, per quanto non fossero più copiati, ma stampati, erano comunque costosissimi e l'intero processo denotava la produzione di un prodotto di lusso. Per chi ancora rammenta i Promessi Sposi forse avrà memoria anche della biblioteca personale di Don Ferrante, tra l'altro anche citata da Eco.
Poi però le cose cambiarono, l'apporto culturale avutosi durante il Secolo dei Lumi, il 1700, diede una spinta notevole alla produzione letteraria e poetica e l'avanzamento tecnologico mise a disposizione dei tipografi e degli stampatori le tecniche e le conoscenze necessarie a migliorare in modo notevole il lavoro e la tiratura (cfr. La rotativa e il giornale quotidiano). Tra una sempre maggiore richiesta e la possibilità di metterla in pratica, la produzione cartacea che aveva sempre avuto un'emissione costante e lineare, conobbe il primo picco della sua storia.
Durante il XIX secolo la situazione mutò ulteriormente: produrre giornali, libri e riviste divenne sempre più facile grazie al contributo della rotativa e della linotype, ciò portò un aumento esponenziale del numero di persone che si inserivano nel settore, sia come scrittori che come editori.
I giornali assunsero finalmente la connotazione di quotidiani, non più editi una volta ogni 15 giorni, ma con una cadenza regolare e ravvicinata e anche il target di destinazione si diversificò quanto più possibile: cultura, scienza, politica, letteratura, storia, economia domestica...
Benchè ciascuno cercasse il suo modo per sopravvivere, la concorrenza era spietata e, specialmente nel campo delle notizie le testate giornalistiche fioccavano come nespole. In un clima di guerra dichiarata anche i giornalisti e la stampa assunsero il ruolo di veri cacciatori di scoop, alla ricerca di notizie che fanno tendenza.
E quali sono, da sempre, gli argomenti di cui si parla? I drammi.
Il fascino del macabro, dell'occulto e dell'ignoto
ovvero: la curiosità morbosa verso il proibito
I reporter dell'Ottocento erano esperti seguigi abili quasi quanto gli investigatori con un particolare fiuto per la storia lacrimevole, per la vicenda straziante, per una descrizione macabra in più che avrebbe attirato i lettori soggiogati dal perverso fascino della morte, dell'occulto, dell'ignoto, ma soprattutto del proibito.
Adamo ed Eva non vi ricordano nulla?
Fare qialcosa che va contro le regole, ci dicono, è sbagliato, quindi non si può a meno che non si vogliano pagarne le conseguenze (o sperare di evitarle).
Leggere le vicende che esulano le regole di comportamento a cui ci atteniamo è, in qualche modo, una forma di trasgressione passiva, o così mi ha spiegato una mia amica che frequenta i corsi universitari di psicologica e criminologia, di conseguenza esercita un fascino enorme sulle persone, specialmente quelle eccessivamente represse da convenzioni sociali e norme che ne regolamentano l'intera esistenza.Trasgredire coscientemente genera adrenalina, che ti manda su di giri e ti senti come se potessi volare o conquistare il mondo. Sentir parlare di qualche trasgressione, piuttosto che leggerne in giro non è esattamente come se l'avessi fatto tu, ma ti consente una dose minima di brivido che ti eccita quel che basta, senza strafare.
Come il vino, non è che chi beve allora è automaticamente un ubriacone o passerà alla cocaina o chissà quale schifezza tossica, a differenza di eroina, LSD e quant'altro gli effetti di un bicchiere a pasto sono più blandi.
Nessuno pensa che l'adrenalina sia una droga perchè non la si introduce nel corpo come la nicotina o le varie droghe, è il nostro fisico che la produce, tuttavia in piccole dosi ha ottimi effetti, quasi benefici, mentre se assunta in dosi eccessive porta a non avere più il controllo di sé.
Il paragone con l'alcool credo sia il più azzeccato.
Quindi è la trasgressione perchè ci dà adrenalina che cerchiamo nel mondo dell'horror, del thriller e che ottenevano i victorians con i lugubri e macabri romanzi gotici, evolutisi poi nei racconti del terrore come quelli scritti da quel sadico di Poe oppure di Lovecraft.
Non è cambiato molto da allora, Saw è una fortunata serie horror/splatter di un fortunato filone, l'ultima volta che sono andata al cinema facevano i trailer si Paranormal Activity 3 e quindi anche noi siamo soggetti al fascino del proibito e desiderosi di adrenalina da liberare senza rischiare davvero la vita, ingabbiati nella routine come i nostri antenati lo erano nelle regone del bon ton, basti pensare a quanti telefilm crime circolano sulle nostre emittenti: CSI (in tutte le sue declinazioni), Bones, Cold case, The Mentalist, True Calling... sangue a volontà, morti come se piovessero e casi apparentemente irrisolvibili, ci sono serie che fanno paura, quando non disgusto, che rimescolano i visceri.
Ma non solo il sangue che scorre ha questa presa su di noi.
La paura ci fa produrre adrenalina e di cosa ha paura l'uomo? Tante cose... specialmente quello che non capisce
E i programmi tv che indagano su misteri irrisolti e ipotetici casi paranormali sono la risposta a quello che già state pensando: Mistero ha un indice di ascolti molto elevato, ma niente in confronto a Voyager, il programma che nutre i suoi spettatori di sano terrore a fronte di (dubbie) prove su civiltà scomparse, fantasmi e spettri, tecnologie aliene... per poi liquidare il tutto con un'alzata di spalle. Il mistero fa audience ancora oggi.
Chi produce le serie televisive e i format tv tutto questo lo sa e continua a proporre ciò che il pubblico chiede (da un bel po'), analogamente in passato, quando la tv non esisteva, l'intrattenimento era dato da giornali e narrativa ed entrambe si gettarono, specialmente durante l'Ottocento, su questi argomenti per aumentare i lettori.
Se la stampa inglese vivisezionò, letteralmente, Jack the Ripper e la sua vicenda, non fu certo un caso isolato, mai come allora killer seriali, uxoricidi, impiccagioni e, soprattutto, violenze sessuali ebbero risalto sulle prime pagine del Times come degli altri periodici.
La gente voleva la storia tragica, dolorosa e piena di sangue, il tormento come forma di sperimentare emozioni forte e i giornalisti gliele procuravano andando alla continua ricerca di questi fenomeni di bassezza morale.
Più ne trovavano e più la gente comprava, quindi gli editori erano ancora più invogliati a proporre le suddette vicende. Ricordate una delle scene di Spiderman quando lo scorbutico capo di Parker ritratta tutte le affermazioni sull'Uomo Ragno dedicandogli una prima pagina e spostando la pubblicità di un importante finanziatore solo perchè il super eroe gli aveva fatto finire la prima tiratura nelle poche ore del mattino? Ecco, la politica di marketing è quella.
Perchè tanti casi?
L'inurbamento e la concentrazione criminale
Non è che i Victorians fossero più cattivi degli altri, commettessero più delitti o ci fossero più criminali, era la statistica a giocare contro di loro perchè il progresso industriale aveva concentrato in poche aree, città come Londra, Manchester, Liverpool, ecc. un fiume di persone. Tra queste c'erano anche bruti ed assassini arrivati per sopravvivere alle spalle degli altri (pensiamo a magnaccia, schiavisti, capi criminali) o giunti per caso alla ricerca di un impiego e poi mutati in bestie dalle condizioni di vita che, riuniti tutti insieme, aumentavano l'indice di criminalità facendolo volare alle stelle. Se buona parte della feccia umana inglese del tempo si trovava nello stesso luogo era fin troppo semplice prevedere che nel suddetto si verificassero episodi orribili con una frequenza decisamente maggiore.
E visto che era proprio nelle città che i giornalisti andavano a caccia, come i vampiri della Ward, era facile che si imbattessero in questi casi e li proponessero.
Risultato?
Il girone dell'Inferno.
Teniamo conto, poi, di due importanti fattori.
Lo stato sociale
Ovviamente il detto a mali estremi, estremi rimedi non è stato coniato di recente.
La
società vittoriana era ricca perchè l'imprenditoria e l'industria
fiorivano, ma la classe proletaria che controbilanciava l'indice di
ricchezza individuale a stento riusciva a sfamarsi, le condizioni di
lavoro erano disumane (cfr. Il lavoro nelle miniere), gli orari di dodici o diciotto ore al giorno, la paga miserevole, le case cadenti e, comunque, il tasso di disoccupazione rimaneva senza eguali. Naturalmente non c'era nessuna facilitazione per la classe lavoratrice né tutele in caso di malattie e infortuni o decessi, peraltro frequentissimi, il sindacato non era riconosciuto e ammettere di farne parte, oltre ad essere una motivazione validissima per il licenziamento, era anche causa di ripercussioni sulla persona e sulla sua casa; una famiglia rimasta senza il padre che portasse a casa lo stipendio per infortunio, morte o licenziamento era condannata all'accattonaggio, facendola ricadere nel turbine della malavita, costringendo le donne a prostituirsi e prestare servigi sgradevoli, a lavorare per pochi spiccioli, mentre gli uomini indigenti e inabili al lavoro si davano all'alcool, aggravando il tutto.
Tanti, per riacquistare quel minimo di stile di vita, cercavano vie alternative nel crimine, altri non avevano scelta per riuscire a mantenersi.
C'era chi lo faceva perchè la disonestà era un modo più semplice per arricchirsi e chi aveva bisogno di soldi per le cure mediche (pensiamo al bambino di Bob Cratchit nell'opera dickensiana Canto di Natale) per la moglie o i figli, i quali erano sempre numerosissimi come le malattie (si veda Piccole Donne dove la dolce Beth muore proprio di scarlattina), c'era chi doveva saldare debiti, non necessariamente propri.
Qualcuno di voi condannerebbe Oliver Twist? Io direi che lo farebbero in pochi, Oliver ruba per mangiare e sfuggire alle percosse, non lo si colpevolizza così facilmente, al suo posto ciascuno di noi probabilmente farebbe altrettanto, per buoni che siano i nostri valori morali.
Ma ricordiamoci una cosa: quando si tratta di sopravvivere, la moralità dura poco.
L'ambizione può essere frenata da alcuni principi, ma la fame no.
Quanti Oliver Twist c'erano a Londra?
Migliaia.
Inutile chiedersi come mai le notizie di criminali, scippi e borseggi fossero tanto frequenti. Scontato, oserei dire, che comparissero in ogni edizione.
E in tutto questo il sistema sociale, il welfare di cui oggi ci riempiamo la bocca, era il grande assente. La società non era pronta per il boom che ha affrontato, non c'erano norme, leggi e tutele che regolamentassero il mondo del lavoro che stava nascendo, che ancora si basava su consuetudini di epoche medievali, non c'erano strutture per accogliere orfani, anziani senza casa né famiglia e tantomeno entrate.
Questo perchè non si era mai visto nulla di tutto ciò prima. La nascita dell'industria ha cambiato il mondo il quale, a sua volta, ha avuto bisogno di tempo per adattarvicisi, i cambiamenti planetari, si sa, raramente avvengono in fretta.
La povertà dilagante era il primo problema di questo mare di crimini e criminali e le donne della carità che periodicamente versavano soldi o prestavano aiuto e si vantavano di essere misericordiose con i meno fortunati, come se nascere poveri e derelitti fosse un'espiazione per colpe passate, erano un'istituzione piuttosto bigotta, non si aiutavano le prostitute perchè peccatrici [non sia mai che il peccato sia contagioso come il raffreddore! Neanche si prostituissero per lussuria], non si faceva altrettanto agli orfani senza casa e famiglia [erano figli del Demonio e di una peccatrice! Meritavano di morire] e persistevano un'infinita lista di persone e professioni che non meritavano l'attenzione di chi si degnava di prestare soccorso, come ci insegna George Orwell nel suo 1984, c'erano persone più uguali di altre.
Infinite regole
Questa è anche una motivazione secondaria, ma desidero ugualmente approfondirla.
La quantità di regole determina anche la frequenza con cui si rischia di imbattersi in una loro violazione. Più ce ne sono e più è semplice infrangerne qualcuna.
Mera statistica: se io ho un sacchetto pieno di palline e ce ne sono 90 rosse e 10 verdi la probabilità di pescare una rossa è molto più alta.
