20 febbraio 2011

Bedford College

Cari lettori, come vedete sto cercando di recuperare un po' il tempo in cui sono stata senza pubblicare e visto che sto scrivendo molto, per variare un po' le letture sia a me che a voi ho scritto di diversi argomenti lasciati in sospeso, cercando di analizzare diversi aspetti tra i più differenti.
Riprendo quindi molto volentieri la sezione Istruzione ed Educazione, cosa di cui, in quest'epoca abbiamo davvero molto bisogno.
E argomento odierno è il Bedford College, il primo istituto inglese per l'istruzione superiore alle donne.


Storia
A differenza di quanto si può credere dal nome, il Bedford College non si trova a Bedford, bensì a Londra.
Araldo del Bedford College fuori
dal primo alloggio in Bedford Square
Rispetto ad altre scuole inglesi, autentiche autorità in materia di istruzione, il Bedford College è di fondazione recente, l'anno della sua apertura è infatti il 1849 ad opera di Elizabeth Jesser Reid (nata Sturch), nota riformatrice sociale, anti-schiavista, filantropa e pioniera del movimento per l'educazione delle donne.
Il Bedford College è un'istituzione che da sempre si occupa dell'istruzione superiore delle allieve (e successivamente anche degli allievi), non sono quindi contemplati corsi inferiori di scuola primaria o media come accade per altri istituti, che find alla loro nascita hanno previsto tre gradi di istruzione per i loro iscritti, peccato che queste scuole, tra cui Eton oppure Westminster, abbiano radici che risalgono ai periodi del Medioevo inglese. Giusto quel migliaio d'anni di differenza...

Mrs Reid, nota filantropa, alla morte del marito, John Reid, ereditò una considerevole fortuna con la quale decise di aprire un istituto di istruzione superiore per le donne. Ricordiamoci che i tempi erano veramente bui per la scuola (cfr. La scuola pubblica), le ragazze raramente studiavano dopo aver preso la licenza elementare, ma molte di loro non la possedevano, avendo frequentato solo pochi anni. La riforma che renderà obbligatoria l'istruzione di base per TUTTI arriverà solo dopo una ventina di anni, precisamente nel 1870.

Grazie all'impegno di questa donna il collegio si insiediò nella sua prima sede, situata nel quartiere di Bloomsbury, a Londra, al numero 47 di Bedford Square.
Il primo nome dell'istituto fu Ladies College in Bedford Sqare, appunto; ecco quindi spiegato l'arcano mistero del nome del collegio, si tratta dell'ennesima scelta dell'ufficio toponomastica del bureau di Londra che aveva assegnato a quella piazzetta il nome di una delle importanti città inglesi, così come in Italia possono esserci Via Ventimiglia, Corso Milano, Piazza Venezia.

La prima organizzazione della scuola fu abbastanza sommaria, un po' come questo Festival di Sanremo a cui stiamo assistendo, Mrs Reid, infatti, coinvolse nel progetto un gran numero di amicizie e conoscenze persuadendole ad entrare nel comitato direttivo, ad insegnare alle allieve o ad occuparsi delle varie problematiche della scuola.
Per quanto non brilli come management, il risultato fu apprezzabile e fin da subito si video ottime prospettive pr quell'istituto, anche se alcuni tradizionalisti arroccati nelle loro idee continuarono a sostenere che l'istruzione della donna fosse un abominio. Opinione opinabile.

Aula della biblioteca
Nel 1853, scandalizzata dal livello di preparazione con cui le ragazze entravano da alunne al Bedford College, Mrs Reid decise di aprire una struttura gemella poco distante che offrisse alle allieve dei corsi inferiori la preparazione primaria (da scuola elementare e media) e alzasse di un poco non solo il livello della sua scuola, ma anche quello della cultura generale.
Le ragazze che continuavano a studiare, infatti, potevano vantare conoscenze paritarie con quelle acquisite nelle storiche strutture maschili, sebbene non soggette ad una così ferrea disciplina, e una volta iscritte alle scuole superiori potevano ulteriormente migliorare la preparazione partendo da un livello degno.
Coloro invece che lasciavano definitivamente gli studi potevano comunque vantare quel minimo di nozionismo e preparazione che garantisse una vita degna senza lacune evidenti. Ricordiamoci che la preparazione superiore offerta da strutture come il Bedford College era una rarità tra le donne e solo pochissime proseguivano gli studi: aristocratiche e popolane no di certo, le prime impegnate nel mercato dei matrimoni e delle relazioni già dall'infanzia, le seconde, invece, troppo impegnate a raccattare quel che bastava per vivere nella difficile esistenza di Londra della metà del XIX secolo.
La vera speranza di scuole come quelle di Mrs Reid erano le borghesi, le cui famiglie volevano il meglio per le loro figlie, condizione garantita dal denaro che i commercianti possedevano, ma non volevano neppure mogli stupide e insignificanti, i borghesi mantennero sempre, infatti, un certo attaccamento che la donna doveva mostrare alle faccende domestiche. Un borghese fatto dal nulla col sudore della fronte, come quelli di cui era affollata la capitale, apprezzava infatti i valori domestici tipici del popolo e li trasmetteva ai suoi discendenti, richiedendo quelle stesse capacità alla moglie e alle figlie.

Mrs Reid morì nel 1866, lasciando la conduzione della scuola nelle mani di un comitato esecutivo che si occupasse di far prosperare la struttura e di portare l'educazione delle giovani a livelli più alti. Tra molte difficoltà e diversi fallimenti clamorosi tra cui una temporanea chiusura nel 1868, il Bedford College sopravvisse al cambio di secolo e di sede, aumentando notevolmente il numero di iscritti e il livello di preparazione fornito, ma anche quello richiesto: fu infatti nei tardi anni settanta dell'Ottocento che venne introdotto un esame di ammissione per l'ingresso all'istituto.


Il grande trasloco
La prima sede del college in Bedford Square
La sede dell'istituto, come accennato, cambiò nel 1874 quando gli spazi adibiti a dormitorio ed aule divennero decisamente insufficienti per l'utenza della scuola, aumentata esponenzialmente. Questa crescita della popolazione delle allieve era principalmente dovuta alla borghesizzazione della società tardo-vittoriana, che abbracciava i principi di ricchezza commista a valori popolari di cui abbiamo detto prima.
Da Bedford Square l'istituto si spostò ai numeri 8 e 9 di Baker Street.

Baker Street dovrebbe sicuramente richiamarvi qualcosa alla memoria, essendo stata, ed essendo ancora, luogo di molte attrattive per l'appassionato di Ottocento: lì risiedeva infatti il cervellotico genio investigativo Sherlock Holmes col suo "cane fedele", il dottor Watson, entrambi usciti dalla penna di sir Arthur Conan Doyle; sempre in Baker Street ha sede il famosissimo Museo delle cere di Madame Tussaud.
Molto più prosastico, ma comunque tangibile, è la sede che Mark&Spencer ha avuto in questa strada.

Trascurando la mondanità, il collegio di Mrs Reid continuò ad espandersi ed ampliarsi annettendo spazi e laboratori per sopperire alle sempre più numerose richieste dei Ministeri sulla preparazione scolastica e sui metodi di insegnamento.


L'annessione all'Università di Londra
La conquista più grande del Bedford College fu la sua annessione all'Università di Londra. Questa conquista avvenne nel 1878 quando l'università in questione aprì l'ingresso alle lauree anche alle donne.

Una delle aule: inizialmente
assomigliavano
molto a stanze studio piuttosto
che a classi
scolastiche
Una nota, cattiva ma dolorosa, è da fare: questa data appena citata è la miglior smentita per tutti quei libri e quei film poco realistici dove le donne studiano, si laureano e parlano come gli uomini a pari diritti.
La conquista del diritto all'istruzione, per una donna, è recentissima, ha meno anni dell'Unità d'Italia e, parafrasando Benigni, se l'Italia unita è una bambina [praticamente una minorenne], nei suoi soli 150 anni, figuriamoci cos'è l'ammissione femminile ai corsi di studio: una neonata!

