16 gennaio 2011

Rossella: la fiction di Rai1

Cari lettori,
oggi vorrei parlarvi di una fiction che ho visto diversi giorni fa, in un momento di disperazione.
Generalmente non sono un'amante delle fiction, perchè quando sono belle, storicalmente parlando, di solito il pubblico non le apprezza e le interrompono alla terza puntata, mentre se sono brutte o insignificanti ne programmano duecento stagioni.
Per un certo periodo, lo confesso, mi sono rifiutata di guardare la tv, intanto tra telegiornali (deprimenti) e programmi culturali (anche peggio, salvo solo Piero e Alberto Angela), condito il tutto con fantastiche istantanee di una buona fetta della realtà socioculturale italiana (Uomini&Donne), non mi sono persa nulla.
Ancora oggi, vado d'accordo con la tv solo quando c'è da vedere film in videocassetta (ah, le vecchie vhs...) e qualche commedia brillante americana dei tempi d'oro.

In Italia i produttori si sono particolarmente lanciati nella stesura di sceneggiature a carattere storico, specialmente dopo l'incredibile successo di Elisa di Rivombrosa oppure con i documentari sulla vita dei santi e degli uomini di fede (da Padre Pio a Giovanni XXIII) e dei personaggi della storia italiana (Garibaldi, Petrosino, Perlasca).
Siamo ancora sulla scia di quel successo, ma, a quanto pare, dall'esperienza i nostri conterranei non hanno imparato ad essere storicamente più accurati, quindi, se Elisa era un capolavoro di inesattezze e il suo seguito anche peggio, adesso rasentiamo il ridicolo.

La nostra protagonista Rossella con un abito credibile (uno dei pochi) che sembra arrivare
dritto dritto dai costumisti de Il gattopardo
di Visconti.
Questa era la premessa di Rossella, la fiction a carattere storico che RAI1 ha messo a palinsesto a partire dal 9 gennaio 2011, che si caratterizza proprio come un prodotto storico, quindi adatto a finire nelle grinfie della presente zitella inacidita, la quale zitella, incuriosita dalla trama, l'ha pure gurdata.

Come sapete bene, non sono mai tenera con i prodotti che si definiscono storici solo per accaparrarsi una fetta di mercato, sono così perchè coloro i quali pensano male un prodotto che vogliono etichettare come storico quando, invece, di storico hanno solo le gonne lunghe, mi sembrano proprio traditori di chi si fida: uno si appresta a guardare un programma sperando di trovarci almeno un minimo di attendibilità e... nisba. Il peggio del peggio, potremmo definire più storico Bones.

Vediamo cosa è accaduto questa volta.


Trama
Siamo a Genova, alla fine dell'Ottocento; la giovane Rossella Andrei, con il bel volto dell'attrice Gabriella Pession, è la ricca figlia di un industriale genovese, stretta nell'etichetta che il suo status le impone; di carattere libero e fiero, Rossella vorrebbe rincorrere la propria indipendenza dall'ingombrante famiglia e coronare il sogno d'amore con lo scapestrato giornalista calabrese Giulio Sallustio che ha conosciuto per caso durante una passeggiata.

Contro il volere dei propri cari, Rossella e Giulio convolano a nozze, ma sebbene il loro amore sia profondo, è destinato ad andare incontro a diversi ostacoli a causa del viaggio di lui in Africa e del cambiamento caratteriale che investe Sallustio di ritorno dalla sua esperienza.

Non è precisamente che all'epoca
andassero di moda i capelli sugli
occhi...
Rossella tra alti e bassi, intraprende una vita da madre quasi single con appresso il frutto dell'unione, studiando approfonditamente medicina e riuscendo a diventare una delle prime donne medico della storia d'Italia, passando poi anche alla politica, dove diventerà una parlamentare importante e anticonformista nell'ingessata Italia a cavallo tra Otto e Novecento.


Considerazioni della scrivente sui...

I luoghi
Mauser: Scusate, ma che posto sarebbe quello che si vede nel telefilm?
Sceneggiatori: Genova, c'è pure la Lanterna
Mauser: aaahhhh, ecco perchè aveva un aspetto vagamente familiare. Ma per il mare che avete mostrato, poteva essere anche Casale Monferrato.

Questa, in sintesi, la faccenda luoghi.
E la cosa mi ha fatta molto inbestialire perchè io sono una genovese orgogliosa di esserlo, porto un cognome della mia città che più tradizionale non si può, parlo il mio dialetto e amo la mia terra. Credetemi se vi dico che ho fatto fatica a riconoscere la mia Genova in quegli scorci finti di caruggi puliti e mare da Caraibi.

Non per distruggere i miti romantici degli sceneggiatori e di quelli che vedono nell'Ottocento solo un tempo splendido di amori cortesi e galanteria oltre misura, ma per quanto sia brutto da dire, Genova è un porto, una città di mare, lo è sempre stata, fin dal Medioevo e formava con le altre compari le Quattro Repubbliche Marinare: i vicoli di questa città erano bui e puzzolenti, l'odore del pesce e del salmastro probabilmente si sentiva per chilometri, i passaggi erano (e sono tutt'oggi) angusti e affollati di borseggiatori e donnacce pronte per i marinai appena sbarcati.

Genova non era il centro della vita di società italiana risorgimentale, ma una città di affari e di commerci e, nell'epoca in cui hanno scelto di ambientare la vicenda, un luogo di transizione che stava rinnegando il passato da marinaio per trasformarsi in operaio metallurgico con l'arrivo della siderurgia, Ilva, Ansaldo, Piaggio, Costa, Fincantieri.
Se volevano riproporre La signora dell camelie, Genova non è la città che fa per loro, la location ideale era il lago di Como con Villa Carlotta, ma la mia città è la città che canta De Andrè ne La città vecchia, oppure quella che appare nella Litanìa dell'ultimo Caproni.

Questa è cattiveria, però... la canottiera che spunta sotto la camicia? Ma in quale secolo!
Non dobbiamo mica mettere in mostra la merce (per l'epoca sarebbe
stato scandalosissimo!)
Infatti, accortisi di ciò, la città non la fanno minimamente vedere, qualche pezzetto di spiaggia che poteva essere ovunque, anche a Tripoli, un'occhiata veloce alla Lanterna e poi tutte scene in giardino e location ricostruite.

Comincio a sospettare che l'amministrazione comunale abbia pagato delle tangenti alla produzione perchè scegliessero la città come luogo di ripresa, oppure che, per senso patriottico, agli sceneggiatori piaccia ambientare le loro fiction una per regione, alla maniera del libro Cuore di De Amicis.


I personaggi
Della serie: l'anacronismo regna sovrano.

Lei
Io penso che, se fosse per i libri e le fiction, l'Ottocento sarebbe stato popolato solo da suffragette e non da donne miti e sottomesse agli uomini.
Queste forze della natura sono sempre affamate di indipendenza e se ne strafregano della loro reputazione, così come delle malelingue, lasciate che dica che la cosa era abbastanza improbabile, specialmente ai livelli medio borghese che fanno tanto trasgressione storica.