Ciò assume subito altre connotazioni se ci spostiamo dal piano criminale a quello sociale, ovvero non più nell'ambito della violenza, ma dello scandalo che, come sappiamo, di secondo nome fa sesso da almeno qualche decina di secoli. L'argomento più scabroso del mondo ancora oggi [basti vedere Amici di letto]. Non che all'epoca ci fossero leggi più severe di oggi, era addirittura consentito vendere la propria moglie, ma le norme sociali, come tutti ben sappiamo, erano un reticolo fittissimo che governava ogni passo.
Cosa non si poteva fare? Quasi tutto.
Il sesso, parola impronunciabile, era il grande regista dietro tutti questi scandali e scandaletti, tutto in qualche modo si riconduceva a quella parola che nessuno doveva dire, ma che immagino facesse parlare tanto se non più di oggi.
Parlare con un giovanotto era tabù. Non andarci a letto o baciarlo, ma parlargli era scandalo, specie se non si avevano rapporti di parentela o antica amicizia. Troppa confidenza sottintendeva una certa intimità. Il passo dal parlare al concedersi, secondo i Victorians era fin troppo breve e un sacco di signorine furono snobbate dal ton solo per questo motivo, figuriamoci cos'era perdere la verginità, rimanere incinte o abortire!
Eppure l'aborto era più praticato di oggi. Segretamente perchè era vietato. Con o senza la legge al riguardo, la percentuale non si è certo alzata o abbassata, è rimasta la stessa, solo che oggi che la cosa è dovutamente tutelata si può praticarla con la sicurezza di un medico e di personale competente, non in un sottoscala puzzolente con mezzi empirici, pericolosi e al limite della stregoneria, alcuni erano tanto disgustosi che non sto neanche a raccontarli.
Ma il paradosso era che non si poteva neanche nominare il petto di pollo, troppo osceno, sapete, la parola petto potrebbe essere fraintesa... continua ad essere pollo, ma poco conta.
Tante regole, molte stupide, facevano sì che lo scandalo fosse lo sport nazionale.
Tutta questa sequenza di motivazioni fece in modo che il pettegolezzo, il piatto più ghiotto di sempre che uomini e donne consumano con avidità, si spostasse dalla bocca alla pagina scritta e stampata.
L'obiettivo era vendere la storia così che la gente comprasse il giornale o il periodico e per fare ciò veniva servito proprio quello che era richiesto, un argomento che non passa mai di moda.
Signore e signori è nata la stampa di concetto moderno.
Benvenuti.
Mauser
PS: scusatemi se ci ho messo tanto a scrivere questo post, alcune riflessioni mi hanno preso molto tempo e fino alla fine non sono stata sicura di volerlo pubblicare perchè certe posizioni sono opinabili da qualcuno, spero di non sollevare un polverone, ho cercato di mettere ipotesi a supporto della mia tesi.
Tutte le riflessioni non sono in prestito da qualcuno o da lavori altri, quindi non metterò bibliografia perchè i temi della criminalità, della prostituzione, della povertà, dell'inurbamento e della classe proletaria sono trattati (o lo saranno) in appositi post decentemente documentati, questo è solo uno scritto di riepilogo e di riflessione.
Con l'aiuto del caso di Whitechapel e altri esempi, vorrei sondare insieme a voi le cause di allora e di oggi che portano a questa brama di sensazionalismo, sia quelle sociologiche e antropologiche che quelle prettamente economiche. Non mi addentrerò troppo nei crimini per due motivi: 1) mi mettono raccapriccio e 2) non sono abbastanza ferrata in psicologia per riuscire ad analizzare correttamente la psiche deviata di queste persone.
La stampa
ovvero: l'evoluzione del concetto di comunicazione e la nuova necessità di comunicare
La stampa è la figlia prediletta dell'epoca Vittoriana, la sua creatura.
In poco più di un secolo e mezzo si passò da una diffusione di carta stampata di poche migliaia di libri ad un vero e proprio boom della lettura e della letteratura.
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| Ritratto si donna che legge il giornale by Stanislaw Debicki |
Poi però le cose cambiarono, l'apporto culturale avutosi durante il Secolo dei Lumi, il 1700, diede una spinta notevole alla produzione letteraria e poetica e l'avanzamento tecnologico mise a disposizione dei tipografi e degli stampatori le tecniche e le conoscenze necessarie a migliorare in modo notevole il lavoro e la tiratura (cfr. La rotativa e il giornale quotidiano). Tra una sempre maggiore richiesta e la possibilità di metterla in pratica, la produzione cartacea che aveva sempre avuto un'emissione costante e lineare, conobbe il primo picco della sua storia.
Durante il XIX secolo la situazione mutò ulteriormente: produrre giornali, libri e riviste divenne sempre più facile grazie al contributo della rotativa e della linotype, ciò portò un aumento esponenziale del numero di persone che si inserivano nel settore, sia come scrittori che come editori.
I giornali assunsero finalmente la connotazione di quotidiani, non più editi una volta ogni 15 giorni, ma con una cadenza regolare e ravvicinata e anche il target di destinazione si diversificò quanto più possibile: cultura, scienza, politica, letteratura, storia, economia domestica...
Benchè ciascuno cercasse il suo modo per sopravvivere, la concorrenza era spietata e, specialmente nel campo delle notizie le testate giornalistiche fioccavano come nespole. In un clima di guerra dichiarata anche i giornalisti e la stampa assunsero il ruolo di veri cacciatori di scoop, alla ricerca di notizie che fanno tendenza.
E quali sono, da sempre, gli argomenti di cui si parla? I drammi.
Il fascino del macabro, dell'occulto e dell'ignoto
ovvero: la curiosità morbosa verso il proibito
I reporter dell'Ottocento erano esperti seguigi abili quasi quanto gli investigatori con un particolare fiuto per la storia lacrimevole, per la vicenda straziante, per una descrizione macabra in più che avrebbe attirato i lettori soggiogati dal perverso fascino della morte, dell'occulto, dell'ignoto, ma soprattutto del proibito.
Adamo ed Eva non vi ricordano nulla?
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| Illustrazione vittoriana di uno degli omicidi commessi da Jack lo Squartatore |
Leggere le vicende che esulano le regole di comportamento a cui ci atteniamo è, in qualche modo, una forma di trasgressione passiva, o così mi ha spiegato una mia amica che frequenta i corsi universitari di psicologica e criminologia, di conseguenza esercita un fascino enorme sulle persone, specialmente quelle eccessivamente represse da convenzioni sociali e norme che ne regolamentano l'intera esistenza.Trasgredire coscientemente genera adrenalina, che ti manda su di giri e ti senti come se potessi volare o conquistare il mondo. Sentir parlare di qualche trasgressione, piuttosto che leggerne in giro non è esattamente come se l'avessi fatto tu, ma ti consente una dose minima di brivido che ti eccita quel che basta, senza strafare.
Come il vino, non è che chi beve allora è automaticamente un ubriacone o passerà alla cocaina o chissà quale schifezza tossica, a differenza di eroina, LSD e quant'altro gli effetti di un bicchiere a pasto sono più blandi.
Nessuno pensa che l'adrenalina sia una droga perchè non la si introduce nel corpo come la nicotina o le varie droghe, è il nostro fisico che la produce, tuttavia in piccole dosi ha ottimi effetti, quasi benefici, mentre se assunta in dosi eccessive porta a non avere più il controllo di sé.
Il paragone con l'alcool credo sia il più azzeccato.
Quindi è la trasgressione perchè ci dà adrenalina che cerchiamo nel mondo dell'horror, del thriller e che ottenevano i victorians con i lugubri e macabri romanzi gotici, evolutisi poi nei racconti del terrore come quelli scritti da quel sadico di Poe oppure di Lovecraft.
Non è cambiato molto da allora, Saw è una fortunata serie horror/splatter di un fortunato filone, l'ultima volta che sono andata al cinema facevano i trailer si Paranormal Activity 3 e quindi anche noi siamo soggetti al fascino del proibito e desiderosi di adrenalina da liberare senza rischiare davvero la vita, ingabbiati nella routine come i nostri antenati lo erano nelle regone del bon ton, basti pensare a quanti telefilm crime circolano sulle nostre emittenti: CSI (in tutte le sue declinazioni), Bones, Cold case, The Mentalist, True Calling... sangue a volontà, morti come se piovessero e casi apparentemente irrisolvibili, ci sono serie che fanno paura, quando non disgusto, che rimescolano i visceri.
Ma non solo il sangue che scorre ha questa presa su di noi.
La paura ci fa produrre adrenalina e di cosa ha paura l'uomo? Tante cose... specialmente quello che non capisce
E i programmi tv che indagano su misteri irrisolti e ipotetici casi paranormali sono la risposta a quello che già state pensando: Mistero ha un indice di ascolti molto elevato, ma niente in confronto a Voyager, il programma che nutre i suoi spettatori di sano terrore a fronte di (dubbie) prove su civiltà scomparse, fantasmi e spettri, tecnologie aliene... per poi liquidare il tutto con un'alzata di spalle. Il mistero fa audience ancora oggi.
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| Ecco come i giornali inglesi dell'Ottocento titolarono uno degli omicidi di Jack lo Squartatore |
Se la stampa inglese vivisezionò, letteralmente, Jack the Ripper e la sua vicenda, non fu certo un caso isolato, mai come allora killer seriali, uxoricidi, impiccagioni e, soprattutto, violenze sessuali ebbero risalto sulle prime pagine del Times come degli altri periodici.
La gente voleva la storia tragica, dolorosa e piena di sangue, il tormento come forma di sperimentare emozioni forte e i giornalisti gliele procuravano andando alla continua ricerca di questi fenomeni di bassezza morale.
Più ne trovavano e più la gente comprava, quindi gli editori erano ancora più invogliati a proporre le suddette vicende. Ricordate una delle scene di Spiderman quando lo scorbutico capo di Parker ritratta tutte le affermazioni sull'Uomo Ragno dedicandogli una prima pagina e spostando la pubblicità di un importante finanziatore solo perchè il super eroe gli aveva fatto finire la prima tiratura nelle poche ore del mattino? Ecco, la politica di marketing è quella.
Perchè tanti casi?
L'inurbamento e la concentrazione criminale
Non è che i Victorians fossero più cattivi degli altri, commettessero più delitti o ci fossero più criminali, era la statistica a giocare contro di loro perchè il progresso industriale aveva concentrato in poche aree, città come Londra, Manchester, Liverpool, ecc. un fiume di persone. Tra queste c'erano anche bruti ed assassini arrivati per sopravvivere alle spalle degli altri (pensiamo a magnaccia, schiavisti, capi criminali) o giunti per caso alla ricerca di un impiego e poi mutati in bestie dalle condizioni di vita che, riuniti tutti insieme, aumentavano l'indice di criminalità facendolo volare alle stelle. Se buona parte della feccia umana inglese del tempo si trovava nello stesso luogo era fin troppo semplice prevedere che nel suddetto si verificassero episodi orribili con una frequenza decisamente maggiore.
E visto che era proprio nelle città che i giornalisti andavano a caccia, come i vampiri della Ward, era facile che si imbattessero in questi casi e li proponessero.
Risultato?
Il girone dell'Inferno.
Teniamo conto, poi, di due importanti fattori.
Lo stato sociale
Ovviamente il detto a mali estremi, estremi rimedi non è stato coniato di recente.
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| Wentworth Street, Whitechapel Una famiglia proletaria vittoriana nei sobborghi dell'East End |
Tanti, per riacquistare quel minimo di stile di vita, cercavano vie alternative nel crimine, altri non avevano scelta per riuscire a mantenersi.
C'era chi lo faceva perchè la disonestà era un modo più semplice per arricchirsi e chi aveva bisogno di soldi per le cure mediche (pensiamo al bambino di Bob Cratchit nell'opera dickensiana Canto di Natale) per la moglie o i figli, i quali erano sempre numerosissimi come le malattie (si veda Piccole Donne dove la dolce Beth muore proprio di scarlattina), c'era chi doveva saldare debiti, non necessariamente propri.
Qualcuno di voi condannerebbe Oliver Twist? Io direi che lo farebbero in pochi, Oliver ruba per mangiare e sfuggire alle percosse, non lo si colpevolizza così facilmente, al suo posto ciascuno di noi probabilmente farebbe altrettanto, per buoni che siano i nostri valori morali.