Ma non perdiamoci in altri discorsi e proseguiamo con la storia.
Nel 1900 l'Università di Londra trasformò la propria autorità diventando un'università anche di insegnamento, e non solo un corpo di analisi e di premiazione come era stato fino ad allora: il Bedford College, già parte del corpo universitario da un ventennio circa, fu uno dei College Costituenti della struttura e ancora oggi mantiene questo onorevole status.

Con questo nuovo riconoscimento, il college assunse anche un nuovo nome nel 1909, acquisendo la dicitura di Bedford College for Woman.
Il collegio era ancora esclusivamente femminile, ma essendo in un periodo dove l'istruzione persistefa in forme rigidamente separate a seconda del sesso dei propri allievi, la cosa non ci deve scandalizzare, così come il fatto che questa caratteristica sia addirittura ostentata nel nome dell'istituto.
Questa caratteristica muterà solo nel 1965, quando la scuola divenne ufficialmente mista, perdendo quindi quel "for woman" nel nome e assumendo la dicitura tutt'ora conosciuta di Bedford College.

La storia di questa scuola manca, però, ancora di un tassello, che si acquisirà nel 1985, quando verrà ufficialmente unita con un altro istituto di istruzione femminile (all'atto di creazione), conosciuto come Royal Holloway College. Sebbene inizialmente le due scuole fossero assolutamente paritarie e il nome per esteso dell'istituto fosse Royal Holloway and Bedford New College (RHBNC), col passare del tempo l'ente organizzativo dell'università decise di semplificare la nomenclatura (ma solo quella!) trasformandolo in Royal Holloway, University of London.

Laboratorio della fine dell'Ottocento
Benchè la modifica interessasse solo ed esclusivamente la parte nominale, il Bedford College sentì lesa la sua autorità e, di fatto, cancellata la sua presenza, sottomessa a quella dell'altra scuola. Così, a tutti gli effetti fu: nessuno ricorda ormai questa scuola che fu pioniera nell'istruzione femminile e nell'insegnamento, dimenticata nel processo di semplificazione che tanto piace ai moderni gestionali amministrativi.


Organizzazione e insegnamento
La struttura amministrativa e organizzativa del Bedford College rispecchiava appieno quella che era la politica in fatto di scuole private.
L'ingresso delle allieve era a fronte di una retta semestrale pagata dalle famiglie, ma il sostentamento dell'intera struttura si basava anche moltissimo sulle donazioni di famose patronesse dell'istituto e filantrope dell'epoca [che brutta parola è "filantrope" -.-]. Solitamente la stessa struttura era nata dal lascito o dall'interessamento di una figura specifica che aveva poi richiamato le altre, distribuendo i compiti tra i vari comitati organizzativi ed esecutivi.
Nel caso del Bedford College le cose non furono diverse, la figura della filantropa venne giocata da Mrs Reid, di cui abbiamo parlato poc'anzi, che con la sua popolarità e spiccata condizione sociale interessò altre donne altrettanto ricche e disponibili alle "opere di bene e di carità" oppure suffragette nell'animo, al progetto.
Secondo lo statuto redatto all'apertura, il collegio era così costituito:
  • Ladies Committee, comprendeva donne influente e dalla posizione sociale particolarmente spiccata che si occupavano della parte propriamente "di relazione", cioè curavano quello che oggigiorno definiremmo marketing e PR, interessando altre loro pari alla scuola e ai suoi progetti e sponsorizzandone l'insegnamento in modo che figlie, nipoti e quant'altro frequentassero i corsi presso di loro piuttosto che altrove. Era il Comitato più importante della scuola, sebbene quello che, materialmente, faceva di meno, ma la scala sociale è fondamentale nella storia vittoriana e i soldi che queste potevano investire decisamente più di tutti gli altri.Oltre alla rappresentanza, il Ladies Committee si occupava della gestione organizzativa e amministrativa e del coordinamento delle attività del personale.
  • General Committee, costituito da tutto il personale della scuola, quindi insegnanti, amministrativi, segreteria ecc. Il Comitato si chiamava Generale proprio perchè comprendeva le persone dai ruoli più disparati all'interno della struttura scolastica. Ufficialmente il Comitato Generale era subordinato solo in parte alle decisioni del Ladies Committee, tuttavia quest'ultimo era così potente da non poter essere assolutamente scontentato e, di fatto, si trattava solo di impiegati di poco conto.
  • Lady Visitors era un gruppo di donne (in origine), autentica emanazione del Ladies Committee che si curava della salute, dello stato sociale e della supervisione dell'educazione delle allieve, delle attività extrascolastiche e della disciplina all'interno della scuola.
    Queste donne fungevano anche da accompagnatrici per tutti gli eventi singoli o a gruppi che coinvolgevano le allieve, quindi eventuali feste, la consueta messa quotidiana ecc., erano garanti di ciò che veniva promesso dalla scuola in termini di educazione e preparazione, una responsabilità non da poco.

Il ginnasio della scuola alla fine
dell'800
una rarità in una scuola
femminile
dell'epoca
La struttura iniziale della scuola, che si trovava ancora a Bedford Square, prevedeva che al piano terreno dell'edificio fossero ubicate le aule di insegnamento, mentre al primo piano si trovava il dormitorio, sia quello delle allieve che delle insegnanti (quelle che risiedevano nell'edificio). La struttura venne riveduta diverse volte quando la scuola si trasferì un Baker Street, specialmente per via dell'annessione di nuovi edifici atti a laboratori, palestra, teatro, ecc.
Inalerata rimase invece la struttura esterna in Regent's Park, dove sono ancora visibili e utilizzabili oggi, come imbarcaderi, campetti ecc, che fanno parte di una istituzione più ampia chiamata Regent's College che comprende i rimasugli di diverse scuole inglesi.


Materie e insegnamento
Il Bedford College forniva alle sue allieve una preparazione di tutto rispetto e molto all'avanguardia per l'epoca. Si insegnavano le stesse materie dell scuole maschili, con grande scandalo dei bempensanti che si dicevano oltraggiati dagli studi in medicina e chimica di alcune donne e le osteggiarono in ogni modo.
Oltre alla preparazione propriamente accademica, il Bedford College aveva anche un corso di economia domestica che trasformava le proprie allieve in ottime padrone di casa in grado di gestire una dimora con o senza servitù, garantendo che le sue allieve sapessero cucinare, rammendare, cucire, cantare, suonare e danzare.

La squadra di hokey del Bedford,
classe
1886 - 1887
Era una rarità che le donne facessero sport
Lezioni di livello particolarmente alto furono quelle di matematica, algebra e geometria tenute negli anni novanta dell'Ottocento al Bedford College, quando le sue allieve raggiunsero davvero l'eccellenza in queste materie, surclassando Eton, Westminster ecc.

A differenza di altri istituti, lo sport assunse sempre un ruolo primario nella struttura del Bedford e la mantenne a lungo: canoa, atletica e diverse altre attività motorie furono non solo incoraggiate, ma il principale divertimento delle ragazze della scuola.


Personaggi famosi
Non solo da Eton uscirono grandi nomi della storia inglese, il Bedford College diede i natali culturali a diverse personalità di spicco

  • George Eliot fu sicuramente l'allieva più famosa, sebbene non fosse iscritta ai registri con questo nome, ma con il suo vero di Marian Evans.

  • Sophie Bryant fu un'importante matematica britannica, membro della Mathematical Society e degna rappresentante delle materie scientifiche come Eliot lo fu di quelle
    umanistiche.

  • Altra matematica molto nota proveniente da questa scuola fu Kathleen Lonsdale, divenuta poi la prima professoressa donna dell'Università di Londra.

  • Kathleen Lonsdale
  • Il Bedford vanta anche un'esploratrice tra i suoi nomi, fu infatti educata presso questo istituto Edith Durham, nota viaggiatrice.

  • Oltre ad Eliot, altra importante romanziera fu Eba Ibbotson nata Maria Weisner.

