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18 giugno 2013

Le calze

Cari amici,
come state? Spero che il vostro tempo trascorra serenamente, per quanto mi riguarda sono parecchio indaffarata in mille progetti e anche molto stanca, il primo dei progetti di cui mi sto occupando è casa mia.
Woman fastening her garter
by Edouard Manet
Vado a vivere da SOLA, finalmente posso coronare questo progetto che mi segue fedelmente da ormai diversi anni e al quale aspiravo. Data di chiusura ultima: settembre, anzi a dirla tutta io speravo luglio... Avevo tanti dubbi su questa decisione, ancora adesso la paura non manca, a volte ho qualche incertezza,

21 febbraio 2013

L'omnibus

Cari lettori,
come state? Tra un post e l'altro continua a passare ancora tanto tempo, ma sto facendo del mio meglio per continuare ad aggiornare ogni volta che ne ho la possibilità. Questa volta l'occasione è venuta da un'influenza di troppo che mi ha costretta a casa una settimana, ma che mi ha lasciato anche un paio di giorni abbastanza lucida da poter abbozzare un post senza che apparisse del tutto ridicolo o apparisse scritto da un drogato all'ultimo stadio.

An Omnibus Passing The "Three Compasses Inn"
by James Pollard
Oggi ho deciso di rispolverare un po' i mezzi di trasporto del XIX secolo per vedere come era strutturato il trasporto urbano durante il regno dell'ultimo re Giorgio (IV) e fino ai primi del Novecento. Volevo soffermarmi su un mezzo, l'omnibus, antenato delle moderne linee urbane di autobus, tram e metropolitana.

24 dicembre 2012

Ye Olde Cheshire Cheese

Carissimi lettori,
come state? Io diciamo che tiro avanti.
Come potete vedere da questo ultimo periodo di inattività, il mio intento di non abbandonare il blog è riuscito solo in parte. Sono estremamente dispiaciuta del poco tempo che riesco a dedicargli, della scarsa disponibilità che ho per i post e per gli approfondimenti e ogni volta che ripenso al Georgiana's Garden o, anche peggio, a quanto tempo lascio trascorrere tra uno scritto e l'altro mi sento sempre più in colpa. L'ultima volta, la sera di sabato, mi sono sentita morire quando, anche nella realtà, una certa pesona (non far finta di non avere colpe!) mi ha detto "ma è tanto che non aggiorni". Insensibile! Ci sono rimasta malissimo...
La storica insegna del locale
Ye Olde Cheshire Cheese
La signora V.T. che da anni tiene corsi di formazione aziendale e nel tempo libero si diletta a psicologa di noi poveri e frustrati dipendenti risponderebbe che si tratta di una scelta di priorità nella vita, probabilmente avrebbe ragione, ma sapere che do priorità ad altro mi fa sentire ugualmente un verme verminoso [cito da dall'Hercules Disney].
Se riuscite a perdonarmi per queste mie umane manchevolezze, per la scarsa autodisciplina che riesco ad impormi e per tutti i difetti di cui infarcisco il blog e i post, da un'opinione fin troppo personale a una serietà piuttosto relativa, io sono sempre onorata di avervi in questo sito e spero di riuscire ad intrattenervi oggi come una volta :)

25 luglio 2012

Fabergé alla Venaria

Uovo con mughetti
La Venaria recentemente mi sta dando delle belle soddisfazioni, se non fosse inguaribilmente Savoia ci farei l'abbonamento.
Quest'anno penso che per la terza estate di fila andrò a visitarla, complice una mostra che mi ispira davvero moltissimo e che spero interesserà anche voi e che ha come protagoniste le uova Fabergé.

26 aprile 2012

Pudore vittoriano

Cari lettori,
una di voi, Letizia, ha deciso di sfruttare l'opportunità di richiesta messa a disposizione del blog e mi ha domandato un approfondimento sul pudore vittoriano.
È una richiesta che accolgo volentieri, anche se costruire un argomento simile penso sia molto complicato perchè riuscire ad identificare tutte le cause e gli effetti che hanno scatenato quesa "moda della modestia" sia estremamente complesso e probabilmente non riuscirò in toto nell'idea ch emi sono prefissa quando ho abbozzato per la prima volta questo post.
Mi dispiace in particolare che la stesura di questo post, con tutti gli impegni che ho avuto, abbia richiesto tanto tempo e per diverse settimane io non abbia aggiornato.

Donna nuda allo specchio
by Giovanni Bellini

9 aprile 2012

Boodle's Orange Fool

Il Boodle's Orange Fool è da secoli il piatto per eccellenza del celebre club londinese per soli gentiluomini.
Vi avevo accennato nel corso del post dedicato al ritrovo Boodle's e oggi vorrei darvi la ricetta di questo dessert assolutamente squisito, tantopiù che è di preparazione abbastanza semplice, ha un gusto fresco e delicato adatto sia alla stagione calda che a quella invernale, si presta per tutti i tipi di ospiti, dai più snob ai meno sofisticati, e garantisce un successo eccezionale =)

La sua preparazione in parte ricorda qulla della trifle per la cui ricetta vi rimando all'apposita pagina.
Dunque preparate gli ingredienti e mestoli alla mano! Vedrete che cosa semplicissima

Ingredienti (x 4 persone)
  • 4 dischi di pan di spagna larghi come un bicchiere e alti circa 1cm
    (in alternativa una teglia completa che si provvederà a tagliare in seguito)
  • 1 tazza e 1/4 di pann
  • 4 cucchiaini da caffè di zucchero
  • La scorza grattuggiata finemente e il succo di 2 arance (meglio se di polpa bionda)
  • La scorza grattuggiata finemente e il succo di 2 limoni

Preparazione
Predisponete 4 coppe di vetro come contenitori da dessert e sistemate in ciascuno una fetta di pan di spagna.
Nel frattempo amalgamate in una ciotola la panna con un poco del succo delle arance e del limone, mescolare bene e ripetere finchè tutto il succo dei frutti è stato incorporato, passate quindi allo zucchero e alla scorza grattuggiata e montate con più energia oppure aiutatevi con un robot da cucina o uno sbattitore elettrico finchè il composto non diventerà bianco e soffice.
Dividete il preparato in quattro parti e versate ciascuno sui dischi di pan di spagna fino a coprirlo completamente e arrivare fino al  bordo del contenitore di vetro.
Coprite con uno strofinaccio di cotone e mettete i quattro recipienti in frigoriferio a raffreddare almeno 3 o 4 ore.

Prima di servire estrarre il dessert e guarnirlo con spicchi d'arancia, limone e altra scorza (potete lasciarne da parte un po' dalla preparazione).
Non rimescolate.
Servite appena uscito dal frigo, come un semifreddo o un semi-gelato morbido (non del tipo martello-scalpello) e vedrete che figurone! Oltretutto questo dessert è totalmente analcolico, infatti io ne sono innamorata e penso che sia una delle più belle invenzioni che possa proporre alle cene tra amici, dove non tutti gradiscono il gusto pungente di liquori come il rum, il marzala o il martini che spesso vengono incorporati nella preparazione.