Indipendenza per una ragazzetta figlia di ricchi industriali e cresciuta nella bambagia? Forse... ma poco probabile, una del genere sarebbe stata indottrinata fin da piccina sul fatto che il suo matrimonio avrebbe dovuto essere con un rampollo delle importanti famiglie storiche della città, oppure con un ricco finanziatore dell'industria di famiglia, tanto per cementare le alleanze; i genitori non avrebbero permesso per nessun motivo che lei si maritasse col primo giornalista di passaggio, tantomeno se mezzo rivoluzionario e indipendentista come Sallustio.
E aggiungo, non l'avrebbero permesso neppure se lei ne fosse rimasta incinta, l'avrebbero fatta abortire oppure sposare di fretta col prescelto spacciando il bimbo per suo, dopotutto i matrimoni, oltre un certo livello sociale, non erano fatti certo per amore... ma anche non troppo in alto...
Se avete visto un'altra fiction tv, questa volta ambientata nell'Italia del Sud e intitolata Francesca e Nunziata (con Sophia Loren, Claudia Gerini, Raoul Bova), recitata non troppo bene, ma più attendibile, sapete bene di cosa parlo.


Insomma, la caratterizzazione dell'eroina è la medesima dei libercoli Harmony (vedi Misteri a Penny House e La saga dei Dillhorne), quindi prendete con le dovute cautele le informazioni che vi passano tramite questi prodotti televisivi, non è la BBC.
Negli Harmony almeno si sa a cosa si va incontro, tutti li classificano come letteratura di serie C, qui invece spacciano i comportamenti di Rossella come storicamente attendibili: oh Cielo!
E in quale tempo dovrebbero esserlo?
Nel Duemila?
Non nell'Ottocento italiano, cari, no davvero.
Ecco un altro prodotto ambientato nell'Universo Parallelo delle coulotte inguinali della Stella della Senna.

Senza contare poi il nome...
Adesso faccio la pignola, ma io a Genova ci abito e vi dico che Rossella non è un nome che si senta ad ogni angolo di strada, qui andavano fino a cinquant'anni fa i soliti nomi tradizionali: Rosa, Maria, Caterina, Nicoletta. Per tutte le potenziali scrittrici, vi supplico dal profondo del cuore di essere coerenti col tempo che scegliete e anche con i pregiudizi sociali, avete mai sentito un francese chiamarsi Frédéric? Non ce ne sono molti perchè è un nome tedesco e, si sa, dopo quella questione dell'Alsazia e della Lorena ai francesi i crucchi non stanno simpaticissimi ¬_¬
Ciò che temo è che il nome sia stato scelto per dare un qualche richiamo al kolossal americano di Via col vento, col quale ci sta abbinato come i cavoli a merenda, ma per richiamare l'anticonformismo della protagonista, la vera Rossella O'Hara.
La vera e inimitabile
Scarlett O'Hara
Anticonformismo un paio di palle, e scusate il francesismo.
La Rossella del kolossal, che per chiarezza d'ora in avanti chiameremo Scarlett per non confonderla con la sua omonima zeneize, non è di certo un'anticonformista e rivoluzionaria indipendentista, progenitrice del movimento per i diritti delle donne! Scarlett era una ricca e viziata ragazzina sudista, attaccata anima e corpo ai privilegi degli schiavisti, tanto è vero che non si separerà da quelli neppure a guerra ormai conclusa, neanche dopo aver sposato Rhett.
La Scarlett creata dalla Mitchell è un personaggio antipatico e intrigante, non è fatto per essere buono e bravo o per parteggiare per lei, è fatto per mostrare il lato umano di una storia d'amore da favola, ma con personaggi umani, zeppi di difetti, e, siamo franchi, Rhett non è certo uno stinco di santo... si dice sudista ma sovvenziona anche i nordisti, fa contrabbando, commercia in armi, viene da una famiglia di schiavisti e, in fondo, cerca solo di ottenere vantaggi per sé, in questo è uguale a Scarlett, ma lo è LUI, non la Rossella made in Italy.

Lui
E Giulio Sallustio?
Con lui non gli è riuscito neanche di creare il classico maschio alpha che piace tanto alle amanti delle storie d'amore in costume, come Fabrizio Ristori, per esempio, bello e sfacciato come tutti i protagonisti dei romance da che mondo è mondo.
No, Sallustio è un incrocio tra lo stereotipo dell'uomo ottocentesco e un personaggio pirandelliano, una montagna infinita di cliché e paturnie mentali a iosa.
Fa il giornalista, che per l'epoca era ancora un mestiere di denuncia (è un idealista, clichè n°1), è un calabrese che lavora a Genova (confronto tra le culture, clichè n°2) e rischia di farsi investire dal calesse guidato (male) dalla protagonista (classico incontro alla Harmony, clichè n°3), senza contare che ci prova con lei nei cinque minuti successivi, neanche fosse Casanova fatto nuovamente uomo.

Amore impossibile, lettere che neanche Leopardi riuscirebbe a scrivere, fughe sotto la pioggia, incontri segreti e consumazione della passione.
Matrimonio riparatore.
Massì! Mandiamo pure a spasso quel poco di credibilità che era rimasta alla ricca famiglia di lei e facciamo come se non fossimo nell'Ottocento, ma nel solito universo parallelo.

Dopo tutto 'sto bordello, neanche l'amore felice, ci lasciano, ma scopriamo che Sallustio è infedele e che non ama più la moglie.

Lui sembra fin troppo elegante per fare un lavoro come il giornalista
Io quest'uomo lo ammazzerei di sberle: lei ha lasciato la famiglia ricca per lui e tutti i suoi privilegi, si è fatta un mazzo tanto per ingranare al ritmo di vita dei poveri e per imparare a lavorare e lui le dice che così non si va avanti? Ma io lo uccido a randellate!
Ma vi sembra un personaggio?


I costumi
Alè, altre note dolenti.
Innanzi tutto comincio a sospettare che i costumisti siano due: uno che si occupa di vestire i protagonisti e uno che, invece, è dedicato alle comparse e ai comprimari.
Perchè dico questo? Perchè se il secondo costumista abbiglia i suoi protetti con gusto e coerenza storica, il primo è, in quest'ambito, piuttosto carente.

Qui diamo il meglio: lei con l'abito
da sera e lui da giorno, decidetevi
quando uscire! Bale, volant, pizzi,
guanti e mezza manica sono
inequivocabili + lui in abito da
lavoro...
bah...
Infatti non mi spiego come mai, nella scena del calesse si vedano due donne passeggiare sul lungomare, decentemente abbigliate per l'epoca con paltò, cappellini e acconciature severe, ma appena si inquadra la protagonista eccola in un abituccio succinto stile anni Venti (che, mi permetterete, sembra un po' fuori posto), con le maniche corte [ma le altre avevano il cappotto!] e i capelli naturalmente sciolti e arruffati.
Sì, proprio la figlia di un ricco e trattenuto industriale genovese.
Ma DOVE?!
Certe volte bisognerebbe insegnare ai registi delle fiction che non basta una gonna lunga e qualche merletto per fare una serie "storica".

Non solo, oltre a rischiare la morte del "povero" Sallustio [magari ci fosse riuscita], creando i presupposti di un amore da telenovela, il signorino in questione neppure si sconvolge a vedere una ragazza, che dovrebbe essere modesta e posata, conciata come la più miserevole delle lavandaie, guance rosse, fiatone, occhi concupiscenti [è una parola molto di moda in politica, ultimamente]. Ma stiamo parlando di Rossell Andrei oppure di Bocca di Rosa?
No, tanto per sapere... giusto per chiarirsi le idee.