  • Non fu solo l'arte della scrittura a far parte del Bedford, ma anche la pittura consta diversi rappresentanti, molto famosa fu Kate Perugini, ultima figlia di Charles Dickens e moglie di Charles Collins, fratello di Wilkie Collins prima, e del pittore Charles Perugini.
    Per altre info su di lei rimando al post di Cipria e Merletti.

Spero che il post sia stato interessante,
a presto, baci





Mauser

17 febbraio 2011

Returning from covent Garden Market: il dipinto

Carissimi,
questo quadro che vi presento oggi vorrei ricollegarlo ad un post di un sacco di tempo fa che avevo intitolato La venditrice di fiori.


Scheda tecnica:
Titolo dell'opera: Down Piccadilly: Returning from Covent Garden Market one June morning 1882
Traduzione: Lungo Piccadilly: ritorno dal mercato di Covent Garden, mattinata di giugno 1882
Autore: Maria Brooks
Anno: sconosciuto
Tipo di pittura: olio su tela


Il quadro è bellissimo, a mio avviso, solare e pieno di luce e vita e ci dà qualche bel dettaglio di vita quotidiana: innanzi tutto i fiori.
I fiori erano molto presenti nella vita ottocentesca, non solo nelle classi alte dove si regalavano mazzi alle amate con una certa frequenza e più il fiore era raro e fuori stagione più faceva colpo, le donne solevano comprare mazzolini con cui adornare gli scialli o i capelli
La donzelletta vien dalla campagna/
in sul calar del sole,/
col suo fascio dell'erba; e reca in mano/
un mazzolin di rose e viole,/
onde, siccome suole, ornare ella si appresta/
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.

Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio dai Canti XXV
Poesia completa


...e questa è solo una citazione così, delle prime che mi vengono in mente...

Non solo le donne acquistavano mazzolini dalle venditrici ambulanti di cui abbiamo parlato in un post (quello citato all'inizio), ma, ove possibile, coltivavano un loro piccolo giardino composto di rose e piante ornamentali con qualche erba officinale o sapori per la cucina.
I fiori del giardino venivano poi raccolti e posti in bellissimi vasi che adornassero la casa e con questo tocco di colore e di vita anche la più squallida delle dimore riceveva subito un'altra luce e un altro fascino, sembrando gradevole ed accogliente.
Questa passione per il giardinaggio è ancora molto sentita nella cultura anglosassone, basti pensare ai cottage delle Midlands inglsi, oppure ai bellissimi dipinti di Thomas Kinkade (rimando al post di Cipria e Merletti al riguardo) e si esprime nel Chelsea Flower Show, una delle più importanti manifestazioni di floricoltura a livello mondiale.

Non solo i colori del dipinto sono dati dai molti fiori presenti, ma anche dall'arcobaleno di abiti che le signore indossano. Abiti, sottolineo, tipicamente popolari, si riconoscono fantasie floreali particolarmente spiccate che nessuna gentildonna o borghese si sarebbe mai permessa perchè troppo vistose (avrebbero preferito tinte unite o pastello), si vedono gli scialli di lana e feltro, indumenti naturalmente poveri, e cappellini privi di classe, ma graziosamente appuntati di fiori per rallegrare la semplicità della fattura, chiaramente economica.
Poi si riconoscono i grembiuli, non certo l'indumento che porterebbe in vista una signora di una certa levatura, ma invece lo fa una popolana che ostenta la sua devozione alla casa, alla famiglia e al lavoro e alle faccende.


I colori chiassosi sono una caratteristica del popolo, basta spulciare qualche antologia del costume o degli abiti tradizionali e folkloristici delle nostre regioni per accorgerci subito che il massimo del desiderio, per una fanciulla, era poter portare gonne a righe di molti colori, adornate con monete, sonagli o pendenti in metallo, legno, stoffa e passamaneria, coprendo il tutto con scialli a fiori o con altre righe, certo di colori diversi, e indossanto in testa un fazzoletto o un velo, anch'esso fantasia.
E l'effetto d'insieme non è certo orribile, a me piacciono tanto, per esempio, le stoffe provenzali o gli abiti gitani, sono splendidi. E questa caratteristica la si ritrova in tutto il mondo, per fare qualche esempio si possono accostare i costumi tradizionali messicani, indiani del Rajahstan, cinesi, cechi, tutto senza dimenticare le settecento varietà di tartan scozzese, naturalmente, che può facilmente rientrare nella categoria.

Infine le ceste per la spesa.
Recentemente hanno promosso una campagna per l'abolizione dei sacchetti di plastica [ottima iniziativa], ma prima di loro i sacchetti erano di carta (nel dopoguerra) ed erano rari e le sporte della spesa erano in stoffa, come quelle della Coop che ancora si vedono in giro.
E prima ancora eravamo ai tempi di Cappuccetto Rosso (il quadro è di Millais) con il suo canestro al braccio.
Era così che si andava a comprare nell'Ottocento, le donne uscivano per acquistare, spesso a credito perchè la paga era di sabato, gli alimenti col paniere sotto braccio e lo riempivano, se possibile; per questo il detto rompere le uova nel paniere è usato quando qualcuno fa un dispetto, perchè non solo ha fatto la sua bravata, ma l'ha anche fatta bene senza farsi scoprire, dato che il paniere sta sotto braccio, quindi con particolare destrezza.

Poi c'è l'omnibus: si tratta di uno dei pochi mezzi pubblici disponibili all'epoca insieme alla diligenza di John Wayne e si spera che fosse un po' più puntual dei mezzi moderni e un po' più sicuro dagli attacchi degli indiani Apache.
L'omnibus è il teatro dove si svolge la scena, ricorda un po' gli autobus moderni, magari di quelli che si inerpicano verso i quartieri più campagnoli delle città, che fanno tornanti su tornanti carichi di signore che scendono "a valle" a far compere il giorno del mercato, quelle come la mia nonna che all'ometto del banco delle pentole, di età assortita tra i cinquanta e i sessanta, si rivolge ancora con il tipico giovanotto che mi fa accapponare la pelle e a lui quanto me. Ecco, così, quelle donne che sembrano uscite da un libro di storia e che i paesaggi di Pane, Amore e Fantasia li hanno visti sul serio.

E poi la pubblicità, appena agli inizi della sua carriera mediatica, che già compariva sulle pareti a sponsorizzare qualsiasi prodotto.


La parte molto ben raffigurata, poi, è quella degli atteggiamenti, alcune delle signore stanno parlando e confabulando tra loro, magari scambiandosi pettegolezzi, dopotutto sono delle paesane, campagnole rispetto alla citta, altre attendono più tranquille di arrivare a casa, ma sembra davvero di essere in mezzo a loro, nel trambustodel mezzo pubblico, tra gli schiamazzi delle donne che parlano quel dialetto strascicato tipico di coloro che non hanno seguito corsi di pronuncia e dizione fin dalla culla, i termini un po' più coloriti, i gesti non proprio raffinati, eppure così quotidiani.

Adoro questo quadro per la vita, la vivacità e l'incontro di anime che è riuscito a rappresentare e credo che non sia una cosa da nulla.





Mauser

15 febbraio 2011

Il giorno del bucato: il dipinto

Un annetto fa avevo scritto diversi post riguardanti il bucato casalingo, come era fatto nelle tinozze o nei trogoli di paese, quali fossero i saponi o gli smacchianti più efficaci e, grossomodo, avevo descritto l'intero procedimento.

Il giorno del bucato

La cenere e la lisciva

Ricette per i saponi di una volta

In questi giorni, girovagando per la rete alla ricerca di materiale per alcuni approfondimenti, mi sono imbattuta in un quadro che fa davvero al caso nostro per mostrarvi il riassunto di tutto quanto era stato detto all'epoca e sono davvero contenta di averlo trovato.