Varianti
Poichè non tutti possiedono coppe da gelato o un'attrezzatura adeguata è possibile sostituire il recipiente da portata con dei bicchieri come quelli da bar, oppure con delle capienti tazze del mattino, tipo da tè.

È inoltre molto interessalte la variante che prevede l'impiego di wafer come sostituti del pan di spagna.
I wafer sono facilmente recuperabili al supermercato, i più indicati sono quelli piccoli tagliati a cubetti e al gusto di vaniglia.
Altra variante vede l'uso di amaretti anzichè wafers: perchè no?

Forza, mano agli attrezzi e fatemi spaere se avete intenzione di sperimentare questa breve e semplice ricetta dall'effetto assicurato e, nel caso, le vostre osservazioni al riguardo.


Fonte
Quella che vi ho proposto io è la versione data da foodbuzz che secondo me è la più semplice ed efficace nel risultato, ma in internet ovviamente proliferano le varianti.

Un bacio e a presto




Mauser







19 marzo 2012

L'evoluzione dei "costumi" propriamente detti

Ovvero: come si andava alla spiaggiatra il XVIII e il XX secolo


Si appropinqua l'estate.
Queste le parole cariche di cinismo che una mia amica mi ha rivolto la scorsa settimana.
Nel suo vocabolario ciò ha un solo sinonimo: dimagrire.
Buttare giù la pancetta dell'inverno opportunamente coperta da maglioni e collant contenitive, fare un bell'abbonamento di tre mesi in palestra e andare a sudare sui tapis roulant, sgranchirsi la schiena alle lezioni di pilates, rassodare glutei e addominali con infiniti crunch e privarsi di qualunque cibo non appartenga agli ultimi due gruppi alimentari.
Nel mio vocabolario invece quest'affermazione è sinonimo di: "addio serate con le amiche". Le poche volte che sarò in città mi toccherà salutare mestamente le uscite pizza&cinema (perché la pizza è off limits), i filmacci romantici sul divano con nutella o gelato in grembo (la nutella è il male) e sbocconcellare i biscotti col tè della domenica pomeriggio (avete presente il numero di calorie contenute in una singola ostia?! Beh, io no).
Per una che tocca il suolo della sua città una volta alla settimana sono privazioni di notevole portata e il problema delle mie amiche, tra universitarie e stanziali, non mi tocca perché non avrei né il tempo né lo spirito per iscrivermi in palestra. E comunque da adulta ho un rapporto decisamente migliore con me stessa e tutto il surplus.

Donne di metà Settecento abbigliate per
una passeggiata sulla spiaggia
(non si nota la differenza, potrebbero
trovarsi a Piccadilly)

Ogni tanto mi dico che era meglio quando gli esseri umani andavano al mare vestiti, almeno non si preoccupavano della ciccia di troppo.
Poi però, ricordando il quanto andavano vestiti, cambio sempre idea.

Quando si dice che l'eccesso è sempre un male...
Durante il Settecento, secolo dei Lumi, della frivolezza, del rococò, andare a nuotare alla spiaggia era considerato primitivo, l'usanza era lasciata i popolani che si spogliavano e usavano quell'immensa distesa d'acqua come una specie di vasca da bagno gratuita. I ricchi non amavano particolarmente l'aria salmastra che rovinava il trucco delle donne (vi rimando al video contenuto in questo post), il vento quasi sempre sferzante disfaceva le elaborate e impomatate parrucche e il sole della canicola rovinava la pelle e l'effetto del cerone. La spiaggia era piuttosto snobbata.

Verso fine secolo le cose cominciarono a cambiare, cominciò a diventare abituale una passeggiata presso la spiaggia e un soggiorno nelle località marinare, specialmente per rinvigorire la salute che non traeva certo giovamento dai piatti eccessivamente proteici della tavola dell'epoca, dalla vita condotta quasi sempre al chiuso, dallo scarso movimento fisico e dall'aria poco salubre delle città. Proprio per gli stessi motivi anche le vacanze in località termali o nelle zone del Mediterraneo erano estremamente quotati.
Le località marine erano considerate dei grandi sanatori, insomma.

Gli uomini iniziarono ad "andare al bagno" in questo periodo, cioè andare alla spiaggia per nuotare, erano abbigliati con dei costumi interi piuttosto larghi e ingombranti che ricordavano le tutine da neonato integrali e comprendevano anche elementi impensabili come giacche o cappelli; per le donne servirà almeno un secolo prima di ottenere lo stesso diritto. Sebbene le passeggiate fossero loro concesse era bene che queste non si esponessero troppo a lungo ai raggi del sole che, secondo l'idea del tempo, erano portatori di malattie della pelle (in parte vero, ma decisamente eccessivo) e secchezza, inoltre il canone estetico prevedeva un incarnato diafano e quasi trasparente e, di conseguenza, l'abbronzatura non era mai una virtù, neanche se la donzella abitava i soleggiati paesi delle colonie del centr'America ancora sotto la protezione della corona britannica, anche se in quei casi, a causa della vita che si conduceva, era tollerato avere un colorito più salutare e meno malaticcio.

Le donne passeggiavano quindi sulla riva e alle volte cavalcavano, ma sempre munite di parasole o cappellino, naturalmente vestite, per prevenire l'abbronzatura. Essendo così candide di carnagione era facile che queste signore e signorine si bruciassero, per questo all'epoca esistevano molti rimedi contro le insolazioni, uno dei quali abbiamo già incontrato in un precedente post.
Probabilmente in futuro parlerò dei particolari cappellini che le signore usavano per ripararsi e che erano costituiti da lembi laterali particolarmente ampi che avvolgessero l'intero viso; la forma differiva in parte dalle sagome più cittadine e piumate che solitamente conosciamo grazie alle illustrazioni.

Nel primo Ottocento, ancora in epoca regency, abbiamo l'avvento delle prime frequentatrici della spiaggia.
Ovviamente erano ancora vestite fino a morire di caldo, ma era comunque un notevole passo avanti nel concetto di "possibilità e libertà" e le basi erano state gettate, bisognava solo raffinare il tutto.
L'abbigliamento da spiaggia era, se vogliamo, anche più stratificato di quello da giorno perché spesso prevedeva al di sotto della gonna un paio di brache lunghe e larghe (alla moda turca) e una cuffia.
1810
Pronta per la
notte...
Ecco come La belle assemblee fashions descrive la moda marinara (che non aveva niente a che spartire con colletti alla Sailor Moon, pantaloni al ginocchio, fazzoletti blu e cappelli piatti).
A gown of white French cambric, or pale pink muslin, with long sleeves, and antique cuffs of thin white muslin worn over trowsers of white French cambric, which are trimmed the same as the bottom of the dress. A figured short scarf of pale buff, with deep pale-green border, and rich silk tassels; with gloves of pale buff kid; and sandals of pale yellow, or white Morocco, complete this truly simple but becoming dress.