Conclusioni
È mia ferma, fermissima convinzione che i produttori e gli sceneggiatori della fiction abbiano ceffato di un buon cinquantennio l'ambientazione del loro prodotto.
Mentre una ambientazione da secondo dopoguerra, come quella di Matrimonio all'italiana, La mia casa è piena di specchi, Chocolat, avrebbe visto queste situazioni elencate poc'anzi perfettamente accettabili, o meglio, tollerabili, non altrettanto si può dire di una caratterizzazione storica da fine Ottocento, vi ho spiegato prima perchè, quindi non torno a dilungarmi.


Se una come me, che ha studiato la storia principalmente da autodidatta, vede molti comportamenti assolutamente anacronistici, figuriamoci che strazio dev'essere stato per chi la storia la conosce sul serio!
Poveri professori... io almeno mi indigno, ne parlo male e passo oltro, ma loro che possono fare?

Il vestito nero è molto bello, ma continuiamo a cadere sui capelli disordinati
Aggiungo inoltre che la Pession, che a mio dire è una brava attrice, come interpretazione storica fosse decisamente su altri livelli quando recitava la Principessa Carolina di Napoli in Ferdinando e Carolina, dove c'era la satira e c'era anche un po' di coerenza/decenza storica.

Produttori e sceneggiatori hanno preferito dare risalto alla vicenda amorosa, finendo però nel solito tranello degli imbecilli e sacrificando la parte che riguarda ambientazione, costumi, location, rendendo il prodotto, per i più informati di dettagli storici, indigesto a causa delle troppe cadute di stile.
È proprio il caso di dire che questa Rossella è un'eroina d'alri tempi, oserei aggiungere "altri tempi rispetto a quelli che vogliono farci credere".


Voglio lasciarvi con un aneddoto, tanto per dirvi quanto una simile fiction sia fuori tempo oltre ogni dire, non è una vicenda allegra, ma è reale e la cito da La Patria, bene o male.

6 giugno 1886
Povera Italia

In un paesino sui monti attorno a Pistoia un corteo funebre si avvia al cimitero. In testa due preti, poi la bara con una corona di rose e ginestre, poi una decina di bambine. Nessun altro, né uomini, né donne, né ragazze. L'intero paese di Porciano, l'infame Porciano, è rimasto in casa per desiderio della morta.
La morta è la maestrina Italia Donati. È arrivata in paese un paio d'anni prima, guadagna quarantacinque lire al mese con cui mantiene, oltre a se stessa, tutta la famiglia che abita a pochi chilometri. Prende alloggio in casa del sindaco dove, al piano di sotto, ha sede anche la scuoletta. Ha 20 anni, ha entusiasmo, è gentile e affabile. Ma ha un difetto fatale: è bella.
Immediatamente cominciano i pettegolezzi. Al sindaco, bell'uomo con barbetta bionda, che vive disinvoltamente con la moglie e un'amante, viene attribuita anche la conquista della maestrina. Poi si mormora del figlio del sindaco. Poi si sussurra del brigadiere dei carabinieri. La povera Italia è oggetto continuo di sorrisetti, allusioni, insinuazioni, talvolta di insulti aperti.
La ragazza chiede il trasferimento; le assegnano una scuola in un paesetto vicinissimo che comunque, per bocca del sindaco, rifiuta lo «scarto di Porciano». Italia non ha amici, nessuno che la difenza e allora chiede lei stessa un esame clinico ufficiale sulla propria verginità. Medico e ostetrica confermano e la cosa viene annunciata al consiglio comunale.
Non siamo in uno sperduto villaggio africano, non siamo nel Medioevo, ma nella civilissima Toscana, culla del Rinascimento, terra di grandi personaggi che hanno dato gloria e fama all'Italia. Ma Italia, la maestrina, non esce dal cerchio infernale del gossip. Ricominciano le voci, i sospetti, le certezze assolute che stavolta sia incinta. Troppo pallida, troppo sciupata e trasandata.
La ragazza è alla disperazione. Scrive alcune lettere, poi si allontana dal paese verso il mulino, raggiunge una specie di piccolo stagno fangoso tra due pareti di roccia, lasciain terra il grembiule rosso e si getta nell'acqua. Una donna di passaggio riconosce il grembiule, sospetta il peggio e quando lo stagno viene lentamente svuotato, appare infatti la sagoma della maestrina, morta per difendere il suo onore.
In una delle lettere chiede un'altra perizia sulla propria illibatezza e di essere sepolta nelmalandato cimitero, senza la partecipazione degli infami. Sulla lapide, in vernice rossa, le sole iniziali ID. Non c'è una vera inchiesta, nessuno è indagato, tutti giurano di essere stati suoi amici, il parroco ammette di aver sentito quelle maldicenze e di non avergli dato peso: erano solo voci di paese.

Carlo Fruttero, Massimo Gramellini,
La patria, bene o male
Mondadori 2010


Questa era la realtà dell'Italia a cavallo tra i due secoli, la realtà di Italia Donati, di un tempo in cui le maldicenze ti distruggevano la vita e dove le ragazze arrivavano vergini al matrimonio e lo consideravano un loro dovere, non un optional che tutti cercavano di circumnavigare, come ci fanno credere libri e film. Se una non era illibata, il marito poteva rispedirla alla famiglia e mandare a monte l'accordo di matrimonio legittimamente, essere caste e modeste era un comportamento che solo alcune categorie di persone si sarebbero sognate di infrangere e SOLO, ribadisco, per necessità: se avevi le voglie, aspettavi di sposarti e poi ti facevi l'amante.
Nessuno avrebbe tollerato che una ragazzetta appena fiorita in donna avesse una relazione clandestina con un uomo, anche per il semplice fatto che qualcuno l'avrebbe comunque saputo, suo padre sicuramente perchè era ricco e la servitù di fiducia in casa ci stava per quello, per riferire ciò di cui si chiacchierava ai piani bassi, dove le dicerie volavano.

Molto romantico ¬_¬
Lui sembra pronto per un matrimonio e lei... che cosa sono quelle spalline? Assolutamente no!
Le ragazze sospettate di non essere più illibate si sottoponevano addirittura all'umilianzione di un esame ginecologico, che per l'epoca era il massimo della vergogna, perchè di certe cose non se ne parlava, solo le malelingue avevano campo libero sull'argomento sesso e non c'era modo di difendersi senza sembrare volgari.
Italia Donati è storia, dimenticata, ma comunque storia.
Rossella Andrei è fiction, una storia d'amore che fa anche sognare, ma comunque fiction.
Io vi chiedo di riflettere solo su questio.

Poi, al di là di tutto e come ogni cosa, può piacere come no.
E so anche benissimo che fare è molto più difficile che criticare.

Ma ho scritto questo post non solo pensando a Italia, ma sentendo insultata in questa fiction troppo leggera il sacrificio e la vergogna di molte, moltissime donne che hanno combattuto per la loro indipendenza minima, non per arrivare ai libri e alle vicende dei datari storici, non è il caso di essere la prima donna medico o la prima in politica per dare un esempio, basta anche essere una delle tante che hanno fattoqualcosa per coloro che sono venute dopo, ma tante non erano.
Erano poche, distrutte dalla stessa società, emarginate, derise, incomprese, portate alla disperazione e a scelte terribili, poi dimenticate, archiviate come dicerie. Perfino il parroco mente. Che vergogna.
Forse questo dovevano rappresentare in una fiction. E la mia critica è soprattutto alla leggerezza di una fiction che ci presenta un Ottocento come il Duemila, dove tutto è libero e senza conseguenze: non è così, l'Ottocento era quasi come il mondo dei talebani, impariamolo perchè altri possano impararlo da noi e non lasciamo credere che fosse un mondo felice di rose e fiori, è importante anche per la nostra storia.