Scheda tecnica
Titolo dell'opera: Washing day
Traduzione: Il giorno del bucato
Autore: Pierre Edouard Frere
Anno: sconosciuto
Tipo di pittura: olio su tela

Come si vede chiaramente dalla tela, il quadro si colloca nella corrente dei realisti e ritrae con accuratezza la scena tutta domestica di una famiglia che fa il bucato.
La casa è modesta, ma non povera: tutti sono decentemente vestiti, i mobili non sono marci e si vedono addirittura dei soprammobili sopra il caminetto, così come una cesta piena di panni da lavari.

Le donne di casa si occupavano del bucato e così la madre e le due figlie sono tutte e tre chine su una tinozza ciascuna, con i panni commisurati a forza ed esperienza (la figlia maggiore distente quello che può assomigliare ad un fazzoletto).

La maggior parte dei dipinti che scelgo è caratterizzata da una particolare cura per i dettagli che permette di inserirsi in quelle scene tutte quotidiane ritratte dagli artisti. Anche in questo caso l'autore è un maniaco ossessivo compulsivo della perfezione tecnica e si fossilizza a ritrarre i panni già lavati e stesi nella stanza, sgocciolanti sul pavimento.

Ma anche la cesta colma dietro le donne, le tre tinozze di cui quella della madre in metallo, cosa non certo a buon mercato, e si premura anche di ricreare a pennellate il vigore che bisogna usare per riuscire a smacchiare la biancheria, non bastava certo insaponarla e sciacquarla in acqua: le macchie di terra, erba o cibo, come ci ricordano le pubblicità Omino Bianco, non vanno mai via del tutto e sicuramente i detersivi di una volta, per quanto puliti e non inquinanti, non erano anche altrettanto efficaci dei nostri super prestigiosi composti chimici più corrosivi dell'acido muriatico.
Non penso che in una famiglia del genere sarebbero stati tanto schizzinosi da impensierirsi per l'alone di salsa di pomodoro sul davanti della camicia, ma di certo forse si sarebbero preoccupati se la camicia in questione sembrasse aver appena fatto un giro nella porcilaia...

Un altro dettaglio molto popolare che Frere ci riporta è il fazzoletto che la madre delle due ragazze porta annodato intorno alla testa.
Il fazzoletto in testa era un'abitudine delle contadine, delle lavandaie e serviva per coprirsi i capelli, tenendo al contempo in ordine la pettinatura.
Una volta era normale andare in giro col capo coperto così come al giorno d'oggi in Medio Oriente le donne islamiche indossano l'hijab, il copricapo che avvolge il viso. Ancora oggi, se si visitano alcuni villaggi di campagna o dell'entroterra, le signore anziane sedute a prendere il fresco sotto gli alberi della piazza della chiera hanno in testa il classico fazzolettone a fiori legato sotto il mento o dietro la nuca e anche i costumi tipici di morte regioni come Sicilia, Sardegna, Marche e Puglia lo prevedono, lo si riconosce anche nell "divisa" delle mondine, le ragazze delle risaie della Pianura Padana o della zona di Varese che, chine sui canali e sulle piantine, hanno in testa il fazzoletto a bandana.

Spero che il quadro vi piaccia,
baci a tutti!




Mauser




10 febbraio 2011

Il segreto di Lady Audley: recensione

Ciao carissimi,
come state?
Abbandono solo temporaneamente i miei approfondimenti per scrivere qualche recensione di libri ottocenteschi o di qualche ambientazione vittoriana/georgiana, giusto per non sbilanciare troppo il tipo di scrittura: ci tengo che questo sia un blog vario che tratta i periodi a cui siamo interessati con occhio critico e obiettivo attraverso tutti i punti di vista, quindi non solo quello enciclopedico della maestrina che scrive tante belle parole, ma anche attraverso il tratteggio che i romanzi contemporanei fanno dell'Ottocento e del Settecento e, cosa che mi piace moltissimo, confrontare tutto ciò con la raffigurazione che romanzi per l'epoca "contemporanei" facevano del loro periodo di svolgimento. Un po' come se scrivessimo un contemporaneo oggi, chessò, Follett prima versione...

Una caratteristica a cui sono affezionata e di cui mi piace vantarmi è parlare di libri che sono poco conosciuti al grande pubblico; tutti sappiamo chi fu Jane Austen e grossomodo tutti conosciamo le sorelle Bronte, in molti avranno letto Dickens [Ave, Maestro! A differenza di molte di voi la passione per questo periodo storico per me è nata con lui e non con la zia Jane...], ma, ho anche coscienza che non così fortunati sono stati altri autori: in pochi ricordano Thackeray oppure Eliot [rabbrividisco ancora al chiedermi quanti sappiano che George, non Clooney, fu una signora].
Eppure, in tutto questo mucchio di scrittori senza tregua e con le dita perennemente sporche d'inchiostro, di quello della peggior specie che per mandarlo via occoreva lavarsi a fondo le dita con il limone acido e il bicarbonato, so che in tanti si dimenticano di grandissimi artisti che invece potrebbero tenerci compagnia.
Mi prendo il merito di aver portato un po' più vicina alla scoperta la mia amata Elizabeth Gaskell, specialmente dopo aver trovato i suoi libri nelle wish list di alcuni di voi oppure negli scaffali delle librerie online, ho parlato in passato anche dell'odiato Thomas Hardy e oggi vi narrerò di un romanzo e di un'autrice che in pochi conoscono: Mary Elizabeth Braddon.
Alzi la mano chi l'ha sentita nominare.

...ma dopotutto meglio così, che non la conosca quasi nessuno intendo, siamo qui per questo; se tutti sapessero tutto sapete che noia! Vivere in un mondo senza il gusto della scoperta sarebbe davvero estenuante, una barba infinita, tutto che ti annoia e mentre qualcuno parla attacchi la solfa mentale del "sì, sì lo so già, sì qui le cose sono andate così e colà, no il dettaglio era diverso, il pizzo era blu e non color antracite, sì però si poteva dire meglio.." un po' come quando amici e colleghi ripetono all'infinito sempre le solite tre esperienze che dopo un anno conoscete a menadito. E in più tocca tacere per non offendere l'interlocutore.
Ok, passiamo oltre.


Il romanzo incriminato questa volta è Il segreto di Lady Audley e come si evince già dal titolo, i misteri la faranno da padroni per tutta la narrazione.
Frutto della collaborazione molto stretta tra l'autrice e Wilkie Collins, altro scrittore britannico estremamente prolifico e avvincente, Il segreto di Lady Audley è un vero e proprio mystery di ambientazione vittoriana, ma, a differenza di quelli che ci vengono propinati oggi sul mercato, è autentico, autenticamente scritto nell'Ottocento con obiettività e occhio "contemporaneo" e, si sa, se in un periodo ci si vive si hanno molte più possibilità di tratteggiarlo con accuratezza storica, soffermandosi anche sui dettagli meno noti che in una narrazione moderna tenderebbero ad essere dimenticati in favore dei clichè che tutti si aspettano da determinati prodotti.


Il segreto di Lady Audley si inserisce perfettamente nel filone letterario vittoriano dedicato alla risoluzione di misteri e fatti, antenato dei più famosi detective british del primo Novecento, e caratterizzato da un particolare tipo di narrazione con intreccio serrato e avvincente, spesso ricco di misteri irrisolti, segreti nascosti, parentele e indagini da parte di personaggi non precisamente impiegati nel campo dell'investigatore.

La struttura narrativa della Braddon si adatta perfettamente alle pubblicazioni periodiche del tempo su riviste e giornali, in ciascun episodio si faceva accadere qualcosa di inaspettato: scoperte, nuove persone, discussioni, ciò creava una suspance continua nel lettore e ciò spiega anche il numero esorbitante di avvenimenti di cui questo libro, così come altri della stessa autrice, è infarcito.