Ma ricordiamoci una cosa: quando si tratta di sopravvivere, la moralità dura poco.
L'ambizione può essere frenata da alcuni principi, ma la fame no.
Quanti Oliver Twist c'erano a Londra?
Migliaia.
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| Oliver Twist dall'omonimo film |
Inutile chiedersi come mai le notizie di criminali, scippi e borseggi fossero tanto frequenti. Scontato, oserei dire, che comparissero in ogni edizione.
E in tutto questo il sistema sociale, il welfare di cui oggi ci riempiamo la bocca, era il grande assente. La società non era pronta per il boom che ha affrontato, non c'erano norme, leggi e tutele che regolamentassero il mondo del lavoro che stava nascendo, che ancora si basava su consuetudini di epoche medievali, non c'erano strutture per accogliere orfani, anziani senza casa né famiglia e tantomeno entrate.
Questo perchè non si era mai visto nulla di tutto ciò prima. La nascita dell'industria ha cambiato il mondo il quale, a sua volta, ha avuto bisogno di tempo per adattarvicisi, i cambiamenti planetari, si sa, raramente avvengono in fretta.
La povertà dilagante era il primo problema di questo mare di crimini e criminali e le donne della carità che periodicamente versavano soldi o prestavano aiuto e si vantavano di essere misericordiose con i meno fortunati, come se nascere poveri e derelitti fosse un'espiazione per colpe passate, erano un'istituzione piuttosto bigotta, non si aiutavano le prostitute perchè peccatrici [non sia mai che il peccato sia contagioso come il raffreddore! Neanche si prostituissero per lussuria], non si faceva altrettanto agli orfani senza casa e famiglia [erano figli del Demonio e di una peccatrice! Meritavano di morire] e persistevano un'infinita lista di persone e professioni che non meritavano l'attenzione di chi si degnava di prestare soccorso, come ci insegna George Orwell nel suo 1984, c'erano persone più uguali di altre.
Infinite regole
Questa è anche una motivazione secondaria, ma desidero ugualmente approfondirla.
La quantità di regole determina anche la frequenza con cui si rischia di imbattersi in una loro violazione. Più ce ne sono e più è semplice infrangerne qualcuna.
Mera statistica: se io ho un sacchetto pieno di palline e ce ne sono 90 rosse e 10 verdi la probabilità di pescare una rossa è molto più alta.
Ciò assume subito altre connotazioni se ci spostiamo dal piano criminale a quello sociale, ovvero non più nell'ambito della violenza, ma dello scandalo che, come sappiamo, di secondo nome fa sesso da almeno qualche decina di secoli. L'argomento più scabroso del mondo ancora oggi [basti vedere Amici di letto]. Non che all'epoca ci fossero leggi più severe di oggi, era addirittura consentito vendere la propria moglie, ma le norme sociali, come tutti ben sappiamo, erano un reticolo fittissimo che governava ogni passo.
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| Il rigido protocollo di comportamento vittoriano regolamentava ogni aspetto della vita quotidiana delle persone |
Il sesso, parola impronunciabile, era il grande regista dietro tutti questi scandali e scandaletti, tutto in qualche modo si riconduceva a quella parola che nessuno doveva dire, ma che immagino facesse parlare tanto se non più di oggi.
Parlare con un giovanotto era tabù. Non andarci a letto o baciarlo, ma parlargli era scandalo, specie se non si avevano rapporti di parentela o antica amicizia. Troppa confidenza sottintendeva una certa intimità. Il passo dal parlare al concedersi, secondo i Victorians era fin troppo breve e un sacco di signorine furono snobbate dal ton solo per questo motivo, figuriamoci cos'era perdere la verginità, rimanere incinte o abortire!
Eppure l'aborto era più praticato di oggi. Segretamente perchè era vietato. Con o senza la legge al riguardo, la percentuale non si è certo alzata o abbassata, è rimasta la stessa, solo che oggi che la cosa è dovutamente tutelata si può praticarla con la sicurezza di un medico e di personale competente, non in un sottoscala puzzolente con mezzi empirici, pericolosi e al limite della stregoneria, alcuni erano tanto disgustosi che non sto neanche a raccontarli.
Ma il paradosso era che non si poteva neanche nominare il petto di pollo, troppo osceno, sapete, la parola petto potrebbe essere fraintesa... continua ad essere pollo, ma poco conta.
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| Uno strillone annuncia nuove e interessanti notizie sull'edizione in vendita del quotidiano |
Tutta questa sequenza di motivazioni fece in modo che il pettegolezzo, il piatto più ghiotto di sempre che uomini e donne consumano con avidità, si spostasse dalla bocca alla pagina scritta e stampata.
L'obiettivo era vendere la storia così che la gente comprasse il giornale o il periodico e per fare ciò veniva servito proprio quello che era richiesto, un argomento che non passa mai di moda.
Signore e signori è nata la stampa di concetto moderno.
Benvenuti.
Mauser
PS: scusatemi se ci ho messo tanto a scrivere questo post, alcune riflessioni mi hanno preso molto tempo e fino alla fine non sono stata sicura di volerlo pubblicare perchè certe posizioni sono opinabili da qualcuno, spero di non sollevare un polverone, ho cercato di mettere ipotesi a supporto della mia tesi.
Tutte le riflessioni non sono in prestito da qualcuno o da lavori altri, quindi non metterò bibliografia perchè i temi della criminalità, della prostituzione, della povertà, dell'inurbamento e della classe proletaria sono trattati (o lo saranno) in appositi post decentemente documentati, questo è solo uno scritto di riepilogo e di riflessione.
16 novembre 2011
Nord&Sud finalmente tra noi
Non volevo dare questa notizia prima d'essere certa a cento per cento, anzi, al mille per mille, di quando e se questo romanzo sarebbe stato pubblicato, ma è così.
Il tanto atteso, bramato, bistrattato Nord&Sud è sbarcato in Italia, dove di Nod e di Sud ne sappiamo qualcosa e ancora combattiamo con una certa fastidiosa forma di razzismo nazionale.
Elizabeth Gaskell, la mia amata Elizabeth è arrivata tra noi con la sua opera forse matura e completa, articolata e costruita. Un lavoro maestoso, appagante per il lettore e un bagno di sentimenti al quale è difficile sottrarsi.
Dopo tanti forse e tanti no l'agenzia letteraria Jo March, evidentemente intraprendente quanto l'eroina da cui prende il nome, ci ha finalmente regalato questo prezioso volume nella nostra lunga.
Grazie.
Sono contenta che sempre maggiori case editrici sconosciute appaiano negli scaffali delle librerie e vengano portate agli onori.
Non posso dire che l'esordio della Baldini Castoldi Dalai, che grazie al Cielo nel corso della sua breve vita ha già abbreviato il tutto in Dalai Editore, sia stato dei più felici, Soulless è, a tutti gli effetti, un caso letterario di indubbio horror grammaticale, ma la Leggereditore, sebbene costola della Fanucci (per altro poco nota se non di recente) si è guadagnata con titoli interessanti ed edizioni economiche il suo posto al sole. Hurra. All'inizio pure lei peccava parecchio di mancanza di editing e rilettura, ma ultimamente sta migliorando a vista d'occhio, in La cacciatrice di anime quasi non si notano gli errori da pochi sono e ancora in Dark forever ha replicato, dimostrando che non si è trattato di una svista, ma di una seria intenzione di redenzione sul piano ortografico. Doppio hurra!
La Jo March nessuno, o comunque pochi, di noi l'aveva sentita nominare prima di N&S, ma se il tam-tam viene da Internet, allora sono felice di sponsorizzarla un po' e ripetere il nome ogni due righe. Non ho idea di quali siano i progetti futuri del gruppo, la presentazione, che ora vi riporto, la trovo promettente al massimo
Indubbiamente vedere N&S tra noi non ha prezzo e per acquistarlo posso usare una Mastercard. CartaSi dovrebbe prendere il caso come emblematico della sua pubblicità.
Oggi, se andrete in libreria, potrete finalmente vedere questo libro di cui vi ho così assiduamentemartellato parlato, non vi dirò di comprarlo, lo stile ottocentesco della Gaskell un po' si nota e non tutti potrebbero apprezzarlo, ma buttateci un'occhiata, questo sì, giusto per vedere se si tratta di amore al primo sguardo, colpo di fulmine libresco.
Io purtroppo devo aspettare ancora qualche giorno prima di passare dalla libreria di fiducia, preferisco attendere l'uscita di altri titoli previsti per la prossima settimana e attenderò anche sapendo che il nuovo Percy Jackson è già sugli scaffali che chiama il mio nome. Sono una persona morigerata, non cederò alla tentazione.
Questo è un post d'informativa, ma vorrei tramite esso celebrare anche la vittoria della cultura sul marketing, sperando che sia l'emblema di una nuova politica a favore dei libri più bistrattati del passato e dimostri come i buoni libri non temano rivali.
Con affetto e un po' di commozione
Mauser
Il tanto atteso, bramato, bistrattato Nord&Sud è sbarcato in Italia, dove di Nod e di Sud ne sappiamo qualcosa e ancora combattiamo con una certa fastidiosa forma di razzismo nazionale.
Elizabeth Gaskell, la mia amata Elizabeth è arrivata tra noi con la sua opera forse matura e completa, articolata e costruita. Un lavoro maestoso, appagante per il lettore e un bagno di sentimenti al quale è difficile sottrarsi.
Dopo tanti forse e tanti no l'agenzia letteraria Jo March, evidentemente intraprendente quanto l'eroina da cui prende il nome, ci ha finalmente regalato questo prezioso volume nella nostra lunga.Grazie.
Sono contenta che sempre maggiori case editrici sconosciute appaiano negli scaffali delle librerie e vengano portate agli onori.
Non posso dire che l'esordio della Baldini Castoldi Dalai, che grazie al Cielo nel corso della sua breve vita ha già abbreviato il tutto in Dalai Editore, sia stato dei più felici, Soulless è, a tutti gli effetti, un caso letterario di indubbio horror grammaticale, ma la Leggereditore, sebbene costola della Fanucci (per altro poco nota se non di recente) si è guadagnata con titoli interessanti ed edizioni economiche il suo posto al sole. Hurra. All'inizio pure lei peccava parecchio di mancanza di editing e rilettura, ma ultimamente sta migliorando a vista d'occhio, in La cacciatrice di anime quasi non si notano gli errori da pochi sono e ancora in Dark forever ha replicato, dimostrando che non si è trattato di una svista, ma di una seria intenzione di redenzione sul piano ortografico. Doppio hurra!
La Jo March nessuno, o comunque pochi, di noi l'aveva sentita nominare prima di N&S, ma se il tam-tam viene da Internet, allora sono felice di sponsorizzarla un po' e ripetere il nome ogni due righe. Non ho idea di quali siano i progetti futuri del gruppo, la presentazione, che ora vi riporto, la trovo promettente al massimo
Non avremmo potuto scegliere, tra eroine ed eroi letterari che ci appassionano, una figura più appropriata per rappresentare la nostra attività. La seconda, la più ribelle, talentuosa e volitiva delle sorelle March è sempre stata il nostro alter ego immaginario, con la sua smodata passione per la lettura e la sua convinta determinazione per affermarsi come scrittrice.In lei ci siamo immedesimate quando, nei primi mesi del 2009, abbiamo dato vita a un duplice sogno chiuso nel cassetto: andare in cerca di narrativa originale, in grado di dare espressione linguistica e poetica alla nostra contemporaneità, e riportare alla luce narrativa lontana, nel tempo o nello spazio, a torto dimenticata o mai tradotta in lingua italiana.Immaginateci, dunque, come novelle Jo, chine sul tavolo della nostra soffitta, a spulciare fogli nuovi e carte ingiallite, all’avvincente e scrupolosa ricerca di quei rari scrittori capaci di smascherare e interpretare aspetti della natura umana, della vita e del mondo sui quali, senza stimolo, non rifletteremmo mai.
Oggi, se andrete in libreria, potrete finalmente vedere questo libro di cui vi ho così assiduamente
Io purtroppo devo aspettare ancora qualche giorno prima di passare dalla libreria di fiducia, preferisco attendere l'uscita di altri titoli previsti per la prossima settimana e attenderò anche sapendo che il nuovo Percy Jackson è già sugli scaffali che chiama il mio nome. Sono una persona morigerata, non cederò alla tentazione.