Con affetto e anche un po' commossa,




Mauser

9 gennaio 2011

La giornata di un valletto

Il valletto, altrimenti chiamato anche attendente, è una figura della servitù incaricata di occuparsi della persona del suo padrone. Nello specifico il valletto più importante nella casa è quello del padrone di casa e svolge pressappoco delle cameriere personali della padrona.
L'etimologia della parola valletto è dal francese valet, diminutivo dell'antico vaslet, da cui deriva l'etimologia anche vassallo. Questo non significa che il vassallo fosse il lustrascarpe del suo superiore (quasi -.-), ma alle corti reali è ancora diffusa l'usanza che siano membri di alta nobiltà a servire re e regine anche nelle loro funzioni quotidiane, duchesse, contesse ecc sono spesso lady in wait della regina o delle principesse [non capisco se il titolo lo acquisiscono prima o dopo essere entrate a servizio come colf della sovrana].

Il valletto che andremo a seguire durante la sua giornata, si occupava di vestire il padrone da capo a piedi, di consigliargli determinati abbinamenti, allacciargli la cravatta, i gemelli, pettinarlo, sbarbarlo, fargli il bagno ecc.

Il valletto era una di quelle figure professionali dove la fortuna era una componente fondamentale per il proprio lavoro, perché, con la carenza di personale che si aveva dalla metà dell'Ottocento in poi, ciascun valletto poteva permettersi di cambiare lavoro in qualsiasi momento se si ritrovava a dover servire un padrone indisponente, crudele, insopportabile o che, per qualche motivo, non piaceva.

Come dice Clive Owen nel film di Gosford Park, dove interpreta la parte di Robert Parks, valletto di Lord Raymond Stockbridge:

Alla fine sono tutti uguali [i padroni], credono di essere l'Onnipotente.
Il che ci lascia ben intendere che specie di personaggi fossero i datori di lavoro, non certo tutti come Lord Grantham di Downton Abbey, disposto a prendersi in casa l'ex commilitone zoppo, Mr Bates, pur di ripagare il debito che lo lega a lui (che gli ha salvato la vita sacrificando la propria gamba).



La sveglia

La sua giornata tipo inizia molto prima di quella del suo signore, a cui di solito piace poltrire a letto; come tutta la servitù di casa, la sua sveglia suona tra le cinque e le sei e, come per gli altri, la prima cosa è una bella lavata con acqua fredda, perchè non c'è tempo di scaldarla.

Un valletto è, per esigenza di professione, sempre in ordine nell'aspetto e nei modi, ecco quindi che il nostro deve prestare una cura particolare all'abbigliamento in modo che non ci siano antiestetici fili penzolanti, macchie sulla camicia, buchi a vista nei calzini, le sue scarpe devono inoltre essere lustrate a dovere, compito che spesso tocca ai lacchè o ai sottolacchè.
Il suo tempo prosegue con la colazione in comune tra i servi nella stanza adibita a "sala comune", dove sarà servito pane e latte e, se la famiglia può permetterselo, anche uova, bacon, porridge e broccoli [broccoli al mattino? Che schifo!]
Beats, il valletto di Lord Grantham
Fatto ciò, è importante che il valletto giochi d'anticipo, il padrone ha sensi e percezioni ritardate, rispetto alle sue, ecco perchè mentre il signore ancora riposa beato nel suo letto a baldacchino tra le braccia di Morfeo, il valletto deve cominciare a discutere con la cuoca sui possibili menu da presentare al proprio "protetto" e qui andiamo nella pura fantascienza perchè, se il padrone s'inciampa nella pantofola appena sceso e decide che quel giorno mangerà solo brodo di pollo quando questi hanno optato per la fagiana arrosto, beh... sono cavoli loro, brodo di pollo sarà. Ecco, quindi, perchè un valletto non può essere solo un valletto, ma è necessario che sia un bravo valletto e questo lo si impara, come la maggior parte dei mestieri, con l'esperienza.
Verso le sette-otto di mattina arriva il garzone con i quotidiani, questi, freschi di stampa, verranno opportunamente stirati.
So che può sembrare un procedimento insensato, ma in realtà era fondamentale perchè i giornali, con la carta ancora umida e l'inchiostro giovane, avrebbero rischiato di macchiare le aristocratiche mani del signore mentre li leggeva, una cosa non esattamente consigliabile, anche considerando che la stampa con inchiostri a base di piombo era la norma... stirando i giornali i pigmenti sarebbero stati fissati alla carta in maniera molto più duratura, inoltre, si sarebbero eliminate quelle antiestetiche piegoline che si formano anche dopo il primo utilizzo: in questo modo il quotidiano sarebbe sembrato appena uscito dalla sal stampa, anzi, molto meglio di come lo ritirava il garzone delle consegne!
Naturalmente era dovere del valletto tenersi informato, ecco quindi che, mentre sistemava le varie pagine sulla scrivania dello studio, leggeva accuratamente le notizie, per poi riferirle agli altri membri della servitù che, magari, non avevano fatto in tempo mentre stirava le paginate o non sapevano leggere.


I ferri del mestiere

Con un po' d'anticipo sull'orario di risveglio del signore, il valletto si sarebbe recato al guardaroba, controllando che tutto fosse opportunamente riordinato dal lacchè, i pettini fossero puliti, i rasoi anche, le scarpe allineate, i vestiti perfettamente stirati e smacchiati.
Da sinistra:
Lacchè (col vassoio), valletto (alle tende) e
maggiordomo
Ciascun oggetto doveva trovarsi ordinato al suo posto e, come si vede spesso nei film in costume, se così non fosse il valletto si sarebbe preoccupare di riallilneare lo strumento, cambiando l'angolazione di qualche millimetro.
Doveva inoltre controllare che le cameriere addette avessero pulito a dovere la stanza, compresi gli interstizi, i bordi superiori delle porte, le mensole meno raggiungibili.


Era buona cosa, inoltre, spalancare temporaneamente la finestra e le tende in mdo da cambiare l'aria della stanza, che altrimenti sarebbe stata viziata e con odore di chiuso dopo essere rimasta sigillata tutta la notte: considerando le condizioni igieniche e il fatto che le dimore non fossero precisamente l'ultimo grido tecnologico contro muffe e umidità, era un'operazione resa assolutamente necessaria.

Il valletto avrebbe comunque provveduto a richiudere in tempo perchè si ristabilisse la temperatura che sapeva preferita dal suo signore.
Controllava anche il fuoco nel caminetto e, nel caso l'avesse trovato spento, l'avrebbe riacceso in modo da riscaldare l'ambiente [avete mai provato a dormire in un vecchio castello? Ci sono spifferi come il Canale della Manica che sembrano decapitarvi ogni volta che passate di fianco ad una finestra], accendeva le luci o le regolava a seconda della luminosità del locale e del tempo.
Davanti al fuoco avrebbe disposto gli abiti che senz'altro sapeva avrebbe indossato, ad esempio se l'aveva informato di una probabile calvalcata mattutina o se questa era sua quotidiana abitudine (molto frequente tra la nobiltà), così che fossero caldi e piacevoli da indossare una volta che fosse giunto il tempo di consegnarli al padrone.
[Insomma, non come tutte le persone normali di oggi che si alzano al trillo di una sveglia dà fa venire l'emicrania, arrivano in un bagno gelido compreso di stallattiti di ghiaccio e caloriferi spenti e si infilano jeans rigidi come baccalà]
.
Henry Denton, falso valletto di
Morris Weissman

(Gosford Park)
Naturalmente, come insegnano i film, occhio al fuoco! Era meglio che i pantaloni non prendessero fuoco perchè il costo sarebbe stato detratto da uno stipendio (e un paio di brache di sartoria potevano essere mooooolto costose).