Un abito di bianca batista francese o mussolina rosa con maniche lunghe e decorazioni arricciate in mussolina bianca sulle maniche e sopra i pantaloni in batista francese bianca, rifiniti come la parte superiore del vestito.
Una sottile sciarpa rifinita ai bordi di verde chiaro e arricchita con seta; guanti chiari di pelle giovane e sandali giallo chiaro o "bianco marocchino" completano questo semplice abito.


A fianco trovate anche una rappresentazione dell'abito in questione che, a mio parere, ricorda più un pigiama che un vestito da giorno, ma che ci permette una prima, grandissima conquista: i pantaloni femminili.
A differenza di quel che si crede i pantaloni entrarono nel guardaroba delle signore con gli abiti da bagno, non con quelli da equitazione, e a lungo rimarranno l'unico impiego di questo indumento nell'ambito muliebre.

1858
Ideale per una notata in libertà
L'evoluzione dell'abito da spiaggia, andò di pari passo con quella della moda quotidiana, si potrebbe dire che l'idea di fondo di questi vestiti da bagno rimase la medesima: un surrogato dell'abito da passeggio, in pratica fu variata la forma estetica, ma con tutti gli strati che si contavano difficilmente si potrebbe parlare di veri costumi... gli inglesi che sono pignoli, infatti, si riferiscono a questi vestiti come bathing suit, cioè completi da bagno che indica chiaramente che non si trattava di straccetti microscopici di stoffa come i nostri...

In epoca vittoriana si riconosce esattamente come la foggia del vestito fosse allineata con quella della moda, ma l'idea di fondo dell'abito da spiaggia non era cambiata da quando Napoleone scorrazzava per l'Europa. Le signore avevano una lunga palandrana che arrivava fino ai fianchi e l'unica differenza dagli abiti londinesi era che sotto si scorgevano dei larghi pantaloni "alla turca" stretti alla caviglia piuttosto che le crinoline rigide. Il tutto era fabbricato di flanella, il che, capirete, non era il massimo per comodità e freschezza e, inoltre, quando si bagnava si trasformava in un peso morto di una certa portata aggravato dal sempre presente corsetto che comprimeva il petto e smorzava il respiro: risultato?
Gli incidenti in acqua erano frequentissimi anche a riva.

Ma come sappiamo l'Ottocento fu secolo di cambiamenti, il ritmo della vita, con il progredire dell'industria, aumentò rapidamente e così anche le mode cominciarono ad avvicendarsi con sempre maggiore frequenza. Analogamente la progressiva emancipazione, la riduzione di stoffe e vestiti anche nelle donne e il distacco dai valori tipici di femminilità fino ad allora accettati comportarono un rapido mutamento degli abiti da vere e proprie armature da palombaro a qualcosa di più umano.
1860 circa
Le armature da palombaro
Gara della più veloce...

Intorno agli anni 70-80 dell'Ottocento era diventata usanza comune per i ricchi frequentare il mare e le spiagge dove gli stabilimenti balneari erano attrezzatissimi per fornire ai loro ospiti ogni genere di comfort, come le cosiddette macchine da bagno o bathing machines, delle cabine come quelle che noi conosciamo dalle nostre gite al mare munite però di ruote da carro e trainate in acqua da cavalli. Era infatti considerato sconveniente che le persone si bagnassero tutte insieme o ci fosse una certa promiscuità, quindi questa invenzione garantiva la possibilità di un solitario e riservato bagno. Le macchine sopra citate consentivano ai bagnanti un vero e proprio "tuffo" e una nuotata un po' più distante dalla riva.
È anche da ricordare che, per quanto popolari, le spiagge dell'epoca non avevano nulla a che spartire con le nostre assolatissime e affollatissime, dove lo spazio vitale è di circa mezzo metro per mezzo e si deve stare accucciati in un autentico carnaio.

1876
Il cambiamento è notevole ¬_¬
Anche la moda pretese la propria quota in questo delirio di popolarità.
Le lunghe giacche e palandrane che coprivano le camiciole di metà secolo si ridussero ad un unico top a mezze maniche, abbottonato sul davanti e lungo fino alle anche la cui parte inferiore formava una specie di gonnellino corto e vaporoso sopra un paio di calzoni al ginocchio. Tutto rigorosamente blu o nero [OMG!]
Completavano il tutto calze scure e coprenti e speciali calzature chiuse, ma legate alla caviglia come i sandali alla schiava.

Niente shorts, vero, niente canottiere e niente petto scoperto, ma rispetto a vent'anni prima era una rivoluzione! Immaginate le facce scandalizzate delle signore con bambini che vedevano queste disinibite ragazze così svestite!
Per loro erano svestite, noi non ci sogneremmo mai di andare così coperti d'estate...  ma era un po' come certe mamme che si sistemano ben alla larga da quelle donne che al mare girano in topless, col perizoma o con bikini eccessivamente striminziti, forse un giorno sarà normale, forse anche io diventerò così... 

Da allora in poi fu una vera e propria riduzione progressiva della stoffa.
Nel 1900 si andava al mare con un vestito lungo fino al ginocchio, collant e apposite calzature. Le maniche a sbuffo e le gonne non erano il massimo per nuotare, ma alle ragazze era consentito esclusivamente bagnarsi nella risacca e rotolarsi nel bagnasciuga, ovviamente si mantenne l'usanza delle bathing machines, presenti in gran quantità e disponibili anche per le persone della borghesia.

1906
Trasgressione made in Calzedonia
Nel 1910 la rivoluzione era quasi completa, il gonnellino era stato completamente abbandonato (sopravviveva un piccolo sbuffo intorno ai fianchi) e ne rimanevano solo i pantaloni al ginocchio; le mezze maniche erano diventate spalline e finalmente si poteva riconoscere una sagoma che vagamente ricorda il costume intero moderno.

Nel 1915, a ritmi sempre più vertiginosi ci si riduce ancora, l'input più grande lo dà senz'altro il nuoto agonistico dove uomini e donne cominciano ad avere lo stesso tipo di indumento, che non era poi così diverso da quello di oggi: il tessuto divenne più attillato per favorire la velocità, i colori più chiari e si accennano le prime fantasie (a righe).
Sebbene popolare tra gli atleti, bisognerà attendere altri cinque anni perché quello diventi la forma base del costume, le gambe sono ancora lunghe fino a metà dell'anca, ma la scollatura diventa sempre più profonda e a metà degli anni venti anche la parte bassa del costume si restringe fino ad assumere le dimensioni delle odierne coulotte.

Saranno gli americani durante la II Guerra Mondiale ad inaugurare l'epoca del due pezzi, imponendo dal governo alle donne degli States di risparmiare sulle stoffe e loro toglieranno e toglieranno accorciando le gonne sopra il ginocchio e tagliando la parte centrale del, finalmente, costume, ma sempre mantenendo coperto il simbolo del peccato: l'ombelico.