Questo è un post d'informativa, ma vorrei tramite esso celebrare anche la vittoria della cultura sul marketing, sperando che sia l'emblema di una nuova politica a favore dei libri più bistrattati del passato e dimostri come i buoni libri non temano rivali.
Con affetto e un po' di commozione
Mauser
30 agosto 2011
La linotype e la monotype
Espressione purissima della stampa della fine dell'Ottocento e di due terzi del Novecento, la linotype fu l'invenzione creata per far fronte alla sempre maggiore velocità di stampa e, di conseguenza, alla necessità di accelerare anche la composizione dei testi tipografici per la stampa destinati principalmente ai giornali e alle testate, per i quasi si impiegava moltissimo tempo dovendo scegliere i caratteri minuscoli uno ad uno.
L'inventore della linotype fu Ottmar Mergenthaler, un tedesco emigrato negli Stati Uniti, la data di realizzazione il 1886, una svolta decisiva perché la stampa si caratterizzi sempre di più con l'idea moderna di trasmissione delle informazioni in maniere sempre più estesa. Siamo prossimi alla fine del XIX secolo.
Il primo giornale a testare e a dotarsi di una linotype fu il New York Tribune, che ne fece quasi il suo marchio di fabbrica, fu infatti il direttore del quotidiano a darle il nome con cui è conosciuta, poiché la macchina metteva in riga (in inglese line) un carattere (type) dopo l'altro: la chiamò linotype.
L'impiego della macchina era per la composizione dei testi che sarebbero stati utilizzati nella stampa di libri e quotidiani, dove occorrevano matrici sempre diverse ad ogni nuova uscita, impensabile produrle a mano, specialmente con la frequenza con cui i giornali cominciavano ad uscire e, soprattutto, con le moderne stampatrici con le quali le copie richieste da stampare venivano preparate in un tempo brevissimo (ricordiamo la stampatrice Marinoni che produceva 20.000 copie all'ora!).
La linotype era dotata di una tastiera di fronte alla quale sedeva il linotipista, questa era dotata di caratteri alfanumerici come quelli di una tastiera che potevano aumentare fino a raggiungere una cifra sui 90 a causa di segni, accentature e caratteri speciali. Al tempo delle prime linotype i caratteri erano impressi in bassorilievo sui tasti, così che anche in condizioni di scarsa luminosità il linotipista con una discreta esperienza e manualità potesse facilmente destreggiarsi nel lavoro senza bisogno dei fari moderni piantati sulla zucca.
...e qui un po' di polemica non posso esimermi dal farla, non tanto alla linotype, ma alla produzione moderna, impersonale, asettica, spigolosa.
In passato, si sa, a causa dei costi altissimi degli oggetti e dei macchinari, questi erano realizzati veramente bene, le stampatrici e le linotype, oltre che mostri di meccanica e, per l'epoca, tecnologia, erano anche esteticamente gradevoli, con rifiniture e impressioni metalliche che al giorno d'oggi, secolo dell'usa-e-getta, non sappiamo neanche cosa siano. Nelle città industriali, per preservare ciò, è nata la cosiddetta archeologia industriale per il recupero di presse per l'acciaio, cartiere, laminatoi o edifici fatiscenti: ai nostri occhi sembrano capolavori d'artigianato e di architettura la cui realizzazione richiedeva una cura per i particolari ormai banalmente considerata una mera perdita di tempo, erano il segno evidente della raffinatezza e dell'attenzione di cui era destinataria la produzione, basti pensare che i macchinari industriali, quindi non certo di bellezza, come la rotativa Marinoni o le stampatrici Miller in voga nell'America del dopoguerra, sopra avevano una grossa scritta in metallo con il nome del produttore e anche le macchine da cucire erano realizzate con la stessa precisione: tutti noi abbiamo visto una Singer, nella nostra vita, con il caratteristico marchio arcuato in ferro disposto sotto il tavolino e impresso anche nel pedalino.
L'esempio più evidente è quello del comune di Busto Arsizio, nato come villaggio industriale intorno all'enorme industria tessile e oggi convertito in un luogo per famiglie: ha lo stesso fascino dei quartieri popolari nati dalle colate di cemento armato?
E secondo voi Crespi d'Adda, anche lui ex area industriale, ha lo stesso fascino di certe costruzioni moderne?
A voi le considerazioni...
Funzionamento della linotype
Il funzionamento del macchinario era molto complicato e prevedeva un corredo di ruote dentate, cavi, tubi, dadi, viti e bulloni impressionanti, oltre che una batteria di pistoni in funzione che potevano far concorrenza ai pozzi di estrazione. Cercherò di spiegare meglio che posso il procedimento.
Il linotipista, seduto alla sua postazione di fronte alla tastiera, premendo il tasto corrispondente alla lettera, innescava un complesso meccanismo di ingranaggi che andava a liberare dal magazzino la lettera prescelta; il magazzino della macchina era costituito da dozzine di piastrine con lettera in rilievo, perfettamente selezionate nella loro postazione, alla cui variazione bisognava riassettare la macchina. Tramite apposite condotte la lettera prelevata dal magazzino veniva posizionata sulla riga di battitura, cioè sul testo che si andava a comporre e che era situato proprio all'altezza degli occhi del linotipista, il quale, essendo operatore esperto, poteva accorgersi di eventuali errori a occhi, ribattere la lettera corretta e sostituirla a mano a quella errata, dopotutto si trattava solamente di blocchetti...
Una volta completata la riga, la parola o la frase, composta anche da spazi, caratteri speciali e segni di interpunzione, tramite una leva o un tasto speciale veniva dato il comando di "a capo" che costituiva anche l'ordine di fusione.
Le lettere in sequenza, infatti, andavano a fare da matrice per una miscela di piombo che si imprimeva sulle parole, creando la sequenza perfetta di ciò che era stato scritto, questa, una volta raffreddata, veniva espulsa dalla macchina in un blocchetto lungo e sottile, tanti blocchetti così creati andavano a comporre un testo e imbastiti insieme tramite apposite cornici d'impaginazione (per dare dimensioni, spaziature, margini e quant'altro) si preparava la tavola finale, la quale veniva a sua volta utilizzata come master, cioè il sorgente per le stampe, da inserire in apposite stampatrici come la Marinoni che abbiamo visto in precedenza nel post dedicato alla rotativa. Talvolta dalla produzione della pagina all'inserimento nella stampatrice venivano fatte altre due copie (positivo/negativo) per avere un sorgente in un unico blocco.
Riassumiamo il procedimento in pochi semplici punti
Se io stessa, informatica e programmatrice convinta, nutro un amore viscerale verso la macchina da scrivere, un autentico residuato bellico, in disuso, comprendo bene cosa può suscitare una linotype.
Ho trovato particolarmente commovente il video realizzato da Bill Malley che ha realizzato un cortometraggio su di sé e sulla sua linotype, intitolato The linotype tells the story of one man's relationship with obsolete technology.
Vi lascio il video così che possiate guardarlo tutti
Ecco un video in inglese dove un tecnico spiega come funziona la linotype in sua dotazione
La monotype
Consorella della linotype era la monotype, un'analoga macchina gigantesca specializzata nella composizione di testi lunghi o complessi per formattazione, per esempio romanzi, oppure tabelle e orari.
La monotype funzionava con procedimento diverso e molto più "novecentesco", impiegando infatti un sistema che sarebbe poi stato ripreso nei primi calcolatori: quello della perforatura di nastri.
Il monotipista, infatti, digitava sull tastiera le lettere del testo che, al posto che comporre la singola riga, andavano a perforare con una certa sequenza convenzionata una lunga bobina di carta posta sopra la macchina, come il rocchetto della macchina da cucire.
Una volta concluso il proprio lavoro il monotipista smontava la bobina dalla sua sistemazione e la riposizionava su un apparato analogo detto macchina compositrice che riproduceva la battitura, preparando i testi come avrebbe fatto un linotipista, ma a differenza dell'altro caso, dove le righe erano un blocco unico, qui tutte le lettere erano separate: alla richiesta di lettera, infatti, la monotype liberava una letterina dal magazzino e quella stessa andava a comporre la riga, ma non per essere poi fusa, bensì per andare direttamente a fare da master di stampa, da timbro, in sostanza.
Questo metodo era molto vantaggioso, specialmente perchè la bobina consentiva di avere copia dell'originale e infiniti master di stampa del testo, che poteva essere ricreato in qualsiasi momento. Come si nota dal procedimento, era già nell'ottica di avere un magazzino di materiale consumabile che andava periodicamente rabboccato (le letterine finivano).
Sulla linotype e sulla monotype è stato girato un piccolo documentario americano, di cui vi lascio il trailer, poichè il progetto di realizzazione è molto costoso e i realizzatori dei semplici appassionati, chi volesse interessarsi troverà al seguente link il sito dedicato e la possibilità, se lo desidera, di fare una donazione
Linotype: the film
Considerazioni
Purtroppo, arrivati a questo punto dello sviluppo tecnologico dove non si stampa quasi più (ebook, web 2.0, ecc) le considerazioni vanno fatte: aprendo un qualsiasi libro più vecchio degli anni Settanta, senza necessariamente finire tra quelli ricopiati dagli amanuensi, non troverete un singolo refuso o errore di battitura, oggi invece, aprendo certi volumi, viene il raccapriccio nel trovarsi errori, caratteri mancanti e battitura scorretta, per non parlare dell'italiano sgrammaticato e senza senso!
Sì, sto parlando di un caso specifico: Soulless, ma come ho avuto modo di constatare, questa sembra la linea di condotta adottata da molte case editrici, sacrificare la qualità del prodotto in favore di un'economizzazione del processo. Tanto ci si arriva per senso... sembra essere il comun denominatore dietro si cui trincerano i responsabili ed è sbagliato ideologicamente.
Come avranno fatto in passato, quando si leggeva tanto quanto oggi, ma si impiegava il quadruplo del personale? E non solo perchè c'erano i raccomandati... fare il linotipista era un lavoro duro e stancante, pensate che per limitare l'assorbimento del piombo della fusione e dell stampa i linotipisti erano costretti ad assumere latte prima dell'ingresso in servizio e a volte anche dopo, in questo modo certi datori di lavoro pensavano di tutelarsi contro eventuali morti o richieste di risarcimenti per problemi di salute.
E non venitemi a raccontare la storia della crisi, né quella economica né quella dell'editoria, il Novecento ne ha viste tre di crisi economiche globali e la crisi dell'editoria, poi, è la bufala del secolo perchè un sacco di gente legge.
Una volta un autore che decideva di dare alle stampe il proprio manoscritto aveva di fronte a sé almeno tre o quattro persone che controllavano e correggevano il suo scritto, l'editor, per esempio, che revisionava le sue bozze, il linotipista o monotipista che le ricopiava e il proto, un impiego ormai inesistente, che si preoccupava di controllare che a stampa avvenuta non ci fossero errori e lo faceva due volte, sia con la prima bozza che con quella ormai impaginata, quale spreco di tempo in nome di un po' di italiano!
Dite addio a tutti, ormai o l'autore è abbastanza smart da saper leggere, scrivere e correggere se stesso, oppure si vedono orrori letterari che circolano impunemente nelle librerie perché sono state mandate alle stampe direttamente le bozze (ormai elettroniche) dell'autore; questi esempi di inaccuratezza nel proprio lavoro andrebbero VIVAMENTE STRONCATI dai lettori e dalla critica, che invece, di solito, decidono di passare oltre perché così fan tutti. Il ritornello mi pare vecchio...
Quello che vi lascio è un reperto rintracciato su YouTube in italiano, quindi una vera rarità, che mostra come era realizzato un libro negli anni Sessanta: buona visione (io ne sono innamorata)
Sperando di poter vedere presto una linotype dal vivo e interagire con essa, vi saluto tutti,
baci
Mauser
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| Una linotype dell'Ottocento |
Il primo giornale a testare e a dotarsi di una linotype fu il New York Tribune, che ne fece quasi il suo marchio di fabbrica, fu infatti il direttore del quotidiano a darle il nome con cui è conosciuta, poiché la macchina metteva in riga (in inglese line) un carattere (type) dopo l'altro: la chiamò linotype.