La Braddon, scrittrice estremamente prolifica, pubblicò per questo particolare sottogenere della narrativa buona parte dei suoi settanta romanzi [mica pizza e fici, eh!], quasi tutti editi a puntate sulla rivista Belgravia, di cui fu anche direttrice, che poi finì per dare il nome all'intero sottogenere letterario costituito dai seguenti canoni o punti fissi, cioè quelle caratteristiche imprescindibili che si ritrovano in ciascun libro così etichettato:
+ ambientazione vittoriana
+ mistero
+ indagine
+ segreti di famiglia
+ ambiguità
+ passato tormentato
----------------------------
= Belgravia

Nello stesso tipo di scritti si possono racchiudere anche alcune produzioni del già citato Wilkie Collins, una su tutte La pietra di luna, ma di lui e dei suoi romanzi avremo modo di parlare più approfonditamente in futuro, non abbiate fretta di conoscerlo, anche lui è uno di quei poveretti che troppo spesso viene dimenticato ^__^

Una nota doverosa: lo stile Belgravia della Braddon e di altri autori rappresentò per l'epoca vittoriana quello che il romanzo gotico fu per il primo Ottocento.
Esso infatti incarnava quello che la gente voleva trovare nei libri non troppo impegnati (lasciamo tempoaneamente Schopenhauer fuori dalla conversazione), che già fu nel romanzo gotico e che, via via, rimaneva inalterato tra cambi di moda e ambientazioni: se era l'occulto ad affascinare il primo Ottocento, non altrettanto si poteva affermare della metà, quando l'ingessata religiosità vittoriana non permetteva certo allusioni troppo liberali a peccati impuniti, anime vendute, monaci dall'anima nera.
Nella seconda metà dell'Ottocento ciò che la fa da padrone è il moralismo e il sogno di ricchezza che si nota anche in motlissimi scritti di Dickens; i lettori vogliono vedere persone comuni arrabattarsi per cercare la propria strada per scalare la società, sia nel bene che nelmale (Moll Flanders arriva ad un indicibile successo), Hardy, Eliot e Thackeray propongono i loro componimenti. Ecco, questa è l'ambientazione anche del nostro Segreto di Lady Audley, sebbene a far da sfondo non sia la caotica, puzzolente e discinta grande città, ma la campagnola villetta degli Audley, più consona al metodo d'indagine vittoriano.
Eppure rimane invariato quanto già faceva la fortuna del romanzo gotico, quello che Marty ha brillantemente riassunto nella Teoria delle tre S: ovvero Suspence, Sangue, Sesso.
Troverete tutti e tre, sebbene non nelle misure descritte in libri come Il monaco oppure Vathek.


Trama
Uscito a puntate tra il 1861 e il 1862 sulle pagine delle riviste letterarie del tempo, riscuotendo uno straordinario successo di pubblico, il racconto è caratterizzato dal meccanismo dell'indagine a ritroso. L'eroina del romanzo, abbandonata dal marito, riesce a rifarsi una vita inventandosi una nuova identità. La ritroviamo Lucy Audley, moglie di un rispettabile gentiluomo. Ma la sua nuova sicurezza rischia di andare in pezzi quando il giovane e sfaccendato rampollo di casa, Robert Audley, incontra un vecchio compagno di scuola che non vede da anni e che si rivela essere proprio George Talboys, il precedente marito della protagonista. D'un tratto George scompare misteriosamente. Sarà l'amico Robert a intraprendere le indagini...
Scheda aNobii - Il segreto di Lady Audley


Analisi e temi
Poichè la sezione di Santa Wikipedia al riguardo è molto precisa e interessante, ho deciso di ricopiaverla direttamente, non penso sarei riuscita ad esprimere meglio concetti e sottigliezze.

Il segreto di Lady Audley gioca sulle inquietudini vittoriane riguardanti la sfera domestica dove la casa è considerata essere un rifugio dai pericoli esterni. Tuttavia, in questo racconto, la donna apparentemente perfetta si rivela essere una violenta criminale che non solo ha cercato di commettere omicidio, ma ha anche commesso bigamia e abbandonato il suo bambino. I crimini di Lady Audley perturbano la sfera domestica e rimuovono la sicurezza della casa.

Inoltre, le crescenti preoccupazioni causate dall'urbanizzazione della Gran Bretagna sono evidenti: Lady Audley è in grado di cambiare la sua identità in una città, dove ognuno è effettivamente anonimo. La piccola cittadina di Audley non è più un rifugio dove ognuno conosce i suoi vicini. Gli abitanti di Audley devono accettare ciò che Lucy Graham racconta di se stessa, in quanto essi non hanno altro modo di identificarla. Altre inquietudini sulla sua identità instabile compaiono in tutto il romanzo.


Personaggi, ambientazione e stile
Se decidete di leggere la Braddon, scordate Arthur Conan Doyle e anche Agatha Christie, il genere investigativo che piaceva ai victorians era diverso dagli schemi poi approfonditi in seguito, giusto Sherlock Holmes, Ellery Queen o Poirot, i personaggi portati in scena dall'autrice sono spesso caratteri comuni che conducono un'esistenza ordinaria secondo i canoni sociali dell'epoca.
Questo può piacere come no, specialmente perchè a costoro manca la didattica dell'investigatore, cioè basano le loro indagini più sul sestro senso e sull'intuizione che sul reperimento meticoloso di prove e testimonianze, il loro puzzle, tutto combinato, assume la forma finale solo dopo due terzi del libro, non essendo costoro capaci di creare i collegamenti logici necessari a ricomporre la figura intera.
La loro incapacità, in senso buono, o forse sarebbe meglio definirla poca professionalità, allunga la narrazione, crea spesso dei falsi positivi, cioè delle piste da seguire che infine si rivelano errate e portano solo ad un minomo progresso e, in certi casi, esasperano il lettore.

Ma c'è un altro dettaglio non trascurabile: l'importanza che l'indagine ricopre per l'investigatore. Dico non trascurabile perchè a volte un detective troppo superficiale o troppo poco coinvolto suscita una certa irritazione nel lettore, che invece vorrebbe che il suddetto si impegnasse più a fondo e facesse progredire la trama e anche l'investigazione.
Qui accade proprio questo, l'indagine che il protagonista porta avanti è vissuta più come un passatempo, un'alternatima alla monotona routine campagnola che come un impegno morale, sebbene certo questi abbia sofferto per la perdita subita e soffra anche per la possibilità che non sia stata accidentale.
Ma insomma, da autodidatta si può dire che il nostro detective è coinvolto e spronato fino ad un certo punto, più dalla curiosità personale che dalla morale.
Risucite a tollerarlo?

Nonostante questo difettuccio voluto e benchè i personaggi non siano il punto di forza né di questo romanzo né degli altri targato Braddon (un po' il suo marchio di fabbrica), sacrificati in favore di un intreccio veramente articolato, è comunque piacevole trovare nel conduttore dell'indagine quel briciolo di umanità che, invece, manca sia al supergenio cocainomane Sherlock Holmes, che nella realtà letteraria ha davvero poco in comune con quello interpretato da Robert Downey Jr [per quanto io preferisca quest'ultimo] sia al perfettissimo, pedante, ficcanaso e snob Hercule Poirot.
Non proprio i primi che passano per strada, mettiamola così.
Se proprio volessimo fare un paragone, accosterei molto candidamente il presente Segreto di Lady Audley con un libro della Christie a mio avviso un po' anomalo: Perchè non l'hanno chiesto a Evans?.

Se forse personaggi e stile sono un po' carenti e un po' figli del loro tempo, il libro non è privo di lati positivi: un intreccio tanto complesso, fantasioso e denso di avvenimenti come questo, misteri e mezze verità è una finestra sull'epoca vittoriana che ho spalancato volentieri, ritrovandomi proiettata nella piena quotidianità d'epoca che nei romanzi moderni sembra sempre un po' affettata e fasulla, purtroppo per via degli eccessivi clichè che gli autori adoperano sapendo di far piacere alla fascia media di lettori [la scena della preparazione di un ballo è immancabile, peccato che solo in un caso su dieci sia coerentemente ritratta dalla penna di turno: inutile parlare di corsetti in epoca Regency].


Se vi può interessare, sul "caso Lady Audley" è stato girato anche un film, come per la maggior parte della letteratura classica inglese.