Il risveglio del padrone

Se il signore aveva chiesto al valletto di svegliarlo, questi aveva autorità di introdursi nella camera padronale e destare delicatamente il suo signore scotendolo gentilmente, non certo spalancandogli in faccia le tende come si vede fare nei film, un gesto estremamente nervoso e malducato che nessun domestico si sarebbe permesso.
Era dovere morale del valletto, così come di qualsiasi altro domestico presente (a volte assistevano anche una cameriera e un lacchè) mantenere la compostezza qualsiasi cosa avessero visto una volta arrivata luce nella stanza: dall'amante alla moglie del fratello come compagna di letto, dall'ultimo lacchè assunto che quella mattina era misteriosamente scomparso al cane da caccia che aveva imbrattato le lenzuola.
Quello non era il luogo per sorrisetti e pettegolezzi, che dovevano essere riservati ai piani bassi, tra i servi.
Nel caso non fosse partito l'ordine, il valletto aspettava pazientemente nella stanza del guardaroba o nell'anticamera che il suo padrone si destasse.
Se invece era il signore ad alzarsi prima del solito, esistevano le classiche campanelle di chiamata per attirare l'attenzione del proprio domestico non presente, che si sarebbe affrettato a farsi trovare al proprio posto.


Lavare e vestire il proprio giovin signore

L'operazione di abluzione e rasatura del signore era seguita con grande cura e attenzione dal valletto, che tuttavia difficilmente vi prendeva parte, anche perchè la maggior parte dei gentiluomini ottocenteschi preferiva radersi da sola, avendo acquisito una certa manualità nell'operazione; se richiesto, comunque, il valletto doveva essere in grado di adempiere anche a ciò.
Il suo contributo era invece necessario se il padrone, in qualsiasi momento, richedeva un bagno: servi di rango inferiore sarebbero accorsi al richiamo del valletto per portare la tinozza e riempirla coi secchi, di solito toccava agli ultimi arrivati.
Dopodichè il valletto provvedeva a svestire il padrone, a ripiegare gli indumenti e ad aiutarlo ad accomodarsi nella vasca. Se richiesto lavava o massaggiava la schiena, ma il più delle volte i gentiluomini preferivano consumare quel momento da soli e congedavano il domestico, richiamandolo solo quando avevano concluso.


Al valletto era inoltre richiesto che fosse un buon parrucchiere e sapesse acconciare con disinvoltura e gusto i capelli del proprio padrone, era inoltre compito suo regolare le basette e pettinare baffi e mustacchi, che all'epoca erano molto presenti.
Il taglio dei capelli avveniva circa ogni tre settimane con precisione svizzera.


Si passava poi alla fase della vestizione, che non era molto meno lunga di quella delle signore, i gentiluomini indossavano infatti una quantità spropositata di capi d'abbigliamento: biancheria, canotta, calzini, reggicalze, mutandoni, pantaloni, camicia, panciotto, giaccha, fazzoletti, cravattini, colletti e polsini posticci, gemelli, spille, bretelle... non si finiva più.
L'ultima operazione della vestizione del suo signore, quando questi fosse stato pronto per uscire, era il gesto di porgere i guanti al padrone, e ricordiamo che i guanti erano un accessorio indispensabile, obbligatorio, un must della società, dell'etichetta e del buongusto.


Ecco, a questo punto il signore poteva uscire in tutta pace di essere al 100% accettabile. Il valletto apriva quindi galantemente la porta di casa, attendendo le disposizioni per la giornata, ad esempio piatti desiderati, eventuali ospiti inaspettati, determinate attività da svolgersi, riparazioni, ecc.
Isabella Beeton, nel suo libro di gestione della vita domestica, sostiene che molti gentiluomini apparirebbero ridicoli in giro per le strade, se non avessero dalla loro il valido aiuto di un valletto che scelga per loro i vestiti, coordini colori e fantasie, annodi con gusto cravatte e fazzoletti e, insomma, si occupi dei particolari.
Perchè, oltre che pigri, i gentiluomini vittoriani erano anche affetti da pessimo gusto nel vestire e i moderni uomini d'affari americani, ne sono i diretti discendenti, sfoggiando senza vergogna completi da giorni color oliva a quadretti: aiuto! Roba che, in confronto, si potrebbe quasi dire che Asia Argento veste in maniera sobria...


Clive Owen nei panni di Robert Parks, valletto di Lord Stockbridge
(Gosford Park)

Per il resto della giornata il valletto avrebbe continuato a vestire e sistemare il suo signore ogni volta che ce ne fosse stata la necessità, ad esempio per la cena o per ricevere ospiti, oppure avrebbe dedicato il suo tempo a sistemare le cose del padrone, controllando i gemelli, le spille e le cravatte e supervisionando il lavoro dei lacchè che ripulivano l'anticamera.



Da leggere

Se siete interessati ad approfondire la routine di vita di un signore di epoca settecentesca, vi consiglio caldamente un'opera di Giuseppe Parini, letterato italiano "maestro" di Foscolo che lo cita nei suoi Sepolcri.

L'opera di cui parlo è intitolata Il giorno, dove l'autore, con ironia ci racconta la vita quotidiana di un signore, un nobiletto dell'aristocrazia decaduta, e, sebbene i giudizi non compaiano, è insita nei paragoni, nel tono e nello stile la condanna per quella vita vuota e sfaccendata, contornata da servitori che provvedono a qualsiasi necessità.
Se siete interessati alla lettura, al seguente link trovate l'opera:
Giuseppe Parini, Il giorno
Fa parte di questo componimento il famoso episodio della Vergine Cuccia, la cagna del signore a cui venne calpestata la coda da un domestico; per punizione il servitore fu allontanato senza stipendio e referenze.

Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla: ed ella
Tre volte rotolò; tre volte scosse
Lo scompigliato pelo, e da le vaghe
Nari soffiò la polvere rodente:
Indi i gemiti alzando, aita aita
Parea dicesse; e da le aurate volte
A lei la impietosita eco rispose;
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
Udì la sua condanna. A lui non valse
Merito quadrilustre: a lui non valse
Zelo d'arcani ufici. Ei nudo andonne
De le assise spogliato onde pur dianzi
Era insigne a la plebe: e in van novello
Signor sperò; ché le pietose dame
Inorridìro; e del misfatto atroce
Odiàr l'autore. Il perfido si giacque
Con la squallida prole e con la nuda
Consorte a lato su la via spargendo
Al passeggero inutili lamenti:
E tu vergine cuccia idol placato
Da le vittime umane isti superba
Giuseppe Parini, Il giorno - Mattino

Se volete leggere qualcosa di più sul componimento, la sezione di Wikipedia è molto accurata; per pietà della mia anima, evitate quei quesiti abominevoli su Yahoo Answer, ogni volta che mi ci cade l'occhio mi prende un mancamento, c'è gente che si fa fare dei temi! Ridicolo... basterebbe che leggessero il link prima del loro.


Molto interessante per questa figura professionale è un libro di memorie intitolato Il valletto di Napoleone scritto da colui che fu il suo attendente di camera per sedici lunghi anni: Louis-Constant Wairy.