L'impiego della macchina era per la composizione dei testi che sarebbero stati utilizzati nella stampa di libri e quotidiani, dove occorrevano matrici sempre diverse ad ogni nuova uscita, impensabile produrle a mano, specialmente con la frequenza con cui i giornali cominciavano ad uscire e, soprattutto, con le moderne stampatrici con le quali le copie richieste da stampare venivano preparate in un tempo brevissimo (ricordiamo la stampatrice Marinoni che produceva 20.000 copie all'ora!).
La linotype era dotata di una tastiera di fronte alla quale sedeva il linotipista, questa era dotata di caratteri alfanumerici come quelli di una tastiera che potevano aumentare fino a raggiungere una cifra sui 90 a causa di segni, accentature e caratteri speciali. Al tempo delle prime linotype i caratteri erano impressi in bassorilievo sui tasti, così che anche in condizioni di scarsa luminosità il linotipista con una discreta esperienza e manualità potesse facilmente destreggiarsi nel lavoro senza bisogno dei fari moderni piantati sulla zucca.
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| Linotipista e linotype, primi del Novecento |
In passato, si sa, a causa dei costi altissimi degli oggetti e dei macchinari, questi erano realizzati veramente bene, le stampatrici e le linotype, oltre che mostri di meccanica e, per l'epoca, tecnologia, erano anche esteticamente gradevoli, con rifiniture e impressioni metalliche che al giorno d'oggi, secolo dell'usa-e-getta, non sappiamo neanche cosa siano. Nelle città industriali, per preservare ciò, è nata la cosiddetta archeologia industriale per il recupero di presse per l'acciaio, cartiere, laminatoi o edifici fatiscenti: ai nostri occhi sembrano capolavori d'artigianato e di architettura la cui realizzazione richiedeva una cura per i particolari ormai banalmente considerata una mera perdita di tempo, erano il segno evidente della raffinatezza e dell'attenzione di cui era destinataria la produzione, basti pensare che i macchinari industriali, quindi non certo di bellezza, come la rotativa Marinoni o le stampatrici Miller in voga nell'America del dopoguerra, sopra avevano una grossa scritta in metallo con il nome del produttore e anche le macchine da cucire erano realizzate con la stessa precisione: tutti noi abbiamo visto una Singer, nella nostra vita, con il caratteristico marchio arcuato in ferro disposto sotto il tavolino e impresso anche nel pedalino.
L'esempio più evidente è quello del comune di Busto Arsizio, nato come villaggio industriale intorno all'enorme industria tessile e oggi convertito in un luogo per famiglie: ha lo stesso fascino dei quartieri popolari nati dalle colate di cemento armato?
E secondo voi Crespi d'Adda, anche lui ex area industriale, ha lo stesso fascino di certe costruzioni moderne?
A voi le considerazioni...
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| Crespi d'Adda, ex area industriale |
| Lo stabilimento di Ilva a Genova |
Funzionamento della linotype
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| Monotipista seduto alla sua monotype |
Il linotipista, seduto alla sua postazione di fronte alla tastiera, premendo il tasto corrispondente alla lettera, innescava un complesso meccanismo di ingranaggi che andava a liberare dal magazzino la lettera prescelta; il magazzino della macchina era costituito da dozzine di piastrine con lettera in rilievo, perfettamente selezionate nella loro postazione, alla cui variazione bisognava riassettare la macchina. Tramite apposite condotte la lettera prelevata dal magazzino veniva posizionata sulla riga di battitura, cioè sul testo che si andava a comporre e che era situato proprio all'altezza degli occhi del linotipista, il quale, essendo operatore esperto, poteva accorgersi di eventuali errori a occhi, ribattere la lettera corretta e sostituirla a mano a quella errata, dopotutto si trattava solamente di blocchetti...
Una volta completata la riga, la parola o la frase, composta anche da spazi, caratteri speciali e segni di interpunzione, tramite una leva o un tasto speciale veniva dato il comando di "a capo" che costituiva anche l'ordine di fusione.
Le lettere in sequenza, infatti, andavano a fare da matrice per una miscela di piombo che si imprimeva sulle parole, creando la sequenza perfetta di ciò che era stato scritto, questa, una volta raffreddata, veniva espulsa dalla macchina in un blocchetto lungo e sottile, tanti blocchetti così creati andavano a comporre un testo e imbastiti insieme tramite apposite cornici d'impaginazione (per dare dimensioni, spaziature, margini e quant'altro) si preparava la tavola finale, la quale veniva a sua volta utilizzata come master, cioè il sorgente per le stampe, da inserire in apposite stampatrici come la Marinoni che abbiamo visto in precedenza nel post dedicato alla rotativa. Talvolta dalla produzione della pagina all'inserimento nella stampatrice venivano fatte altre due copie (positivo/negativo) per avere un sorgente in un unico blocco.
Riassumiamo il procedimento in pochi semplici punti
- Il linotipista batte la lettera sulla tastiera
- Questa viene prelevata e disposta in riga, in coda a quelle già presenti
- Con il comando di "a capo" si dà alla fusione la parola appena creata
- Si genera il blocchetto di piombo fuso che si accoda a quelli già creati.
- Più blocchetti si accumulano e si forma la pagina
- Terminato il testo della pagina, l'impaginatore prende il blocco dei blocchetti e lo impagina in appositi riquadri con altri blocchi di spazio.
- L'intera struttura viene sigillata tramite apposite chiavi e usata per le stampatrici o per farne copie
Se io stessa, informatica e programmatrice convinta, nutro un amore viscerale verso la macchina da scrivere, un autentico residuato bellico, in disuso, comprendo bene cosa può suscitare una linotype.
Ho trovato particolarmente commovente il video realizzato da Bill Malley che ha realizzato un cortometraggio su di sé e sulla sua linotype, intitolato The linotype tells the story of one man's relationship with obsolete technology.
Vi lascio il video così che possiate guardarlo tutti
Ecco un video in inglese dove un tecnico spiega come funziona la linotype in sua dotazione
La monotype
Consorella della linotype era la monotype, un'analoga macchina gigantesca specializzata nella composizione di testi lunghi o complessi per formattazione, per esempio romanzi, oppure tabelle e orari.
La monotype funzionava con procedimento diverso e molto più "novecentesco", impiegando infatti un sistema che sarebbe poi stato ripreso nei primi calcolatori: quello della perforatura di nastri.
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| Monotipista alla monotype e macchina compositrice per ricostruire il testo dal nastro di carta perforato |
Una volta concluso il proprio lavoro il monotipista smontava la bobina dalla sua sistemazione e la riposizionava su un apparato analogo detto macchina compositrice che riproduceva la battitura, preparando i testi come avrebbe fatto un linotipista, ma a differenza dell'altro caso, dove le righe erano un blocco unico, qui tutte le lettere erano separate: alla richiesta di lettera, infatti, la monotype liberava una letterina dal magazzino e quella stessa andava a comporre la riga, ma non per essere poi fusa, bensì per andare direttamente a fare da master di stampa, da timbro, in sostanza.
Questo metodo era molto vantaggioso, specialmente perchè la bobina consentiva di avere copia dell'originale e infiniti master di stampa del testo, che poteva essere ricreato in qualsiasi momento. Come si nota dal procedimento, era già nell'ottica di avere un magazzino di materiale consumabile che andava periodicamente rabboccato (le letterine finivano).
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| Donna seduta alla monotype, come le segretarie, linotipisti e monotipisti lavoravano in batteria, ce n'erano un grande numero in tutte le redazioni e le case editrici. |
Linotype: the film
Considerazioni
Purtroppo, arrivati a questo punto dello sviluppo tecnologico dove non si stampa quasi più (ebook, web 2.0, ecc) le considerazioni vanno fatte: aprendo un qualsiasi libro più vecchio degli anni Settanta, senza necessariamente finire tra quelli ricopiati dagli amanuensi, non troverete un singolo refuso o errore di battitura, oggi invece, aprendo certi volumi, viene il raccapriccio nel trovarsi errori, caratteri mancanti e battitura scorretta, per non parlare dell'italiano sgrammaticato e senza senso!
Sì, sto parlando di un caso specifico: Soulless, ma come ho avuto modo di constatare, questa sembra la linea di condotta adottata da molte case editrici, sacrificare la qualità del prodotto in favore di un'economizzazione del processo. Tanto ci si arriva per senso... sembra essere il comun denominatore dietro si cui trincerano i responsabili ed è sbagliato ideologicamente.
Come avranno fatto in passato, quando si leggeva tanto quanto oggi, ma si impiegava il quadruplo del personale? E non solo perchè c'erano i raccomandati... fare il linotipista era un lavoro duro e stancante, pensate che per limitare l'assorbimento del piombo della fusione e dell stampa i linotipisti erano costretti ad assumere latte prima dell'ingresso in servizio e a volte anche dopo, in questo modo certi datori di lavoro pensavano di tutelarsi contro eventuali morti o richieste di risarcimenti per problemi di salute.
E non venitemi a raccontare la storia della crisi, né quella economica né quella dell'editoria, il Novecento ne ha viste tre di crisi economiche globali e la crisi dell'editoria, poi, è la bufala del secolo perchè un sacco di gente legge.
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| Monotipista all'opera |
Dite addio a tutti, ormai o l'autore è abbastanza smart da saper leggere, scrivere e correggere se stesso, oppure si vedono orrori letterari che circolano impunemente nelle librerie perché sono state mandate alle stampe direttamente le bozze (ormai elettroniche) dell'autore; questi esempi di inaccuratezza nel proprio lavoro andrebbero VIVAMENTE STRONCATI dai lettori e dalla critica, che invece, di solito, decidono di passare oltre perché così fan tutti. Il ritornello mi pare vecchio...
Quello che vi lascio è un reperto rintracciato su YouTube in italiano, quindi una vera rarità, che mostra come era realizzato un libro negli anni Sessanta: buona visione (io ne sono innamorata)
Sperando di poter vedere presto una linotype dal vivo e interagire con essa, vi saluto tutti,
baci
Mauser
16 agosto 2011
Nelle case di contadini e poveri
Di tutti i post riguardanti le case, questo è sicuramente quello che mi è più caro, specialmente perchè credo che i poveri del tempo fossero davvero dei derelitti, eppure molti avevano grande onore e senso del dovere e si vedevano scorrere davanti agli occhi interminabili ingiustizie sociali.
I ricchi, i borghesi e gli altri benestanti erano coccolati dalla società, tenuti in una certa considerazione, lisciati e ammansiti con facilitazioni di ogni tipo da parte della burocrazia e della vita, credo che siano stati premiati a sufficienza già durante l'esistenza, dare loro troppa considerazione per trascurare la parte popolare delle abitazioni sarebbe ingiusto, loro, i ricchi, avevano ricchezze per un'esistenza più confortevole e quadri che ritraessero le ipotetiche virtù, ma dei poveracci si tende sempre a dimenticarsi.
Poichè sono dell'opinione che la Storia non sia fatta solo dai grandi, dai ricchi e dai potenti, mi accingo oggi a parlare delle abitazioni anche della povera gente.
L'esistenza era difficilissima per tutti, rispetto alle comodità e agli aiuti tecnologici a cui siamo avvezzi noi uomini e donne del XX e XXI secolo, ma per costoro lo era il doppio degli altri perchè il lavoro era estenuante e non si trattava solo di grattare il pennino su un foglio di carta, per quanto antipatico potesse essere il padrone.
In città
Le abitazioni dei poveri erano, nelle città, rinserrate in edifici fatiscenti, in casupole e in "bassi", locali al piano terra o scantinati che ricevevano aria e luce solo da una porta [li cita Sophia Loren nel personaggio di Filumena Marturano in Matrimonio all'italiana].
In questo squallore di luoghi come Whitechapel, forse Jack lo Squartatore ha fatto un piacere a quelle poverette, uccidendole.
Elizabeth Gaskell e Charles Dickens più di tutti gli altri autori criticarono aspramente le difficili condizioni della classe lavoratrice nelle città.