1906
Qualcuno ha detto picnic?
Per tutto ciò che viene dopo vi rimando ad un ottimo servizio che vidi qualche mese fa su Rai5 e che trattava appunto della nascita del due pezzi, il programma contenitore si chiamava Love/Lust e l'argomento era trattato in maniera estremamente interessante ed accurata; se non rammento male fece un altro interessante reportage sui tacchi alti che, come sapete, sono una delle mie molte passioni.



Link utili e sitografia:
Victoriana | Fashionable Bathing Suits
Rai5 | Love/Lust
Fashion Era | Swimwear
Berkeley University of California | History of women's swimwear
Capitola Museum | By the sea


Sarah Kennedy, The Swimsuit 
Daniel Delis Hill, History of Men's Underwear and Swimwear

Richard Martin, Splash! A History of Swimwear
Patrik Alac, The Bikini: A Cultural History
Mary L. Martin, Tina Skinner, Naughty Victorians & Edwardians: Early Images of Bathing Beauties




...e come dice la protovalchiria Nix: "Heels tall... bikini small" giusto per riunire un po' gli argomenti.
Un bacio a tutti





Mauser

6 gennaio 2012

Anna dai capelli rossi by Yumiko Igarashi

Al nome di Yumiko Igarashi qualcuno di voi immagino avrà fatto gli scongiuri.
Io sarei stata la prima.
Io detesto Candy con tutta me stessa perché un tale concentrato di sfiga e amore sfortunato deve stare il più lontano possibile dalla sottoscritta che, in quanto a relazioni sentimentali, sta messa piuttosto male e non ha certo bisogno di aiuti supplementari.
La sua autrice, Yumiko Igarashi appunto, è considerata una delle maestre del manga anni Settanta e nell'arco del suo manga più famoso è riuscita a dare libero sfogo ad una tale sequela di disgrazie che credevo solo le CLAMP sapessero preparare per i loro dannati protagonisti [per maggiori info al riguardo e qualche risata si veda Kill Clamp by Wren].


 Come sapete ho una certa passione per i manga, i manhwa e anche i manhua, rispettivamente fumetti giapponesi, coreani e cinesi/taiwanesi e adoro vedere come gli orientali hanno saputo caratterizzare le storie tipiche della letteratura da ragazze, questo era molto più frequente prima degli anni Novanta, quando molte autrici, oltre ad attingere a piene mani al feuilleton di fine Ottocento e primo Novecento, producevano anche proprie creazioni altrettanto tragiche [vogliamo parlare di Milly oppure Georgie?] facendo concorrenza a molte autrici del genere sentimentale del XIX. Tra le molte anche Lady Oscar può essere considerata della partita.

Dalla letteratura ottocentesca a cui attingevano, le mangaka del Novecento hanno ereditato anche la passione per il dramma, cosa che negli anni Settanta era parzialmente tornata di moda per l'influsso di molti sceneggiati televisivi dell'epoca sempre ispirati dallo stesso periodo e dalle stesse storie.
Se posso permettermi un'osservazione personale, non influenzata da libri o teorie altrui, trovo che il genere sentimentale ottocentesco sia di parzialmente di derivazione shakespeariana e presenta una certa inclinazione al dramma di stampo teatrale, miriadi di eroine sono state condannate a morire di tifo, parto o in miserevole disgrazia per il gusto letterario dell'epoca, una fine che gli scrittori del Novecento hanno adottato per le loro creazioni solo se strettamente necessario dalla trama e dal contesto, perfino Michael Faber, autore dell'acclamato Il petalo cremisi e il bianco ha graziato la sua Sugar quando solo che un secolo prima avrebbe fatto una fine ben più lacrimevole e disperata, mentre la povera Tess dei d'Uberville, nata in altro periodo, non ha avuto la medesima buona sorte.

Anna Shirley
illustrazione di copertina (1° vol.)

by Yumiko Igarashi
Tornando al discorso principale, questo è principalmente il motivo per cui la Igarashi ha scritto Candy Candy e la sua opera ha avuto tanto successo: ella ha cercato con una buona dose di sfiga di scimmiottare il genere in voga durante il periodo in cui ha ambientato la sua storia.
Oserei dire che, a scapito dei suoi poveri protagonisti, è riuscita pienamente nel suo intento, coronato da un briciolo di speranza solo sul finire della vicenda -e della pazienza dei lettori-
Ma quando la nostra mangaka abbandona la propria fervida fantasia in favore di storie scritte da altri e in periodi più luminosi, storie di qualcuno che, magari, non dovrebbe essere internato d'urgenza per maltrattamenti, sa essere una delle più meravigliose autrici e illustratrici del nostro secolo. Se Candy Candy mi fa venire l'orticaria al solo pensiero per i motivi elencati all'inizio e tre dei più classici cliché (l'orfanella, l'amore disperato e le cattiverie date dall'invidia), ci sono altre sue opere che, invece, hanno saputo ampiamente incontrare la mia approvazione ed una di queste è Anna dai capelli rossi.
Scritto da Lucy M. Montgomery e ambientato nell'idilliaca isola canadese di Prince Edward, il romanzo di Anna è un must have immancabile nella biblioteca di qualsiasi donna. Poiché è stato scritto già nell'ottica del Novecento, Anna non muore tra atroci sofferenze, il che è un autentico sollievo.
Molto spesso è un romanzo che viene letto da ragazza perché fa parte di quel genere di narrativa definita (oserei dire un po' troppo alla buona) da signorina, ma credo che, per quanto ormai datato, sia un'opera veramente eccellente e ideale per il periodo adolescenziale in quanto affronta in maniera istruttiva e costruttiva problemi e tematiche anche profonde con garbo e la dovuta dose di drammaticità; non mancano le lacrimucce, certo, ma è molto positivo e speranzoso nel suo messaggio di fondo, il che a quindici anni e circondati dai problemi della crescita non è un male.
Certo, essendo un romanzo d'altri tempi non parla di droga o di gravidanza, ma per quello ci sono mille altri romanzi adatti, lasciate Anna coerente col suo tempo, opportunamente casta e religiosa.

La storia di una delle più famose orfanelle canadesi (l'altra è Emily Murray Starr della medesima autrice e del libro Emily della luna nuova) e d'America (cfr. Pollyanna) ha saputo attraversare un secolo e mezzo in piena evoluzione tecnologica.
Nato come libro, è diventato un prodotto televisivo di grandissimo successo durante gli anni Settanta/Ottanta con svariati passaggi sulle reti nazionali anche italiane di film, serie e, soprattutto, dello splendido cartone animato a cui lavorò in gioventù perfino il maestro Hayao Miyazaki.
Probabilmente con il futuro in continuo turbine tecnologico, Anna saprò cavarsela anche tra i computer, l'interattività e le amenità hi-tech che non abbiamo ancora visto e neppure immaginiamo.
In tutta questa evoluzione, il prodotto della Igarashi si colloca nel mezzo, tra il libro e il cartone. Il manga infatti è una produzione a metà, fedele all'originale della Montgomery, ma illustrato e a figure che possono richiamare quello che è diventato l'anime.