Constant fa ciò che sa fare, cioè raccontare giorno pergiorno il Napoleone intimo e segreto perché lontano dagli occhi estranei, chesi offriva genuino alla sua cura: così realizzando l'impresa romanzescastraordinaria di restituirci quello che il personaggio storico vela: l'uomo.


Curiosità
Nella cultura moderna valletto sta a indicare una figura dello spettacolo, contrapposto alla valletta (soubrette).

Chiamarla moderna, a dir la verità, è un po' eccessivo... ormai è preistoria, le vallette come Antonella Elia c'erano ai tempi di quando ero bambina, adesso si preferisce chiamarle veline, che rende anche meglio l'idea di quanto siano coperte.


Per i più raffinati, il valletto è anche sinonimo del servo muto, ovvero dell'appendiabiti da camera per gli uomini [la pretesa di servitù di chi non poteva permettersela], dove si ripongono camicia, giacca e pantaloni già indossati, ma ancora da mettere. So che quest'oggetto sta andando scomparendo, ma spero vivamente che non sia così.


Kuroshitsuji
Nella Commedia dell'Arte italiana, alcune maschere piuttosto famose ricoprono il ruolo di valletto, in particolare l'astuto Scapino; questa maschera si evolverà in epoca più tarda in quella del più famoso Brighella che, come dice il nome, ha un'inclinazione a brigare, cioè a organizzare e tramase, spesso alle spalle degli sprovveduti padroni.
Curiosamente, in Francia l'autore Moliere lo introdurrà, creando la maschera di Scapin, chiaramente mutuata dalla tradizione italiana, dove però era stato quasi dimenticato in favore di Brighella.


In Giappone hanno un po' di confusione nella concezione dei ruoli dei servitori e tendono a chiamare butler, cioè maggiordomo, qualsiasi domestico che porti un improbabile frack nero e si aggiri per casa in maniera servile con un vassoio d'argento.
A tal proposito, per gli appassionati facciamo qualche puntualizzazione: Kurishitsuji, erroneamente tradotto in Italia come Black Butler, dovrebbe in realtà diventare Black Valet, perchè a tutti gli effetti quello è il ruolo di un valletto, NON un maggiordomo. Pregherei, se possibile, i traduttori di fare un minimo di attenzione: se si istilla la credenza, già erroneamente radicata, che qualsiasi domestico alla fine sia un maggiordomo, finiamo alla Torre di Babele!


Ci vediamo presto con i prossimi approfondimenti, baci







Mauser





7 gennaio 2011

L’ordine di precedenza dei domestici

Qualcuno di voi ha visto il film Gosford Park?

Se sì, senz'altro ricorderà una delle scene iniziali del lungometraggio, quando i domestici dei vari ospiti di Lady Sylvia arrivano a alla residenza e lì vengono smistati nelle loro stanze, viene inoltre insegnato loro, così come a noi spettatori, che durante questi scambi di personale era usanza che la domestica di una dama o il valletto di un gentiluomo fossero chiamati col cognome o il titolo di costui o costei (generalmente c'era un solo membro della servitù di supporto per ciascun ospite, più l'autista, così non si avevano confusioni), così che fosse chiaro chi fosse il loro padrone.

Questa consuetudine si ripercuoteva su tutti gli aspetti della vita perché un domestico, oltre al cognome del suo padrone, acquisiva anche il suo titolo e, quindi, il suo nuovo rango in funzione degli altri personaggi presenti.

Poco più avanti nel film, infatti, nella scena a tavola, i domestici di Gosford Park si lamentano con Jennings, il maggiordomo, per la disposizione dei posti, poiché anche intorno al povero tavolo della servitù si rispettava il medesimo ordine di precedenza dei nobili, di conseguenza se, come ci insegna il manuale, una contessa era più importante di una baronessa e un domestico acquisisce anche il titolo del suo padrone, allora una cameriera di una contessa sarebbe stata più importante della cameriera di una baronessa e, quindi, avrebbe avuto l'onore di sedere a tavola in un posto più vicino a quello del padrone di casa, rappresentato, tra i servi, dal maggiordomo, la massima autorità.

Tenendo conto di ciò, come ci si comportava però nel caso i domestici fossero tutti della stessa famiglia?
Oppure quando la servitù era riunita?


A quale graduatoria ci si doveva affidare
?

Ecco un breve vademecum per orientarsi nell'intricato mondo di valletti, stallieri e cameriere, preparate la bussola!

Per tutte le informazioni generali circa l'organizzazione del personale di casa, rimando al post La servitù.L'ordine è decrescente, cioè va dal più importante al meno e comprende anche cariche tipiche della casa reale, come il cimabellano che è il massimo organizzatore e supervisore.

Ciambellano
- Chamberlain

Maestro di casa
- House Steward

Valletto del padrone - First Valet

Maggiordomo
- Butler

Governante
- Housekeeper

Cuoca
- Cook

Giardiniere
- Gardener

Lacchè
o valletto semplice - Footman

Sottomaggiordomo
- Under Butler

Cocchiere o Autista
- Coachman

Cameriera della padrona
- Lady's Maid

Prima balia
- Head Nurse

Capocameriera
- Upper Housemaid

Capo lavandaia
- Upper laundry-Maid

Stalliere
- Groom

Sottolacchè
- Under footman

Cameriera tuttofare
- Maid-of-all-work

Paggio
- Page o Footboy

Cameriera sempliceUnder Housemaid

Cameriera di servizioStill-room Maid

Balia semplice
Nurse

Lavandaia
Under laundry-Maid

Aiutante di cucina
Kitchen Maid

Garzone di stallaStable boy

Sguattera
Scullery Maid

Per maggior chiarezza ho preparato una mappa concettuale che rappresenta le dipendenze di ciascun servitore, così da capire chi fosse il suo diretto superiore.

Cliccate sull'immagine per ingrandirla a tutta pagina e leggere bene le relazioni


Vi anticipo inoltre, per vostra sfortuna, che sarebbe mia intenzione scrivere un post su ciascuna categoria di domestici, sebbene magari non tutti insieme per non annoiare troppo...


Ora vi lascio, a presto, baci




Mauser

3 gennaio 2011

Ikoku Meiro no Croisée

Recentemente, cari lettori, mi è capitato di imbattermi in questo particolarissimo manga.
Come lettrice di questa categoria di letteratura, perchè tale essa è nella mia concezione, posso dire che in tutto l'Occidente, e in Italia particolarmente, le produzioni a fumetti giapponesi e coreane sono grandemente sottovalutate, oltre che opportunamente dimenticate.

Con questo non voglio dire che tutto ciò che proviene dal Paese del Sol Levante o dalla Corea del Sud, così come da Hong Kong e Taiwan sia oro colato, ci sono porcherie come ci sono dappertutto, però non penso che si debba cadere nel tranello di pensare ai loro prodotti come a sciocchezze per bambini: ve lo dice una appassionata di Sailor Moon e che sostiene fermissimamente che Laputa, Nausicaa della Valle del Vento e Il castello errante di Howl non siano film adatti a dei bambini anche se sono indubbiamente cartoni animati, i significati e i messaggi che trasmettono sono decisamente troppo elevati e filosoficamente complessi perchè siano recepiti.

Come vedete, c'è un po' di tutto: il prodotto per ragazzi, Sailor Moon o Naruto, il prodotto per l'infanzia, ad esempio Guru Guru oppure Principesse Gemelle, e anche prodotti per adulti, Hataraki Man ecc.