I poveri che abitavano le città erano in larga misura proletari impiegati nell'indotto dei porti o nell fabbriche delle città industriali, vi erano poi reduci di guerra spesso infermi o inabili al lavoro, una folta schiera di piccoli criminali e prostitute e vari disoccupati perchè, a differenza di quel che si crede, anche nell'Ottocento il tasso era altissimo
Una casa di povera gente era costituita da una sola stanza per famiglia dove spesso abitavano i genitori con tutti i figli che non erano certo pochi, e alle volte anche i genitori vedovi di uno dei due. Nel libro I giorni del tè e delle rose la protagonista Fiona abita in una casa composta di tre stanze insieme a padre, madre, zio e quattro fratelli più piccoli.
La mobilia era costituita da un tavolaccio al posto del letto, duro e scomodo, e giacigli di stracci o paglia sul pavimento per il resto dei familiari come le cucce dei cani.
Una stufa era un grandissimo possedimento che, purtroppo, non tutti potevano permettersi. Dalla metà dell'Ottocento, quando cominciarono a diffondersi massivamente, chi poteva ne acquistava di seconda mano, già adoperate da altri, ma in quel caso i rischi di incendi e perdite erano altissimi a causa delle precarie condizioni dell'oggetto.
Nelle zone agricole
In campagna v'era più spazio, ma casolari e capanne e stalle si confondevano; spesso nello stesso locale dormivano gli uomini, la capra e l'asino [Gesù non è nato al Grand Hotel, ma neanche in un posto tanto peggiore della media... l'affituario infatti lo cede senza problemi a Giuseppe e Maria].
Spesso le coppie giovani e anziani, i bambini e le donne usavano i locali disponibili in promiscuità fra loro e con gli animali, con poca aria e luce, mentre i giovanotti non ancora sposati dormivano in un sacco nel fienile.
La vita in campagna era durissima, faticosa e distruttiva per il fisico; ancora nel Novecento i contadini italiani non conoscevano né comprendevano le ferie, le vacanze o la pausa dal lavoro nei campi [gli stessi miei nonni si allontanavano insieme dal loro appezzamento soltanto in ocasione di matrimoni o celebrazioni importantissime].
Le abitazioni erano costruite con le pietre locali, cementate con malta naturale e argilla che rendesse le pareti solide, i tetti di paglia e canne erano periodicamente rinnovati in quanto marcivano con facilità, specialmente durante le stagioni autunnali e invernali e per proteggerli dall'acqua venivano coperti con catrame o bitume, che rende il tutto impermeabile, ma purtroppo anche facilmente infiammabile.
Il riscalamento interno era dato da un focolare nel pavimento e un'apertura nel tetto da cui potesse fuoriuscire il fumo, all'epoca non badavano molto alle polveri sottili. Le pareti in pietra erano coperte con arazzi e mezzeri pesanti in lana che coibentassero l'ambiente e non c'erano vetri alle finestre.
Moli abitavano in grotte naturali, fra i ruderi di antichi conventi distrutti dopo la riforma anglicana di Enrico VIII, case o cotruzioni, oppure ricorrevano agli asili che potevano offrire i religiosi rimasti in zona, specialmente i conventi ancora operativi.
Lo storico settecentesco Giuseppe Maria Galantia ci ha lasciato delle Descrizioni della situazione in cui si dice, tra l'altro:
Anche il poeta Giovanni Meli, nel primo anno dell'Ottocento, scriveva le sue Riflessioni sullo stato presente nel regno di Sicilia intorno all'agricoltuira e alla pastorizia e doveva ancora costatare, dopo alcuni tentativi di riforma:
Come vedete la situazione dei meno poveri non era paradisiaca.
Il fatto che ci si sia dimenticati o quasi di tutto ciò è, secondo me, una mancanza di rispetto verso queste persone che avevano tanta dignità quanto il Duca di Clarence e, quindi, non meritavano di finire nell'oblio collettivo.
Paradossalmente in campagna si stava meglio, se il raccolto non andava perduto si aveva da mangiare per tutti qualcosa di nutriente...
Come vedete le epoche del passato erano dei veri inferni, eppure uomini e donne robusti e coraggiosi hanno permesso che il loro lavoro e le loro piccole conquiste portassero alla florida quanto comoda esistenza moderna. Dimenticarci di loro non è solo maleducazione, ma è anche privare queste persone dei loro meriti, di cui noi tutti cogliamo i gustosi frutti seduti su comode poltrone ergonomiche di fronte ad un pc tecnologicamente avanzato, contattando il mondo dall'altra parte dell'oceano.
Mauser
I ricchi, i borghesi e gli altri benestanti erano coccolati dalla società, tenuti in una certa considerazione, lisciati e ammansiti con facilitazioni di ogni tipo da parte della burocrazia e della vita, credo che siano stati premiati a sufficienza già durante l'esistenza, dare loro troppa considerazione per trascurare la parte popolare delle abitazioni sarebbe ingiusto, loro, i ricchi, avevano ricchezze per un'esistenza più confortevole e quadri che ritraessero le ipotetiche virtù, ma dei poveracci si tende sempre a dimenticarsi.
Poichè sono dell'opinione che la Storia non sia fatta solo dai grandi, dai ricchi e dai potenti, mi accingo oggi a parlare delle abitazioni anche della povera gente.
L'esistenza era difficilissima per tutti, rispetto alle comodità e agli aiuti tecnologici a cui siamo avvezzi noi uomini e donne del XX e XXI secolo, ma per costoro lo era il doppio degli altri perchè il lavoro era estenuante e non si trattava solo di grattare il pennino su un foglio di carta, per quanto antipatico potesse essere il padrone.
In città
Le abitazioni dei poveri erano, nelle città, rinserrate in edifici fatiscenti, in casupole e in "bassi", locali al piano terra o scantinati che ricevevano aria e luce solo da una porta [li cita Sophia Loren nel personaggio di Filumena Marturano in Matrimonio all'italiana].
In questo squallore di luoghi come Whitechapel, forse Jack lo Squartatore ha fatto un piacere a quelle poverette, uccidendole.
Elizabeth Gaskell e Charles Dickens più di tutti gli altri autori criticarono aspramente le difficili condizioni della classe lavoratrice nelle città.
I poveri che abitavano le città erano in larga misura proletari impiegati nell'indotto dei porti o nell fabbriche delle città industriali, vi erano poi reduci di guerra spesso infermi o inabili al lavoro, una folta schiera di piccoli criminali e prostitute e vari disoccupati perchè, a differenza di quel che si crede, anche nell'Ottocento il tasso era altissimo
Una casa di povera gente era costituita da una sola stanza per famiglia dove spesso abitavano i genitori con tutti i figli che non erano certo pochi, e alle volte anche i genitori vedovi di uno dei due. Nel libro I giorni del tè e delle rose la protagonista Fiona abita in una casa composta di tre stanze insieme a padre, madre, zio e quattro fratelli più piccoli.
La mobilia era costituita da un tavolaccio al posto del letto, duro e scomodo, e giacigli di stracci o paglia sul pavimento per il resto dei familiari come le cucce dei cani.
Una stufa era un grandissimo possedimento che, purtroppo, non tutti potevano permettersi. Dalla metà dell'Ottocento, quando cominciarono a diffondersi massivamente, chi poteva ne acquistava di seconda mano, già adoperate da altri, ma in quel caso i rischi di incendi e perdite erano altissimi a causa delle precarie condizioni dell'oggetto.
Nelle zone agricole
In campagna v'era più spazio, ma casolari e capanne e stalle si confondevano; spesso nello stesso locale dormivano gli uomini, la capra e l'asino [Gesù non è nato al Grand Hotel, ma neanche in un posto tanto peggiore della media... l'affituario infatti lo cede senza problemi a Giuseppe e Maria].
Spesso le coppie giovani e anziani, i bambini e le donne usavano i locali disponibili in promiscuità fra loro e con gli animali, con poca aria e luce, mentre i giovanotti non ancora sposati dormivano in un sacco nel fienile.
La vita in campagna era durissima, faticosa e distruttiva per il fisico; ancora nel Novecento i contadini italiani non conoscevano né comprendevano le ferie, le vacanze o la pausa dal lavoro nei campi [gli stessi miei nonni si allontanavano insieme dal loro appezzamento soltanto in ocasione di matrimoni o celebrazioni importantissime].
Le abitazioni erano costruite con le pietre locali, cementate con malta naturale e argilla che rendesse le pareti solide, i tetti di paglia e canne erano periodicamente rinnovati in quanto marcivano con facilità, specialmente durante le stagioni autunnali e invernali e per proteggerli dall'acqua venivano coperti con catrame o bitume, che rende il tutto impermeabile, ma purtroppo anche facilmente infiammabile.
Il riscalamento interno era dato da un focolare nel pavimento e un'apertura nel tetto da cui potesse fuoriuscire il fumo, all'epoca non badavano molto alle polveri sottili. Le pareti in pietra erano coperte con arazzi e mezzeri pesanti in lana che coibentassero l'ambiente e non c'erano vetri alle finestre.
Moli abitavano in grotte naturali, fra i ruderi di antichi conventi distrutti dopo la riforma anglicana di Enrico VIII, case o cotruzioni, oppure ricorrevano agli asili che potevano offrire i religiosi rimasti in zona, specialmente i conventi ancora operativi.
Lo storico settecentesco Giuseppe Maria Galantia ci ha lasciato delle Descrizioni della situazione in cui si dice, tra l'altro:
Il contadino viene spogliato di quanto raccoglie dai baroni, dal clro, dai frati mendicanti, dai governatori, dalle tasse e dai tribunali, dall'avvocato e dal medico.
Un panno grossolano e una camicia di canavaccio forma tutto il suo vestire. Un pezzo di pane di granoturco, una minestra di cavoli condita di sale, vino cattivo di cui fa un uso indiscreto, ecco tutto il suo pranzo. Un tugurio meschino e sordido, esposto a tutti gli elementi, forma la sua abitazione.
Vive in perpetue angustie ed oppressioni e molti sono coloro che abbandonano un ingrato travagli per darsi a furti e rapine...
Anche il poeta Giovanni Meli, nel primo anno dell'Ottocento, scriveva le sue Riflessioni sullo stato presente nel regno di Sicilia intorno all'agricoltuira e alla pastorizia e doveva ancora costatare, dopo alcuni tentativi di riforma:
Il primo aspetto della maggior parte dei paesi e dei casali dell'isola annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare né carne né caci né del pane perchè, tolto qualche benestante che panifica per uso proprio, i villani si nutrono d'erbe e di legumi, e nell'autunno di alcuni frutti spesso selvatici e di fichi d'India.
Non s'incontrano che facce squallide sopra corpi macilenti, coperti di lane sudice e cenciose.
Come vedete la situazione dei meno poveri non era paradisiaca.
Il fatto che ci si sia dimenticati o quasi di tutto ciò è, secondo me, una mancanza di rispetto verso queste persone che avevano tanta dignità quanto il Duca di Clarence e, quindi, non meritavano di finire nell'oblio collettivo.
Paradossalmente in campagna si stava meglio, se il raccolto non andava perduto si aveva da mangiare per tutti qualcosa di nutriente...
Come vedete le epoche del passato erano dei veri inferni, eppure uomini e donne robusti e coraggiosi hanno permesso che il loro lavoro e le loro piccole conquiste portassero alla florida quanto comoda esistenza moderna. Dimenticarci di loro non è solo maleducazione, ma è anche privare queste persone dei loro meriti, di cui noi tutti cogliamo i gustosi frutti seduti su comode poltrone ergonomiche di fronte ad un pc tecnologicamente avanzato, contattando il mondo dall'altra parte dell'oceano.
Mauser
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18 marzo 2010
Come assumere la servitù
Prendendo spunto da alcuni commenti e attingendo a piene mani dal libro di Isabella Beeton "Mrs Beeton's Book of Household Management", mi è venuto lo spunto di scrivere un post su come una brava padrona di casa doveva assumere il personale domestico e, naturalmente, come questo doveva proporsi.L'argomento mi sta a cuore, visto che cercare lavoro nella
società moderna è oltremodo difficile, tra la crisi, la carenza del lavoro e il precariato diffuso [sono una precaria anche io, segretaria con contratto co.co.co.] mi sembrava interessante vedere come andavano le cose nel passato, forse animata dalla speranza che il mondo del lavoro fosse migliore.Trovare lavoro, per chi era sveglio e volenteroso, non era difficile, ma bisognava essere disposti a sgobbare parecchio, perchè a quel tempo tutti i lavori, dallo scrivano alla lavandaia erano durissimi, sia per gli uomini che per le donne e bisognava, anche all'epoca, essere disposti a non rimanere fossilizzati in una zona, dove magari le proprie aspettative di occupazione non erano un granchè, ma recarsi anche in altre regioni e sotto padroni diversi.