L'autrice e il manga
Nonostante la sua collocazione in terra di mezzo, il manga è seguente alla messa in onda del cartone animato, risale infatti al 1997 ed è una delle ultime creazioni di quest'autrice.
Anna Shirley e Diana Barry
illustrazione di copertina (2° vol.)
by Yumiko Igarashi
La serie intera scritta da Yumiko Igarashi è composta da tre volumi iniziali che riassumono la storia del primo romanzo, correttamente tradotto in Anna dai versi abbaini, a questi si devono aggiungere altri 2 tankobon (volumetti) che seguono, rispettivamente, le vicende di Anne presso la scuola superiore (il libro è L'età meravigliosa) e presso l'università (Il baule dei sogni). per un totale di 5 volumi che seguono la nostra Anne Shirley dal suo arrivo all'Isola fino al matrimonio, quindici anni di vita meravigliosamente tratteggiata.
Senza contare che per gli anni (e i romanzi seguenti) ci ha pensato Chieko Hara, altra autrice del genere della Igarashi e dal tratto molto simile (è quella che scrisse Faustine inspiegabilmente tradotto in Fostine, vabbè, i traduttori italiani sono tremenderrimi, basti vedere come il secondo libro di Anne da Anne of Avonlea sia diventato L'età meravigliosa ¬_¬).
Purtroppo solo i primi tre libretti sono giunti nel nostro Paese perché le nostre case editrici sono estremamente coerenti e hanno preferito pubblicare solo metà della storia.  
Sgrunt!
Scusate, ma ci voleva...

Anna dai capelli rossi non è l'unico manga della Igarashi ispirato alla cultura e alla letteratura europea, infatti durante gli anni Ottanta quest'autrice ha letteralmente saccheggiato sia le favole (da Andersen a Perault ai fratelli Grimm) eseguendo lavori che parlassero di Biancaneve, della Bella addormentata nel bosco, della Sirenetta e perfino di Pollicina e Cenerentola!
Non solo, ma ha eseguito anche adattamenti di Flaubert (Madame Bovary) e di alcuni autori russi come Tolstoj con Anna Karenina, oltre che al classico shakespeariano Romeo e Giulietta.
D'altra parte le stesse storie partorite dalla mente dell'autrice non sono poi così distanti dal canone europeo, si veda quanto detto sopra sui feuilleton.

Nonostante sia passata un'eternità da Candy e anche da Georgie, entrambi prodotti anni Settanta con il relativo tratteggio di moda all'epoca, le linee sottili e gli occhi grandissimi, la Igarashi ha mantenuto una certa coerenza nel suo tratto e, soprattutto, nella caratterizzazione estetica dei suoi personaggi.
Poichè nei primi libri Anna porta costantemente lunghe trecce rosso fuoco, i capelli boccolosi in lei sono stati accantonati, ma non per questo definitivamente debellati, visto che li sfoggiano molte delle amiche dell'esuberante orfanella, a cominciare dalla dolce Diana, che nel cartone eravamo abituati a riconoscerla per le due trecce a forma di bretzel portati ai lati del capo e che qui, invece, sembra una principessa in puro stile CLAMP.
Analogamente una criniera lunga e morbida col ricciolo finale, marchio di fabbrica della dolce Georgie è la pettinatura della snobbissima amica Ruby Gillis e di qualche altra comparsata.

Anna Shirley con Matthew e Marilla Cuthbert
illustrazione di copertina (3° vol.)
by Yumiko Igarashi
A mio avviso il tratto pulito e leggero della Igarashi si sposa alla perfezione sia con i personaggi della Montgomery che con gli splendidi paesaggi dell'Isola.
Ovviamente solo tre volumi, per quanto bellissimi, non riescono a riproporre la stessa Anne del libro, così come alcune scene sono state tagliate, altre non rendono appieno la comicità delle imprese dell'orfanella o la loro sconsideratezza. Il manga soffre, soprattutto, di una certa frettolosità e impersonalità, probabilmente dovuta al fatto che la figura di Anne non è una creazione dell'autrice che la sta disegnando e che, quindi, non sente come sua, come una delle sue pupille.

A dispetto di tutto, credo che i due volumi seguenti a quelli dell'infanzia, quelli ambientati alla Queen's Academy e poi all'università di Redmond, rendano molto di più alla trama in quanto la Anne più adulta e matura descritta dalla Montgomery si abbina meglio sia con la brevità della narrazione e con il messaggio che trasmette piuttosto che col mare emozionale che investe il lettore quando la protagonista è solo un'undicenne iperattiva.
Disegnare la freschezza, l'esuberanza e la fantasia di una bambina di undici anni che può vivere per la prima volta libera e spensierata penso sia un'impresa difficile per qualunque illustratore e artista, l'anime per rendere appieno questo compito ha prodotto qualcosa come duecentomila puntate, non si tratta di una bazzecola risolvibile in poco spazio... la Igarashi riesce solo in parte nel suo intento.
Una nota pregevole va, invece, alla ricerca costumistica fatta dall'autrice per riproporre con correttezza storica abbigliamento e modi di una ragazza o ragazzina. In un punto in cui fin troppe storie cadono, la Igarashi, ormai espertissima dopo Georgie e Candy Candy ha saputo portare a termine il suo compito con correttezza. Le maniche sono correttamente a gigot e i cappellini di paglia come usava in campagna. Non posso fare alcuna critica alla sua coerenza storica e credo che questa sia una novità per me e anche per voi che leggete, fin troppo spesso si ha a che fare con una storia valida rovinata dalla superficialità culturale riferita al periodo di ambientazione...


Anne in Italia
Uno dei commenti più odiosi che ho letto sulla rete riguardo il presente manga recita, pressappoco, che quegli stupidi giapponesi dovrebbero smetterla di servirsi delle storie dell'Occidete, la loro carenza letteraria dimostra quanto siano culturalmente inferiori e proprio per quello non dovrebbero permettersi di "interpretare" opere che non capiscono.
Trovo che siano parole dure.
Copertina originale del quarto volume
Anna no seishun

dal libro
L'età meravigliosa
E piene d'ignoranza perché se c'è una cosa che non si può dire degli orientali è che siano culturalmente indietro. Mai.
Sarebbe buona cosa che chi non sa cosa dire non si riempisse la bocca di sciocchezze che fanno scena da intellettuale: ma per piacere! Che assurdità! Come diceva la prof di Lettere: hai appena perso una buona occasione per stare zitto.

La loro letteratura cinese e giapponese che noi stiamo scoprendo solo di recente, diversa dalla nostra e per questo difficile da comprendere, viene spesso malamente interpretata dagli ignoranti e il fatto che solo pochi la conoscano non significa che sia scarsamente presente, solo scarsamente pubblicizzata. Perché siamo in un Paese dove a volte la pubblicità conta più della cultura.