Beh, spero che questo approfondimento sia stato un po' meno ironico di quelli fatti in passato per la Saga dei Dillhorne oppure per Penny House, ma che sia stato ugualmente interessante o curioso.

Adesso scappo, ciao a tutti e a presto!





Mauser

9 febbraio 2011

La Vie en Rose ~ Terza Edizione

A tutte le amanti come me del romance e dei libri rosa vorrei indirizzare questo post.

Per tutte le appassionate del genere La Vie en Rose è un evento importante e, in un certo senso, il riconoscimento di una certa dignità letteraria per un genere che in molti denigrano senza sapere di cosa tratta realmente. Nella semplicistica e facilona mente dei più, un libro rosa ha lo spessore di un Harmony, un romanzetto di qualche centinaio di pagine con una storia che chiamarla tale è uno spregio verso i capolavori, con una caratterizzazione psicologica degna dei Puffi e con troppe scene d'amore perchè sia un prodotto che può piacere a tutti.
Perchè i romanzi rosa hanno una loro dignitià letteraria, così come tutti gli uomini hanno una propria dignità umana, a qualunque modo.

E sono quindi estremamente orgogliosa che La Vie en Rose sia arrivata alla sua terza edizione.

La Vie en Rose
Terza edizione

~

Firenze, 26 marzo 2011
dalle 11.00 alle 17.30


www.lavieenroseevento.it


Il giorno 26 marzo 2011 a Firenze, nella Sala delle Feste dell’Astoria-Boscolo Hotel, via del Giglio 9, a pochi passi da Santa Maria Novella, alcune affermate autrici incontreranno le loro lettrici in occasione di quella che noi organizzatrici vediamo come festa della lettrice. Dalle ore 11.00 alle ore 17.30 coloro che interverranno alla manifestazione potranno ascoltare dalla viva voce delle scrittrici informazioni inedite e curiosità.

Saranno inoltre presenti molte autrici italiane di romance, tra cui l'ospite d'onore di questa edizione, Sveva Casati Modignani e anche...
Ornella Albanese
Mariangela Camocardi
Roberta Ciuffi
Miriam Formenti
Maria Masella
Theresa Melville
Paola Picasso
Sylvia Z. Summers

Durante l’evento dedicato a chi scrive e legge d’Amore sarà presentato il racconto vincitore del premio letterario “La vie en rose” e il suo autore.


La terza edizione vi offrirà alcune sorprese che abbiamo preparato pensando solo alle lettrici romantiche.

Vi segnaliamo la mail cui far pervenire le adesioni: la.vie.en.rose.evento@gmail.com.

Si fa presente che la manifestazione è a numero chiuso ed è prevista una quota di partecipazione per coprire esclusivamente le spese per il catering.

Purtroppo io non potrò partecipare neppure questa volta a causa dell'ennesima trasferta, ma spero comunque che l'evento abbia il riscontro che merita e che le riviste femminili nazionali (Grazia, Gioia, Style, Vogue, Amica, Marie Claire, Intimità, ecc) che dicono di occuparsi di problemi da donne, diano il giusto spazio a tutto ciò.

Con questo oggi vi saluto, baci!





Mauser

8 febbraio 2011

Rimedio al rafano contro le insolazioni

Come si è detto altrove, sia Victorians che Georgians tenevano particolarmente al candore (cfr. La cosmesi al tempo dei victorian) della propria pelle, sia gli uomini che le donne e anche se i romance vogliono farci credere il contrario presentandoci eroi mascolini e abbronzanti [non come Obama], non era davvero così che piacevano perchè l'abbronzatura richiamava il lavoro dei campi, ore e ore sotto il sol leone e, quindi, al lavoro delle braccia e dell'agricoltura; era già malvisto il lavoro di scribacchino e grattapennini, figuratevi quanto in alto doveva stare quello del bracciante...

Le donne proteggevano la loro pelle delicata con cappellini, parasoli e guanti e anche gli uomini non erano da meno, basti ricordare gli ombrelloni di seta e i drappi coprenti con cui i gentiluomini inglesi venivano trasportati con tutti gli onori per ripararsi dal forte sole egiziano, durante le visite agli scavi archeologici o per la permanenza indiana.

Donne vittoriane al bagno

In tutta questa prevenzione accurata poteva accadere ugualmente che una ragazza si scottasse, per esempio cavalcando o giocando a volano e allora che fare?
Il fastidioso rossore che rimane per un paio di giorni non era considerato propriamente fine, ecco quindi che le zie e le mamme consigliavano alla giovane di lavarsi il viso alla sera con il latte non scremato, un trattamento garantito che avrebbe cancellato la bruciatura in pochissimo tempo.

Era un'ottima soluzione perchè il latte è un idratante naturale ricco di proteine e grassi che ammorbidisce la pelle e la panna un emolliente molto efficace, insieme combattevano alla perfezione questi inconvenienti al sole.

Questo trattamento era talmente all'avanguardia che, ancora oggi, chiamiamo latte solare la crema doposole. Il latte e le mandorle sono entrambi componenti ancora presenti nei doposole e negli anti scottature che usiamo d'estate e, in linea generale, anche efficaci [la sottoscritta non fa testo, è riuscita a bruciarsi andando al mare 4 ore dalle 8 a mezzogiorno, quindi in zona protetta, e applicandosi tre volte la protezione 60: quando lo racconto in giro non mi credono...].

Nel caso la bruciatura fosse molto evidente, c'era però anche un composto naturale a detta di molti infallibile:

Grattate finemente una radice di rafano e lasciatela ammorbidire nel latte per alcune ore, dopodichè impastate bene le due e adoperate il composto per lavare il viso mattina e sera. Risultati garantiti!

Consiglio personale: chiudete gli occhi quando applicate la polpa, il rafano ha un sapore molto forte e a me fa addirittura lacrimare gli occhi ad effetto cipolla, quindi prestate attenzione che non ve ne finisca dentro o piangerete a lungo ^__^
.
I fatti: l'autunno scorso quando sono stata a Monaco, ci hanno portato a mangiare al ristorante sotto la Rathaus, il municipio cittadino, dove hanno servito squisite salsiccette di Norimberga con purea di patate, orribili crauti e uno sconosciuto trito di erbe.
Da brava schizzinosa ho subito scartato i crauti, che puzzano troppo per il mio naso perchè io riesca ad avvicinarli alla bocca, e così anche lo sconosciuto trito; la mia migliore amica che era con me, invece, che è un'erbivora, si è subito lanciata sul rafano proposto: in cinque secondi l'ho vista passare dal rosso al viola pansè, per terminare inun verde ramarro che mi ha preoccupata notevolmente.
Per due ore la poveretta non ha parlato, ma a gesti mi ha fatto capire che non mi sarei mai dovuta avvicinare al rafano in tavola. E aveva ragione.



Bene, anche questa ricetta è ultimata, quest'estate se qualcuna ha la passione di rosolarsi al sole tipo lucertola mi faccia sapere se funziona, io cercherò di non averne bisogno... -.-'

Baci





Mauser

6 febbraio 2011

La cosmesi al tempo dei victorians

Partiamo da un presupposto che per me è una regola di vita: il gusto del bello trascende la moda.

Quando ero più giovane i miei compagni di classe mi prendevano spesso in giro perchè non mi vedevano mai ai piedi le fantomatiche scarpe Nike e mi chiamavano poveraccia a causa di ciò, invero devo confessarvi che io porto avanti una campagna di boicottaggio della Nike per quelle notizie trapelate da giornalisti di frontiera che avevano scoperto l'impiego di ragazzini giovanissimi nella catena di produzione.
A chi mi dice: tanto lo fanno tutti, io rispondo secondo il principio spartano: "sì, lo fanno tutti perchè il concetto stesso di produrre in massa il superfluo (non penso sia necessario cambiare paio di scarpe una volta ogni sei mesi) è bacato, e quindi applica principi bacati, tuttavia, secondo il principio citato poc'anzi , io ti punisco perchè ti sei fatto scoprire, ergo, sei un imbecille che non merita di stare sul mercato globale, tesoro, se vuoi la globalizzazione, questa è".
Comunque le scarpe non sono state l'unica cosa e ci sono momenti nella propria vita dove si è troppo giovani o troppo stupidi per lasciare che semplicemente le prese in giro ci scivolino addosso, io tacevo e poi mi facevo le paturnie, fosse adesso li ricoprirei d'insulti, ma si sa, con l'età i difetti si accentuano.