Il mondo del lavoro girava parecchio, forse quanto i nostri "tempi moderni", alcuni sostengono ancora di più, questo perchè, almeno per la servitù (ed è di loro che parleremo oggi) il concetto di fedeltà ad una casata, ai propri padroni, era qualcosa di inesistente.Con la fame e la vita dura, dovrebbe infatti venir naturale cercare di elevare la propria posizione quanto più possibile, in relazione a quanto già fatto, all'esperienza accumulata e alle referenze acquisite: inoltre, in una grande magione come poteva essere una country house inglese, era difficile fare carriera, si rischiava di fare la sguattera di cucina tutta la vita.
Per questo gli uomini, ma soprattutto le donne, cambiavano spesso lavoro e il tempo che passavano in una dimora, a parte casi particolari come quello di governanti eterne e altro, non superava quasi mai i 3 anni.
Che cosa doveva fare, quindi, una brava padrona di casa o una governante quando una delle sue cameriere o cuoche si licenziava? Cercarne un'altra... e come? Ecco qualche strada.
Il passaparola
Sicuramente il metodo più efficace di tutti.Inutile che vi spieghi come funzioni, sentireste insultata la vostra intelligenza.
Il metodo più sicuro era chiedere ai propri dipendenti rimasti, questi infatti, se si trovavano bene nel loro posto di lavoro, avrebbero consigliato solitamente parenti (sorelle, fratelli, cugini/e) o amici fidati per fare bella figura e sperare in una piccola promozione o, nel caso, nel training del nuovo arrivato, che comportava comunque l'avere qualcuno sotto di sè da schiavizzare a piacimento.
Anche domandare a chi se ne stava andando poteva essere un'ottima scelta, perchè questi avrebbe consigliato qualcuno di fidato per il ruolo che aveva ricoperto e che sapeva meglio di altri come andava svolto: camerieri e cameriere di casa, infatti,s viluppavano un certo attaccamento alla propria mansione e, escludendo i casi di chi detestava il proprio impiego, solitamente consigliavano persone che sapessero svolgere bene ciò che loro avevano fatto fino ad allora.
Se la situazione era drammatica e nessuno dei candidati ottenuti con questa strada soddisfaceva le proprie richieste, c'erano sempre vicini, amici e parenti vari che potevano raccomandare qualcuno. La raccomandazione era fondamentale.Analogamente, anche per chi cercava lavoro il metodo del passaparola era la fonte primaria di informazioni, come la stessa Agnes Grey, dall'omonimo libro di Anne Bronte dice; e lei stessa viene assunta come istitutrice proprio tramite conoscenze di famiglia.
Annunci sui quotidiani
L'annuncio sui giornali, prevalentemente locali, era anch'esso un ottimo metodo, peccato che fosse però più costoso, perchè gli annunci si pagavano in base al numero di parole, come i telegrammi.In epoca Vittoriana soprattutto, era usanza pubblicare sui quotidiani, specialmente quelli che uscivano spesso, quindi una volta a settimana, qualsiasi tipo di informazione: dalla nascita dei figli all'apertura di una galleria, agli sconti e ai suggerimenti, perfino racconti e romanzi a puntate, i cosiddetti romanzi d'appendice.
I quotidiani avevano un'apposita area riservata dove si potevano pubblicare annunci riguardante il personale a servizio, specialmente servitù, giardinieri, istitutrici e così via.
Jane Eyre, protagonista dell'omonimo romanzo di un'altra delle sorelle Bronte, Charlotte, trova il suo primo impiego a casa Rochester proprio tramite un'inserzione sul giornale e lo stesso vale per moltissime sue simili.
Chi cercava personale pubblicava qualche riga riguardante le referenze da presentare, l'indirizzo da contattare o a chi fare riferimento, le mansioni da svolgere e l'esperienza richiesta.
Saltuariamente era richiesto di trasferirsi, per esempio durante il boom delle Colonie Americane, tra Sette e Ottocento capitù che alcune famiglie di emigrati in America richiedessero sui giornali famosi della loro capitale personale disposto a trasferirsi per un periodo nelle colonie.
Questo fu valevole anche per colonie come l'India (cfr. Il giardino segreto) e l'Australia (cfr. Georgie) e altri luoghi sotto la giurisdizione del Commonwealth dove si aveva un grande flusso
di inglesi, ad esempio Hong Kong e la Cina in alcune sue regioni (cfr. La locanda della sesta felicità con Ingrid Bergman, L'amore ai tempi del colera e ancora Anna and the King con Jodie Foster nei panni dell'istitutrice).Naturalmente per chi cercava l'avoro c'era la possibilità di pubblicare il proprio curriculum nel caso qualche datore fosse interessato leggendo il quotidiano, giocandoli sul tempo, per intenderci.
Referenze
Come adesso si usa spedire i propri curricula alle società dove si aspira di lavorare, anche all'epoca si usava qualcosa di simile: venuto a sapere della mancanza di personale (problematica latente) oppure desideroso di essere assunto presso una tale famiglia, il candidato poteva presentarsi dalla padrona o dalla governante con una lettera di referenze.Questa lettera, simile alla moderna lettera di presentazione era tipicamente uno scritto da parte del precedente (o dei precedenti) datori di lavoro che testimoniavano che costui o costei era stato a servizio presso di loro e si era comportato correttamente. Alcune volte i precedenti datori si dilungavano nello spiegare le motivazioni che erano seguite alla partenza della persona oppure aggiungevano i compiti svolti e le mansioni che gli/le riuscivano meglio.
Non scrivere una lettera di presentazione era considerato sinonimo di non aver lavorato bene per il proprio precedente datore, per questo chi non poteva portare referenze o era al primo impiego o era visto con sospetto da parte dell'esaminatore.
[L'unica a non DOVER portare lettera di referenze è, naturalmente Mary Poppins, "praticamente perfetta sotto ogni aspetto"].
A tal proposito cito un brano tratto da un romanzo di Lisa Kleypas dove la protagonista, Sophie, si candida per un posto di aiutante presso il capo dei Bow Street Runners, sir Ross Cannon, e viene assunta come cameriera, qui si spiega qualcosa sulla lettera di presentazione:
Si riscosse e riprese il colloquio. «Avete portato delle referenze, signorina Sydney?»
La donna scosse la testa. «Temo che il mio precedente datore di lavoro non sia disposto a raccomandarmi.»
«Perchè no?»
La sua compostezza venne finalmente meno e un'ondata di rossore le imporporò il viso.
«Ho lavorato per molti anni per una lontana cugina. Mi ha consentito di abitare a casa sua, dopo lamorte dei miei genitori, nonostante non fosse una donna falcoltosa. In cambio della sua carità, mi è stato chiesto di servire come cameriera tuttofare. Credo che la cugina Ernestine fosse soddisfatta del mio impegno finchè...»Lisa Kleypas, L'amante di Lady Sophia, Mondadori 2009
Si scoprirà qualche riga più avanti che il motivo per cui Ernestine era così poco soddisfatta di Sophia era perchè lei aveva avuto un amante [che scandalo! Mamma mia!].
Uffici di Collocamento
L'ufficio di collocamente, sebbene con un altro nome [Centro per l'impiego, ndr] esisteva anche all'epoca. In questo ufficio chi era in cerca di lavoro e chi di personale si scambiavano le richieste e le necessità, entrando finalmente in contatto con lo scopo di soddisfare ciascuno le esigenze dell'altro.Al centro di collocamente si compilavano dei moduli, appositamente archiviati per mansione in grado di svolgere, luogo di nascita, età e competenze varie, mentre i richiedenti scrivevano ciò di cui avevano bisogno.
Attraverso un gioco di collegamento fatto da impiegati ed impiegate, le due persone venivano congiunte e fatte conoscere, a volte senza neanche vedersi si stipulava il contratto in base a carte e referenze.

L'ufficio di collocamente era comunque l'ultima spiaggia, anche perchè andava pagato il servizio e non era una spesa che tutti potevano permettersi, specialmente chi aveva poca servitù.
Bene, spero che il post sia stato esauriente, mi sono davvero divertita a scriverlo, mi spiace di non essere stata tanto coerente con le vostre richieste, cercherò di migliorare, anche se a volte non riesco a resistere all'impulso di scrivere di getto ciò a cui sono appassionata in quel momento.
Bacioni grandi a tutti e buona serata

Mauser
17 marzo 2010
Il bracconaggio
Carissimi, quest'oggi ho ricevuto un interessante commento da una delle mie più assidue lettrici, ve lo riporto per chiarezza, così che possiate capire come mai io abbia assegnato un titolo tanto stravagante al post:
silvia: Mauser, posso azzardare a chiedere un approfondimento sul periodo georgiano?
Si potrebbero trovare delle informazioni su come fosse la vita di campagna a quei tempi? Dei lord, intendo.
E su come fosse regolato il sistema giudiziario? Ad esempio, se un uomo cacciava di frodo nelle terre di un lord e veniva catturato, come ci si regolava? C'era un procedimento giudiziario, o si passava subito alla pena? Morte o amputazione di un arto?
L'argomento è in effetti molto interessante, non so fino a che punto potrò approfondirlo perché, per mia sfortuna, non sono una giurista: ammetto che mi sarebbe piaciuto studiare legge, ma non ce n'è stata la possibilità e quindi in merito alle specifiche norme giudiziarie potrei essere un po' carente, di sicuro non ve le sciorinerò come faceva il Giudice Santi Licheri a Forum.
Per arrivare alla domanda di Silvia sono partita da un altro argomento, ho infatti ricevuto uno spunto interessante per approfondirne due in uno, devo quindi far slittare di qualche giorno il mio intervento programmato su Hyde Park che avevo messo in conto per oggi.
Cosa si intende per bracconaggio?
Chi, come me, segue Superquark da quando Piero Angela era ancora un giovincello (scherzo naturalmente, visto che ha un discreto numero di anni e io stravedo per suo figlio, Alberto non ti tradirò! ^_^) probabilmente sa più di bracconaggio che di politica interna e, diciamocelo, non ci vuole tanto.
Per bracconaggio s'intende caccia o la pesca di frodo, ovvero non legalizzata, certificata e permessa dall'autorità.
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| Bracconieri a caccia: acquaforte dell'Ottocento |
Al giorno d'oggi episodi come questo sono piuttosto limitati ai grandi parchi naturalistici, in special modo pare che il Serengeti sia inflazionato di bracconieri: riguardano animali in via di estinzione, protetti dalle associazioni ambientaliste come il WWF; molto spesso essi sono cacciati per l'avor.o delle zanne o per la pelliccia pregiata [quante Crudelia DeMon esistono ancora, al mondo?].
Non siamo abituati a sentir parlare di bracconaggio per quanto riguarda cinghiali, lepri, cervi e così via, ma in realtà è proprio a questo genere di caccia illegale che si fa riferimento negli atti dei secoli scorsi.
Già, come avrete senz'altro immaginato, non si tratta di un problema moderno, bensì molto diffuso, specialmente tenendo conto che l'estensione delle proprietà reali era sterminata e che erano gli unici posti dove la selvaggina corresse liberamente per tutto l'anno salvo quando il re decideva di farsi un fagiano al forno.
Origine
L'origine del problema del bracconaggio è antica di migliaia di anni, ufficialmente viene fatta risalire al periodo del Medioevo, tuttavia sono stati ritrovati documenti scritti di epoca Egizia ed Ittita (cioè qualche migliaia d'anni prima della nascita di Cristo) che riportano una precisa normativa e una procedura burocratica da applicarsi per l'uccisione di animali di proprietà reale, cioè che vivono all'interno del palazzo, ad esempio nei giardini o negli stagni attigui. Oltre a questo, anche la caccia di bestie sacre, come i coccodrilli del Nilo in Egitto era perseguibile penalmente.