Forse questa odiosa persona che si permette parole tremende con tanta leggerezza, dovrebbe farsene una, di cultura, visto che evidentemente manca di sapere una cosa fondamentale: se Anna dai capelli rossi è arrivata in Italia è solo grazie al cartone animato che tutti conosciamo. E nulla più. Non certo per il suo contributo.
Nessuno sponsor e nessun riconoscimento da parte della comunità culturale italiana per spingere alla traduzione di Lucy Montgomery, rimasta nel dimenticatoio per più di mezzo secolo.
Un misero anime in tv seguito da migliaia di appassionati.

Già, perché l'Italia moderna è sempre stata famosa per arrivare in ritardo agli appuntamenti con la cultura...

Negli anni Ottanta, infatti, la Montgomery era pressoché sconosciuta nel nostro paese, mentre all'estero, Giappone compreso, era famosa e ammirata. Anne, in particolare, era un vero personaggio di culto nel Paese del Sol Levante, come lo diverrà la Alice di Carroll a seguire e lo era perché la sua spontaneità cozzava con l'ideale di donna mite e repressa con cui le giapponesi stavano combattendo nel dopoguerra per affermare la propria emancipazione.
In Giappone la Montgomery ed Anne arrivarono negli anni '50, dopo la fine della II Guerra Mondiale, quando il Giappone sconfitto iniziò un'intensa opera di apertura e modernizzazione, importando specialmente dall'America tutto ciò che poteva servire a portare il Paese a quel livello di progresso e industrializzazione. Con il materiale culturale arrivo pure l'orfanella canadese. Anne era il loro mito perché viveva a sua volta il dramma della figura femminile ottocentesca sottomessa a quella maschile, svilita per i suoi natali di donna, ma Anne reagiva con forza a tutto questo senza abbattersi e senza piegarsi ed era un comportamento positivo e ammirevole e lo riconoscevano anche le donne nipponiche del tempo.
Ma in Italia no, la Montgomery non arrivò.
Quando, negli anni Ottanta, le televisioni iniziarono a mandare in onda i primi cartoni animati giapponesi, le scelte caddero su ciò che poteva maggiormente interessare il pubblico. I robottoni erano ideali per un pubblico maschile, ma per le femmine? Una storia di stampo ottocentesco poteva facilmente attirare le ragazze e le bambine, specie con richiami alla letteratura riscoperta da poco (molte autrici americane arrivate per la prima volta in Italia negli anni Settanta) e per questo venne proposta Anna dai capelli rossi, il qual cartone bissò tutte le più rosee aspettative di share, rendendolo un cult televisivo.
Copertina originale del quinto volume
Anne no aijoun

dal libro
Il baule dei sogni
(sono Anne e Gilbert, non sono
meravigliosi insieme?)
L'improvviso successo portò alla luce il retroscena: Anne non era frutto della fantasia dello sceneggiatore (anche se all'epoca non so se si sapesse che anche gli anime ne avevano uno), bensì di un'autrice come la Burnett e la Porter, rispettive madri di Mary Lennox (Il giardino segreto) e di Pollyanna, e... NON ERA STATA MAI TRADOTA. Scandalo! E gran gioia per l'editoria che aveva per le mani un pesce piuttosto grosso.
Ovviamente le case editrici capitanate dall'allora famosissima Mursia si affrettarono a pubblicare buona parte della bibliografia della Montgomery.

Alla luce di ciò, non mi sento di condannare un manga che si rifà alla storia di Anne, così come di dire che che è indubbiamente un'opera miseramente inferiore, come ho letto in giro.
L'Italia deve alla Anne Nipponica più di quanto piaccia ammettere, bisognerebbe sponsorizzare di più il contributo che un misero cartone animato, tacciato di infantilismo per di più, ha dato al nostro Paese per il reperimento di un prodotto culturale che all'estero era già consolidato.
Ma Anna dai capelli rossi, che è un romanzo imprescindibile di libreria femminile e ci pare vecchio di secoli, lettura perfino delle nostre nonne è, in Italia, più recente di quanto ci piace ammettere. In pratica ha solo qualche anno più di Sailor Moon.

Sebbene il fatto che solo mezza serie sia stata portata in Italia, e ciò mi dà moltissimo fastidio perché mollare le opere a metà è frustrante, io consiglio comunque questa lettura a tutti gli appassionati e a coloro che in tempi più rapidi e in un modo diverso desiderano rivivere le vicende della dolce e stravagante Anne.


Links
Animeclick | Akage no Anne
Animeclick | Anne no seishun
Animeclick | Anne no aijou
Shoujo Manga Outline | Anna dai capelli rossi
Nekobonbon | Yumiko Igarashi
Nekobonbon | Chieko Hara
Shoujo-Love | Yumiko Igarashi
Shoujo-Love | Anna dai capelli rossi
Jigoku | Anna dai capelli rossi
Wikipedia | Yumiko Igarashi

Per finire, dure parole su Gilbert.
TI ADORO
Sono due, no?
=]



Mauser

9 novembre 2011

Altri metodi di stiratura

Come sicuramente ricorderete abbiamo già approfondito il bucato e scritto un lungo post riguardo il ferro da stiro, così come anche sulle presse per la biancheria, mi dedicherò adesso ad un argomento simile, ma allo stesso tempo diverso, collegato ad entrambi: i sistemi di stiratura e lisciatura alternativi rispetto al ferro.

Perchè parlare di questo? E perchè esistevano questi sistemi?
È da premette che il ferro da stiro fu sì un'invenzione antica, ma era costoso e non tutti potevano permetterslo, occorreva del calore, tanto, e il metallo di cui era fatto non era approcciabile da chiunque, il che spiega perchè nel corso del tempo si siano venuti a creare altri sistemi ugualmente efficaci per ottenere lo stesso risultato; inoltre il ferro, anche se invenzione utile e geniale, non era applicabile a tutti i tipi di panni, esisteva una diversificazione importante a seconda della biancheria e di chi la adoperava.

Molti dei sistemi che andrò adesso ad illustrare potranno sembrarvi estremamente spartani e poco utilizzabili, in realtà non era così, come per tutte le cose la pratica rende tutto migliore e la pazienza e la costanza aiutano a migliorare, non c'è forse un proverbio che recita la gatta frettoloso fa i gattini ciechi? Vi chiedo solo di risparmiarmi, a questo punto, la battutina di Nedved che mi ripetono fin troppo spesso per non trovarla un po' irritante...

Ad adoperare questi sistemi erano principalmente i villaggi rurali e le donne di questi paesini si dividevano con attenzione i compiti della comunità perchè la vita nella loro cerchia sociale fosse sempre perfettamente organizzata, ci fossero provviste, abiti, il necessaire, insomma.
Dico donne perchè la stiratura, considerata uno dei mestieri domestici per eccellenza era apannaggio esclusivamente femminile e questo spiega anche il perchè, nell'anno Duemila, ci siano ancora uomini che non sanno neppure prendere in mano un ferro o che non hanno mai stirato una camicia in vita loro; se siete donne che stirano una volta a settimana e state alzando gli occhi al cielo, annuendo per provata esperienza, tranquille che non siete sole, mio papà è uno di quegli uomini che addirittura s'indigna che un altro del suo sesso possa interessarsi dell'organizzazione della casa, si abbassi a lavare i piatti, sgrassare il forno o, appunto, interessarsi del bucato.
E tanto per rimanere in tema uno dei miei colleghi mi ha confidato una settimana fa di essere stato costretto a stirarsi una camicia causa assenza della moglie: erano anni che non riprendeva in mano un ferro... credo che la mia costernazione, certamente riconoscibile nell'espressione, mi abbia depennata dalla sua lista di confidenze per i prossimi tre secoli.