Mi ritengo una persona fortunata a non avere pregiudizi in merito, perchè in questo modo posso godere del piacere della scoperta di piccole chicche che altrimenti mi perderei, Ikoku Meiro no Croisée è senz'altro una di queste.
Si tratta di un manga storico dall'ambientazione particolarissima e molto singolare che, fino ad oggi, avevo visto analizzata solo di sfuggita e tratta in maniera accurata e gentile dell'integrazione di due culture, quella europea di fine Ottocento e quella giapponese, con tutti i problemi che essa può avere, a cominciare dalla lingua, per passare al cibo e successivamente alle abitudini.


Trama
Il Giappone, Paese del Sol Levante, con la restaurazione Meiji del 1866 l'Impero del Crisantemo si è aperto ai contatti con l'Occidente, chiusi dai tempi dei commerci coi portoghesi, permettendo scambi commerciali e culturali.

In Europa cominciano a trapelare informazioni di usanze e costumi particolari e cresce la curiosità verso la cultura di questo Paese, così come le abitudini e gli oggetti: scoppia il boom delle giapponeserie, Puccini compone la Madama Butterfly e tutti si mettono in casa almeno una lampada di carta di riso o un paravento giapponese.

A Parigi, nella prestigiosa galleria di negozi per la promenade di lusso, si trova la bottega Enseignes du Roy, gestita dall'anziano Oscar e dal nipote Claude. Questo negozio di oggettistica e piccola meccanica (orologi, carrillon, ecc.) appartiene alla famiglia da molte generazioni e i vari membri sono molto orgogliosi di poter dare il loro personale contributo all'attività, così, mentre Claude si occupa di mandare avanti gli affari e le riparazioni, il nonno Oscar viaggia per il mondo alla ricerca di pezzi unici e rarissimi che possano attirare la clientela e fare dell'Enseignes du Roy un negozio alla moda, ricercato ed esclusivo.

Proprio di ritorno da uno dei suoi viaggi, questa volta nel Giappone appena aperto al pubblico, Oscar porta con sé, oltre a molti oggettini tipici della cultura nipponica, anche qualcosa di molto speciale, la cultura stessa di questo Paese, impersonata dalla gentile e dolcissima Yune.
Yune viene da una famiglia giapponese che da secoli è a servizio di grandi casate, come è tradizione: arrivata all'età del primo impiego e affascinata dal mondo occidentale che conosce solo per dicerie, accetta di diventare la tuttofare di Oscar e della sua famiglia ed egli acconsente a farla viaggiar con sé fino in Francia.

Il primo incontro tra Claude e Yune è particolarissimo perchè la differenza culturale, notevole, impatta subito il ragazzo con l'inchino di cortesia che Yune rivolge al suo nuovo padrone e l'ignoranza di Clude in materia lo porta a travisare quel gesto di saluto.
Dopo diversi problemi iniziali, Claude, che alla fine è il titolare del negozio, acconsente a tenere con sé la piccola Yune, iniziando ad affezionarsi a lei, alle sue maniere e al suo svolazzante kimono dai colori vivaci che compare e scompare dalle porte nonostante sia un tantino pericoloso, così come particolare è l'usanza che ella dorma sul pavimento in un improvvisato futon anzichè sul letto che le è stato assegnato, oppure la sua avversione per il caffè, così come anche il fatto che abbia assaggiato solo raramente latte fresco o prodotti caseari in genere, che in Giappone non erano molto diffusi (l'unico formaggio prodotto è il tofu ed è preparato col caglio del latte di soia, non con quello vaccino o caprino).

In tutto questo Yune è spaesata e disorientata dalla differenza che riconosce tra Giappone ed Europa, la libertà è differente e anche i concetti di famiglia sono particolari: se per lei gli altri lavoratori del negozio rappresentano una famiglia come quella che l'ha messa al mondo, alrettanto non direbbe Claude, se non per il fatto che legami di sangue lo avvicinano a Oscar.


Rappresentazione della cultura
Il progetto che l'autrice, Hinata Takeda, si presuppone con questo manga dal tratto semplice e gentile, grazioso e femminile che richiama al primo sguardo Emma, è ambiziosissimo.
Il confronto culturale è sempre difficile da eaffigurare con obiettività, maggiore è l'ostacolo se le culture sono tanto diverse quanto radicate, partiolari e decorative come quella europea e quella giapponese, entrabe ricche di storia e di tradizioni, orgogliose del loro passato, e delle loro conquiste, dei concetti e delle idee che hanno costruito, ma allo stesso tempo affascinate le une dalle altre.

A mio avviso tutto questo è difficile da rendere senza scadere nel moralismo, privilegiandone l'una piuttosto che l'altra o dando più spazio a determinati clichè.
Certo che non poteva mancare la baguette, così come il kimono, ma per quel poco che ho avuto la possibilità di leggere, l'autrice fin'ora è stata dignitosissima in questo tratteggio, un balletto pari senza prevaricazioni.

Il sincero entusiasmo di Yune, la nostra piccola protagonista, è frutto del desiderio giovanile di conoscere, conoscere tutto: lingua, cultura, mondo... Yune non si propone di abbandonare il suo modo di essere giapponese, ma allo stesso tempo comincia ad assorbire dalla cultura francese che incontra, impara l'alfabeto e le parole, mantenendo sempre, però, le particolarità della propria.

Allo stesso modo il reticente Claude, troppo assorbito dal lavoro, dalle responsabilità e dalla routine del negozio che gli è stato lasciato, vede in questa novità una ventata d'aria fresca e un modo molto particolare di imparare, sebbene il suo orgoglio gli impedisca di ammetterlo apertamente.
Piano piano inizia a scoprire le tradizioni giapponesi di casa e famiglia, di proprietà e di regalo, di ciò che si è disposti a dare o fare per gli altri e, sebbene inizialmente critichi e giudichi duramente questo modo di comportarsi e agire, tacciandolo di arretratezza e barbaria, lentamente comincia ad assorbirne il significato più profondo, sicuramente tradizionale, ma soprattutto ideologico che determinati comportamenti hanno nella cultura orientale, come quello di ringraziare e scusarsi in continue manifestazioni fisiche di ciò, come l'inchino o il sorriso, pratiche non molto adoperate nel tardo Ottocento popolano e, tristemente, neppure oggi, ma che forse dovrebbero essere riscoperte.

Lo sconforto è di entrambi i protagonisti di fronte alla propria incapacità di capire, determinata dall'ideologia e dalle abitudini radicate dalla nascita, ma entrambi sono determinati ad esercitarsi nell'andare oltre quest'apparenza e, bisogna darne atto a questa mangaka, il prodotto che propone è delicatissimo, dolcissimo, sicuramente realistico e molto curato, non risulta offensivo o stereotipato, sebbene i cliché ci siano, ma quelli non sono un problema, se adoperati con parsimonia.


Rappresentazione della realtà
In Giappone, si sa, hanno sempre avuto un debole per l'Europa e le sue tradizioni e la sua storia, basta guardare ai manga "storici", nel senso che hanno fatto la storia di questo genere: Lady Oscar, Georgie, Heidi, Caro fratello, La valle dell'arcobaleno, Faustine.
In questo filone di appassionati filoeuropei, proseguito negli anni Duemila dalla bravissima Kaoru Mori col suo Emma, si colloca anche Ikoku Meiro no Croisée, dove, ancora una volta, la rappresentazione fedelissima della realtà, dei personaggi e del modo di fare che si vuole trasmettere è fatta con maestria, cura ed attenzione, frutto di un lungo e significativo processo di ricerca antecedente alla stesura della sceneggiatura.