Ad ogni modo, trascurando questo piccolo interludio, ciò di cui volevo parlre oggi non è una seduta psicologica da un poveraccio che analizzi i miei complessi, bensì dei canoni di bellezza e delle cose che si facevano per apparire più conformi agli standard dell'epoca: voi cosa fate? Trucchi, scarpe alte, dal parrucchiere una volta la settimana? Manicure, estetista? Andate farvi strappare le sopracciglia o a impiastrarvi il viso? Vi fate fare i massaggi o le terme? Fate sport tutti i giorni per il solo fine di dimagrire e non per la sensibilità verso l'attività fisica?
Vediamo cosa facevano in passato...


Rococò time
Una volta dall'estetista mi è capitato di riflettere su come fossero cambiate determinate manie di bellezza nelle donne e il primo pensiero, mentre una ragazza si faceva strappare le sopracciglia, è stato il constatare come questo fosse, per esempio, completamente in antitesi con le abitudini rococò dove sopracciglia folte e crespe erano all'ultima moda nella fastosa corte francese di Maria Antonietta.
Non mi credete? Invece è così, non solo le sopracciglia non venivano rimosse come è usanza piuttosto moderna per renderle sottili e definite, ma le donne se le pitturavano volutamente per renderle più spesse e scure, le spazzolavano al contrario perchè sembrassero ulteriormente folte e, in mancanza di un aiuto da parte di Madre Natura (quella di Puffi, ovviamente), se ne applicavano di finte.
Le satire dell'epoca non sono state indulgenti con queste poverette fashion-victim del tempo, in alcune scenette satirische che erano tanto di moda venivano ritratte mentr si applicavano dei topi morti sopra gli occhi: tutta raffinatezza!

Vanità
by Francois Brunery
Era invece estremamente importante la pelle; doveva essere chiarissima, morbida e delicata; durante la fastosa corte dei Luigi, per ovviare alle macchie, all'acne e alla mancanza del fondotinta, le donne solevano applicare al viso, al collo e alle mani delle creme a base di piombo e... cacca di uccelli.
A me personalmente fa un po' schifo, ma visto che non ho la più pallida idea di cosa contengano realmente le creme di bellezza L'Oreal, Garnier e altro reclamizzate in tv, non mi pronuncerò sulla cosa. Posso però dire che georgians e victorians se le andavano davvero a cercare! L'arsenico nelle pitture della carta da parati, il piombo nelle creme, il mercurio nei cappelli... se non morivano giovani era davvero un di più!
L'impiego del piombo abbiamo capito che non era proprio la trovata più intelligente, ma in moltissime culture di tutto il mondo si riconosce l'impiego del guano nella preparazione dei belletti, lo si ritrova sia negli impiastri rituali delle civilta precolombiane, una fra tutte quella Incas, ma anche nell'impasto del belletto della bianchissima maschera delle geishe, dove era espressamente richiesto che la cacca in questione fosse quella di un usignolo.

Se avete lo stomaco forte, date un'occhiata al video qui sotto che parla della toeletta di una signora georgiana ^__^




Cosmetici industriali
La cosmesi come scienza è antica, ma come business e fonte di denaro un po' meno, questo perchè nel Settecento il commercio e la produzione industriale non erano ancora sufficientemente evoluti per fare delle sprovvedute donne dell'epoca un target di prodotti miracolosi, esistevano parrucchieri e profumieri che si intendevano anche di belletti, fard e matite per occhi, ma la loro professione era abbastanza limitata sebbene quasi ogni donna della corte si servisse dei loro ritrovati.

Con il brusco cambio di rotta dell'epoca regency, che abolì qualsiasi cosa non fosse naturale, anche il commercio di prodotti di bellezza ricevette un duro colpo d'arresto.
Vanità
by Auguste Toulmouche
Prodotti di cosmetica come creme, oli e saponi erano realizzati artigianalmente, preparata dalle ragazze interessate aiutate da mamme e zie che le supportavano nella loro conquista della femminilità.
I profumi erano di gran moda (cfr. L'acqua di Parma di Maria Luigia), non altrettanto successo avevano rossetti e ombretti, la pelle doveva essere naturale e luminosa, non castigata sotto uno spesso strato di cerone biancastro alla moda di Ridge di Beautiful, pardon, volevo dire alla maniera rococò. Qualche ardita provò con molta intenzione a rilanciare la moda, si veda per esempio la Principessa Carolina di Brunswick, sposa di Giorgio IV, ma i tentativi furono dei fallimenti che la portarono ad essere etichettata come ridicola piuttosto che chic.

Nell'Ottocento, quando invece la tecnologia e l'intenzione di fare del denaro con i prodotti di bellezza c'erano, era invece considerato sconveniente che le ragazze si impiastrassero la faccia con pitture, colori e composti come avevano fatto fino a qualche decade prima.
Questo perchè erano le donne di malaffare a tingersi i capelli, imbellettarsi di rosso le guance e le labbra ed esaltare gli occhi.

Vi riporto un passaggio da uno dei miei libri preferiti: Una ragazza fuori moda di Louisa May Alcott, la stessa autrice di Piccole donne, ma io personalmente preferisco il primo alla storia delle sorelle March, principalmente perchè ero un'accesa sostenitrice della coppia Jo/Laurie, anche se lui era un po' vanesio, ma credevo fermamente nelle capacità di lei di redimerlo, invece è toccato a quella smorfiosetta di Amy...
Maud uscì dalla stanza. Non appena la porta si fu chiusa alle sue spalle Tom rivolse una domanda a Fanny, sottovoce:
«Fan, Trix si trucca?»
L'unica risposta fu una risatina soffocata.
«Ho il diritto di saperlo» riprese Tom, irritato.
Con una punta di panico Thomas Shaw cominciava a rendersi conto che il ruolo di fidanzato non era tutto rose e fiori.
«Che cosa ti fa suppore che lo faccia?» chiese di rimando Fanny.
«Be', insomma...» Tom appariva piuttosto imbarazzato.
«Non mi permette mai di baciarla sulle guance: solo di sfiorarle appena le labbra. Poi, l'altro giorno, mentre prendevo un fiore per metterlo all'occhiello, le ho fatto inavvertitamente cadere una goccia d'acqua sul viso. Volevo asciugarla, ma lei mi ha respinto ed è corsa allo specchio tamponandosi più volte con un batuffolo d'ovatta; quando è tornata aveva una guancia più rossa dell'altra. Non ho detto niente, ma ho cominciato a sospettare. Allora: si trucca o no?»
«Sì. Ma acqua in bocca, mi raccomando: se sapesse che ho svelato il suo segreto non me lo perdonerebbe mai».
«Non me ne importa: questa storia non mi piace affatto e deve finire.»
«Non puoi farci niente. Gran parte delle ragazze si truccano con cosmetici in crema o in polvere; si scuriscono le ciglia con forcine bruciacchiate e prendono acqua di colonia su zollette di zucchero oppure un po' di belladona per avere gli occhi più lucenti. Clara ha provato anche l'arsenico per migliorare la sua carnagione, ma la made gliel'ha proibito.»
«Voi ragazze siete un mucchio di imbroglione. Ame le ragazze imbellettate come attrici non piacciono affatto» replicò Tom con aria disgustata.

Louisa May Alcott, Una ragazza fuori moda



Come si sa, comunque, la voglia di apparire migliori è inarrestabile e la diffusione di questa scienza della bellezza e del suo commercio, sebbene inizialmente malvista, continuò a svilupparsi fin tanto che si divenne sempre più tolleranti e alla fine creme, belletti e pitture, che dopo il periodo rococò erano stati dimenticati, ritornarono di moda, sebbene in maniera meno vistosa.