Ma vediamo nel dettagli questi altri tipi di stiratura così rudimentali cercando di raggrupparli in categorie.


Battitura dei panni
Gli strumenti per la battitura delle lenzuola
La battitura aveva diverse varianti, ma principalmente consisteva nello stendere il tessuto o la pelle da lisciare su una superficie dura (mi raccomando che se viene teso tra due supporti, lasciandolo in bandolo a modello tamburo il risultato non si vede) e picchiettato con media forza tramite bastoni in legno levigato o pietre.
Metodo ancora utilizzatissimo nell'Ottocento rurale, nelle campagne italiane e nell'Asia centrale, era una delle mole varianti impiegate per i panni di grandi dimensioni come tende, lenzuola, copriletti, drappeggi, ecc.
Il supporto migliore per questo genere di lavoro era un tombolo di forma cilindrica, dove il tessuto era progressivamente avvolto, in questo modo le parti già battute che finivano sotto quella in lavorazione erano stirate una seconda volta.
Per maggiore chiarezza figurativa sul metodo rimando alle immagini allegate dalle quali si capisce come era svolto il procedimento.

Donne coreane della prima metà del Novecento (1910 ca.)
che
battono i panni sull'uscio
In questo caso forse la parola stiratura non è proprio adatta, in quanto implica che il tessuto sia teso, anche il corrispettivo inglese ironing non è corretto, perchè non venivano usati metalli.
Battitura è la più corretta e se vi sembra un'impiego bizzarro vi chiedo di fare mente locale e riportare alla memoria qualche immagine della vostra infanzia o della mttina quando uscite: non ci sono forse ad alcune finestre le lenzuola distese e i cuscini a prendere aria?
Esatto, le massaie di una volta impiegavano questa particolare declinazione della stiratura tutti i giorni, sventolavano i panni perchè si arieggiassero e poi li battevano col battipanni per eliminare le pieghe formate durante la notte. Qualcuno (pochi) lo fa ancora oggi.
Un dipinto tradizionale illustra come
la pratica venisse svolta in passato
Inutile dire che per ottenere un risultato accettabile bisognava darsi da fare a lungo e con una certa lena, sennò la biancheria rimaneva tutta a bitorzoli. Olio di gomito era la parola chiave, come ricorda l'eccentrico vicino di casa dei Banks nel film di Mary Poppins.
L'origine storica di questo metodo è universale, in tutto il mondo questo è stato il primo esempio per lisciare vestiti e pelli e non si può risalire esattamente a chi per primo lo adoperò, ma ci sono dipinti sia egizi che cinesi che raffigurano questa scena per la bellezza di più di 8000 anni a.C.
Ancora oggi questo sistema è il metodo di stiratura nazionale coreano.

Se vi sentite tanto superiori, impugnando la vostra Stirella, il nuovo Rowenta o chissà quale ammenicolo moderno, forse è il caso di darsi una ridimensionata: in Estremo Oriente il metodo della battitura non è certo abbandonato, ma lo si adopera ancora nelle campagne cinesi, del Laos, Vietnam, Cambogia, Thailandia, Indonesia, Mongolia, Corea e Giappone, dove continua ad essere l'unico consentito per la sistemazione degli abiti tradizionali delle cerimonie sacre shintoiste. In Paesi dove la tradizione ha molta più rilevanza che da noi, relegata al ruolo folkloristico, poco importa che ci siano sistemi più efficaci, moderni e comodi, quella è la metodologia designata dai saggi, dagli antichi su come vanno fatte determinate cose e così sono espletate ancora oggi.

Donne giapponesi in una pittura antica che le ritrae durante la stiratura dei panni




Lisciatura dei panni tramite pestello
Pestelli in vetro per la lisciatura
Altra variante ancora impiegata, generalmente considerata di origine vichinga, è la lisciatura dei panni tramite appositi pestelli o pietre di fiume arrotondate. Si hanno comunque tracce di questo genere di utensili per la lisciatura anche in Oriente, dove i pestelli erano realizzati in giada.

Il panno poteva essere sia fissato ad una superficie dura, possibilmente teso come nella descrizione di prima, sia disteso nel vuoto a modo di tamburo; le donne, che operavano una o due per volta, tracciavano col pestello o la pietra levigata ampi cerchi, distendendo la stoffa ed eliminando progressivamente le pieghe.
Anche qui siamo di fronte ad un'operazione lunga e noiosa e per quanto i risultati fossero buoni, occorreva lavorare davvero molto, pensate che dopo aver eliminato le pieghe da quella piccola porzione che si aveva davanti c'era ancora i restanti 9/10 di lenzuolo da stirare, aiuto!
Il procredimento poteva essere fatto sia con il panno asciutto che ancora umido, ma mai bagnato.

Una curiosità è data dal pestello che ho nominato.
Tanti tipi di pestello e sassi usati per la lisciatura
Inizialmente si trattava di sassi di fiume levigati, si preferivano le forme arrotondate così da adattarsi meglio alla superficie sottostante il bucato e non rischiare di strappare la stoffa con punte ed angolature acuminate che si impigliavano durante i movimenti; successivamente i sassi vennero sostituiti da utensili di pietra, metallo o vetro creati ad hoc, simili ai moderni perstacarne che abbiamo in cucina. Come i pestelli erano costituiti da un'impugnatura per facilitarne la presa, mentre la parte sottostante, larga circa un palmo, era levigata e leggermente concava per ricreare le rotondità del sasso, che aiutavano anche a tendere il lenzuolo.


Lisciatura tramite tavola
Nel caso di superfici di tessuto molto grandi, entravano in gioco le cosiddette tavole per la stiratura o mangle boards, niente a che vedere con la tavola da stiro (l'asse da stiro), ma un oggetto completamente diverso.
Alcune tavole vichinghe intarsiate
Dalla forma poteva trattarsi di un incrocio tra uno snowboard e una sega da legno, ma in realtà erano oggetti molto raffinati, costituiti da un'asse di legno di media lunghezza, lisciato a dovere e senza scheggie, corredato da un'impugnatura a volte decorata che doveva essere afferrata con una mano mentre con l'altra si esecitava pressione sulla stoffa spostando il peso sulla tavola per amplificarne l'effetto.
Il tessuto era avvolto su aspi fino a formare giganteschi rocchettoni, di quelli che ancora si vendono nelle telerie o negli studi di arredamento, e per ogni centrimetri girato sul rocchetto si davano energiche passate con la tavola che aveva questa forma ingombrante e questa dimensione per facilitare il compito, dovendo coprire aree tanto vaste, infatti con la battitura o l'uso dei pestelli ci sarebbero voluti anni, mente così le passate erano più rapide e meno faticose.