La dedizione della mangaka per i dettagli del negozio di Claude, per le abitudini di Yune, per i piccoli oggetti disposti per casa è sublime e non passano neanche inosservati altri particolari come le fantasie sui vistosi cappelli delle signore a passeggio, oppure i fiori multicolori che adornano molte scene, diffusissimi come lo erano nell'Ottocento europeo agli angoli di strade e piazze, così come i variopinti decori dei kimono della ragazza: fiori, pesci, fantasie geometriche.

Il tratto dell'autrice è pulito e gentile con i suoi personaggi, di lei sappiamo che è ancora agli inizi della carriera e questo può scusare certi background un po' poveri, quando non completamente bianchi, a confronto con scene, invece, molto affollate di puntualizzazioni sceniche e retini, ma l'effetto finale è sicuramente piacevole e per nulla manchevole.


Rappresentazione dei sentimenti e delle emozioni
Trasmettere allo spettatore o al lettore emozioni e sentimenti è un'arte difficile e ciascuna ha dalla sua pro e contro.
Lo scrittore, molto avvantaggiato, può elencare parole su parole di sospiri, incertezze, sorrisi, ghigni, battiti di ciglia, descrivendo con minuzia ogni granello di polvere che cade (tipo Proust).
L'attore, a sua volta artista (la radice della parola è la stessa), ha dalla sua la mimica: bisogna essere bravi per impersonare certe emozioni, ma, se lo si è, un labbro sporgente, un broncio o un tic nervoso possono compensare fiumi e fiumi d'inchiostro.
Poi c'è il disegnatore, che deve coniugare le due cose insieme: non può scrivere più di tanto, un manga o un fumetto non è un romanzo, ma non ha a sua disposizione la dinamicità continua dell'attore, dovendosi accontentare di sequenze statiche con vari movimenti, dove però non posso proseguire all'infinito sempre uguali. Qui sta la grandezza di chi si dedica a questo mestiere e, specialmente in questo caso, la bravura del saper trasmettere le varie emozioni che si susseguono nel giovane e affascinato cuore di Yune: eccitazione, sconcerto, incertezza, curiosità, dispiacere, soddisfazione, rammarico, tristezza, senso di colpa, solitudine, felicità.
Ciascuna, con poche pennellate, ci viene proposta attraverso una smorfia o un gesto, talora con una descrizione e l'autrice è stata brava, bravissima a dispetto della sua giovinezza stilistica.

Non so ancora se questa storia prevederà un innamoramento, con conseguente storia lacrimevole in pieno stile fuilletton di fine secolo, ma mi piacerebbe riconoscere una Madama Butterfly migliore di quella operistica, meno straziante, dove l'integrazione culturale è non solo possibile, ma assimilata dai protagonisti come sublimazione del loro amore.


Ho molte aspettative per quanto riguarda questa vicenda che attualmente sto seguendo in inglese sull'ennesiomo sito di scanlations, poichè in Italia non è ancora stato pubblicato e, probabilmente, non lo sarà mai [massì! Facciamo spazio alle opere-fotocopia della Shinjo, tanto vanno anche se sono tutte uguali].

È mio personalissimo consiglio di assumerne la lettura, qualora decidiate di imbarcarvi, a piccole dosi, poichè l'eccesso potrebbe portarvi a noia, a volte capita con i prodotti storici, parola di esperta ^__^

So che alcuni di voi storceranno il naso di fronte a questa mia ennesima segnalazione, principalmente perchè si tratta di un manga, alcuni lo faranno perchè sostengono che un libro non sia un approfondimento: ebbene, a costoro posso dire in assoluta pace del mio spirito che i libri di narrativa mi hanno insegnato tanta storia quanta i saggi.
Se i manga non vi fanno schifo e le letture in lingua non vi spaventano, allora leggete almeno un capitolo di quest'opera e poi fatemi sapere, non pretendo di dire che piacerà a tutti, l'apprezzamento è soggettivo, tuttavia i consiglio di provare, poichè senza provare è difficile esprimere un giudizio e, ribadisco, un pregiudizio non lo valuto come un giudizio vero e proprio.

Qui il promo dell'anime, data da definirsi, che però vi presenta un po' i disegni (è in giapponese, ma per guardare non serve capire che si dice)

Comics blog - Promo anime

Con affetto, vostra





Mauser

1 gennaio 2011

Premio Sunshine Award!

Ieri sera sono entrata quasi per caso sulla mail per controllare gli ultimi aggiornamenti, tra i soliti messaggi di spam (quelli non mancano mai ¬_¬) ho trovato una mail inattesa quanto piacevole da parte di Claire, ve la riporto, la potete trovare anche nei commenti del post Intrighi a Penny House by Miranda Jarrett perchè si tratta del servizio automatico di inoltro dei commenti alla mia mailbox:

Leggo con piacere questo carinissimo blog e l'ho inserito fra i 12 scelti per il premio Sunshine Award!
Ti prego di leggere il post in cui ti ho premiato e le regole del premio a questo link:

http://lacollezionistadidettagli.blogspot.com/2011/01/innanzitutto-grazie-carissima-emanuela.html

Complimenti ancora per il tuo blog e tantissimi auguri!

Sono quasi cascata dalla sedia: un premio?
Oddio, per poco non entro in tachicardia! Un premio per il Georgiana's Garden!
Non me l'aspettavo, davvero, non so che dire, solo un immenso

GRAZIE Claire!
Grazie per il
Sunshine Award che hai conferito a questo blog.


Non sono certa che il Georgiana's Garden lo meriti più di quelli che hai messo nella lista, ma lo accetto comunque volentieri, sperando anche che sia di buon auspicio per questo 2011 appena incominciato e già con questi risultati, sono commossa, specialmente dai livelli a cui questo blog nato per scherzo e anche un po' per sfogo punta ora, sapere di avere un lettore un più è sempre una consapevolezza piacevole e ottimista, il ricevere un premio per il lavoro fatto è una gratificazione immane.

Ho letto con attenzione il post e il regolamento, questi sono gli adempimenti quando si riceve il premio:
1) Ringraziare coloro che ci hanno premiato.
2) Scrivere un post per il premio
3) Passarlo a 12 blog che riteniamo meritevoli
4) Inserire il link di ciascuno dei blog che abbiamo scelto
5) Dirlo ai premiati

E così mi accingo a mia volta a distribuire questo premio a 12 blog meritevoli, spero di averne a sufficienza, chissà se vanno bene anche quelli inglesi? Visto che il premio è originario della Spagna, spero di sì perchè alcuni blog meritano davvero...



12 blog meritevoli

1. Cipria e Merletti
2. Fastidious Notes on Morbid Fanfictions
3. Victorian & Edwardian Painting
4. La mia biblioteca romantica
5. Scandalous Women
6. Japanese Streets - Fashion in Japan
7. Che cosa si manga oggi?
8. Rapunzel's Resource
9. Bunny Chan Monogatari
10. Ma ti sei vista? Blog di una zitella acida
11. Isn't it romantic?
12. Immergiti in un mondo... rosa!

Ancora grazie a Claire per la splendida opportunità che ci ha dato, provvedo adesso a comunicare a tutti i miei premiati il passaggio di consegna del premio citato e, temo, non sarà una passeggiata, specialmente per il mio inglese non propriamente oxfordiano.

A presto e Buon 2011!





Mauser


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Vorresti approfondire un argomento particolare?
Ci sono curiosità di cui vorresti scrivessimo?

Manda una mail a
georgianagarden@gmail.com