L'erbolario: dalla natura con terrore
Visto che la chimica stava ancora muovendo i suoi incerti passi, in passato il più fedele amico di una donna era il suo orticello di erbe officinali o, in alternativa, il farmacista.
La Toilette
Autore sconosciuto
La fede numero uno da seguire per ritoccare il proprio aspetto era che il trucco non dovesse essere appariscente [un'idea che, tristemente, è andata sparendo coi secoli presentandoci mostri dagli occhi cerchiati come i panda e dalle labbra tanto plasticate dal gloss da sembrare ridicole], fu così che più che cosmetici da applicare alla pelle fossero molto utilizzati preparati, bevande, tisane e olii che avevano come effetto quello di esaltare una certa dote.

La belladonna, per esempio, era ampiamente adoperata per far sì che gli occhi acquistassero luminosità, il che non sarebbe un cattivo effetto, se la pianta non appartenesse alla stessa famiglia di pomodori e patate. Ok, che c'è di stano? Pomodori e patate non sono tossici, li mangiamo... invece no!
Le foglie di pomodoro o di patata sono velenosissime, tanto che possono uccidere un uomo adulto in breve tempo e la stessa ingestione in quantità ridotte provoca effetti da avvelenamento evidenti e terribili.
Anche la belladonna è un veleno portentoso, inutile quindi dire che, chi eccedeva nell'impiego, rischiava una fine molto tragica.

Per schiarire la pelle un preparato casalingo a base di oppio sortiva ottimi effetti. Splendido, si diventava dei cocainomani per far sembrare la pelle più giovane...


Durante il XIX secolo iniziarono perfino a nascere dei centri di bellezza, uno particolarmente famoso in Bond Street di Madame Rachel, che prometteva la bellezza eterna [sembra la strega di Biancaneve -.-'], peccato che tra gli ingredienti delle sue rinomate creme e paste di bellezza figurasse l'arsenico, di cui abbiamo ampiamente parlato in passato, quindi forse, più che Biancaneve, bisognerebbe citare La morte ti fa bella, che ne dite?
Ma dopotutto, come dice il proverbio: se bella vuoi apparire, dal dolore devi morire, sebbene la mia estetista mi abbia assicurato che ne esista anche una versione decisamente meno violente che dice se bella vuoi apparire, un poco devi soffrire ed io apprezzo molto le sue intenzioni, sul serio...
...e Il diavolo veste Prada è maestro.


Per contro di un sempre maggior numero di ragazze che si truccavano (poco e soprattutto non vistosamente), alcune donne della vecchia guardia condannavano severamente questi comportamenti, ad esempio la giornalista Eliza Lynn Linton, che in un articolo del 1868 lancia una forte invettiva, sostenendo che questi comportamenti stavano facendo marcire da dentro la società e uccidendo la religiosità delle ragazze in un conflitto con l'apparire esteriore.
The admiring glance
by Auguste Toulmouche
Come vi sarete senz'altro accorti, il confronto continui tra bellezza interiore e bellezza esteriore era già una polverire all'epoca, accentuato quanto oggi, solo che di mezzo ci mettevano pure la religione, ma l'epoca vittoriana era religiosissima e puritana, quindi è normale che comparisse a dare manforte alla purezza di spirito e bellezza dell'animo piuttosto che a quella del corpo che non è altro che un mezzo di tentazione e di peccato (cfr. Susanna e i vecchioni qui la narrazione dal libro di Daniele e spiegazione).

Il prosieguo della storia lo conosciamo tutti: negli anni Venti del Novecento andarono di moda i capelli scoloriti verso il rosso (come le prostitute dell'Ottocento O.O), nel dopoguerra il rossetto rosso era un must di tutte le più grandi attrici: Marlene Dietrich ha fatto scuola, ma anche Joan Crawford, Marylin Monroe e anche la più grande trasgressione femminile dopo il divorzio.

Intanto la Loren e la Lollo fanno tendenza oltreoceano lanciando le supermaggiorate mediterranee stile lavandaia settecentesca prima di essere soppiantate dall'esile ed eterea, eterna Audrey Hepburn.

Negli anni Sessanta arrivano la minigonna e i capelli cotonati, Doris Day passa alla storia come la biondina della porta accanto e nel decennio dopo Brigitte Bardot come la biondona dell'altra porta lanciando la trasgressione degli occhi bistrati pesantemente di nero che saranno un cult degli anni Settanta, dovedopo Woodstock, anche gli uomini inizieranno a truccarsi e per cantare non sarà più necessaria la cravatta.
Da Marilyn, stavolta Manson, ai Tokio Hotel il passo è breve...
Detto ciò, mi sono appena rovinata l'appetito.


Da leggere
Consiglio sicuramente la lettura del seguente libro, acquistabile su Amazon.it (sì, Amazon è ANCHE in Italia!!!), sebbene non ne esista la traduzione in italiano...
Madelene Marsh, Compacts and Cosmetics: Beauty from Victorian Times to the Present Day


Noi ci ritroviamo presto con qualche ricetta di bellezza che sono riuscita a recuperare durante le mie ricerche ^___^

Baci a tutti





Mauser

Ricetta per sapone vellutante a base di limone

Al tempo dei victorians in cui truccarsi era ancora considerato scandaloso, l'unica opzione per le ragazze di migliorarsi nell'aspetto era farlo in modo poco appariscente.
Nessuno crede che queste rinunciassero a belletti e trucchetti, ma lo facevano con moderazione o, quantomeno, in modo non vistoso poichè se avessero ecceduto nel belletto, il ton si sarebbe accanito su di loro chiamandole meretrici e adescatrici.

Dovendo quindi rinunciare al fard e all'ombretto, erano molto di moda le ciprie per uniformare la colorazione del viso, antenate dei moderni fondotinta super-mega-coprenti che ti fanno assomigliare ad un cadavere imbalsamato, ma altrettanto popolari erano le creme vellutanti per rendere la propria pelle un portento.

Mentre le ragazze ricche potevano permettersi l'acquisto di costosi preparati a base di estratti di rosa, violetta o calendula e avevano mani curate e vellutate perchè non lavoravano, le popolane e le meno abbienti ricorrevano spesso a ricette casalinghe, molte delle quali impiegavano il limone.

Moltissime donne della medio-bassa borghesia avevano le mani che profumavano di limone, se si curavano, e così come loro anche le popolane e le ragazze di fabbrica: l'aroma penetrante del limone serviva non solo a pulire e purificare la pelle delle mani, ma a dare un odore piacevole, a volte coprendo quello sottostante, inoltre era molto duraturo e difficile da scacciare, a fine giornata il particolare effluvio poteva essere ancora presente.


Vi riporto una delle molte ricette che potevano essere preparate in ambito domestico per cercar di migliorare il pietoso stato delle mani di una donna che lavora: callose, dure, ruvide e sciupate.

Come dice Sophia Sydney nel libro della Kleypas L'amante di Lady Sophia, dalle mani di una donna [che lavora] si può sempre capire la sua età.
Sante parole...

Ricetta per sapone vellutante a base di limone
- 60g di succo di limone
- 30g di olio di mandorle amare
- 60g di sapone in polvere

Mescolare accuratamente il tutto finchè il composto non raggiungerà una consistenza morbida e vellutata simile a quella del miele.

Adoperare la crema così ottenuta come maschera di bellezza, applicatela sulviso e lasciatela riposare per 15/30 minuti, così che si ammorbidisca la pelle e gli estratti del limone la purifichino, poi sciacquate il tutto.


Spero che l'approfondimento sia stato interessante, ci vediamo domani con la prossima ricetta.


...e prometto di cercare di trascurare eventuali rimedi a base di oppiacei, urina, sostanze tossiche assortite e schifezze varie.






Mauser


Hai qualche idea?
Vorresti approfondire un argomento particolare?
Ci sono curiosità di cui vorresti scrivessimo?

Manda una mail a
georgianagarden@gmail.com