Ma limitandoci all'ufficialità, senza finire nell'ufficioso, in effetti il bracconaggio non è che una delle espressioni di ribellione all'abuso della proprietà privata.
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| Caccia di animali sacri in Antico Egitto |
Non prendetemi per una marxista convinta, ma questa è la definizione esatta che ne viene data in alcuni testi al riguardo, mi passerete quindi il gergo da "compagno" che ho adoperato.
Tornando al discorso principale, è nel Medioevo che i poveri che vivevano nelle foreste o al limitare di queste cominciarono a cacciare gli animali del re e dei nobili, specialmente i cervi, per sopravvivere.
Teniamo anche conto che all'epoca quasi tutti i boschi d'Inghilterra erano proprietà reale e, se non lo erano generalmente appartenevano al nobile signorotto locale.
Il bracconaggio nel passato aveva infatti un significato di sopravvivenza e non di desiderio di arricchirsi come è accaduto più di recente: la gente cacciava per sopravvivere e avere di che sfamarsi quando il rigido inverno o le scarse provviste non lasciavano molto nelle dispense e nei granai.
Questo tipo di bracconaggio, uno degli aspetti di una civiltà rurale basata in gran parte sull'agricoltura e sui prodotti della terra, si esaurì quasi completamente tra Settecento e Ottocento, quando la modernizzazione portò ingenti masse verso la città e la povertà stessa si spostò dalle campagne verso i grandi centri abitati, dando forma ad altre attività criminali.
Il bracconaggio, tra Settecento e Ottocento non fu più, quindi, la mera ricerca di sopravvivenza da parte dei più poveri, ma si trasformò in uno sport e in una forma di protesta o di aggressione nei confronti dei nobili, questo processo ebbe origine già un secolo prima, nel Seicento, come forma di protesta verso le varie forme di governo che si susseguirono in Inghilterra salassando la popolazione (monarchia, repubblica, Puritani, Protettorato di Cromwell e di nuovo monarchia).
A praticarlo non erano più i disgraziati dei piccoli villaggi, ma altri nobili, figli cadetti e così via, che si accanivano nell'uccisione di animali di proprietà altrui per il gusto di danneggiare il proprietario o, almeno, il suo divertimento.
Legislazioni, giurisdizioni e normative al riguardo
Le zone più colpite dal bracconaggio tra la fine del Settecento e l'Ottocento furono quelle delle Midlands e dell'Inghilterra del sud: Suffolk, Norfolk, Sussex, Wiltshire, Oxfordshire e Devon furono molto colpite da questa piaga sociale.
Nel grafico sottostante potete vedere l'andamento dei casi di bracconaggio divisi in diverse regioni inglesi, il grafico copre un periodo dell'Ottocento, sfortunatamente non sono riuscita a trovare qualcosa di analogo anche per il periodo Georgiano, sorry...
Cliccate per ingrandire
In queste regioni particolari, dove l'incidenza era altissima, le normative ci offrono uno spaccato interessante della vita di allora, ma ancora più significativo temo che sia il modo in cui erano svolti i processi.
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| Il bracconiere ferito di Henry Jones Thaddeus |
Dico temo perché, come certo molti immagineranno, questi erano in numero assai esiguo, rispetto all'ampiezza del crimine.
La pena prevista per il reato di bracconaggio, inoltre, era molto elevata, generalmente era applicata una sanzione salatissima (nell'Ottocento), l'incarcerazione e/o l'amputazione di una mano (nei secoli precedenti), ma in casi particolari si arrivava anche alla pena capitale, quest'ultima, nello specifico, era comminata per chi commetteva reato nei confronti di animali e riserve di caccia reali: come si è visto qualche post fa, i re avevano diritto di vita e morte sui cittadini, ma di solito non erano loro a presiedere al processo, oppure si limitavano a dire al condannato che era mandato a morte per essere stato "dispettoso" nei suoi confronti, senza tenere minimamente conto delle condizioni della famiglia e dei suoi parenti.
Molti bracconieri che cacciavano per sfamare una famiglia numerosa (e a quel tempo erano spesso sopra i dieci figli), invece, furono uccisi senza tenere minimamente in considerazione la vita della futura vedova e degli orfani, che erano quindi obbligati ad un'esistenza di privazioni, disprezzati e senza aiuti statali nonostante fosse stato proprio lo Stato a renderli tali.
In compenso, nell'Ottocento sono innumerevoli i casi di bracconaggio "per sport" o per rivalsa dove i figli dei nobili la fecero franca grazie ai loro nobili genitori e, soprattutto, alla loro nobile borsa.
Nel caso si fosse commesso reato nei confronti di un animale della corona e il bracconiere fosse un nobile, esisteva il privilegio di essere impiccati con una corda d'oro. Era un privilegio discutibile per evidenziare al popolo, che assisteva alle esecuzioni per sfogo, un po' come oggi si va al cinema, la levatura elevata del condannato.
Naturalmente nel caso di quest'ultimo crimine, spesso il bracconiere era graziato per intercessione della famiglia dopo un periodo di reclusione, ma difficilmente ucciso.
Stefano Benni, autore italiano, una volta scrisse un articolo sul vino dove si diceva che nell'antica Roma esisteva la pena del taglio della lingua per coloro acciuffati ubriachi e che la condanna venne annullata allorché in Senato le sedute cominciarono a svolgersi in perfetto silenzio: ecco, in epoca Georgiana e Vittoriana le cose andarono più o meno così, visto che il bracconaggio per sport era diffusissimo già dal Seicento, le famiglie nobiliari si mobilitarono per non rimanere del tutto senza eredi -.-'
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| Il vecchio bracconiere di Charles Spencelayh |
Il processo per bracconaggio era presieduto dal giudice di contea, che provvedeva a punire o scarcerare coloro che erano accusati di tale crimine, visto che il bracconaggio era un reato regolato da leggi di contea, come si è detto all'inizio.
Il giudice "giusto", oltre che all'accusa, a volte calunniosa, doveva anche tenere conto della motivazione che aveva spinto l'uomo a compiere un reato nei confronti dello Stato o di un nobile, ma teniamo conto che la povertà poteva non essere una scusante; attenuanti che consideravano un lungo periodo di incarcerazione era un consistente numero di figli, magari con qualcuno ancora da nascere, e il reato nei confronti di prede minori come lepri e conigli e non cervi o cinghiali.
Nel caso di reato contro un nobile e le proprietà di questi, il criminale era giudicato dallo stesso gentiluomo che aveva derubato, poiché quest'ultimo era spesso anche giudice di contea, cioè il pezzo di terra che governava, a seguito di questa motivazione era molto diffusa la pena grave per bracconaggio, egli, infatti, in barba ad ogni legge di giustizia e legalità e obiettività giudicava chi lo aveva danneggiato.
Questa parte della legge inglese tra Sette e Ottocento è molto brutta da descrivere perché, per risparmiare in magistrati regionali e per dare potere ai nobili si trasformavano proprio questi ultimi, sfortunatamente spesso venduti, corrotti, collerici, possessivi ed egoisti, in giudici che erano, quindi, ben poco imparziali, più affini a ricevere mazzette da altri simili che a condannare i veri colpevoli, punendo invece in maniera lieve coloro che avevano forti e perdonabili motivazioni alle spalle.
Il "caso Geordie"
Non posso credere che non conosciate Geordie.
Geordie è il titolo di una canzone popolare inglese del XVII secolo raccolta poi nelle Child Ballads, precisamente è la #209.
La ballata popolare, di cui si hanno molte versioni differenti, racconta di un uomo di nome Geordie
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| La bottega dei contrabbandieri, ripresa da una produzione televisiva |
condannato ad essere impiccato con una catena (a volte una corda) d'oro per aver ucciso degli animali di una riserva reale (a volte per aver cospirato contro il re stesso).
Geordie, insomma, è un bracconiere. La vicenda segue l'implorazione della sua fidanzata o moglie, che si reca dal re o dal giudice perché grazi l'uomo; la signora, di cui si sa solo che è molto bella, ha molti figli da Geordie, in alcune versioni 7 o addirittura 12, di cui l'ultimo ancora nel grembo, oppure che non ha mai conosciuto il padre.
Il lieto fine della vicenda esiste solo nelle ballate fino al Settecento, da quando venne introdotto un sad ending che mi ha sempre fatta piangere parecchio, ovvero a nulla valgono le lacrime della giovane e Geordie viene comunque impiccato, la legge non prevede la grazia per lui.
La corda d'oro con cui Geordie deve essere impiccato è proprio il segno che si tratta di un nobile o del figlio di un nobiluomo.
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| La moglie implora in tribunale per la salvezza del contrabbandiere |
Di questa canzone ne esistono centinaia di versioni, a noi sono giunte solo le più tristi [come al solito >_>], di queste molto apprezzabile è quella cantata dalla nota cantante folk Joan Baez, che ha interpretato molte delle Child Ballads con la sua limpida voce.
A me personalmente piace molto anche quella cantata da Chyi Yu, cantante cinese dal timbro cristallino, sullo stesso testo di quella della Baez.
Negli anni settanta, inoltre, il noto cantautore genovese Fabrizio De André [genovese come me ^_^] ne ha trascritto le parole, riarrangiando la melodia in una versione che è passata alla storia, specie nel suo duetto proprio con Joan Baez.
Per finire, nel Duemila Gabry Ponte, noto cantante di musica dance, ne ha fatto un remix con alcune variazioni, per esempio qui Geordie è giovanissimo
non ha vent'anni anco-ra
ed è proprio in virtù della sua età che la donna domanda la grazia, chiedendo che sia impiccato quando sarà più vecchio
cadrà l'inverno anche sopra il suo viso,
potrete impiccarlo- allora
la versione è orecchiabile, io stessa ho scoperto Geordie proprio tramite questa strada, ma la consiglio solo a chi riesce a tollerare la musica dance e piuttosto commerciale: la canzone ha comunque avuto un grandissimo successo.
Ecco il testo di De André:
Uomo
Mentre attraversavo London Bridge
un giorno senza sole
vidi una donna pianger d'amore,
piangeva per il suo Geordie.
Donna
Impiccheranno Geordie con una corda d'oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.
Uomo
Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
sellatele il suo pony
cavalcherà fino a Londra stasera
ad implorare per Geordie
Donna
Geordie non rubò mai neppure per me
un frutto o un fiore raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.
Insieme
Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso,
non ha vent'anni ancora
cadrà l'inverno anche sopra il suo viso,
Uomo
potrete impiccarlo allora
Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare,
anche se piangeran con te
la legge non può cambiare.
Insieme
Così lo impiccheranno con una corda d'oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
Uomo
vendendoli per denaro.
Altro bracconiere famosissimo, sebbene non Vittoriano o Georgiano è stato Robin Hood, che cacciava i cervi nella foresta del re (naturalmente Sherwood); a questo espidio si fa riferimento nella tradizione classica del ladro dal cappuccio verde, viene inoltre citato in diversi film, compreso la commedia di Mel Brook Robin Hood: un uomo in calzamaglia, dove lo sceriffo, balbuziente come Dotto il nano di Biancaneve dice ridicolmente
Robin: E che cosa ha fatto il ragazzo?Sceriffo: Ha osato cervare un ucciso del re... ehm... ha osato uccidere un cervo del reBene, spero che mi perdonerete, le immagini sono poche, in giro non c'è molta documentazione al riguardo...
Nel libro di Theresa Tomlinson La donna della foresta, inoltre, Robin e Marian partecipano a diverse battute di caccia al cervo, rischiando anche di farsi acchiappare più di una volta, specie per la disattenzione di lei nel lasciar colare il sangue della bestia sul prato.
Altro riferimento viene fatto in un libro di ambientazione Puritana, cioè durante il protettorato di Lord Cromwell (1600-1650 ca.), dove il protagonista, anche lui nobiluomo che fa da bandito, Justin Blake, caccia di frodo nella foresta coi suoi compagni di giustizia. La protagonista, Honor lo scopre durante la vicenda, tratta da In nome del re: l'uomo mascherato.
Bene, ora vi saluto, lascio qualche riferimento, ma in giro c'è davvero poco ç_ç
Per la stesura di questo post mi sono rifatta al documento Rural and Urban Poaching in Victorian England, rintracciabile online, naturalmente in inglese. Lo consiglio assolutamente per approfondire maggiormente l'argomento.
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