L'uso della tavola era diffusa in tutto il vecchio continente, dalla Norvegia all'Austria, alla Transilvania. In alcune aree la tavola non era perfettamente liscia, ma cilindrica, simile ai mattarelli, così da poter scorrere facilmente per una grande lunghezza, in altri casi la suddetta tavola aveva una pinna inferiore, una piccola cuspide in legno non tagliente inserita per tendere ulteriormente la stoffa.
Nel modello austriaco della foto si notano bene i due pomoli per l'impugnatura, quello laterale e soprastante, che permettevano un pieno controllo dell'utensile durante le operazioni; nell'illustrazione della tavola bosniaca, invece, è evidente la cuspide per la tesura del tessuto.
Diversi tipi di tavole per la stiratura provenienti da alcune zone dell'Europa centrale, da sinistra:
Transilvania - la forma era molto singolare
Bosnia - si noti la pinna o cuspide inferiore per tendere il tessuto senza strapparlo
Austria tedesca - dotata di un pomolo aggiuntivo per una maggiore maneggevolezza
Stiria - c'erano due impugnature e l'utensile assomigliava ad un mattarello fatto scorrere sul tessuto



Usanze nordice
Nella cultura vichinga queste tavole avevano molto significato e si diceva che fossero strettamente collegate alle proposte di matrimonio.
L'uomo innamorato, infatti, intarsiava per l'amata una mangle board, una tavola per la stiratura, incidendovi alla sommità scene raffinate o disegni geometrici, dopodichè avrebbe lasciato l'utensile sull soglia della casa di lei significando una proposta di matrimonio e attendendo una risposta.
Se la ragazza avesse accettato la proposta e avesse portato con sé la tavola in casa, allora a breve si sarebbe celebrato un matrimonio, analogamente se l'oggetto rimaneva fuori dalla porta, si doveva pensare ad un rifiuto.
In questo caso l'uomo non poteva adoperare la tavola per la prossima ragazza che avesse chiesto in moglie, ma avrebbe dovuto prepararne una nuova per l'occasione.
Semplice mangle board
In Italia esisteva un'usanza simile, ma l'innamorato preparava alla ragazza che gli stava a cuore un fuso e non una tavola per la stiratura; era un pegno d'amore molto importante e ambìto e ne abbiamo già accennato nel post circa la vita invernale in una baita di montagna.


Sperando che il post sia stata una curisità poco nota da scoprire sul mondo della stiratura, ci rivediamo al prossimo post

Baci




Mauser

24 ottobre 2011

Il classico è di moda: Vogue in edwardian style

Vi ricordate l'anno scorso, quando pubblicai quel post su Yulia Tymoshenko? Ex Primo Ministro ucraino e, a giudicare dai suoi look, sponsor ufficiale del neo-vittorianesimo?La Nuova Vittoriana, l'avevo chiamata e molti erano stati d'accordo.Bene, pare che il suo stile quest'anno sia di tendenza.
O le grandi maison hanno finito le idee o quest'anno va il country, almeno secondo Vogue e, secondo le esperte di moda, Vogue è il massimo al riguardo, la pietra miliare, il faro nell'oscurità, nella bolgia di opinioni contrastanti.
Decretato lo stile dell'anno: il british che si rifà alla caccia e al primo Novecento, con qualche influenza più antica proveniente dal XIX secolo.

Ecco cosa dice il sito della famosa rivista riguardo la nuova tendenza:

Come ha fatto Madonna, anno 2001: indossando una mini scozzese nel “Drowned World Tour” di Madonna, per poi sposare Guy Ritchie, in Scozia, a dicembre. L’idea di base è di rieditare sofisticazione vittoriana, immerse nell’Inghilterra più british e più avvezza alla caccia che altro, noi più aristocratiche che mai.

Tartan e fiocchi, e poi ruches a incorniciare il collo, e a rendere regale il blu della giacca sciancrata, sinuoso avvitamento di future-retrò. Lo siete anche voi, dalla testa ai piedi, a partire appunto dalla pettinatura, passando per tutti i colori della terra, che sfoggiate nel fiocco e tra i quadretti, guanti compresi, calze e scarpe pure, in un concerto di sfumature. Oppure, giocate con il classico: con il rosso della camicia, con l’abbinata tartan/cappello da uomo, gli stivali a riportarvi sulla scia, del country più tipico che ci sia.

Eccentriche losanghe e profonda scollatura a v: ascisse e ordinate dell’abito, reso ancor più sexy dal foulard, che finge pudore, aumentando l’ardore. Da alternare al genere perbene e imperiale, polsi in pelliccia a misurarne il segnale, del cappotto che porta il tartan ovunque, trascinandolo dalla campagna più eccentrica alla più visionaria delle serate di città: da dominare come in una scacchiera, quella che indossate, ovunque, la mossa è comunque vincente.
Questa signora al cafè sembra una donna di prima della guerra, ma con un indiscutibile fascino, forse dato dalla posa o dal foulard vezzoso, dal basco portato sulle ventitré o dalla sigaretta che fuma dal lungo stelo, piuttosto che dal bicchiere di vino rosé.
Potrebbe essere la protagonista di un giallo di Poirot, l'investigatore della Christie: una perfetta signora al capanno di caccia il cui marito è morto in misteriose circostanze.
La modella della fotografia sembra poco british d'aspetto, ma molto di modi. La tazza, per altro vuota, sembra di troppo, ma la mise sfoggiata è a mio avviso graziosa, parzialmente ispirata ai colletti a ruche di Maria Antonietta, poi ripresi anche nell'Ottocento, e fasciata in una giacca stretta e corta dai larghi risvolti, sembra una dama infelice in un giardino bagnato di pioggia. Un fantasma? Forse la protagonista neoromantica di un libro gotico?
La pettinatura sappiamo tutti da dove viene, ritorna lo stile svizzero-tedesco della corona di capelli, hurra!
Ancora la stessa modella, qui in una scena luce-ombra molto bohemienne, calze pesanti e abito tagliato e perfetto per una signora di campagna, una nuova Lady Chatterley che aspetta il suo amante nel grigiore della vita e della casa in mezzo alla brughiera? Sapiente rivisitazione dell'abbinamento a quadri giacca-gonna-camicia tipico del primo dopoguerra italiano e poi ripreso anche negli anni Ottanta, che qui però appare molto più sofisticato del primo e meno snob del secondo.
E infine una signora pronta per la caccia: cappello a tesa sulla fronte, capelli raccolti, soprabito dall'inusuale taglio lungo, smanicato e con ampio colletto a risvolto che nel suo colore grigio tortora fa risaltare il rosso del tartan della camicetta, ornata di un fiocco al collo per spezzare l'aria severa dell'intera misecompleta di stivali alti e piatti, simili ai Wellington moderni, ma di pelle e più retrò. L'ambientazione in legno antico completa l'immaginario.


Hai qualche idea?
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Manda una mail a
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